martedì 16 settembre 2008

Primo Festival mondiale della Rabbia Degna

COMUNICATO DEL COMITATO CLANDESTINO RIVOLUZIONARIO INDIGENO-COMANDANCIA GENERALE DELL´ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
COMMISSIONE SESTA-COMMISSIONE INTERGALATTICA DELL´EZLN. MESSICO

15 E 16 SETTEMBRE 2008

AGLI/LE ADERENTI ALLA SESTA DICHIARAZIONE E ALL´ALTRA CAMPAGNA
AGLI/LE ADERENTI ALLA ZEZTA INTERNAZIONAL
AL POPOLO DEL MESSICO:AI POPOLI DEL MONDO
COMPAGNE E COMPAGNI
FRATELLI E SORELLE
Di nuovo rivolgiamo la nostra parola.Questo vediamo, questo guardiamo. Questo giunge al nostro udito, arriva al nostro cuore scuro.
I. Là in alto vogliono ripetere la loro storia. Vogliono tornare ad imporci il loro calendario di morte, la loro geografia di distruzione. Quando non ci sradicano dalle nostre radici, le distruggono. Ci rubano il lavoro, la forza. Lasciano senza persone, senza vita, i nostri mondi, la terra, le sue acque e tesori. Le città ci perseguitano ed espellono.I campi muoiono e ci fanno morire.E la menzogna si trasforma in governi e l’usurpazione l’arma i loro eserciti e poliziotti.Nel mondo siamo illegali, clandestini, indesiderati.Siamo perseguitat@.Donne, giovani, bambini, anziani muoiono in morte e muoiono in vita. E là in alto predicano la rassegnazione, la sconfitta, la claudicazione, l’abbandono per quelli in basso.Qua in basso restiamo senza niente. Solo rabbia. Solamente dignità.Non c’è ascolto per il nostro dolore se non da chi è come noi.Non siamo nessuno.Siamo soli e solo con la nostra dignità e con la nostra rabbia.Rabbia e dignità sono i nostri ponti, i nostri linguaggi.Ascoltiamoci dunque, conosciamoci.Che il nostro coraggio cresca e si faccia speranza.Che la dignità sia di nuovo radice e nasca un altro mondo.Abbiamo visto ed ascoltato.Piccola è la nostra voce per fare da eco a questa parola, il nostro sguardo è piccolo per così tanta degna rabbia.Ancora dobbiamo vederci, guardarci, parlarci, ascoltarci.Siamo altri, altre, altro.Se il mondo non ha un posto per noi, allora bisogna fare un altro mondo.Senza altri strumenti che la rabbia, senza altro materiale che la nostra dignità.Dobbiamo ancora incontrarci, conoscerci.Manca quello che manca...
II. A 3 anni dalla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, l’EZLN ha fatto una riflessione collettiva, alimentata dall’orizzonte più ampio di quello che le/i nostr@ compagn@ dell’Altra Campagna in Messico e della Zezta Internazionale nel Mondo ci hanno regalato. Non è poco quello che abbiamo visto ed ascoltato, a volte direttamente, a volte nelle parole e negli sguardi degli altri, delle altre. Tanta è la rabbia che abbiamo toccato e tanta la dignità che abbiamo trovato, che pensiamo di essere ancora più piccoli di quello che credevamo.In Messico e nei 5 continenti abbiamo trovato quello che avevamo intuito quando abbiamo iniziato questo nostro sesto passo: c’è un altro mondo, c’è un’altra strada. Se la catastrofe che si avvicina si può impedire e l’umanità ha un’altra opportunità, sarà per quest@ altr@ che, in basso e a sinistra, non solo resistono, ma già abbozzano il profilo di un’altra cosa. Di qualcosa di diverso da quello che succede in alto. Nell’impossibile geometria del Potere politico, i fondamentalismi si distribuiscono equamente: le destre tornano ultradestre e le sinistre istituzionali mutano nell’impossibile destra erudita. Chi si lamenta sulla stampa progressista del fatto che i fanatici della stampa opposta censurano, distorcono e calunniano il loro capo, a sua volta censura, distorce, calunnia e tace di fronte a qualsiasi altro movimento che non si piega al giudizio del capoccia, e senza pudore distribuiscono condanne ed assoluzioni al ritmo mediatico assurdo. Fanatici di una e dell’altra parte si disputano bugie travestite di verità ed i crimini valgono secondo il tempo mediatico che occupano. Ma tutto questo non è altro che il pallido riflesso di quello che succede nella politica.Il disgusto di fronte al cinismo e l’incompetenza delle classi politiche tradizionali, si è trasformato in rabbia. A volte questa rabbia persegue la speranza di un cambiamento sulle stesse strade di sempre e si imbatte nella delusione che immobilizza o nella forza arbitraria che soffoca. Il nord confuso e brutale torna alle solite. Quando non fomenta frodi elettorali (come in Messico) promuove, incoraggia e finanzia colpi di Stato (come sta tentando ora in Bolivia e Venezuela). La guerra continua ad essere la sua diplomazia internazionale per eccellenza: Iraq ed Afghanistan bruciano ma, per la disperazione dell’alto, non si consumano.Le imposizioni di egemonia ed omologazione su scala mondiale, trovano nelle nazioni, nelle regioni e nelle piccole località, gli apprendisti stregoni che tentano l’impossibile ritorno storico ad un passato dove il fanatismo era legge ed il dogma scienza. Nel frattempo, le classi politiche di governo hanno trovato nel mondo del teatro il travestimento adeguato per occultare il loro ingresso nel crimine organizzato. Stanco di tanta avarizia, il pianeta comincia a presentare l’impagabile conto della sua distruzione. Ma anche le catastrofi "naturali" sono di classe e le sue stragi si fanno sentire soprattutto tra quelli che non hanno niente e non sono nessuno. Di fronte a questo, la stupidità del Potere non ha limiti: milioni e milioni di dollari sono impiegati per fabbricare nuove armi ed installare altre basi militari. Il Potere del capitale non si preoccupa di formare maestr@, medici, ingenier@, ma soldati. Non prepara costruttor@, ma altro distruttori.E chi si oppone a questo è perseguitat@, incarcerat@, assassinat@.In Messico in prigione ci sono contadini che difendevano la loro terra (San Salvador Atenco); in Italia sono perseguiti e trattati come terroristi coloro che si oppongono all’installazione di basi militari; nella Francia di "libertà, uguaglianza e fraternità" gli esseri umani sono liberi, uguali e fratelli solo se lo dicono i documenti; in Grecia la gioventù è un vizio da sradicare; ed ancora in Messico, ma ora nella città con lo stesso nome, i giovani sono criminalizzati ed assassinati e non succede niente perché non rientra nell’agenda che in alto dettano quelli di una e dell’altra parte, mentre una consultazione legittima si trasforma nel penoso lavarsi le mani di un capo di governo assassino; nella Spagna della moderna Unione Europea si chiudono giornali e si criminalizza una lingua, il basco, pensando che uccidere la parola uccide chi la inalbera; nell’Asia tanto vicina, alle richieste campagnole si risponde con ingiustizie blindate; nella superba Unione Americana, nata dal sangue di immigranti, si perseguono ed uccidono gli/le altr@ colori che vi lavorano; nel lungo dolore che si chiama America Latina è disprezzato e umiliato il sangue scuro che la sostiene; nel Caribe ribelle, un paese, Cuba, deve sommare alla disgrazia naturale quella di un blocco imperiale che non è altro che un crimine impunito.Ed in tutti gli angoli della geografia del mondo e tutti i giorni dei loro calendari, coloro che lavorano, coloro che fanno andare avanti le cose, sono spogliati, disprezzati, sfruttati, repressi.Ma ci sono anche volte, molte, tante, in cui ci strappano il sorriso, in cui le rabbie cercano le proprie strade, nuove, altre. Ed il "no" che si alza non solo resiste, ma comincia a proporre, a proporsi.Dalla nostra apparizione pubblica, orami quasi 15 anni fa, è stato nostro impegno l’essere ponte affinché le ribellioni passino da una parte all’altra.A volte ci siamo riusciti, a volte no.Ora vediamo e sentiamo non solo la ribelle resistenza che, sorella e compagna, continua ad essere al nostro fianco ed incoraggia i nostri passi. C’è ora qualcosa che prima non c’era, o che non riusciamo a vedere allora.C’è una rabbia creativa. Una rabbia che dipinge di tutti i colori le strade del basso e a sinistra nei cinque continenti...
III. PER TUTTO QUESTO, E COME PARTE DEGLI EVENTI IN OCCASIONE DEL 25 ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE, I 15 ANNI DELL’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO L’OBLIO, IL QUINTO ANNO DELLE GIUNTE DI BUON GOVERNO ED IL TERZO ANNO DELL’ALTRA CAMPAGNA E DELLA ZEZTA INTERNAZIONALE, GLI UOMINI, DONNE, BAMBINI ED ANZIANI DELL’EZLN INVITIAMO TUTT@ I RIBELLI DEL MESSICO E DEL MONDO ALLA CELEBRAZIONE DEL PRIMO FESTIVAL MONDIALE DELLA RABBIA DEGNA DAL TEMA:
UN ALTRO MONDO, UN ALTRO CAMMINO: IN BASSO E A SINISTRA
CHE SI SVOLGERÀ NELLE SEGUENTI SEDI E DATE:

