lunedì 29 giugno 2009

Honduras - Comunicado n.1 del Frente de Resistencia Popular



Comunicado n.1 del Frente de Resistencia Popular

A la comunidad nacional e internacional comunicamos:

1. Que denunciamos que en la madrugada del 28 de junio del 2009 se ha perpetrado el brutal e inhumano golpe militar contra el gobierno legalmente constituido de Manuel Zelaya Rosales, Presidente de l República de Honduras.

2. Que es falso que el Presidente Manuel Zelaya Rosales y su Gabinete hayan renunciado a sus cargos, argumento utilizado de forma infame por parte del Congreso Nacional para oficializar la destitución del Presidente Zelaya e instalar en su lugar a Roberto Micheletti Baín.

3. Que el pueblo hondureño y la comunidad internacional sólo reconocen a Manuel Zelaya Rosales como actual y único Presidente de la República de Honduras.

4. Que nos hemos organizado en el Frente de Resistencia Popular, con carácter nacional y permanente en coordinación con todos los municipios del país, para crear una resistencia activa y pacífica con el fin de restituir el orden constitucional y el respeto a los derechos humanos.

5. Que los golpistas han creado un clima de inseguridad, amenaza, captura y terror, que pone en precario la vida del pueblo hondureño y de todos los hombres y mujeres que nos hemos manifestado a favor de una democracia participativa.

6. Que demandamos la solidaridad de la comunidad nacional e internacional, para restablecer los derechos constitucionales y la soberanía del pueblo hondureño.

7. Que debemos rechazar con dignidad y valor el cerco de rumores y mentiras con las que los grupos de poder y los golpistas intentan inmovilizar la voluntad popular a favor de la democracia.
8. Que convocamos a toda la población a mantenerse alertas y ocupar pacíficamente todos los espacios públicos a nuestra disposición, incluyendo los alrededores de la Casa Presidencial en Tegucigalpa, símbolo de la democracia legalmente constituida

Tegucigalpa, 28 de junio del 2009
FRENTE de RESITENCIA POPULAR

Colpo di stato in Honduras: Chavez minaccia un intervento militare



Attilio Folliero - lapatriagrande.org


All’alba, un gruppo di militari è entrato con la forza nella residenza del presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya; lo hanno sequestrato, portato all’aereoporto e fatto salire su un aereo, che si è diretto a San Jose di Costa Rica, dove è stato letteralmente scaricato. Manuel Zelaya in persona dichiarando a Telesur, ha spiegato come si sono svolti i fatti; ha negato di aver chiesto asilo politico al Costa Rica, dichiarandosi “ospite momentaneo” ed ha annunciato che sarà presente alla riunione dei paesi dell’ALBA, prevista per domani a Managua in Nicaragua.
Anche la Ministra degli Esteri, la combattiva, Patricia Rodas, è stata sequestrata e portata in una base aerea militare; al momento non si conoscono le sue condizioni. Gli ambasciatori del Venezuela, di Cuba e del Nicaragua, appena al corrente dei fatti erano andati a portare solidarietà e protezione internazionale a Patricia Rodas, ma i militari, in disprezzo di tutte le norme internazionali, disconoscendo la convenzione di Vienna, hanno sequestrato e maltrattato anche i tre; l’ambasciatore del Venezuela è poi stato rilasciato, in una strada nei pressi della base aerea e si è potuto mettere in contatto con le autoriíta del proprio paese.
Il comando militare, responsabile di questo golpe sembra intenzionato a far giurare come presidente della Repubblica, Micheletti, l’attuale presidente del Congresso Nazionale. A giustificazione del giuramente, adducono la rinuncia del Presidente Zelaya, cosa del tutto falsa e negata dallo stesso Zelaya.
Intanto, in tutto l’Honduras manca la elettricità e la Tv di Stato è stata oscurata. Il golpe è stato prontamente condannato da tutti gli organismi internazionali, dalla Comunità Europea, da Insulsa presidente della OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e dalla presidente cilena Bachelet, attuale presidente di UNASUR, l’Unione degli stati sudamericani.
Honduras è uno dei nove paesi membri dell’ALBA, l’Alleanza dei popoli bolivariani, organizzione di paesi Latinoamericani, fondata inizialemente nel 2004, da Chávez e Fidel Castro, cui si sono aggiunti successivamente altri sette stati, tra cui appunto l’Honduras.
Chavez appena avvertito si è prontamente attivato, consultando tutti i membri della organizzazione ed i principali governanti dell’America Latina. Dalla sua residenza ha responsabilizzato di questo colpo di stato, l’alto comando militare ed avvertito che non avrebbe tollerato un Micleletti presidente; per lui il presidente dell’Honduras è e rimane il presidente eletto, ossia Manuela Zelaya. Ha avvertito, in diretta Tv, che l’Alba, di fronte ad un colpo di stato in uno di paesi membri, non può rimanere a guardare, alludendo anche ad un possibile invio di truppe militari della coalizione per ristabilire l’ordine costituzionale.
Ricordiamo che in Honduras era prevista per oggi una consultazione popolare; non un referendum, ma una sorta di inchiesta per chiedere al popolo se nel prossimo referendum di fine anno, era daccordo con l’aggiungere una ulteriore domanda, concernente la possibilità di chiamare ad una successiva consultazione referendaria per chiedere una riforma costituzionale; ossia una domanda del tipo "Sei daccordo che, nel prossimo referendum venga aggiunta una domanda con la quale chiedere al popolo se è daccordo indire un referendum per chiedere una riforma della costituzione?" è bastata a spaventare l’estrema destra honduregna, di cui i militari golpisti sono solo i portavoci.
Mentre in Honduras migliaia di persone stanno protestando davanti il palazzo presidenziale, chiedendo ad alta voce il ritorno del rpesidente eletto, in tutti i paesi dell’Alba i popoli sono mobilitati; in particolare a Caracas si stanno avendo grandi raduni, sia davanti l’Ambasciata dell’Honduras, che davanti il palazzo presidenziale.
Anche gli Stati Uniti si sono pronunciati, dichiarandosi estranei a questo colpo di stato in Honduras e riconoscendo in Manuela Zelaya il presidente dell’Honduras.

sabato 27 giugno 2009

Un altro ragazzo ucciso dai respingimenti: si chiamava Amir e fuggiva dall'Afghanistan


Un desiderio finito sotto le ruote di un tir
un articolo di Basir Ahang, rifugiato politico e giornalista afghano


Amir, ragazzino afghano fuggito nel 2007 da una devastante guerra ormai trentennale, aveva tentato come molti altri suoi coetanei, di lottare per la propria sopravvivenza.
Dopo sei mesi di viaggio era finalmente riuscito ad arrivare in Grecia. La sua famiglia aveva allora pensato che Amir fosse al sicuro. Anche lui forse era contento e serbava nel cuore la speranza di una nuova vita, una vita migliore, diversa, da ricostruire e poter finalmente "vivere".
Come Amir, altri ragazzi, molti dei quali minorenni, si sentono al sicuro una volta giunti in Europa, è stato infatti insegnato loro, che qui i diritti umani esistono davvero e vengono rispettati. Nulla di più sbagliato.Quasi due anni della sua vita, Amir li aveva vissuti sotto la costante violenza della polizia greca, ma la speranza e la forza lui non le aveva perse.Ogni sera si nascondeva sotto un tir, nell’intento di arrivare in Italia, dopo aver capito che in materia di diritti umani, la Grecia non si poteva considerare Europa.Un suo amico, Hashim, racconta che assieme ad Amir un giorno si erano nascosti sotto un tir, all’arrivo di quest’ultimo davanti al check-in del Porto di Patrasso i poliziotti lo avevano trovato e fatto tornare indietro. Amir, invece, era stao più "fortunato", i poliziotti infatti non si erano accorti di lui e il viaggio era proseguito.Hashim continua, dicendo che quando i poliziotti lo avevano scoperto il suo pensiero era andato ad Amir e alla sua fortuna. Credeva che in Italia almeno lui avrebbe potuto trovare ciò per cui tanto aveva lottato.Hashim piange, non credeva che la vita del suo amico potesse fnire in modo tanto orrendo ed ingiusto, ma da una parte lo invidia: lui almeno non dovrà più provare dolore, sottostare ad ingiusitficata violenza, vivere nel ricordo della guerra.Amir finalmente è in pace, il suo viaggio è finito. Tre volte questo ragazzo era stato respinto dall’Italia. Schiacciato alle ore 15:30 del 23 Giugno 2009 sotto un tir di passaggio ad Ancona, morto dopo una lunga agonia alle 18:30, nell’indifferenza di uno Stato complice. Glielo dicano loro ora, alla sua famiglia che loro figlio è morto perchè qui nessun immigrato è ben accetto, glielo dicano loro che la sua morte è dovuta al suo essere "diverso", "immigrato", "clandestino". La vicenda è avvenuta in seguito alla chiusura del campo di Patrasso, decisa dal Ministro dell’Interno greco per far tacere l’opinione pubblica in seguito alla richiesta di spiegazioni sempre più pressante da parte di stampa, avvocati e Associazioni umanitarie. Ora, i ragazzi che prima risiedevano nel campo, di giorno si nascondono sulle montagne della città, mentre la sera tentano la fuga da un altro Paese che si vuole sbarazzare di loro. Ogni giorno dai Porti di Venezia, Ancona e Bari moltissimi giovani (perchè di giovani e bambini si tratta) vengono respinti verso Patrasso, qui vengono arrestati dai poliziotti greci che li segragano per almeno una settimana in container messi lì appositamente per loro.Container nei quali la polizia può sbizzarirsi per ferocia, utilizzando come sempre l’unico linguaggio universale che conoscono: la violenza.Da qui non è finita, perchè molti ragazzi vengono portati a Komotinì, città greca al confine tra Bulgaria e Turchia, altro "Paradiso dei Diritti Umani". In questa città, infatti, vi è un carcere, nel quale i richiedenti asilo vengono stipati fino a raggiungere un numero sufficiente per spedirli in Turchia e di qui alla volta dell’Afghanistan. La settimana scorsa 115 persone sono state respinte, 70 da Patrasso e 45 da Atene.Tre semplici domande: chi paga il biglietto aereo che respinge questi ragazzi dalla Turchia al loro Paese d’origine? L’Italia, la Grecia, la Turchia, o tutti e tre gli Stati da buoni amici si dividono le spese? E l’UNHCR? E le Nazioni Unite in tutto questo dove sono? Ci sentono? Ci vedono? Perchè la cecità potrebbe essere una comoda scusante, come una vacanza in Libia volendo.

Basir Ahang
Rifugiato politico e giornalista afghano

Lula regala l’Amazzonia ai latifondisti


Approvata la Misura Provvisoria (MP), la Legge del grilagem, che regala il 72% dell’Amazzonia ai latifondisti.