NELL´ALTRA CITTÀ DEL MESSICO, DISTRITO FEDERAL, I GIORNI 26, 27, 28 E 29 DICEMBRE 2008.
NELLA STRUTTURA DELL’ASSOCIAZIONE LOS CHARROS REYES DI IZTAPALAPA, del Frente Popular Francisco Villa Independiente-UNOPII, avenida Guelatao # 50, Colonia Álvaro Obregón, Delegación Iztapalapa, vicino alla stazione Guelatao della metropolitana, dove si terrà l´esposizione.
NEL LOCALE DELLA UNÍOS, calle Dr. Carmona y Valle #32, colonia Doctores

NEL CARACOL DI OVENTIK, CHIAPAS, SEDE DELLA GIUNTA DI BUON GOVERNO "CORAZÓN CÉNTRICO DE LOS ZAPATISTAS DELANTE DEL MUNDO", I GIORNI 31 DICEMBRE 2008 E PRIMO GENNAIO 2009.

NELLA CITTÀ DI SAN CRISTÓBAL DE LAS CASAS, CHIAPAS, I GIORNI 2, 3 E 4 GENNAIO 2009. NELLA SEDE DEL CIDECI, che si trova s Camino Real de San Juan Chamula s/n, Colonia Nueva Maravilla.

ALCUNI DEI SOTTO-TEMI DEL FESTIVAL SARANNO: UN´ALTRA CAMPAGNA UN´ALTRA POLITICA UN´ALTRA CITTÀ UN ALTRO MOVIMENTO SOCIALE UN´ALTRA COMUNICAZIONE UN´ALTRA STORIA UN´ALTRA ARTE E UN´ALTRA CULTURA UN´ALTRA SESSUALITÀ

IL FESTIVAL "UN ALTRO MONDO, UN ALTRO CAMMINO: IN BASSO E A SINISTRA", AVRÀ LE SEGUENTI CARATTERISTICHE:

1. - Nella sede di Città del Messico sarà installata una grande esposizione nazionale ed internazionale dove ogni lotta, ogni esperienza, ogni rabbia avrà un suo spazio dove potrà mostrare la sua lotta ed il suo coraggio. Affinché tutt@ possiamo guardarli, ascoltarli, conoscerli.
2. - Nella sede in territorio zapatista, la dignità e la rabbia si faranno arte e cultura, musica e canto, perché la ribellione si balla. E con le parole il dolore si farà speranza.
3. - Nella sede a San Cristóbal de las Casas, Chiapas, la parola andrà e verrà per far nascere altre parole e dare forza e ragione alla rabbia.
4.- I gruppi, collettivi ed organizzazioni nazionali ed internazionali che parteciperanno al festival saranno solo quelli invitati per tale scopo. Per questo, la Commissione Sesta dell’EZLN ha avviato consultazioni con organizzazioni politiche e sociali, così come con collettivi e gruppi anarchici e libertari, di comunicazione alternativa, di arte e cultura, di difesa dei diritti umani, di lavoratori e lavoratrici del sesso, con intellettuali attivisti sociali, con ex prigionier@ politic@, tutt@ aderenti alla Sesta Dichiarazione; e con gruppi, collettivi ed organizzazioni di altri paesi, tutt@ parte della Zezta Internazional. Dopo queste consultazioni si stabiliranno i criteri per gli inviti e le regole di partecipazione.
5. - Per le tavole rotonde e conferenze, l’EZLN inviterà organizzatori sociali, pensator@ e dirigenti di progetti anticapitalisti del Messico e del Mondo. La lista degli invitati sarà resa nota in seguito.
6. - Ulteriori dettagli su come pensiamo sarà questo festival della degna rabbia saranno comunicati a tempo opportuno (cioè, quando avremo un’idea approssimativa della faccenda in cui vi stiamo cacciando).
Per ora è tutto.

LIBERTÀ E GIUSTIZIA PER ATENCO!
Dalle montagne del Sudest Messicano.Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, Settembre 2008

sabato 13 settembre 2008

Parole del Tenente Colonnello Insurgente Moisés alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà con le comunità zapatiste

Caracol La Garrucha - 2 agosto 2008

Buona sera, compagni e compagne. Vi voglio dunque spiegare come si sta costruendo l'autonomia nei diversi Caracol e nelle Giunte di Buon Governo.
Ma prima di iniziare con questo, come vi ha detto compagno Subcomandante Insurgente Marcos, prima dell'arrivo dei compagni ribelli dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale in tutte le comunità si viveva molto male: sfruttati, umiliati, calpestati e saccheggiati.
Vi parlerò ora delle terre recuperate che erano dei latifondisti. I nostri nonni e nonne vivevano lì e da moltissimi anni.
Vedevano che i padroni erano prepotenti. E vedevano, i nostri nonni e nonne, che così erano i malgoverni.
Dunque, quando arriva l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale - come dice il compagno Subcomandante Marcos - è iniziato il lavoro nei villaggi parlando alla gente dello sfruttamento. Allora, i nostri compagni e compagne, i nostri nonni e nonne, i nostri papà e mamme, capirono la necessità di organizzarsi. Perché vedevano quello che stava succedendo e quello che subivano. C'era già dunque l'idea che bisognava organizzarsi, che bisognava unirsi, che così si aveva più forza. Ma a quei tempi non si poteva perché i padroni ed il malgoverno non lo permettevano. Ci sono molte storie riguardo a questo. Perché il malgoverno ci diceva che bisognava entrare nelle organizzazioni ufficiali, come la CNC, e poi la CTM, Confederazione Nazionale dei Lavoratori, qualcosa così.
Allora, i nostri papà ed i nostri nonni entrarono in quelle organizzazioni legali che, diceva il malgoverno, avrebbero risolto i nostri bisogni, le nostre richieste. Ci provarono ma non si risolse niente.
Venne l'idea che bisognava organizzarsi in maniera indipendente, con organizzazioni indipendenti; ci provarono e non si risolse niente. Solo persecuzioni, carcere, sparizioni.
Per questo quando arriva l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale i nostri villaggi cominciarono ad organizzarsi. Poi si fece l'apparizione pubblica - come ha detto il compagno Subcomandante Marcos - e lì si decise, nel '94, che dovevamo governarci da noi.
Grazie all'idea nata prima di unirci ed organizzarci. Perché si era visto da tempo che il malgoverno non ci rispettava. Quindi, all'inizio ci siamo organizzati nei municipi autonomi. Così si chiamavano "autonomi". Noi contadini, indigeni, tzeltales, tojolabales, choles, zoques, mames, non capivamo che cosa significava, che cosa voleva dire la parola "autonomia".
A poco a poco capimmo che l'autonomia era proprio quello che stavamo facendo. Il domandarci quello che avremmo fatto. Discutere nelle riunioni e nelle assemblee e poi decidere tra noi. Fino ad ora possiamo spiegare cosa è l'autonomia che si pratica nei nostri Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti.(...).Quello che pensavamo, che immaginavamo prima, ora è confermato. Noi indigeni siamo i più dimenticati. Ma sappiamo anche che di libertà, giustizia, e democrazia hanno bisogno anche quelli che non sono indigeni.
Ora il lavoro nei municipi autonomi si è consolidato. I nostri compagni e compagne hanno capito ed ora si rendono conto che così dovrebbe essere in tutto il Messico: il popolo comanda e chi sta al governo deve ubbidire. È così che lavorano le nostre compagne e compagni.
Si sta costruendo autonomia in tutti i settori. Si parla di salute, di educazione e di altre opere collettive, si discute, si analizza tutto nei villaggi e poi a livello generale si decide quello che si deve costruire.
Ci siamo resi conto, con i nostri compagni e compagne, che si può fare. Hanno imparato molto coi compagni e compagne delle Giunte di Buon Governo. Ed i nostri compagni hanno scoperto una cosa molto importante, che è la partecipazione delle compagne nei diversi incarichi nella costruzione dell'autonomia, e le nostre compagne non possono rimanere sole.
Certo, ci è costato molto. Perché le nostre compagne erano sempre trattate come un oggetto che sta in disparte. Al tempo dei padroni - come hanno raccontato le compagne nell'incontro delle donne - le nostre compagne, le nostre nonne erano maltrattate, violentate.
Allora, i nostri nonni tentarono di proteggere le nostre nonne nascondendole ai padroni, affinché non facessero loro del male. E purtroppo, solo gli uomini si riunivano a discutere e le compagne erano messe da parte.
Con la costruzione dell'autonomia che stiamo facendo ora, abbiamo scoperto che non possiamo continuare come prima a tenere in disparte le compagne. Adesso le compagne nei villaggi aiutano i compagni a risolvere i diversi problemi, a pianificare e a discutere, fanno proposte nelle assemblee dei municipi autonomi o nelle assemblee generali delle Giunte di Buon Governo.
Dove si impara questo? A che scuola? Dove si apprende? Proprio qui, nelle comunità. Migliorano quello che facciamo noi uomini. E se gli uomini fanno qualcosa che non va bene, li mettono in disparte.
Nella costruzione dell'autonomia le nostre comunità, uomini e donne, devono rispettare i sette principi del comandare ubbidendo. I nostri compagni e compagne dicono che se in Messico esistesse un governo che ubbidisce, il Messico sarebbe diverso. Con i nostri compagni autorità, cioè i commissari, le commissarie, gli agenti e le agenti, discutiamo e, per esempio, si parla del fatto che in Messico è il Congresso dell'Unione, i deputati e senatori che sono i rappresentanti del popolo del Messico, e allora le compagne e compagni autorità si chiedono: quando ci hanno consultati riguardo alle leggi che emettono? Si chiedono, per esempio, se sia stato chiesto loro quando Carlos Salinas de Gortari ha cambiato l'Articolo 27, quello che il nostro generale Emiliano Zapata era riuscito ad inserire nella Costituzione, secondo cui la terra non si vende né si affitta. Carlos Salinas, insieme ai senatori e deputati hanno cambiato questo articolo che ora dice che la terra sarà dei padroni che possono decidere quello che vogliono farne.
Dunque, la domanda che si fanno i nostri compagni e compagne autorità è: quando ce l'hanno chiesto? Allora dicono: non servono a niente questi deputati, deputate, senatori o senatrici che stanno lì. Non rappresentano il popolo del Messico, perché non ci domandano mai, non ci consultano mai. Crediamo che nemmeno gli operai vengano consultati sulle leggi che li riguardano.