Il presidente Lula ha approvato la Misura Provvisoria (MP) 458, rifiutando solo l’articolo sette che riguarda persone che non abitano nella regione e imprese che sfruttano indirettamente l’area.
Anche se i parlamentari, i ministri e lo stesso Lula dicono che questa legge favorisce i piccoli e medi agricoltori della regione , il 72% di tutta l’area regolarizzata dalla legge é composta da latifondisti.
Per il presidente dell’Associazione Brasiliana della Riforma Agrária (ABRA), Plínio de Arruda Sampaio, la MP 458 ha favorito solo l’agronegozio
"Questa legge è stata fatta per legalizzare le terre rubate in Amazzonia. Chi ha falsificato gli atti di proprietà , i grileiros , ora con titoli regolari venderanno queste terre alle grandi imprese nazionali e straniere, che produrranno soia, canna da zucchero, allevamenti di bestiame e sfruttamento di legname . I piccoli proprietari non riusciranno a restare in una regione dominata dall’agronegozio."
67 milioni di ettari di terra in Amazzonia saranno trasferiti dallo Stato a privati.
Le Aree fino a 1,5 mila ettari, occupate entro il 1 Dicembre 2004, non devono pagare o pagheranno un valore simbolico per l’immobile . Questo rappresenta. il 28% dell’area totale e comprende più del 90% degli immobili.
Chi occupa aree più grandi dovrà pagare il valore di mercato allo Stato.


Aline Scarso, Da Brasil de Fato
Traduzione di Antonio Lupo (comitato MST/Italia)

Annuncio pubblico - Non siamo partiti da Cipro oggi

Il comunicato del Free Gaza Movement da Larnaca sulla mancata partenza delle due barche.

Questo non è il tipo di annuncio che noi del Free Gaza Movement intendevamo fare oggi. Speravamo di annunciare che le nostre due barche, Free Gaza e Spirit of Humanity, erano partite dal porto di Larnaca per un viaggio di 30 ore verso l'assediata Gaza, trasportando attivisti per i diritti umani arrivati a Cipro da tutto il mondo per partecipare a questo viaggio, 3 tonnellate di materiale sanitario e 15 tonnellate di calcestruzzo e materiale da ricostruzione terribilmente necessari.
Il premio Nobel per la pace Mairead Maguire, che torna per la seconda volta a Gaza, ha affermato: "(la popolazione di Gaza) deve sapere che non l'abbiamo dimenticata e non la dimenticheremo."
Questa era lo nostra speranza, ma non è questo che è accaduto.
Invece, le nostre barche non hanno ottenuto il permesso di partire oggi a causa della preoccupazione per il nostro benessere e la nostra salute. I nostri amici a Cipro ci hanno detto che il viaggio per Gaza è troppo pericoloso, e che sono preoccupati che possiamo essere danneggiati in mare.
Cipro è stata una patria stupenda per il Free Gaza Movement in questi ultimi 10 mesi. I Ciprioti conoscono di propria esperienza le conseguenze terribili di un'occupazione. Conoscono anche cosa significa soffrire della violenza, ingiustizia ed esilio. Sin dal nostro primo viaggio per passare attraverso l'assedio di Gaza, le autorità Cipriote sono state estremamente d'aiuto nel capire i nostri obiettivi e le nostre intenzioni.

Il viaggio a Gaza è pericoloso. La marina israeliana ha speronato la nostra imbarcazione, Dignity, quando provammo a trasportare materiale sanitario a Gaza durante il brutale attacco di Dicembre/Gennaio. Israele ha preventivamente minacciato di aprire il fuoco sulla nostra barca disarmata, piuttosto che consentirci di consegnare materiale umanitario e di ricostruzione alla popolazione di Gaza.
Il rischio che noi affrontiamo in questi viaggi è infinitesimale rispetto al rischio imposto ogni giorno alla popolazione di Gaza.
Lo scopo di azione diretta e non violenta e resistenza civile è quello di assumersi i rischi, di mettere se stessi "in mezzo alla via" dell'ingiustizia. Noi ci assumiamo questi rischi ben coscienti di quali possano essere le conseguenze. Noi agiamo così perchè le conseguenze del non fare nulla sono di gran lunga peggiori. Ogni volta che consentiamo a noi stessi di subire delle prepotenze, ogni volta che passiamo accanto ad un demone e lo ignoriamo, noi abbassiamo il nostro livello e consentiamo al nostro mondo di diventare sempre più duro e ingiusto per tutti noi.
Oltre alla preoccupazione espressa dai nostri amici Ciprioti oggi, il consolato Americano a Nicosia ci ha avvertito di non andare a Gaza, dicendo che :
"(...) Il Ministro degli Esteri Israeliano ha informato i funzionari USA presso l'Ambasciata Americana a Tel Aviv, che Israele considera ancora Gaza un'area di conflitto e che non "sarà consentito" di raggiungere la destinazione a nessuna barca Free Gaza che tenti di navigare verso la Striscia di Gaza."
L'ex Membro del Congresso USA e candidata alla Presidenza, Cynthia McKinney, ha risposto a questo avvertimento facendo notare che "La Casa Bianca dice che il cemento e il materiale sanitario dovrebbero entrare a Gaza e ciò è esattamente cosa stiamo cercando di portare a Gaza."
"Anzichè riportare a noi la linea politica Israeliana," ha continuato la McKinney , "...gli Stati Uniti dorebbero inviare un messaggio ad Israele reiterando la posizione della Casa Bianca che il blocco di Gaza dovrebbe essere allentato, che l'ingresso del materiale sanitario e da ricostruzione, incluso il cemento, dovrebbero essere consentiti. Si dovrebbe consentire alle imbarcazioni Free Gaza di raggiungere la loro destinazione, viaggiando dalle acque territoriali di Cipro, attraverso le acque internazionali, direttamente nelle acque territoriali di Gaza."
"Il Dipartimento di Stato ha scelto invece di avvisare noi di prendere sul serio la notifica di Israele. La nostra domanda è: Possiamo prendere sul serio il Presidente Obama? Sarà fedele alle proprie parole e consentire a noi di portare aiuti a Gaza o batterà in ritirata?"
Domani consegneremo un esonero, firmato da tutti noi che andremo a Gaza, in cui solleviamo Cipro di tutte le responsabilità sulla nostra sicurezza. Vorremo dire ai nostri amici qui a Cipro che sebbene noi capiamo e apprezziamo la loro preocccupazione, noi non ci pieghiamo alle minacce ed alle intimidazioni di Israele.

Una studentessa di Siviglia sarà giudicata per "appoggio al Pkk"

"Il mio nome è Adriana Espinosa, sono una studentessa di giornalismo presso l'Università di Siviglia e il prossimo 1 luglio sarò giudicata da un tribunale penale in Gaziantep (Turchia), accusata di 'dirigere, coordinare e partecipare a manifestazioni illegali a sostegno del terrorismo'..."

La notizia e l'approfondimento lo trovate in spagnolo a questo indirizzo
http://zinarala.blogspot.com/2009/06/una-estudiante-sevillana-sera-juzgada.html

Iğdir, corridoio verso la pace

Da Iğdir, scrive Alberto Tetta

Il confine chiuso.
Viaggio verso l'Armenia attraverso la provincia turca di Iğdir, dove il partito filo curdo DTP ha vinto le ultime elezioni con lo slogan “Viva la fratellanza tra i popoli”. Ai piedi del monte Ararat, in attesa di poter incontrare il vicino. Prima parte del nostro reportage


Solo una manciata di chilometri separano Yerevan da Iğdır, la più orientale delle provincie turche. Nelle nottate senza nuvole, dalle finestre della capitale armena sono ben visibili le luci dei villaggi turchi sul monte Ararat. Il confine tra Armenia e Turchia, tuttavia, è chiuso dal 1993. Da sedici anni, infatti, in seguito alle misure di ritorsione di Ankara contro l'Armenia per la guerra con l'Azerbaijan in Nagorno-Karabakh, merci e persone non possono transitare liberamente tra i due paesi.