Quando si fanno le assemblee generali nei municipi, le assemblee generali delle Giunte di Buon Governo, si parla di questo. Che cosa succederebbe se in Messico si chiedesse a tutti i milioni di indigeni, a tutti i milioni di operai, a tutti i milioni di studenti, di esprimersi sulla legge che vogliono?
Per esempio, dicono che Diego di Cevallos, che è stato senatore - credo - o deputato, è un proprietario terriero. Non sente come soffre un indigeno; non sente come soffre un operaio o un'operaia. Quindi, non capisce di che tipo di legge hanno bisogno i lavoratori della campagna e della città.
Compagni, compagne, parlare dell'autonomia sembra molto semplice, ma non è vero. I discorsi sono molto belli, ma la pratica è un'altra cosa. Ci sono molti scrittori, intellettuali, che hanno scritto libri sull'autonomia. Chissà, forse toccano il 2 o il 5 percento di quello che più o meno riguarda l'autonomia. Il 95 percento gli manca.
Per potere parlare di autonomia bisogna vivere dove la si sta facendo. Per scoprire, per vedere e conoscere cosa è. Perché bisogna vedere il modo in cui si pratica la democrazia, come si prendono le decisioni.
In questo caso l'autorità massima sono i compagni e le compagne della Giunta di Buon Governo. Loro si riuniscono per discutere i piani di lavoro. E poi li propongono alle autorità dei MAREZ ed ai compagni e compagne autorità dei MAREZ, cioè dei municipi autonomi; riuniscono i compagni e compagne autorità, cioè i commissari, le commissarie, gli agenti e le agenti dei villaggi. Si porta lì la proposta della Giunta di Buon Governo. E loro, commissari ed agenti la portano nei propri villaggi e la espongono alla Giunta di Buon Governo.
Dai villaggi escono le decisioni, si fa l'assemblea municipale. Lì si vota a maggioranza la decisione su quanto propone la Giunta di Buon Governo. E da lì si fa l'assemblea generale del territorio di competenza della Giunta di Buon Governo e si decide, ora sì, su mandato del popolo.
E poi, alla rovescia. Cioè, il contrario: i villaggi possono proporre dei lavori o delle leggi che si devono fare. Per fare un esempio, in questa zona tutti i villaggi adesso zapatisti stanno decidendo di come coltivare le terre recuperate. Adesso tutti i villaggi in questa zona sono impegnati in questo. Tutti. Manca l'assemblea generale di questa zona dalla quale uscirà il mandato relativo a come coltivare la terra.
Quindi, che cosa succede quando c'è un'assemblea generale? Fate conto di essere i commissari e gli agenti. A volte viene fuori una decisione a maggioranza e rimane una minoranza. Qualche compagno o compagna fa presente che l'accordo preso ha dei problemi che possono avere conseguenze. Allora, la maggioranza permette al compagno o alla compagna di esporre quali sarebbero le conseguenze. Quindi, l'assemblea pone attenzione alle argomentazioni del compagno o della compagna.
Se riguardano un lavoro che ancora non è stato fatto, la maggioranza dice: lo faremo e se non viene bene, noi che siamo quelli che comandano, lo rifaremo. Cioè, dicono alla minoranza che non si tiene conto di quello che dice, ma che le cose che si fanno possono essere migliorate.
La costruzione dell'autonomia in tutte le zone zapatiste è varia. Si fa in diversi modi. Lo vedrete parlando con i compagni e le compagne che andrete a visitare nei diversi Caracol, perchè non c'è un unico modello. Dipende dalla situazione in cui si vive in ogni zona.
Per esempio, nel Caracol di Oventik, di Morelia, di Roberto Barrios, ci sono molti paramilitari. Questo ci obbliga a considerare la costruzione dell'autonomia con molta sicurezza. Perché ci sono molte provocazioni dei paramilitari. In altri Caracol le distanze da un villaggio all'altro ci obbliga a procedere a velocità diverse nella costruzione della nostra autonomia.
Ma sotto un principio che dobbiamo osservare, i nostri sette principi. Che il nostro governo deve ubbidire ed il popolo comanda. Che i nostri governi autonomi devono abbassarsi al popolo e non salire in alto per comandare, per non consultare, per non proporre al popolo. Le nostre autorità autonome, i MAREZ e le Giunte di Buon Governo dobbiamo proporre al popolo. E non imporre. Le nostre autorità autonome devono lavorare per convincere il popolo, e non convincerlo per forza. Le nostre autorità devono costruire quello di cui si ha bisogno, quello che è buono, e non distruggere.
Le nostre autorità devono rappresentare, cioè quello che dice, la vera parola, il pensiero del popolo. Non possono dire che è la parola del popolo se non l'hanno consultato. Le nostre autorità autonome devono servire il popolo. E non che si servano di esso per essere governo autonomo.
Quindi, le nostre comunità, le nostre autorità presenti in ogni villaggio, così agiscono affinché si osservino questi principi. E qui, nelle Giunte di Buon Governo, uomini e donne si alternano al governo nelle proprie zone. Qui si è arrivati alla partecipazione di uomini e donne.
Così facendo, compagni e compagne, le nostre comunità pensano che forse questa pratica potrebbe essere utile ai nostri fratelli e sorelle di fuori, sia del Messico che di altri paesi. Perché, quando il popolo comanda, nessuno può distruggerlo. Ma, dobbiamo pensare che anche i popoli possono cedere, possono sbagliarsi.
Non è come adesso che possiamo incolpare i deputati ed i senatori, i governatori, i presidenti municipali. Ma il giorno in cui il popolo del Messico: operai, maestri, studenti, indigeni, contadini, tutti, il popolo del Messico, deciderà, non troveremo più chi incolpare.
Perchè se un giorno commetteremo un errore, così come siamo stati bravi a farlo, dovremo essere altrettanto bravi a pulire la merda che avremo fatto. E' proprio così che veramente decide il popolo. Ma questa ora deve togliersela chi comanda adesso, il malgoverno. Sono loro ad essere al potere.
Per questo diciamo che quello che ci fa praticare maggiormente l'autonomia è quando togliamo le terre ai proprietari terrieri, ai latifondisti. Quando si prendono i mezzi di produzione. Solo così si ottiene. Per questo c'è bisogno dell'organizzazione.
Dunque, compagni e compagne, in questo siamo impegnati. Speriamo di aver spiegato come lo facciamo e quanto manca ancora per migliorarlo. Ma lo vedrete visitando alcuni villaggi. Lì ve lo spiegheranno in maniera più diretta perchè l'hanno vissuta. E come l'hanno conquistata dove vivono ora.

Traduzione del Comitato Chiapas "Maribel" – Bergamo

Dalla Selva Lacandona alla Selva di Chiaiano

Dopo essere stati nel "cuore profondo" del processo di autogoverno e autonomia degli zapatisti torniamo nei nostri territori per difendere la nostra terra dalla devastazione ambientale.

martedì 2 settembre 2008

Parole del Subcomandante Insurgente Marcos alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà con le Comunità Zapatiste


Caracol La Garrucha - 2 agosto 2008

Buon pomeriggio, buona sera. Il mio nome è Marcos, Subcomandante Insurgente Marcos, e sono qui per presentarvi il Tenente Colonnello Insurgente Moisés. Lui è l’incaricato dell’attività internazionale per la Comandancia Generale dell’EZLN, che noi chiamiamo la Commissione Intergalattica e la Sesta Internazionale, perché, rispetto a tutti noi, lui è l’unico che riesce ad essere paziente con voi.
Parleremo lentamente, per permettere la traduzione. We will speak slowly, for the translation. Nous allons parler doucement, pour la traduction. Vogliamo ringraziarvi di essere venuti fino qua per conoscere direttamente quello che sta accadendo nel processo zapatista, non solo le aggressioni che stiamo subendo, ma anche quanto si sta realizzando qui in territorio ribelle, in territorio zapatista.
Speriamo che ciò che vedrete e che ascolterete possa essere portato lontano: in Grecia, in Italia, in Francia, in Spagna, nei Paesi Baschi, negli Stati Uniti e nel resto del nostro paese, con i nostri compagni dell’Altra Campagna.
Speriamo non facciate come la cosiddetta Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani, che la sola cosa che ha fatto venendo qua, alcuni mesi fa, è stata lavare le mani del governo perredista del Chiapas, dicendo che le aggressioni che subiscono le nostre comunità non vengono dal governo statale ma dal governo federale.
Vorrei introdurre quello di cui parlerà il Tenente Colonnello Moisés. Ci fa piacere che la vostra visita abbia coinciso con il suo passaggio da queste parti. Lui è il compagno che ha seguito più da vicino il processo di costruzione dell'autonomia nelle comunità zapatiste.
Vorrei spiegare, a grandi linee, la storia dell'EZLN e delle comunità indigene zapatiste in questo territorio, il Chiapas. Mi riferisco agli Altos del Chiapas, la zona del Caracol di Oventic; la zona tzotz choj, tzeltal-tojolabal, che è quella del Caracol di Morelia; la zona chol che è quella di Roberto Barrios, nel nord del Chiapas; la zona tojolabal o Selva Fronteriza, che è quella del Caracol di La Realidad; e questa che è la zona tzeltal, quella del Caracol di La Garrucha.
Domani siete invitati a visitare un villaggio che da molti anni è base di appoggio dell'EZLN. Avrete l'onore di essere guidati dal Comandante Ismael, che è qui. Questo compagno insieme al Señor Ik - il defunto Comandante Hugo o Francisco Gómez, il suo nome da civile - percorrevano queste gole diffondendo la parola zapatista quando nessuno era con noi.
Vi accompagnerà lui. Vedrete il luogo in cui i soldati cercavano marijuana. Vogliamo che vediate se c’è marijuana. Se la trovate non fumatela, ma denunciatelo affinché sia distrutta. No, non c’è marijuana. Ma a noi non credono, forse crederanno a voi. (…).
Con noi c’è anche il Comandante Masho, qui alla mia destra. Anche lui è uno dei compagni comandanti che erano con il Señor Ik, il Comandante Hugo, agli inizi dell’EZLN in questa vallata. E fa parte della Commissione Sesta dell’EZLN. Era con noi nel nordovest della Repubblica messicana a visitare comunità indios e compagni e compagne dell'Altra Campagna in Messico, in quella parte del paese.
Com’è cominciata? 24 anni fa, quasi 25, arrivò un piccolo gruppo di urbani, o di cittadini come diciamo noi, non in questa parte della selva, ma molto più all’interno, nella zona che ora è nota come la Riserva dei Montes Azules. In quella zona non c'era niente, solo animali selvaggi a quattro zampe ed animali selvaggi a due zampe, che eravamo noi. E la mentalità di quel piccolo gruppo - sto parlando del 1983-1984, cioè 24 o 25 anni fa - era la mentalità tradizionale dei movimenti di liberazione in America Latina, cioè: un piccolo gruppo di illuminati che si solleva in armi contro il governo. Questo fa sì che molta gente li segua, si ribelli e faccia cadere il governo e si instauri un governo socialista. Sono molto schematico, ma essenzialmente è quello che si conosce come la teoria del "fuoco guerrigliero".
Quel piccolo gruppo aveva quella mentalità tradizionale, classica od ortodossa, se la volete chiamare così, ma possedeva anche un bagaglio etico e morale che non aveva precedenti nei movimenti guerriglieri o armati in America Latina. Questa eredità etica e morale veniva da altri compagni che erano morti affrontando l'esercito federale e la polizia segreta del governo messicano.
Per tutti quegli anni rimanemmo soli. Non c'erano compagni nei villaggi. Nessuno dalla Grecia veniva a trovarci. Né dall'Italia né dalla Francia né dalla Spagna né dai Paesi Baschi. Nemmeno dal Messico! Perché questo era l'angolo più dimenticato di questo paese. Quello che era un fattore contro, più avanti si trasformò in un vantaggio: il fatto di essere isolati e dimenticati ci permise, allora, di vivere un processo di involuzione. Qualche ortodosso conoscerà il libro che racconta della "trasformazione della scimmia in uomo". Allora avvenne il contrario: l'uomo si trasformò in scimmia, che era quello che eravamo noi. Perfino fisicamente, per questo uso il passamontagna. È per una questione di estetica e di buon gusto che bisogna coprirsi il volto.
Questo piccolo gruppo sopravvisse alla caduta del Muro di Berlino, al crollo del socialismo, ai tentennamenti della guerriglia in America Centrale - prima col FMLN nel Salvador, poi con quello che una volta si chiamava il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, in Nicaragua. Ed in seguito, l'unione rivoluzionaria del Guatemala, la URNG -.
Ciò che lo fece sopravvivere furono due elementi, secondo noi: Uno, la sciocchezza o l'ostinazione che probabilmente quella gente aveva nel DNA. E l'altro, il bagaglio morale ed etico ereditato dai compagni e compagne che erano stati assassinati dall'esercito, proprio in quelle montagne.
Le cose stavano dunque così, con due possibilità: un piccolo gruppo che passa decenni rinchiuso in montagna aspettando il momento in cui succederà qualcosa per agire nella realtà sociale. O finire, come una parte della sinistra radicale nel Messico di allora, come deputati, senatori, o presidenti legittimi della sinistra istituzionale in Messico.
Accadde qualcosa che ci salvò. In quei primi anni ci salvò e ci sconfisse. Quello che accadde è qui seduto alla mia sinistra, il Tenente Colonnello Insurgente Moisés, il Comandante Masho, il Comandante Ismael e molti altri compagni che trasformarono l'EZLN da un movimento guerrigliero d'avanguardia ed ortodosso, in un esercito di indigeni.