Osservatorio Balcani e Caucaso ha percorso il confine turco-armeno raggiungendo Yerevan attraverso la Georgia. Abbiamo chiesto alle persone che abitano vicino alla frontiera tra i due paesi cosa pensano delle trattative tese alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia iniziate lo scorso anno, e come la chiusura del confine influenza la loro vita quotidiana.
Iğdır è una piccola cittadina, a venticinque ore di autobus da Istanbul. Per tre ore, prima di arrivare a destinazione, il pullman procede lentamente per ripide strade di montagna ma, mano a mano che ci si avvicina alla città, i rilievi si fanno più lievi e verdi fino a diventare pianura. Iğdır, oltre ad essere una provincia di confine (a nord l'Armenia, a est la provincia azera del Nakhchivan a sud-est l'Iran) è uno dei luoghi più multietnici della Turchia. La maggioranza della popolazione è turco-azera. I curdi, tra il 30 e il 40% della popolazione, sono il secondo gruppo etnico più importante, inoltre abitano a Iğdır anche molti azeri di Azerbaijan e una comunità turca. La cittadina è al centro di una vallata dominata dall'imponente Monte Ararat, Monte Ağrı per i turchi. Il monte Ararat è stato caricato dalle autorità turche, in particolare dai governi nazionalisti, di un forte significato politico. A una ventina di chilometri da Iğdır, proprio ai piedi della montagna, è stato costruito un memoriale alto più di quaranta metri, inaugurato nel 1999 da Ramazan Mirzaoğlu - allora ministro di un governo di coalizione guidato dai kemalisti del Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi, in turco) - con l'appoggio dei neo-fascisti Lupi Grigi organizzati nel Movimento di Azione Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi). Il monumento, il più alto della Turchia, è stato costruito per ricordare le violenze che, secondo la storiografia turca ufficiale, sarebbero state commesse dagli armeni ai danni dei turchi durante la prima guerra mondiale. Il “Genocidio Turco” avrebbe creato il clima di odio inter-etnico che avrebbe poi spinto le autorità turche a “spostare” gli armeni verso la Siria, allora provincia meridionale dell'Impero Ottomano. Secondo gli armeni questo museo-memoriale è un insulto alla memoria delle vittime del Genocidio Armeno. Nonostante la vocazione multietnica di Iğdır e la sua posizione strategica, i turchi di origine azera hanno controllato per decenni il governo provinciale indirizzando i propri voti o verso candidati islamisti o verso la destra estrema. I sindaci eletti con l'appoggio degli azeri, durante il loro mandato, hanno quindi stretto accordi commerciali e gemellaggi solamente con città azere. Passeggiando per le strade di Iğdır sembra di essere già in Azerbaijan, bandiere azere ovunque, negozi e alberghi con nomi azeri e perfino, dietro al municipio, un grande giardino intitolato al ex-presidente dell'Azerbaijan Haydar Aliev con al centro una scultura che lo ritrae. Con le ultime elezioni amministrative del marzo 2009, però, qualcosa è cambiato a Iğdır: gli azeri hanno disperso il loro voto dividendosi tra sostenitori del candidato islamista del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi) e quello del Movimento di Azione Nazionalista di estrema destra. A conquistare la poltrona di sindaco è stato il terzo candidato in lizza, Mehmet Nuri Güneş, del pro-curdo Partito della Società Democratica (Demokratik Toplum Partisi). Mentre i sindaci dell'MHP, sostenuti dai turco-azeri, si sono sempre schierati con forza contro l'apertura del confine, considerata una giusta ritorsione da parte della Turchia nei confronti dell'Armenia per l'occupazione del territorio azero del Nagorno-Karabakh, il nuovo sindaco si è detto favorevole alle trattative per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia iniziate l'anno scorso. Dopo la visita in Armenia del presidente turco Abdullah Gül, invitato dal presidente armeno Serzh Sargsyan per seguire la partita di calcio tra Turchia e Armenia lo scorso anno, sono aumentate le speranze di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e della riapertura del confine. Tahir Alagöz, segretario del DTP di Iğdır, ha dichiarato a Osservatorio che “l'apertura del confine sarebbe un vantaggio sotto ogni punto di vista per i popoli di entrambi i paesi, e in particolare per noi che viviamo vicino al confine. Finalmente potremmo incontrarci, dialogare guardandoci negli occhi, intraprendere relazioni commerciali. Da molti anni il popolo turco considera gli armeni dei nemici, e viceversa. Questo non ha senso. La situazione deve cambiare, vogliamo che il confine sia aperto. Non è solo per necessità di tipo economico, desideriamo rompere il circolo vizioso che si è instaurato, non ci conosciamo, ma costruiamo la nostra idea sugli altri in maniera mediata. Per vivere assieme bisogna considerare la multiculturalità una ricchezza, non combatterla o averne paura come fanno i nazionalisti turchi”. Secondo diversi osservatori internazionali, sebbene il primo ministro turco Recep Tayip Erdoğan, durante la sua visita a Baku il 13 maggio scorso, abbia rassicurato il suo omologo azero affermando che “il confine rimarrà chiuso fino a quando l'Armenia non si ritirerà dai territori azeri occupati”, una trattativa segreta tesa alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche sarebbe ancora in corso. Molti politici turchi, anche tra le fila dello stesso AKP di Erdoğan, continuano però ad opporsi con forza al riavvicinamento con Yerevan. Tra gli altri il ministro della Giustizia Cemil Çiçek che, lo scorso aprile, in seguito al risultato favorevole al DTP in molte provincie del sud-est a maggioranza curda, si è fatto portavoce di coloro che in Turchia considerano ancora curdi e armeni come nemici da combattere. “In una particolare regione (il sud-est a maggioranza curda) non è rimasto altro partito che il DTP. Hanno conquistato persino Iğdır, e ricordiamoci che questa provincia confina con l'Armenia. In quella zona l'AKP ha vinto solamente a Mardin. E' naturale che dobbiamo rallegrarci di aver vinto ad Ankara e che il CHP si ritenga soddisfatto di aver conquistato Izmir, ma la gioia per queste due vittorie non ci deve far dimenticare una regione così importante per la sicurezza del paese. Bisogna guardare a quello che succede in quella zona con un attenzione particolare”. Mehmet Nuri Güneş, neo-sindaco di Iğdır per il DTP, intervistato da Osservatorio Balcani e Caucaso è stato molto netto nel commentare le parole di Çiçek: “La Turchia è un paese naturalmente multiculturale, questa situazione non è facile da governare, a tutti deve essere ben chiaro che l'epoca in cui si pensava che la soluzione ai conflitti inter-etnici fosse l'assimilazione culturale, è finita. Questo paese ha bisogno di amministratori intelligenti e capaci, il nostro ministro della Giustizia non è tra questi, anzi è affetto da manie di persecuzione, è psicologicamente malato”. E ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è essere per la Turchia un esempio di convivenza e di multiculturalismo, vogliamo essere una città modello, il mio slogan e anche quello della campagna elettorale del mio partito è stato “viva la fratellanza tra i popoli!”. Con questo slogan abbiamo vinto, ora si tratta di mettere in pratica questo principio, stiamo investendo tutte le nostre energie per farlo. Per Iğdir essere una città multiculturale è una ricchezza enorme e se la Turchia vuole buone relazioni diplomatiche con i paesi confinanti deve passare per Iğdır. La nostra provincia è il corridoio che chi vuole la pace deve percorrere”. Il posto di frontiera con l'Armenia, a una manciata di chilometri da Iğdır, rimane però chiuso, nonostante il 62,8% dei turchi sia favorevole alla sua riapertura, secondo un'inchiesta dell'istituto turco di statistica Metropoll. Per raggiungere Yerevan bisogna passare per la Georgia, il viaggio in pullman dura più di 24 ore e non esistono collegamenti diretti. Il corridoio verso la pace di Iğdır, per il momento, rimane ancora un vicolo cieco.


Visita la galleria fotografica del viaggio (foto di A. Tetta)

venerdì 26 giugno 2009

Honduras sull’orlo di un colpo di stato tecnico

Il presidente Zelaya destituisce il Capo delle Forze Armate e chiede alla gente di scendere in strada



A solo tre giorni della realizzazione di un referendum nazionale, in cui i cittadini dell’Honduras dovranno decidere se appoggiare la proposta presidenziale di creare una Quarta Urna durante le elezioni nazionali del prossimo novembre, con l’obiettivo di installare un’Assemblea Costituente che riformi l’attuale Costituzione, la situazione nel paese centroamericano sembra precipitare.
Durante la serata di mercoledí 24 giugno, il presidente Manuel Zelaya ha rimosso il capo delle Forze Armate, Romeo Vásquez Velásquez, colpevole di essersi rifiutato di iniziare le operazioni di distribuzione del materiale per lo svolgimento del referendum. Allo stesso tempo ha accettato le dimissioni del ministro della Difesa, Edmundo Orellana.
Di fronte a questa decisione, l’impresa privata ed i vari Poteri ed istituzioni dello Stato hanno alzato la loro voce contro il presidente Zelaya, e la Corte Suprema di Giustizia ha ordinato la reintegrazione di Romeo Vásquez al suo posto, assicurando che "sono stati violati i suoi diritti", ha dichiarato il magistrato Rosalinda Cruz, in una chiara dimostrazione di invasione dell’autonomia dei Poteri statali.
Sostenuto e scortato da centinaia di persone appartenenti alle organizzazioni sociali, sindacali e popolari, il presidente Zelaya ha quindi raggiunto la sede della Forza Aerea dove si trovava il materiale per il referendum e sfidando la risoluzione del Tribunale Elettorale che ne aveva ordinato il sequestro, il presidente e la moltitudine ne hanno preso possesso per garantire lo svolgimento del referendum la prossima domenica 28 giugno.
Le ultime notizie che arrivano dall’Honduras segnalano una riunione urgente dei deputati del Congresso Nazionale che starebbero preparando un’indagine per accusare Zelaya di una serie di delitti, in modo da chiederne la destituzione.
Intanto il presidente pro tempore del Sistema d’Integrazione Centroamericano (SICA), Daniel Ortega e i governi dell’Alternativa Bolivariana delle Americhe (ALBA), hanno emesso comunicati in cui si dichiarano solidali con il presidente Zelaya.

http://nicaraguaymasespanol.blogspot.com/2009/06/comunicados-sica-y-alba-respaldando-al.html

Per conoscere i dettagli di quanto sta accadendo in queste ore in Honduras, la Lista Informativa "Nicaragua y más" ha conversato con Erasto Reyes, coordinatore del Bloque Popular de Honduras.

Che cosa è accaduto durante la giornata di ieri, 24 giugno?
Sappiamo che nel pomeriggio di mercoledì un gruppo di imprenditori si è riunito con il Comando delle Forze Armate e sono iniziate a circolare voci su un possibile colpo di Stato contro il presidente Zelaya. Di fronte a questa minaccia, membri delle organizzazioni sociali, sindacali e popolari del paese hanno iniziato a concentrarsi davanti alla Casa di Governo per appoggiare il Presidente. Hanno passato lì tutta la notte invitando la popolazione e le altre organizzazioni a partecipare a questa mobilitazione in difesa dello Stato di Diritto e la Costituzione. Zelaya si è prima riunito con le organizzazioni popolari e in un secondo momento con la Giunta di Comandanti ed è stato allora che ha ordinato al capo delle Forze Armate, il generale di Divisione Romeo Vásquez Velásquez, di eseguire la distribuzione del materiale per il referendum nazionale. Al negarsi, il presidente Zelaya ha deciso di destituirlo, mentre il ministro della Difesa ha presentato le sue dimissioni che sono state immediatamente accettate.
Di fronte a questa decisione del generale Vásquez e temendo un colpo di Stato, il presidente Zelaya ha deciso di chiedere alle organizzazioni sociali di riconcentrarsi davanti alla Casa di Governo durante tutta la giornata di giovedì 25. Dopo un lungo discorso è quindi uscito e si è messo alla testa di una manifestazione che si è diretta verso le istallazioni della Forza Aerea, dove si trova il materiale per il referendum che il Tribunale Supremo Elettorale aveva ordinato di porre sotto sequestro.

Come valutate il fatto che quasi tutti i Poteri dello Stato si sono dichiarati contro la realizzazione del referendum e della Quarta Urna?
È ormai evidente che chi controlla lo Stato in Honduras sono i gruppi di potere, le multinazionali, che sono poi i settori che in queste ore stanno difendendo i loro interessi politici ed economici.

Come si stanno muovendo i movimenti sociali e le organizzazioni sindacali e popolari?
Stiamo sostenendo il presidente. È vero che ci sono molti punti su cui siamo in disaccordo con questo governo, ma è anche vero che dobbiamo riconoscere al presidente Zelaya molte cose positive che ha fatto, come ad esempio l’aumento del 60 per cento al salario minimo nelle zone rurali e urbane. Abbiamo considerato come molto positiva la decisione di sostenere la partecipazione dell’Honduras all’ALBA ed anche la convocazione a questo referendum popolare, in quanto nel passato non era mai stato chiesto al popolo honduregno di esprimersi su temi così importanti come una riforma costituzionale. Noi stiamo con il popolo dell’Honduras e se questo implica difendere il Presidente della Repubblica, lo faremo sicuramente.

Sul tema della Quarta Urna si è detto che l’unico obiettivo di Zelaya sarebbe quello di rieleggersi come presidente. Che opinione hanno di ciò le organizzazioni e i movimenti sociali?
Noi non stiamo sostenendo la rielezione di nessun presidente. Stiamo sostenendo un processo di consultazione che potrebbe portare all’installazione di una Assemblea Costituente, nella quale verrebbe garantito uno spazio di partecipazione per le organizzazioni sociali che rappresentano quei settori che non hanno mai avuto la possibilità di entrare in Parlamento. Parlo dei contadini, degli operai, delle donne lavoratrici e delle casalinghe, delle popolazioni indigene, ma anche della piccola e media impresa. Un’Assemblea Costituente ed una riforma alla Costituzione in cui si riscatti lo Stato dell’Honduras a favore degli honduregni, per difendere le nostre risorse naturali, per recuperare l’energia, la salute, l’educazione e la terra. La nostra proposta è diretta a seppellire il modello neoliberista.

Credete che in realtà ci sia il rischio di un colpo di Stato?
Il fatto che il capo dell’Esercito abbia disobbedito ad un ordine del Presidente della Repubblica è già un colpo di stato tecnico. Ora bisogna vedere che cosa accadrà nelle prossime ore e chi verrà nominato al posto del generale Vásquez per ristabilire l’istituzionalità nel paese.

Come si muoveranno i movimenti e le organizzazioni sociali?
A San Pedro Sula la gente si sta concentrando nel parco centrale e ci sono migliaia di persone che si sono messe in cammino verso la capitale Tegucigalpa. Altre migliaia di persone stanno accompagnando il presidente nella manifestazione. Non c’è dubbio che la mobilitazione continuerà fino a che non saremo sicuri che lo Stato democratico sia al sicuro.



© (Testo e Foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua www.itanica.org )

mercoledì 24 giugno 2009

Il Free Gaza mov. verso l'ottava missione nella Striscia.



Il movimento Free Gaza ha annunciato la propria intenzione di salpare per l'ottava missione diretta a rompere l’assedio israeliano a Gaza.

Alla spedizione dovrebbe partecipare anche il leader del Partito verde negli Usa, Cynthia McKinney, candidata alle elezioni presidenziali del 2008.

Insieme alla McKinney, il convoglio Free Gaza conterà altri 36 partecipanti e modesti carichi di materiali per l’edilizia, come il cemento, anticipando una flotta più consistente che il movimento prevede d’inviare nel corso dell’estate.
“È soprattutto dall’operazione Piombo Fuso che voglio andare a Gaza – ha dichiarato la McKinney – e, se sono fortunata, un giorno riuscirò a visitare una Palestina libera”.

Mairéad Maguire, premio Nobel irlandese per la pace, parteciperà anche lei al convoglio: “Vado a Gaza per mostrare il mio amore e il mio sostegno per il popolo di Gaza, che continua a soffrire sotto l’assedio e l’occupazione israeliani, ma il cui spirito di resistenza non-violenta ispira tutti coloro che credono nell’uguaglianza, nella libertà e nella giustizia”.

Kurdistan: viaggio nel paese proibito

Usa-Iran: la pistola sul tavolo


di Lucio Caracciolo

La Guida suprema iraniana Khamenei ha blindato la vittoria di Ahmadinejad perché voleva che fosse lui a trattare con Obama. Il presidente americano rischia, ma vuole trattare con Teheran. Il problema dell'atomica.

Barack Obama vuole passare alla storia come il leader americano della mano tesa alla galassia islamica. Ora sappiamo che la mano da stringere, sul decisivo fronte iraniano, sarà quella di Mahmud Ahmadinejad.Salvo che la crisi conseguente alla vittoria più o meno rubata dello "spazzino del popolo" porti, come oggi non pare, al collasso del regime.


Sapremo dunque presto di che pasta è fatto Obama: un Jimmy Carter al quadrato, ingenuotto e figlio dei fiori, come pensano molti dirigenti israeliani? Oppure un realista alla Kissinger, che non si perde in fumisterie e bada all´interesse nazionale, pur con un debole per la magniloquenza?

Perché se la Guida Suprema ha blindato il risultato elettorale
, imponendo il trionfo di Ahmadinejad al primo turno, lo ha fatto perché conscio che il 12 giugno non si eleggeva solo il presidente dell´Iran, ma l´uomo che dovrà trattare con Obama. Khamenei voleva che a questo scopo fosse deputato il leader da lui inventato, piuttosto che l´odiato Mussavi, o chiunque altro dietro cui si stagliasse l´ombra dell´ancora più detestato Rafsanjani. Naturalmente riservando a se stesso l´ultima parola.

In gioco, nella partita con l´America, non è solo la bomba atomica, la stabilità dell´Iraq e dell´Afghanistan, la rilegittimazione dell´Iran come potenza regionale. Molto più, in questione è la sopravvivenza del regime. Khamenei non si fida delle garanzie di Obama. Pensa che l´America non si darà pace finché non avrà abbattuto la Repubblica Islamica. Lo scopo ultimo della trattativa con Washington che quasi tutti i leader iraniani vogliono – con toni e in modi diversi – è la piena accettazione dell´Iran come grande potenza islamica nella regione e nel mondo. Dunque, se Teheran apre il tavolo del negoziato vero, a 360 gradi, la parola d´ordine è: vietato fallire.

Lo stesso vale per Obama. Per questo evita di impelagarsi nella partita iraniana, contando che la protesta si sgonfi abbastanza in fretta. Non è uomo da "rivoluzioni colorate". Crede che il cambiamento sia necessario e possibile, ma non attraverso interventi militari o complotti dell´intelligence – in Iran nessuno ha dimenticato la defenestrazione di Mossadeq per mano della Cia, più di mezzo secolo fa. è il dialogo che mina i regimi. Non lo scontro frontale che spesso li cementa.

E' chiaro che per Obama trattare con Ahmadinejad significa rischiare l´osso del collo. Moussavi, che nella sostanza non è così diverso dal suo eversore, ci avrebbe almeno messo una faccia nuova, non sporcata dalle contumelie antisemite del presidente attuale.

tratto da Limes

Perù: ritirati i decreti legislativi sull'estrazione petrolifera ed il TLC in Amazzonia

Dopo il massacro di decine di indigeni nell'Amazzonia peruviana il presidente aprista Alan Garcia fa marcia indietro.

Giornata storica per le comunità indigene peruviane.

L'Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Selva Peruviana (Aidesep) ha espresso in un comunicato ufficiale soddisfazione per la decisione del Congresso Nazionale di ritirare i contestati decreti legislativi 1090 e 1064 sulle normative legate all'estrazione petrolifera e sugli accordi internazione del Trattato di Libero Commercio.

Daysi Zapata, portavoce dell'organizzazione indigena peruviana, ha inoltre esortato il governo a riprendere il dialogo sincero e trasparente con le comunità per il bene del paese.

Ha inoltre sottolineato come i decreti legislativi sono considerati come un'attentato all'Amazzonia ed ai suoi popoli e che se la decisione di ritirare tali decreti fosse stata presa in considerazione prima si sarebbero evitatati morti e scontri tra cittadini peruviani.

Leggi il comunicato del AIDESEP

Il dolore degli iraniani

Lettera aperta di un'iraniana al suo popolo e all'Occidente

Tutto e' nero.Tutto ha perso il significato. Anche la lotta virtuale su internet. Su Facebook vedi tutti gli utenti con la stessa foto con i nomi cambiati. Non riconosci più gli amici.

Ti dicono di fare la stessa cosa. Ti dicono che gli studenti che in Italia hanno partecipato alle manifestazioni al rientro in Iran sono stati arrestati o si sono visti ritirare il passaporto. "Non tornare in Iran", ti dicono e tu senti un vuoto nel cuore. Fino a poche settimane fa ti sentivi soffocata perche' avevi paura di dire quello che pensavi. Oggi tremi nella prigione dell'angoscia di non poter piu' tornare nel tuo Iran. Pensi agli occhi della ragazza pochi secondi prima della sua morte, li ha visti tutto il mondo. Sta morendo e le dicono "non aver paura" e muore. Non so se ha avuto paura. Non avevo visto morire nessuno. In lei ho visto morire il mio Paese. Nei suoi occhi che si perdevano nel nulla ho visto morire l'umanità. Ebbene ti dici che non hai niente da perdere. Tanto ormai abbiamo perso tutti. Siamo dei grandi perdenti.

Abbiamo perso il nostro Iran. Ha perso la democrazia, cosi' come hanno perso i nuovi amici occidentali dell'Hitler iraniano. Anzi. Qua dobbiamo parlare di tanti Hitler. Stringetevi la mano e fate un brindisi con l'Occidente adesso che l'Iran non esiste piu'. Il nostro grido soffocato verra' forse ricordato dalla storia.
Il nemico e' nostrano. Segue le orme d'Israele. Le folle disperate degli iraniani intorno ai cadaveri morti mi ricordano i palestinesi. Quasi la stessa disperazione, ma la stessa identica angoscia, perche' l'Iran e' ormai occupato.
Noi abbiamo votato, loro ci hanno ucciso e l'Occidente ha taciuto. Voi fate brindisi alla vostra vittoria. Noi piangeremo la nostra rovina.

Solo fino a pochi giorni fa, verde era il colore della speranza. Oggi e' il colore del sangue, del lutto, della perdizione, degli occhi che si spengono per un Paese.
"Non avere paura", mi dico. Eppure piango e tremo. Ho sempre pensato a quelli che per aver detto la verita' dovevano vivere lontano dal Paese. Oggi vedo me e i miei amici tremare afflitti dalla paura. E' immisurabile la profondita' di questo dolore.
Ci hanno dimenticato tutti. Perfino il buon Dio sembra non voler sentire le nostre grida. E io non so piu' cosa rispondere agli amici atei. Hanno un sorriso amaro. Come se mi volessero dire "avevamo ragione noi".
Urla un'intera nazione. E il mondo sta a guardare tutto in silenzio. Aiutateci a rompere il silenzio. Aiutateci a tenere vivo il verde. Aiutateci a salvare quel poco che e' rimasto dell'Iran. Aiutateci a credere che l'umanita' esiste ancora. Non vi chiediamo molto: basta portate qualcosa di verde, fosse anche una semplice foglia attaccata sulla camicia.
E tu, buon Dio Onnipotente, se esisti davvero muovi almeno un dito.

Nardana Talachian, per tutti i ragazzi in piazza a Teheran

martedì 23 giugno 2009

Contro l'impunità per la libertà e l'autonomia

Più di 350 delegati provenienti da oltre 13 paesi per due giorni hanno discusso nella sede della Giunta del Buongoverno di Morelia