Non si trattava solo del fatto che era un esercito composto in maggioranza da indigeni. In maggioranza… in realtà su 100 combattenti 99 erano indigeni ed uno era meticcio. Non solo questo, ma quell'esercito e la sua mentalità subì la sconfitta nel suo progetto illuminante, il suo progetto di guida, caudillista, rivoluzionario classico, dove un uomo, o un gruppo di uomini, si trasforma nel salvatore dell'umanità, o del paese.
Accadde che quel progetto fu sconfitto nel momento in cui ci confrontammo con le comunità e ci rendemmo conto non solo che non ci capivano, ma che la loro proposta era migliore.
Decenni prima, secoli prima era successo qualcosa. Ci stavamo confrontando con un movimento di vita che era riuscito a sopravvivere ai tentativi di conquista di Spagna, Francia, Inghilterra, Stati Uniti e di tutte le potenze europee, compresa la Germania nazista nel 1940-1945. Quello che aveva fatto resistere questa gente, questi nostri compagni e compagne in primo luogo, e poi, i nostri capi e cape di adesso, era stato l'attaccamento alla vita che aveva molto a che vedere con il loro bagaglio culturale. La lingua, il linguaggio, il modo di rapportarsi con la natura rappresentava un'alternativa non solo di vita, ma di lotta. Non stavamo insegnando a resistere a nessuno. Ci stavamo trasformando in alunni di quella scuola di resistenza di gente che lo stava facendo da cinque secoli.
Quelli che venivano a salvare le comunità indigene, furono salvati da queste stesse. E trovammo rotta, destino, strada, compagnia e velocità per il nostro passo. Quello che allora, ed ora, chiamiamo "la velocità del nostro sogno".
L'EZLN ha molti debiti con voi, con gente come voi, in Messico ed in tutto il mondo, ma il nostro debito fondamentale è nel nostro cuore: nel cuore indigeno. In questa comunità ed in migliaia di comunità come questa popolate da compagni basi di appoggio zapatiste.
Nel momento in cui il piccolo gruppo guerrigliero entra in contatto con i villaggi, sorge un problema ed un conflitto. Io posseggo la verità - io, il gruppo guerrigliero - e tu sei un ignorante, ti insegno, ti indottrino, ti educo, ti formo. Errore e sconfitta.
Nel momento in cui si inizia a costruire il ponte del linguaggio, ed incominciamo a modificare il nostro modo di parlare, iniziamo a modificare anche il nostro modo di pensare noi stessi e di pensare al nostro posto all'interno di un processo: Servire.
Da un movimento che si proponeva di servirsi delle masse, dei proletari, degli operai, dei contadini, degli studenti per arrivare al potere e guidarli alla felicità suprema, ci stavamo trasformando, gradualmente, in un esercito che doveva servire alle comunità. In questo caso, le comunità indigene tzeltales, le prime in cui ci stabilimmo in questa zona.
Il contatto con le comunità significò un processo di rieducazione più forte e più terribile dell'elettroshock praticato nelle cliniche psichiatriche. Non tutti lo sopportarono, ma alcuni sì.
Poi, che cosa è successo? Il fatto è che l'EZLN si trasforma in un esercito di indigeni, al servizio degli indigeni, e passa dai sei con i quali è nato l'EZLN, ad oltre seimila combattenti.
Che cosa fa scoppiare l'insurrezione del primo gennaio del '94? Perché decidemmo di sollevarci in armi? La risposta è nei bambini e nelle bambine. Non fu l'analisi della congiuntura internazionale. Ognuno di voi converrà con me che la congiuntura internazionale non era favorevole per un'insurrezione armata. Il campo socialista era stato sconfitto, tutto il movimento di sinistra in America Latina era in fase di ritirata. In Messico la sinistra stava piangendo la sconfitta dopo che Salinas de Gortari non solo aveva fatto una frode, ma aveva comperato buona parte della coscienza critica della sinistra in Messico.
Chiunque minimamente ragionevole ci avrebbe detto: non ci sono le condizioni, non sollevatevi in armi, consegnate le armi, entrate nel nostro partito, eccetera, eccetera. Ma qualcosa dentro ci disse di sfidare quei pronostici e quelle congiunture internazionali.
L'EZLN dunque si prepara, per la prima volta, a sfidare il calendario e la geografia dell'alto. Ho detto i bambini e le bambine. Successe che in quegli anni, a partire dal principio degli anni '90, fu introdotta una riforma che impediva ai contadini l'accesso alla terra. La terra, come vedrete domani, quando salirete la collina che va verso il villaggio di Galeana, quella era la terra che avevano i contadini: ripidi pendii pieni di pietre. Le buone terre erano nelle mani dei finqueros. Nei prossimi giorni vedrete anche quelle fincas e potrete constatare la differenza di qualità della terra.
Si era cancellata la possibilità ad accedere ad un pezzo di terra. Contemporaneamente le malattie iniziarono ad uccidere i bambini e le bambine. Dal 1990 al 1992 non c'era bambino nella Selva Lacandona che arrivasse a compiere cinque anni. Prima dei cinque anni morivano di malattie curabili. Non era il cancro, non era l'AIDS, non erano malattie di cuore, erano malattie curabili: tifo, tubercolosi e a volte una semplice febbre ammazzava bambini e bambine minori di cinque anni.
Capisco che in città questo può essere perfino un vantaggio: meno asini, più pannocchie, si dice. Ma nel caso di un villaggio indigeno la morte dei suoi bambini significa la scomparsa come popolo. Cioè, nel processo naturale, gli adulti crescono, diventano vecchi e muoiono. Se non ci sono bambini quella cultura scompare.
La moria degli indigeni, dei bambini e delle bambine indigene, acutizzò ancora di più il problema. Ma la differenza rispetto al resto di altri villaggi indios, è che qui c'era un esercito ribelle, armato. Furono le donne a spingere per questa scelta. Non furono gli uomini. So che la tradizione in Messico - i mariachi, Pedro Infante e tutto il resto - è che gli uomini sono molto machi. Ma non è stato così. Chi cominciò a spingere: bisogna fare qualcosa, basta, è ora di finirla, furono le donne che vedevano morire i loro figli e figlie.
Cominciò a diffondersi una voce in tutte le comunità: bisogna fare qualcosa, ora, facciamola finita, in tutte le lingue. In quel momento eravamo presenti ormai anche nella zona degli Altos. E lì avevamo due compagne che erano, e sono ancora, la colonna portante di quell’opera: la defunta Comandante Ramona e la Comandante Susana.
In diverse parti cominciò a nascere questa inquietudine, questo malessere… Chiamiamolo col suo nome: questa ribellione tra le donne zapatiste, secondo le quali bisognava fare qualcosa. Noi allora facemmo quello che dovevamo, domandare a tutti che cosa avremmo fatto. Allora, nel 1992, si svolse una consultazione - senza televisione, senza governo del Distretto Federale, senza niente di quello che c'è adesso - e villaggio per villaggio si fecero assemblee - come quella che stiamo facendo adesso -. Si presentava la questione. L'alternativa era molto semplice: se ci fossimo ribellati in armi ci avrebbero sconfitto, ma avremmo richiamato l'attenzione e le condizioni degli indigeni sarebbero migliorate. Se non ci fossimo ribellati in armi saremmo sopravvissuti, ma saremmo scomparsi come popoli indios.