Il resoconto dell'incontro del 20 e 21 giugno 2009 in terra zapatista


Alla presenza di 13 paesi del continente americano e un ventaglio di paesi osservatori provenienti dai cinque continenti, per un totale di più di 350 partecipanti, si è aperto sabato 20 di giugno il Primo Incontro Continentale contro l’Impunità. Dopo il saluto a cura della Junta del Buen Gobierno di Morelia, anfitriona dell’incontro, e del comitato organizzatore, hanno preso la parola, in modo alternato, un relatore messicano e uno proveniente dal continente americano.
Hugo Blanco, intellettuale peruviano, ha parlato degli indios amazzonici - giudicati primitivi e retrogradi dai paesi “civilizzati”, ma in realtà uniche popolazioni rimaste inconaminate dalla colonizzazione territoriale e culturale maya e successivamente spagnola - che lottano per la difesa dei loro territori contro le multinazionali appoggiate dal governo. La tematica ambientale sembra essere, in prospettiva, terreno di scontro tra le popolazioni indigene e i governi occidentali alla ricerca di nuove terre da svendere. Lo sfruttamento e la devastazione di queste ultima non solo causerebbe un danno ambientale irreparabile, ma andrebbe a cancellare la stessa esistenza delle popolazioni indigene. Il nemico comune è stato spesso identificato con il capitalismo che ha creato un sistema basato sulla persecuzione e ghettizzazione delle classi più deboli, quali quelle indigene, attraverso nuove forme di potere e di controllo (la lotta al terrorismo e il pericolo sicurezza). Dall’analisi della situazione di impunità imperante a tutte le latitudini è scaturita la proposta della creazione di un tribunale internazionale autonomo continentale, obbiettivo finale dell’incontro, avanzata nell’intervento dell’uruguagio Carlos Fazio e ripresa dai successivi relatori, il punto di ripartenza dovrebbe essere il riconoscimento della pluralità e delle diversità.
Barbara Zamora, avvocato messicano, ha sottolineato la necessità di una giustizia autonoma in quanto essa è un diritto fondamentale sancito dalla carta dei diritti dell’uomo e dalle Costituzioni Nazionali. Questa deve essere conseguita attraverso nuove forme di contrapposizione alla giustizia globale la quale, cancellando i diritti costituzionali in chiave anti terrorista, non corrisponde più al suo compito: cercare le prove di colpevolezza e punire chi ha compiuto crimini. Questa giustizia autonoma deve nascere da una rivoluzione che ricostituisca un nuovo immaginario e dei nuovi vincoli sociali, essa si fonda sulla legge naturale dell’istinto dell’autodifesa e del “farsi giustizia da sé”, da cui può scaturire una nuova forma di violenza nata dall’esigenza di preservare le proprie vite e i propri diritti.
Silvia Marcos ha analizzato le varie forme di violenza delle società patriarcali verso le donne, individuate come strumento di offesa nei confronti dei componenti delle loro comunità. Così stupro, prostituzione coatta, obbligo della dote e altre angherie subite dalle donne nel corso dei secoli sono stati strumenti della visione patriarcale della società. Da queste esperienze drammatiche si stanno costituendo in tutto il mondo delle ”Cortes de mujeres” con l’obbiettivo di ricercare nuove forme di giustizia che non siano basate sulla vendetta o sulla punizione, ma sulla presa di coscienza da parte della società, sul valore morale e sul ruolo di denuncia pubblica da cui deve scaturire un’”azione” verso il cambiamento.

Gli interventi di domenica 21 giugno sono stati caratterizzati dalle testimonianze di episodi di impunità nei vari territori nazionali in Amenrica Latina, e nelle comunità indigene del Messico (un rappresentante della Sociedad Civil Las Abejas di Acteal; la peruviana Gloria Cano; Edwin Paraison di Haiti; Beatriz Suárez della Asociación de Familiares de Detenidos Desaparecidos y Mártires por la Liberación Nacional in Bolivia; Julio Rosales de Comunicarte, Guatemala)
Uno degli interventi più incisivi ed emozionanti è stato quello dell’argentina Andrea Benítez, le cui parole hanno voluto far risuonare "la voz incómoda de los sobrevivientes". Alla fine dell’assemblea plenaria, a cui hanno seguito cinque “mesas de trabajo” tematiche, la pittrice cilena Beatriz Aurora ha concluso criticando parte della classe intellettuale, rea di condannare il passato ma di tacere sui crimini delle attuali dittature. Pertanto ha lanciato la proposta di dichiarare l’11 settembre (giorno del Golpe cileno del 1973) come “Giornata di lotta contro l’impunità”.
Ass. Ya Basta! Italia
San Cristobal de las Casas, Chiapas, Mexico. 22 giugno 2009
Entra nel sito dell'Incontro Continentale contro l'impunità.

Tornano in Grecia 50 curdi arrivati il 21 giugno al porto di Venezia

Due nuclei familiari hanno chiesto l'asilo politico

L’ennesima nave per la Grecia è partita dal porto di Venezia con a bordo decine di profughi. Stavolta ci sono tra loro tante donne e moltissimi bambini, circa trenta su cinquantanove.

Su questa rotta, ormai è chiaro, lavorano varie mafie alimentate dall’impossibilità di attraversare legalmente i confini e dalla paura dei respingimenti. Ai migranti non resta altra scelta che pagare migliaia e migliaia di euro (di solito racimolati nel corso di anni), quando possono, per affidarsi ai contrabbandieri ed evitare così di viaggiare dentro i cassoni coibentati dei tir con il rischio di morire soffocati, oppure legati sotto i camion, con i pericoli che, come racconta la terribile storia di Zaher Rezai, un simile viaggio comporta. Questa volta la composizione, il numero, le modalità di arrivo di questo gruppo di migranti, ha costretto la polizia di frontiera a rendere pubblico questo arrivo. Nove macchine con altrettanti nuclei familiari, infatti, avevano cercato la mattina del 21 giugno di sbarcare dal traghetto muniti di documenti falsi. Un viaggio preparato nei minimi dettagli dai passeurs. Un viaggio che si è interrotto al porto. Pubblichiamo il comunicato stampa dell’associazione Razzismo Stop di Venezia presente sul sito www.meltingpot.org, che in questi giorni ha seguito l’intera vicenda.
La nave della Minoans partita il pomeriggio del 22 giugno alle 17:00 da Venezia porta via con sé parte di una storia piena di ombre, che non si dipaneranno certo quando attraccherà sulle banchine del porto di Igoumenitsa. 50 dei 59 profughi curdi arrivati la mattina precedente al porto, tra i quali la maggior parte erano donne e bambini sotto i dieci anni sono infatti stati reimbarcati su questo mezzo diretto verso la Grecia. Il numero di questi migranti e la loro composizione aveva impedito alla polizia di frontiera di procedere con i rimpatri informali che quasi sempre mette in atto in violazione di moltissime norme interne e internazionali. Nel pomeriggio del 21, inoltre, un presidio di associazioni, la comunità curda di Venezia, i centri sociali, avevano attirato l’attenzione sulla questione, preoccupati che anche stavolta tutti i migranti fossero respinti verso la Repubblica ellenica. Solo a tarda sera, dopo molte ore di attesa, l’assessore Luana Zanella è riuscita a entrare al porto insieme ad alcuni rappresentanti della comunità curda per accertarsi della situazione in cui versavano le persone. Da quel momento in poi si sono susseguite numerose informazioni confuse, la più accreditata delle quali diceva che tutti i 59 sarebbero stati portati in questura per ricevere un foglio di via ed essere lasciati a piede libero sul territorio con l’obbligo di abbandonarlo entro alcuni giorni. La mattina del 22, invece, sono state avviate, da parte del Cir, che agisce sempre e solo su chiamata della polizia di frontiera, pratiche di accertamento rispetto alla volontà di questi profughi di chiedere asilo politico. Due famiglie hanno inoltrato l’istanza, le altre hanno continuato a dichiarare di volere raggiungere la Germania dove avevano i loro congiunti. Alla fine, chi non ha chiesto asilo è stato reimbarcato con una procedura dubbia, che non si capisce bene a quale testo di legge faccia riferimento. Certamente, vista l’attenzione mediatica, questi migranti sono stati più fortunati di altri, e questa volta un minimo di procedure sono state rispettate. Questa, si potrebbe dire, è una sorta di eccezione che conferma la regola. Resta il fatto che le famiglie curde e i loro bambini sono ritornati nell’inferno della Grecia, da cui ogni giorni partono voli carichi di deportati diretti verso la Turchia. Per questo motivo rimane una forte preoccupazione per la sorte di queste persone che, questo è sicuro, cercheranno se possibile di ritentare la sorte affidandosi nuovamente alla mafie che li avevano fatti arrivare fino a Venezia. Il sistema dell’asilo in Europa e le leggi italiane, nei fatti, continuano ad alimentare la clandestinità e soprattutto le tasche dei contabbandieri di persone, rimasti l’unico mezzo possibile per cercare di attraversare i confini in cerca della vita che si vorrebbe poter scegliere. Queste preoccupazioni hanno espresso oggi centri sociali e associazioni che, insieme al Consigliere comunale Beppe Caccia, hanno fatto ingresso in porto per sincerarsi delle condizioni di questo respingimento e delle famiglie che invece sono rimaste in Italia.
L’articolo 19 della Carta dei diritti umani dell’Unione europea, siglata a Nizza nel 2000, recita: "nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani e degradanti". La Grecia non è uno Stato terzo sicuro, almeno nei fatti e nelle esperienze di chi lo attraversa e di chi vi viene respinto. Di queste 59 persone almeno si è conosciuta la storia. Di tutte le altre respinte quasi ogni giorno, invece, non si saprà ai nulla, a meno che non muoiano. L’estate è appena iniziata. è indispensabile, come le associazioni veneziane della rete tuttiidirittiumanipe-rtutti chiedono a gran voce, che dentro il porto, a tutela dei diritti dei richiedenti asilo e dei migranti, operino anche osservatori terzi e indipendenti, membri delle associazioni e del Comune che possano monitorare, con costanza e non una tantum, quel che avviene in questa zona di frontiera quando le telecamere si spengono.
Razzismo Stop

Assemblea a L'Aquila contro il G8




Report Assemblea

L’Assemblea, molto partecipata ed eterogenea ha ripreso il comunicato “L’Aquila e le altre”, emerso dalla precedente assemblea del 1 giugno, con le sue caratteristiche di diffusione e dislocazione delle mobilitazioni contro il G8.
Dal 2 al 10 Luglio vi saranno dunque iniziative diffuse in tutte le città italiane, mobilitazioni che saranno rivolte contro i responsabili della crisi e caratterizzate dalla solidarietà verso le popolazioni terremotate e per una ricostruzione sociale del territorio abruzzese.
Le iniziative previste dal 2 al 10 Luglio seguiranno questo calendario:
2 luglio diverse manifestazioni sono già promosse da associazioni e realtà territoriali in Sardegna.
4 luglio a Vicenza, manifestazione per restituire il Dal Molin ai cittadini. Indipendenza, dignità, partecipazione: la terra si ribella alle basi di guerra.
7 luglio a Roma, accoglienza ai grandi dove la rete NoG8 indice, in occasione della presenza nella capitale delle delegazioni internazionali in transito verso il G8 di Coppito, una “Giornata dell’Accoglienza ai Potenti della Terra”, con iniziative diffuse e “piazze sociali anti-crisi”.
Sempre il 7 luglio a Pescara, si svolgerà un’iniziativa di Goletta Verde contro il decreto sicurezza in solidarietà ai migranti, dal titolo "L’Abruzzo è un porto di mare, noi non respingiamo!”, mentre il 9 luglio si svolgeranno sempre in città iniziative in difesa dell’acqua come bene comune dell’umanità.
8 luglio iniziative dislocate in tutte le città, per disegnare una “Mappa della Crisi” attraverso la quale i territori, le comunità e le organizzazioni sociali in resistenza a partire da Roma, passando per Napoli, Genova, Padova, Bologna, Milano, Ancona, Palermo e tutte le altre, manifesteranno la propria indignazione contro la crisi, il carovita, la precarietà, la disoccupazione, la devastazione ambientale, la mercificazione dei beni comuni, la militarizzazione.
Le proposte emerse rispetto alle mobilitazioni sul territorio aquilano, infine sono quelle di:
Una fiaccolata per chiedere “verità giustizia e ricostruzione sociale”che si svolgerà dalla mezzanotte fino alle 3e32 del 6 Aprile.
Un forum sulla ricostruzione sociale che si svolgerà a l’Aquila il 7 Luglio e affronterà i temi peculiari del territorio aquilano in rapporto alla crisi globale.
E infine, per il 10 luglio, una marcia pacifica e di massa nei territori del terremoto che esprima la solidarietà alle popolazioni aquilane, la necessità di una ricostruzione sociale, ma anche il dissenso generalizzato contro la crisi, sulla quale non essendo emersa una reale condivisione i promotori chiedono nei prossimi giorni un confronto alle realtà locali sulla costruzione di tale iniziativa.
E’evidente che l’accelerazione che ha subito il contesto è stata una conseguenza diretta del terremoto e della scelta ignobile di questo governo di voler svolgere in questo territorio il G8 della crisi, scelta che tutti i presenti hanno nuovamente condannato.
Il modo migliore che abbiamo individuato, per sintetizzare una lunga assemblea come quella di oggi, è stato quello di riportare in questo report tutti gli appuntamenti.
Chiediamo infine in maniera determinata e condivisa da tutti, che chiunque voglia portare qui la propria solidarietà e i propri percorsi di lotta in quei giorni lo faccia nel rispetto totale della situazione drammatica che si vive in questo territorio. Mancano solo 16 giorni al G8, saranno quindi le varie realtà che costruiranno le mobilitazioni a diffondere al più presto maggiori informazioni sulle singole iniziative.
L’Aquila, 21 giugno 2009

domenica 21 giugno 2009

Iran - Il volto duro del potere

Morti e repressione contro i manifestanti
La prima manifestazione non autorizzata verificatasi a Teheran sabato si è conclusa con un bagno di sangue. La tv americana Cnn parla di almeno 19 morti, ma riporta voci raccolte da testimoni che ne hanno parlato sui siti internet di social network, che parlano anche di 150 morti e centinaia di feriti. Senza contare il morto e tre feriti a seguito dell'attentato provocato da un kamikaze che si sarebbe fatto esplodere nell'ala nord del mausoleo dell'ayatollah Khomeini, alla periferia meridionale di Teheran. Una notizia però quest'ultima che al momento però non è chiaro se sia la cronaca di una fatto realmente accaduto o un'invenzione della propaganda di regime.
Il Governo sta cercando in ogni modo di chiudere gli spazi di comunicazione interni e verso l'esterno.
Segui la protesta nel web attraverso l'iniziativa di Pirate Bay che ha deciso, per supportare la protesta di diventare The Persian Bay.
Il sito sta radunando persone da tutto il mondo.
Vai al sito Persian Bay

Israele vuole eliminare Ahmad Saadat, leader del Fplp


L’ex detenuto e attivista per i diritti dei prigionieri, Abdelnaser Farawna, ha lanciato l'allarme sull'intenzione delle autorità di occupazione di eliminare il deputato Ahmad Saadat. In un comunicato diramato ieri, Farawna ha confermato che Saadat è in pericolo, e che l'amministrazione penitenziaria israeliana, appoggiata da ambienti politici e della sicurezza, "lo maltratta per vendicarsi della sua lotta e della sua resistenza, e di ciò che egli rappresenta".
Saadat è il Segretario - generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina - Fplp. Nel 2001 successe nella guida del partito a Abu Ali Mustafa, assassinato dagli israeliani a Ramallah, in Cisgiordania.
Saadat venne accusato di aver organizzato l'assassinio del ministro del Turismo israeliano, Rehavam Zeevi, nell'ottobre del 2001. Ricercato dai servizi israeliani, si rifugiò nella Muqata'a, il quartier generale dell'Olp e di Yasser Arafat, che si rifiutò di consegnarlo a Israele. Fu poi imprigionato nel carcere dell'Anp, a Jerico, nel 2002. Nel marzo del 2006, in un blitz, le forze israeliane attaccarono la prigione e rapirono Saadat.
Da allora è rinchiuso in un carcere israeliano.

Nigeria - Attacco dei ribelli del Mend Distrutto un oleodotto dell'Agip

Il Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger attua la "guerra del petrolio"

Attaccato un impianto Agip nella regione di Bayelsa, nel sud della Nigeria. La responsabilità dell'azione è stata rivendicata dal gruppo di ribelli del movimento per l'emancipazione del Delta del Niger. Un comunicato dei ribelli annuncia che "l'oleodotto è stato distrutto''.
Il Mend aveva esortato le numerose compagnie petrolifere straniere che operano nel delta del Niger a evacuare il loro personale dopo che il 7 giugno scorso, i ribelli avevano proclamato la ''guerra del petrolio''. Più o meno un anno fa, le strutture di pompaggio dello stesso impianto Agip furono danneggiate e tratti dell'oleodotto fatti esplodere. La comunità Ijaw spiegò che l'azione di forza era stata decisa per protestare contro le condizioni di vita della popolazione. Il Mend rivendica il diritto su una quota dei proventi delle compagnie petrolifere da ridistribuire tra gli abitanti più poveri della regione. Le violenze in questa area chiave per la Nigeria hanno fatto crollare la produzione di greggio di circa un terzo negli ultimi tre anni. E' dall'inizio del 2000 che le compagnie petrolifere sono nel mirino dei rivoltosi. La Nigeria ricava dal petrolio oltre il 95% delle sue entrate in valuta; in condizioni normali sarebbe in grado di estrarre 2,6 milioni di barili al giorno, quasi tutti dalla regione del Delta, ma la produzione attuale non supera gli 1,8 milioni di barili. Nella zona il gruppo più attivo è il Movimento per l'emancipazione del delta del Niger, già responsabile negli anni scorsi del sequestro di alcuni tecnici italiani dell'Eni.

Ma assieme al Mend sono in azione nella zona altri gruppi tribali e gang di delinquenti legati al traffico di petrolio e di armi.

Tratto da: Repubblica

Gabon - E adesso...



La scomparsa del presidente Bongo, in carica da 42 anni, pone seri interrogativi sul futuro del Gabon

di Matteo Fagotto

Omar Bongo, il presidente del Gabon e leader africano da più tempo al potere, si è spento l'8 giugno in una clinica di Barcellona a séguito di un attacco di cuore, secondo quanto riferito dalle autorità del Paese africano. Al suo posto, mercoledì scorso, è stata nominata Rose Francine Rogombe, speaker del Senato e da pochi giorni leader ad interim, in attesa delle elezioni che dovranno essere indette entro 45 giorni. Ma la domanda che si pone l'intero Gabon riguarda il futuro di un Paese che, per 42 anni, è stato governato dal "decano d'Africa".
Era il 1967 quando l'allora 31enne Bongo salì al potere dopo l'improvvisa morte per malattia di Leon M'ba, padre dell'indipendenza del Gabon. Da allora, il presidente ha governato un Paese dalle mille contraddizioni, uno tra i maggiori esportatori di petrolio del continente ma fra i più arretrati per chilometri di strade costruiti. In 40 anni, Bongo ha visto passare davanti a sé sette presidenti francesi, generazioni di leader africani golpisti, sanguinari e corrotti come Mobutu e Idi Amin, gli anni d'oro delle materie prime vendute all'Occidente a caro prezzo, il crollo degli anni Ottanta e l'avvento delle finte democrazie alla fine della guerra fredda.
Soprattutto, Bongo è diventato il simbolo vivente della Françafrique, come è stato chiamato il complesso rapporto tra Parigi e le sue ex colonie africane dopo la loro indipendenza. Un rapporto spesso fatto di lati oscuri, rapporti personali e leader poco presentabili mantenuti al potere per la loro "stabilità" o perché fondamentali per gli interessi strategici della Francia. Omar Bongo era uno di loro, il più anziano e il più esperto, un consulente e alleato di cui Parigi non si è mai privata, neanche dopo il cambiamento dei rapporti tra Francia e Africa sbandierato da Nicholas Sarkozy dopo la sua elezione.
Cosa succederà ora al Gabon, fin troppo assuefatto alla guida del suo presidente, capace di annullare qualsiasi opposizione cooptando avversari politici e partiti? Alcuni analisti temono il peggio, ricordando le guerre civili e i colpi di stato a ripetizione seguiti alla fine dei "grandi regni" (Mobutu in Congo, Boigny in Costa d'Avorio, Eyadema in Togo per fare alcuni esempi). Per ora, il Gabon rimane tranquillo: nella capitale Libreville non si registrano disordini, la presenza di polizia e soldati e discreta e le frontiere sono state riaperte. Uno dei grandi meriti di Bongo è stato quello di aver mantenuto nel Paese una stabilità invidiabile, nel panorama di un continente falcidiato da guerre e golpe nei decenni scorsi. Il Gabon pare intenzionato a rimanere su questa strada.

venerdì 19 giugno 2009

Siamo in guerra .....e lo sappiamo!


Le immagini rese pubbliche da El mundo confermano che le truppe italiane in Afghanistan sono impegnate in guerra, nonostante quanto affermano e hanno affermato i governi italiani di sinistra e destra.

No basi di guerra!
Tutti a Vicenza il 4 luglio Giornata dell'indipendenza.

Turchia 53 persone uccise dalla polizia in due anni


Una relazione della Turkey Human Rights Foundation (TİHV), elenca le violazioni dei diritti umani effettuate da agenti di polizia nel corso degli ultimi due anni. Secondo il rapporto, 53 persone sono state uccise da agenti di polizia, dal giugno 2007 quando la legge sulle funzioni e poteri della polizia è stata modificata. Queste persone sono state uccise in strada o sono morte in stato di detenzione. Un totale di 40 persone sono state uccise dai proiettili della polizia in attacchi a manifestazioni o durante incursioni nelle case. 53 persone sono rimaste ferite in altri casi del genere. Secondo TİHV, "Le norme internazionali impongono alle forze di sicurezza l'uso di armi o altri strumenti se sussiste reale pericolo di morte. Tuttavia, con le modifiche apportate al diritto di polizia, le forze di sicurezza hanno interpretato il diritto di utilizzare le armi in senso più ampio possibile, anche quando non vi è assolutamente alcuna minaccia".

giovedì 18 giugno 2009

Brasile - Il crimine di studiare



I Sem terra si mobilitano in difesa dei fondi educativi per la campagna


Dalla sua origine l'educazione è stato un tema centrale per il Movimiento de Trabajadores Rurales Sin Tierra (MST) del Brasile.
Una mobilitazione costante su questo tema è sempre stata al centro dell'azione del Movimento.
Nello Stato del Rio Grande do Sul, negli ultimi giorni i Sem Terra sono scesi in piazza contro il taglio dei fondi del Programa Nacional de Educación en Áreas de Reforma Agraria (Pronera), una conquista storica dei gruppi che lottano per la terra in Brasile.
La mancanza di fondi colpisce in maggioranza gli studenti figli di contadini ed esclude molti giovani dall'accesso al servizio scolastico.
Per questo centinaia di contadini sono scesi in piazza e si sono mobilitati di fronte all'Instituto Nacional de Colonización y Reforma Agraria (INCRA) in tutto il paese per chiedere il blocco dei tagli ai fondi scolastici.
Inoltre nello stato del Rio Grande do Sul, l'MST è vittima di un vero e proprio attacco dei settori più reazionari che da due anni cercano di criminalizzare le scuole itineranti del Movimento per attaccare tutto il Movimento.
I grandi proprietari terrieri le multinazionali hanno trovato sponda nei rappresentanti del governo "statale" e "centrale" nel definire le scuole di base dei Sem Terra come "formazione di guerriglieri" e "luoghi in cui si fa il lavaggio del cervello".
"Il problema non è chiudere le nostre scuole, ma aprirle" ha sintetizzato Janaina Stronzake, del MST del Rio Grande do Sul, in una intervista a Radio Mundo Real.
Lo sfondo di questo conflitto è uno scontro tra modelli antagonistici e non conciliabili sul modello di sviluppo. Da un lato le imprese del settore - Aracruz, Votorantim e Stora Enso - che vogliono imporre le monocolture di eucalipto e dall'altro chi lotta per la terra e un fututo diverso.