La logica di morte è quando diciamo: non ci hanno lasciato altra scelta. Ora, dopo quattordici anni, quasi quindici, noi - quelli che siamo qui da più tempo - diciamo: che bello non aver avuto altra scelta.
Nei villaggi dissero: sei qui per questo, combatti, combatti con noi. Non si trattava solo di un rapporto formale, di comando. Perché formalmente era il contrario: formalmente l'EZLN era il comando e le comunità i subordinati. Nei fatti, nella realtà, era il contrario: i popoli sostenevano, si prendevano cura e facevano crescere l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
A quel tempo è stata importante anche la partecipazione di un compagno meticcio, proveniente dalla città, il Subcomandante Insurgente Pedro, che cade in combattimento il primo gennaio del 1994.
Di fronte a questa alternativa ed alle comunità che dicono "alziamoci in armi", il calcolo militare che facemmo - il Tenente Colonnello Moisés forse lo ricorda bene perché fu su questa montagna che sta alle spalle del villaggio, lassù, dove avevamo un accampamento, che si tenne una riunione di tutti i comandi zapatisti -, il piano che presentai loro fu questo: dobbiamo pensare bene a quello che faremo, perché quando si inizia qualcosa non si può tornare indietro.
Se noi andavamo a chiedere alla gente se ci si doveva sollevare in armi o no, non potevamo poi fermarci. Sapevamo e sentivamo che la risposta sarebbe stata un sì. E sapevamo e sentivamo che quelli che sarebbero morti erano quelli che si stavano riunendo su queste montagne, qui a La Garrucha.
Poi è successo quello che è successo. Non vi racconterò del primo gennaio del '94 perché iniziate a saperne un bel po' su di noi - almeno alcuni di voi, perché altri erano molto piccoli - e si apre una tappa di resistenza, diciamo noi, dove si passa dalla lotta armata all'organizzazione della resistenza civile e pacifica.
Accadde qualcosa in tutto questo processo sul quale voglio richiamare l'attenzione: il cambiamento della posizione dell'EZLN rispetto alla questione del potere. E la posizione rispetto alla questione del potere è quella che segnerà in maniera più profonda il percorso zapatista. Noi ci eravamo resi conto - e per noi vanno incluse le comunità, non solo il primo gruppo - ci eravamo resi conto che le soluzioni, come tutto in questo mondo, si costruiscono dal basso verso l'alto. E tutta la nostra proposta precedente, la proposta della sinistra ortodossa, fino ad allora, era stata il contrario: dall'alto si risolvono le cose per il basso.
Questo cambiamento dal basso verso l'alto per noi significava non organizzarci, non organizzare la gente per andare a votare, né per andare ad una marcia, né per gridare, ma per sopravvivere e per trasformare la resistenza in una scuola. Questo è stato quello che hanno fatto i compagni, non l'EZLN originale, quel piccolo gruppo, ma l'EZLN con ormai presente questa componente indigena. Quello che ora si conosce a grandi linee come la costruzione dell'autonomia zapatista è un processo che vi spiegherà ora il Tenente Colonnello Insurgente Moisés.
Prima di questo, volevo segnalare alcune cose. Si dice, non senza ragione, che negli ultimi due anni, il 2006 e 2007, il Subcomandante Marcos ha lavorato con impegno e con successo a distruggere l'immagine mediatica che si era costruita intorno a lui. E si fa osservare come persone che prima erano vicine a lui ora si siano allontanate o diventate addirittura anti-zapatiste. Alcune di queste persone sono andate nei rispettivi paesi a tenere conferenze e sono state ricevute come se fossero stati loro a ribellarsi in armi. Sono gli zapatologi, pronti a viaggiare con tutti i rimborsi spese, a ricevere gli applausi, le carovane e qualche altro favore, quando viaggiano all'estero.
Che cosa è successo? Vi dirò come la vediamo noi. Voi avrete la vostra opinione. Mi spiego: qui nelle zone indigene si parla molto dei "coyote". A differenza che tra gli yaquis ed i mayos per i quali il coyote è molto rispettato ed emblematico, in Chiapas no. Il coyote è l'intermediario. È qualcuno che compra a buon mercato agli indigeni e poi rivende al mercato a caro prezzo.
Quando scoppia l'insurrezione zapatista, nascono quelli che noi chiamiamo gli intermediari della solidarietà. Cioè, i coyote della solidarietà. Questa gente che diceva, ed ancora dice, di avere il contatto diretto con lo zapatismo, di avere il telefono rosso, sono quelli che sanno come stanno le cose qui, e questo per loro rappresenta un capitale politico. Vengono e portano qualche cosa, cioè pagano a buon mercato; se ne vanno e si presentano come emissari dell'EZLN: riscuotono molto.
La comparsa di questo gruppo di intermediari, in cui c'erano politici, intellettuali, artisti e gente del movimento sociale, ci nascondeva l'esistenza di altre cose, di altri in basso. Noi intuivamo che c'era la Spagna del basso; che c'erano i Paesi Baschi in rivolta; che c'era la Grecia ribelle; che esisteva la Francia insorta; che c'era l'Italia della lotta; ma non lo vedevamo. Temevamo, quindi, che neanche loro ci vedessero.
Questi intermediari organizzavano e facevano cose quando eravamo di moda ed incassavano il loro capitale politico. Così come chi organizza concerti e si tiene una quota: riscuote il suo salario, o quello che spetta alla sua organizzazione.
C'era un altro in basso. Abbiamo sempre avuto questa idea: lo zapatismo ha sempre detto di non essere l'unico gruppo ribelle, né il migliore. La nostra idea non era creare un movimento che egemonizzasse tutta la ribellione in Messico, o tutta la ribellione a livello mondiale. Non abbiamo mai aspirato ad una internazionale, alla quinta internazionale o non so a che numero sono arrivati - Ora c'è la Sesta. Ma questa è un'altra, questa è L'Altra Internazionale.
Che cosa è successo? Vi dirò alcune cose che per voi non saranno novità. La descrizione della sinistra istituzionale è perfettamente chiara per gli spagnoli, con Rodríguez Zapatero o Felipe González; per i Paesi Baschi - Gora Euskal Herria - ancora di più; anche per l'Italia ribelle non deve essere una novità; ed anche la Grecia può raccontarci molto; in Francia con Miterrand, il barone, è lo stesso.
In Messico, no. Continua ad esserci questa aspettativa: che è possibile che la sinistra che ci ritroviamo adesso, se arriva al potere, lo farà impunemente, cioè: può arrivare a governare senza smettere di essere di sinistra. Spagna, Italia, Francia, Grecia, praticamente tutti i paesi al mondo possono rendersi conto del contrario: di gente di sinistra, coerente - non necessariamente radicale - che smette di esserlo nel momento in cui arriva al potere. Varia la velocità, varia la profondità, ma inevitabilmente si trasformano. Questo è quello che noi chiamiamo "l'effetto stomaco" del potere: o ti digerisce o ti trasforma in merda.