Massacro in Amazzonia: la guerra per i beni comuni



di Raúl Zibechi


Il massacro commesso il 5 giugno scorso contro gli indigeni amazzonici peruviani da parte del governo di Alan Garcìa è l'ultimo capitolo di una lunga guerra per l'appropriazione dei beni comuni, sostenuta dalla firma del Tlc tra Perù e Stati Uniti.

Alle sei del mattino di venerdì 5 giugno, tre elicotteri Mi-17 sono partiti dalla base della Polizia nazionale a El Milagro, hanno sorvolato la Curva del Diavolo – parte della strada che collega la selva con la costa nord del Perù – che era bloccata da dieci giorni da circa cinque mila indigeni awajùn e wampis. Dagli elicotteri sono partiti i gas lacrimogeni contro la folla [anche se altre versioni dicono che hanno sparato con le mitragliatrici], mentre nello stesso momento un gruppo di agenti è intervenuto a terra contro il blocco, a colpi di fucilate degli Akm. In quel momento sono state ferite un centinaio di persone e 20 o 25 sono state uccise. La popolazione della vicina città di Bagua, circa mille chilometri a nord est di Lima, vicino alla frontiera con l’Ecuador, è scesa in strada per appoggiare gli indigeni, incendiando palazzi pubblici nazionali e locali del partito del presidente Garcìa, l’Apra. Molti poliziotti sono stati assaliti e uccisi per vendetta, mentre altri indigeni venivano uccisi dagli agenti. Un gruppo di 38 poliziotti che presidiavano una stazione petrolifera in Amazzonia sono stati catturati come ostaggi, e alcuni sono stati uccisi, mentre alcune migliaia di indigeni minacciavano di far saltare in aria la stazione numero 6 dell’oleodotto nord-peruviano. Le versioni sono contraddittorie. Il governo ha assicurato, tre giorni dopo i fatti, che ci sono 11 indigeni e 23 poliziotti uccisi. Le organizzazioni indigene segnalano invece che i morti tra le proprie file sono 50 e che i desaparecidos sarebbero 400. Secondo testimoni, i militari hanno bruciato dei cadaveri e hanno lanciato i corpi nel fiume, per nascondere le prove del massacro, inoltre hanno fatto prigionieri i feriti ricoverati in ospedale. In ogni caso, è certo che il governo ha mandato le forze armate per stroncare una protesta pacifica, che durava da 57 giorni, concentrata nelle regioni impervie di cinque dipartimenti: Amazonas, Cusco, Loreto, San Martìn e Ucayali. L’8 giugno, la Commissione interamericana per i diritti umani [Cidh] appartenente all’Organizzazione degli stati americani [Oea], ha condannato la violenza e ha ricordato allo stato peruviano la sua responsabilità nel chiarire la dinamica dei fatti e rimediare alle conseguenze negative. La stessa Cidh ha chiesto alle parti di promuovere un processo di dialogo. Il 9 il Coordinamento nazionale per i diritti umani ha denunciato che «è stata registrata una serie di irregolarità e possibili violazioni dei diritti umani nella zona di Bagua». Il Cndh ha evidenziato la risposta negativa del governo, che ha non ha ritenuto di informare quale personale di polizia è incaricato delle indagini, la sua preoccupazione per la situazione delle 25 persone detenute nella caserma di El Milagro e per le 99 persone arrestate da quando era iniziata la protesta a Bagua. Il presidente Garcìa ha accusato gli indigeni di essere «terroristi» e ha parlato di una «cospirazione internazionale», nella quale, secondo i suoi ministri, sarebbero coinvolte Bolivia e Venezuela, che in quanto paesi produttori di gas e petrolio cercherebbero di evitare che il Perù possa sfruttare i propri giacimenti e diventare quindi un concorrente. Poche settimane fa, il Perù ha concesso asilo politico al dirigente antichavista venezuelano Manuel Rosales, accusato di corruzione, e a tre ex ministri boliviani del governo di Gonzalo Sanchez de Lozada, sotto processo per la morte di circa 70 persone durante la cosiddetta «guerra del gas» dell’ottobre del 2003. Il 9 giugno ci sono state anche le dimissioni della ministra per le donne e lo sviluppo sociale, Carmen Vildoso, in polemica con la forma scelta dal governo per gestire la situazione. Secondo il primo ministro Yehude Simon, però, le dimissioni sarebbero dovute al disaccordo per lo spot del governo in cui, su immagini di agenti di polizia uccisi e indigeni armati di lance e frecce, i nativi vengono qualificati come «selvaggi», «assassini feroci» e «estremisti», che seguono «ordini internazionali» per «bloccare lo sviluppo del Perù» e impedire che il paese «sfrutti i suo petrolio». Lo spot «spiega» che non c’è stata alcuna repressione, solo il «brutale assassinio di umili poliziotti». Il dirigente dell’Associazione interetnica per lo sviluppo della selva peruviana [Aidesep], che riunisce circa 300 mila indigeni di 1350 comunità, Alberto Pizango, è stato etichettato come «delinquente» dalla ministra dell’interno Mercedes Cabanillas, che ne ha ordinato la cattura. Per questo, Pizango ha chiesto asilo all’ambasciata del Nicaragua a Lima. La maggioranza parlamentare governativa ha accusato la sinista, il Partito nazionalista peruviano e il suo leader Ollanta Humala, nonché i mezzi di comunicazione amazzonici di «aver istigato atti di violenza degli indigeni contro la polizia» e ha minacciato di aprire un’inchiesta per terrorismo. Il conflitto era iniziato il 9 aprile con la mobilitazione dei popoli amazzoni, occupazioni di strade e condutture di petrolio e gas, contro l’applicazione di una serie di decreti presidenziali nel quadro delle norme del Trattato di libero scambio firmato tra Perù e Stati Uniti. Alcuni giorni dopo la protesta e il massacro, però, il governo è stato costretto a sospendere due decreti, i più contestati dagli indigeni, la Ley de aguas e la Ley de tierras.


Il cane dell'ortolano

L’inizio delle trattative con gli Stati Uniti risale al maggio del 2005, durante il governo di Alejandro Toledo [2000-2005]. Il trattato era destinato a sostituire la Legge di promozione andina e sradicamento delle droghe, firmata nel 2002 e in vigore fino a dicembre del 2006. Il Tlc elminia gli ostacoli allo scambio commerciale e inoltre facilita l’accesso a beni, servizi e flussi di capitale, ma include anche un’ampia gamma di temi legati alla protezione dei brevetti, agli appalti pubblici e per i servizi, e alla soluzione delle controversie. Il Tlc è stato sottoscritto a Washington l’8 dicembre del 2005, da Alan Garcia e George W. Bush. A giugno del 2006 è stato ratificato dal Perù e a dicembre del 2007 dal Congresso degli Stati Uniti. Il primo febbraio 2009 il Tlc è entrato in vigore, dopo un’ulteriore firma di Garcia e Bush, avvenuta il 16 gennaio di quest’anno. La firma del Tlc ha provocato grandi mobilitazioni nel 2005, soprattutto da parte dei contadini che si sono mostrati essere il settore più colpito dall’eliminazione delle barriere doganali e tariffarie. Anche se il governo aveva assicurato che ci sarebbero state delle compensazioni, non si è mai visto nulla. Il 18 febbraio 2008 c’è stata lo sciopero nazionale agrario, con occupazioni di strade in tutto il paese, e con un bilancio finale di quattro morti per la repressione poliziesca e l’imposizione dello stato di emergenza in otto province. Il 28 ottobre del 2007 Alan Garcia ha pubblicato un lungo articolo sul giornale El Comercio, di Lima, dal titolo «La sindrome del cane dell’ortolano». Garcia considera la natura come una risorsa e sostiene che sia una follia impedirsi di sfruttarla, lasciando da parte qualsiasi dibattito sulla protezione dell’Amazzonia : «Il vecchio comunista anticapitalista del secolo diciannovesimo si è trasformato nel protezionista del ventesimo e nel ventunesimo secolo cambia nuovamente casacca per diventare ambientalista», ha scritto. Secondo lui, quelli che si oppongono allo sfruttamento intensivo dell’Amazzonia sono come il cane dell’ortolano, che «non mangia e non lascia mangiare». «Ci sono milioni di ettari di legno che sono da sfruttare, e altri milioni di ettari che le comunità e le associazioni non hanno coltivato, né mai coltiveranno, e poi centinaia di miniere che non si possono sfruttare e milioni di ettari di mare, nei quali non entrerà mai l’itticoltura e la produzione. I fiumi che scendono da uno e dall’altro lato della cordigliera, se ne vanno al mare senza produrre energia elettrica», dice nel suo articolo. «La prima risorsa è l’Amazzonia», assicura Garcia. Sono 63 milioni di ettari, che secondo lui vanno divise in grandi proprietà da «5 mila, 10 mila o 20 mila ettari, perché in terreni più piccoli non ci possono essere investimenti di lungo periodo e di alta tecnologia». A proposito della terra, sottolinea che non si deve «consegnare piccoli lotti di terreno a famiglie povere che non hanno un centesimo da investire» e che «questa stessa terra venduta in grandi appezzamenti attrarrebbe la tecnologia». A Garcia importa poco che queste terre siano proprietà collettiva delle comunità, visto che, secondo lui, «sono solo terre incolte, perché i padroni non hanno formazione e risorse economiche, pertanto la loro proprietà è solo apparente».
Il TLC e i decreti legislativi

In base a questa logica di trasformare tutto in merce, il governo ha chiesto al Congresso nazionale di concedergli la facoltà di legiferare sui temi relativi all’applicazione del Tlc attraverso Decreti legislativi. Il 19 dicembre del 2007, il Congresso ha dato al governo piena facoltà per legiferare, per sei mesi, sulle materie legate al Tlc, attraverso la legge numero 29157. Protetto da questa investitura, il governo ha elaborato 99 decreti che sono alla base della protesta attuale. Un rapporto giuridico indipendente elaborato da Oxfam America conclude che il potere esecutivo ha approfittato delle facoltà cedute temporaneamente dal Parlamento «per emanare un ampio numero di norme con nessuna o pochissima relazione effettiva con il Tlc, distorcendo e snaturando i termini della delega legislativa approvata dal Congresso». Di conseguenza, il rapporto stabilisce che «questi decreti possono essere considerati incostituzionali per questioni di forma», tanto da «meritare l’abrogazione» da parte del Congresso stesso o del Tribunale costituzionale nazionale. Inoltre, Oxfam segnala che attraverso i 99 decreti, «si è cercato di attuare una riforma sostanziale della struttura organizzativa e delle competenze delle diverse articolazioni dello stato, così come del regime regolamentare applicabile ad attività economiche di particolare rilevanza», senza relazione stretta con il Tlc. I più controversi sono i decreti numero 1015 e 1073, dichiarati incostituzionali sulla base del rapporto di Oxfam, perché modificano il numero dei voti necessari a decidere di vendere le terre comunitarie [solo tre voti sono sufficienti]. Il 1015 è stato abrogato dal Congresso nell’agosto del 2008. Il decreto numero 1065 [Regole per lo sfruttamento delle terre di uso rurale] svuota di ogni effetto la norma che prevede l’accordo preventivo delle comunità per l’avvio di progetti e anche questo è stato dichiarato incostituzionale. Il decreto 1083 [Promozione dello sfruttamento efficiente e della conservazione delle risorse idriche] favorisce la privatizzazione dell’acqua per i grandi utenti come le imprese minerarie. Inoltre, i decreti numero 1081, 1079 e 1020 liberalizzano diversi aspetti della legislazione in settori come lo sfruttamento minerario, del legname e degli idrocarburi. È stato però il decreto 1090 [Legge forestale e della fauna silvestre] uno dei nodi centrali della polemica. Il testo lascia fuori dal regime forestale 45 milioni di ettari, ossia il 64 per cento dei boschi del Perù, con la loro biodiversità di flora e fauna, che potrebbero essere venduti alle imprese multinazionali. Il 9 aprile 2009 le 1350 comunità che fanno parte di Aidesep hanno deciso, di comune accordo, di iniziare le mobilitazioni nei rispettivi territori. Il primo ministro Yehude Simon, ex alleato del gruppo armato Movimento rivoluzionario Tupac Amaru [Mrta], ha definito pochi giorni dopo le richieste degli indigeni come «capricci». Il 5 maggio i vescovi di otto diocesi cattoliche hanno chiesto al presidente Garcia di abrogare i decreti perché erano «una minaccia per l’Amazzonia». Il 10 maggio il governo ha decretato lo stato d’emergenza in cinque regioni del paese dove c’erano stati i blocchi di strade e la paralisi di porti e oleodotti. Il 19 maggio, la Commissione affari costituzionali del parlamento ha dichiarato incostituzionale il decreto 1090. Il rapporto redatto dalla Commissione stabilisce nelle sue conclusioni che il decreto «non rispetta i limiti fissati dagli articoli 101 e 104 della Costituzione sulle materie sulle quali è proibito legiferare». Inoltre, «contravviene all’articolo 66 della Costituzione, perché regola la materie delle risorse naturali, riservata alla legge ordinaria». Insomma, i legislatori sono stati d’accordo nel ritenere che il potere esecutivo non ha la facoltà di legiferare su certe materie, secondo quando stabilito dalla Costituzione, compito che spetta al solo Congresso. La decisione della comissione avrebbe dovuto essere discussa nel plenum del parlamento, ma il 22 maggio la ministra della giustizia Rosario Fernandez ha denunciato per sedizione e cospirazione Alberto Pizango. Il 26 maggio awajùn e wampis hanno occupato la strada Belaunde Terry sulla Curva del Diavolo e circa 1200 indigeni controllavano la stazione petrolifera numero 6. Il 26 maggio c’è stata una massiccia mobilitazione a Lima, in appoggio alla lotta amazzonica. Il 28 gli abitanti delle comunità della selva di Cusco hanno occupato un secondo snodo dell’oleodotto Kamisea. Il primo giugno, industriali ed esportatori hanno chiesto al governo di «applicare la legge» per liberare le strade e gli oleodotti amazzonici. Il 2 giugno la presidente del Forum permanente delle Nazioni Unite per le questioni indigene ha chiesto al governo peruviano di «sospendere immediatamente lo stato d’assedio contro le comunità e le organizzazioni indigene» e di «evitare qualsiasi azione, come un intervento militare, che possa far crescere il conflitto». Il 4 giugno la maggioranza parlamentare filo-governativa ha deciso di sospendere il dibattito sulla costituzionalità del decreto 1090 e la Defensoria del pueblo ha presentato un ricorso per presunta incostituzionalità del decerto 1064. Il 5 giugno 639 agenti del Dipartimento operazioni speciali e personale delle forze armate hanno attaccato gli indigeni sulla Curva del Diavolo, causando decine di morti e centinaia di feriti e desaparecidos.
Il massacro nelle carceri
Il 18 luglio 1986, alle sei del mattino, i prigionieri politici di Sendero Luminoso nelle carceri di San Juan de Lurigancho e di El Fronton, nonché del carcere femminile di Santa Monica, a Lima e a Callao, si ammutinarono in modo coordinato. La rivolta scattò durante la celebrazione del congresso dell’Internazionale socialista a Lima, dove partecipava anche il Partito Aprista peruviano, guidato dall’allora presidente Alan Garcia. I prigionieri avevano un documento con 26 richieste legate al miglioramento delle condizioni di detenzione. Una riunione del consiglio dei ministri diede incarico alle forze speciali della marina di riprendere il controllo delle prigioni. Il primo fu il carcere femminile, di cui si fece carico la Guardia repubblicana, che abbatté una parete, lanciò gas narcotizzanti e liberò gli ostaggi, con un bilancio di due detenute uccise. A mezzanotte cominciò l’attacco all’isola-carcere del Fronton da parte della fanteria di marina. Il direttore del carcere, il giudice e il pubblico ministero protestarono per la presenza dei soldati, a cui venne negato l’accesso alla struttura. Nell’assalto morirono tre soldati, un ostaggio e 135 prigionieri, con appena 34 sopravvissuti. A Lurigancho operarono la gendarmeria e l’esercito, con un saldo di 124 prigionieri uccisi e nemmeno un soldato. Lo scandalo nazionale e internazionale fu enorme. Americas Watch assicurò che si era trattato «del più devastante attentato ai diritti umani in Perà negli ultimi decenni», e che «gran parte dei prigionieri furono uccisi a sangue freddo dopo che si erano arresi». La Corte interameicana per i diritti umani [Cidh] condannò gli eventi e una commissione parlamentare riuscì a trovare abbastanza prove da determinare la responsabilità politica del presidente. Tuttavia, Alan Garcia concesse l’impunità ai responsabili dei massacri. Il viceammiraglio Luis Gianpietri Rojas, capo delle truppe della marina a El Fronton, è l’attuale vicepresidente del secondo governo di Alan Garcia. La Commissione per la verità e la riconciliazione ha sostenuto che la mattanza è stato un punto di svolta nella politica antiterrorista, poiché fino a quel momento Alan Garcia aveva mostrato interesse a frenare le costanti violazioni dei diritti umani commesse dalle forze armate, ma a partire da quel momento scatenò la repressione. Con precedenti simili, si teme che la represione possa acutizzarsi anche in questo momento. La protesta amazzonica non è calata di intensità dopo il massacro: la quasi totalità dei 56 popoli indigeni amazzonici ha affermato di essere disposta a continuare la lotta fino a quando il governo non avrà ritirato i decreti legislativi che violano la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e i diritti sui loro territori. Secondo tutti i testimoni, la situazione è ancora esplosiva. Nel tardivo tentativo di disinnescare la tensione, il 10 giugno il Congresso con i voti dell’Arpa e dei fujimoristi (sostenitori dell’ex presidente Alberto Fujimori) ha approvato la sospensione di due dei nove decreti più contestati dagli indigeni. I decreti 1090 e 1064 sono stati sospesi indefinitamente. La decisione può essere solo una manovra per guadagnare tempo oppure aprire spazi per un negoziato. Tuttavia, tanto lo sciopero amazzonico quanto le marce nelle principali città del paese sono state confermate dopo che è stata resa nota la parziale retromarcia del governo. Hugo Blanco, leggendario attivista peruviano ed editore del mensile Lotta indigena, abbozza in un suo editoriale uno sguardo di lungo periodo: «Dopo 500 anni di silenzio, gli amazzonici hanno ricevuto l’appoggio dei popoli del Perù e del mondo. Può essere che la maggiore vittoria di queste giornate sia proprio dare visibilità a questi popoli, tessendo relazioni tra i diversi settori del paese, divisi da quelli che ci dominano. Difendendo l’Amazzonia, stanno difendendo la vita di tutta l’umanità e non cedendo davanti agli inganni del governo, stanno riscrivendo la storia e stanno recuperando per tutti il senso della parola dignità».

Iran: nessun governo ha potuto opprimere la popolazione per più di trent'anni...


Per la prima volta nella sua storia l'85% del popolo Iraniano ha partecipato alle elezioni politiche. La scelta si è però orientata esclusivamente sul male minore: tutte le candidature infatti sono personalità appartenenti al Regime, che già in passato si sono dimostrati per quello che sono. Rezai fu fondatore e capo dei Pasdaran per vent'anni.
Mousavi ("il candidato democratico") ha ricoperto la carica di primo ministro; solo in una settimana fucilò 3500 militanti comunisti.
Karuby è stato a capo del parlamento iraniano per dieci anni e si è distinto per aver approvato leggi sempre più restrittive nei confronti della libertà di stampa e di pensiero. Ahmadinejad non ha bisogno di presentazioni. La somma delle persone sparite durante i vari incarichi governativi dei quattro candidati supera le centinaiadi migliaia. La gente ha partecipato realmente alle elezioni perchè i tre candidati condannano il governo di Ahmadinejad e promettono aperture democratiche e lotta ala corruzione. Nel 2008 il guadagno dell'Iran dai proventi del petrolio è stato di 225.000.000.000 di dollari, pari a tre volte il finanziamento dell'Italia sempre nel 2008. Lo stipendio medio di un ingegnere nel campo del petrolio con alle spalle vent'anni di esperienza èdi 500€, di un operaio specializzato 120€. Dati rilasciati dal governo iraniano sostengono che una famiglia mensilmente per sopravvivere ha bisogno di almeno700€ al mese. I sondaggi più autorevoli in Iran assegnavano a Mousavi il 67% delle preferenze, il 13% ad Ahmadinejad ed il 5% agli altri due candidati.
Il ministro dell'interno del governo dopo due ore dalla chiusura dei seggi dava ad Ahmadinejad il 64%; alla fine dei conteggi la vittoria è andata ad Ahmadinejad con il 68%. Gli iraniani si sono sentiti umiliati e presi in giro, riversandosi nelle strade. La storia dell'Iran dimostra che nessun governo ha potuto opprimere la popolazione per più di trent'anni; purtroppo la Repubblica islamica ha compiuto trentun'anni, festeggiando con repressione e violenze. Speriamo che il grido del popolo iraniano venga ascoltato e la solidarietà arrivi da tutte le forze democratiche per avviarsi ad un cambiamento di giustizia sociale e democrazia.
Iraniano esiliato ex fedayn residente in Italia