In Messico questo avvicinamento della sinistra, o di quello che si autodefinisce sinistra, al potere - mi viene in mente ora che su un giornale è stato scritto che io non ero qui, ma che ero a Città del Messico alle feste della sinistra, ma non sapevo ci fosse una sinistra a Città del Messico e che facesse delle feste…. Sì c'è ancora, ma è un'Altra sinistra - dicevo, nel momento in cui si è presentata la possibilità del potere, è iniziato il processo di digestione e defecazione del potere su questa sinistra. (...)
Dunque, noi avremmo dovuto, ce lo chiedeva questo gruppo di intellettuali, artisti, leader sociali, ritornare alla situazione storica presente al 1984, quando pensavamo che un gruppo, o una persona, se arriva al potere, trasforma tutto dall'alto verso il basso. E che noi depositassimo la fiducia, il futuro, la nostra vita ed il nostro sviluppo nelle mani di un illuminato, di una persona, insieme ad una banda di 40 ladroni... che è la sinistra in Messico.
Noi abbiamo detto no. Non è che il presidente legittimo ci sia antipatico, semplicemente non crediamo in questo processo. Non crediamo che qualcuno, nemmeno così figo quanto il Subcomandante Marcos, sia capace di operare questa trasformazione. Noi non potevamo fare questo, ed allora c'è stata la rottura.
Voglio richiamare l'attenzione su una cosa: allora dicemmo quello che sarebbe successo. Quello che sta succedendo adesso. Quando noi lo dicevamo, dissero che stavamo facendo il gioco della destra. Ora che stanno ripetendo perfino con le nostre stesse parole quello che dicevamo due anni fa, si dice che è per fare un servizio alla sinistra.
Lo zapatismo è scomodo. È come se nel rompicapo del potere ci fosse un pezzo che non si incastra e di cui bisogna disfarsi. Di tutti i movimenti che ci sono in Messico, uno di questi - non l'unico - lo zapatismo, è scomodo per questa gente. È un movimento che non permette di accontentarsi, che non permette di arrendersi, che non permette di tentennare, che non permette di vendersi. E nei movimenti dell'alto questa è la logica, questo è razionale. È la "real politik", come si dice.
Allora si verifica l'allontanamento che, a poco a poco, incomincia a permeare perfino i settori internazionali, in America Latina ed in Europa, fondamentalmente. In questo percorso, tuttavia, si sono costruite relazioni più solide. Per citarne alcune, con i compagni della CGT della Spagna, con il movimento culturale ribelle dei Paesi Baschi, l'Italia sociale e, più recentemente, la Grecia ribelle ed insubordinata che abbiamo conosciuto.
Questo spostamento a destra si nasconde in questo modo, si dice: "L'EZLN si è radicalizzato ed è diventato più di sinistra". Scusate, ma il nostro progetto è sempre lo stesso: non cerchiamo la presa del potere, pensiamo che le cose si costruiscono dal basso. Quello che è successo è che quei settori, gli intermediari della solidarietà, i coyote internazionalisti, o l'internazionale del coyotaggio, si sono spostati a destra. Perché il potere non ti fa entrare gratis.
Il potere è un club esclusivo e bisogna avere determinati requisiti per accedervi. Quello che gli zapatisti chiamano "la società del potere" ha le sue regole. E vi si può accedere solo se si rispettano determinate regole. Chiunque cerchi giustizia, libertà, democrazia, rispetto per le differenze, non ha possibilità di accedervi, a meno che tentenni su queste idee.
Quando noi abbiamo cominciato a vedere questo spostamento a destra del settore apparentemente più zapatista, ci siamo chiesti che cosa c'era sotto, cosa c'era dietro. Ad essere sinceri siamo partiti dal contrario: abbiamo cominciato dal mondo, cioè a livello internazionale, e poi ci siamo chiesti del Messico.
Per ragioni che forse voi potete spiegare, la vicinanza dello zapatismo è stata più forte con altri paesi che col Messico. Ed è stata più forte in Messico che con la gente del Chiapas. Come se ci fosse un rapporto inverso nella geografia: chi viveva più lontano era più vicino a noi, mentre chi viveva più vicino era più lontano da noi.
È venuta l'idea di cercarli con l'intuizione ed il desiderio che esistessero: voi, altri come voi. È arrivata la Sesta Dichiarazione, la rottura definitiva con quel settore dei coyote della solidarietà. E la ricerca, in Messico e nel mondo, di altri che fossero come noi, ma che fossero diversi.
Oltre a questa posizione rispetto al potere, c'è una caratteristica essenziale nello zapatismo - e lo vedrete ora che siete qui in questi giorni o se parlerete con i Consigli Autonomi e con le Giunte di Buon Governo, ovvero con le autorità autonome -: la rinuncia ad egemonizzare ed omogeneizzare la società. Noi non pretendiamo un Messico zapatista, né un mondo zapatista. Non pretendiamo che tutti diventino indigeni. Noi vogliamo un posto, qui, il nostro, che ci lascino in pace, che non ci comandi nessuno. Questo è la libertà: che noi decidiamo quello che vogliamo fare.
E pensiamo che sia possibile solo se altri come noi lo vogliono e lottano per la stessa cosa. E si stabilisce un rapporto di cameratismo, diciamo noi. Questo è quello che vuole costruire L'Altra Campagna. Questo è quello che vuole costruire la Sesta Internazionale. Un incontro di ribellioni, uno scambio di apprendistati ed un rapporto più diretto, non mediatico, ma reale, di appoggio tra organizzazioni.
Alcuni mesi fa sono venuti qua compagni di Corea, Tailandia, Malesia, India, Brasile, Spagna - e non mi ricordo di che altre parti - di Vía Campesina. Noi li abbiamo incontrati a La Realidad ed abbiamo detto loro: l'incontro tra dirigenti per noi non vale niente. Tanto meno le foto con loro. Se le dirigenze di due movimenti non servono affinché i movimenti si incontrino e si conoscano, queste dirigenze non servono.
Diciamo la stessa cosa a chiunque venga a proporci questo. Quello che ci interessa è quello che c'è dietro: voi, altri come voi. Non possiamo andare in Grecia, ma possiamo fare un calcolo e dire che non sono tutti qua quelli che avrebbero voluto venire. Come possiamo parlare con questi altri? E dire loro che non vogliamo elemosine, che non vogliamo pietà. Che non vogliamo che ci salvino la vita. Che vogliamo un compagno, una compagna, ed uno/a compagno/a in Grecia che lotti per le proprie rivendicazioni. In Italia, nei Paesi Baschi, in Spagna, in Francia, in Germania, Danimarca, Svezia - non elenco tutti i paesi perché se ne salto uno poi mi contestano -…
Dove guardiamo noi? Mentre vi espongo questo rapido percorso, vi parlo di un'eredità morale ed etica dalla quale siamo nati. Ha a che vedere soprattutto con la lotta ed il rispetto per la vita, per la libertà, per la giustizia e per la democrazia. Noi abbiamo un debito morale con i nostri compagni. Non con voi, non con gli intellettuali che si sono allontanati, non con gli artisti né con gli scrittori, né con i leader sociali che ora sono antizapatisti.
Noi abbiamo un debito con coloro che sono morti lottando. E noi vogliamo che arrivi il giorno in cui ai nostri morti ed alle nostre morte potremo dire solo tre cose: non ci siamo arresi, non ci siamo venduti, non abbiamo tentennato.