lunedì 31 agosto 2009

Segnali di pace dall'uomo di Imrali

Nuove speranze per la questione curda. Gli sforzi del governo e il piano Ocalan potrebbero mettere fine a 25 anni di lotte


La questione curda, dopo venticinque anni di lotta, non è arrivata mai così vicina a una possibile soluzione. Con sette giorni di ritardo Omer Gunes, l'avvocato di Abdullah Ocalan, ha reso noto che il leader del Pkk ha inviato al governo turco dal carcere dell'isola di Imrali la tanto attesa Road Map. Il documento, che fissa i paletti con richieste e concessioni per mettere fine a una lunghissima striscia di sangue, repressioni e compressioni di diritti, sarebbe stato consegnato da Ocalan ai suoi avvocati il 20 agosto scorso.

I punti della Road Map.
Sui contenuti del documento elaborato dal leader curdo ci sono solo delle ipotesi o tutt'al più indiscrezioni svelate da fonti vicine al partito filocurdo Dtp. "Il presidente" chiederebbe, in sei punti, a) una Costituzione democratica, b) il riconoscimento dei diritti politici della minoranza curda, c) una trattativa con il Pkk, d) l'abolizione dei guardiani di villaggio - attraverso i quali l'amministrazione turca esercita il proprio controllo sulle comunità rurali, e) un'amnistia generale, f) miglioramento delle condizioni di prigionia nel carcere dello stesso Ocalan. Sul lato delle concessioni, il leader del Pkk chiede al suo popolo di riconoscere lo Stato turco che a sua volta dovrebbe accettare che la popolazione curda a divenire una nazione democratica. È proprio su quest'ultimo punto, fin quando non ne verranno chiariti ulteriormente i dettagli, che sorgono i maggiori interrogativi. Indipendenza, federazione o autonomia?

Fattori esterni.
Mehmet Yuksel, coordinatore dell'Uiki (Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia), parlando con PeaceReporter, dimostra di essere cauto e diffidente. Pur non nascondendo ottimismo, Yuksel pensa che un buon traguardo sarebbe anche solo percorrere la strada seguita dai sudafricani: "Noi siamo i neri di Turchia, conquistare un'eguaglianza di trattamento e parità nell'esercizio dei diritti è un primo obiettivo che si può raggiungere". E poi il cambiamento in positivo di come la stampa sta trattando la questione e sensibilizzando l'opinione pubblica non è un fattore di poco conto. Sul perché Ankara stia accelerando per risolvere la questione curda Mehmet Yuksel non ha dubbi: in primo luogo il partito di Racyyp Erdogan, l'Akp, sta pensando alle elezioni del 2011 e la pacificazione della nazione rastrellerebbe il consenso di quegli elettori, in continuo aumento che non reggono più lo stress di una guerra interna; poi c'è Bruxelles e infine gli Stati Uniti e la questione energetica. Washington vorrebbe che la Turchia assumesse un ruolo di prim'attore nella gestione irachena per meglio concentrarsi in Afghanistan e altrove. Dal 2010 il gasdotto Nabucco porterà nel cuore dell'Europa 30 miliardi di metri cubi di gas del Mar Caspio by-passando Russia e Ucraina: i condotti attraverseranno il Kurdistan turco e la Botas, la compagnia energetica di Ankara deve poter assicurare gli altri quattro partner commerciali da qualsiasi sabotaggio.

La cosiddetta "Iniziativa Curda" annunciata dal governo il mese scorso fissa in dieci punti gli sforzi che lo Stato compirà per tendere la mano alla minoranza etnica. Il piano sarà presentato solo a settembre, ma anche qui le anticipazioni non mancano. Innanzitutto l'unità della nazione turca non verrà mai messa in discussione mettendo da parte qualsiasi ipotesi di indipendenza. Ai curdi verrà permesso di parlare la loro lingua in campagna elettorale e in carcere, dove oggi è vietato e punito con l'isolamento; si potrà studiare il curdo e potranno nascere istituti di cultura locale; non sarà più possibile classificare i bambini come terroristi (dodicenni che lanciavano pietre contro la polizia nel corso di manifestazioni sono stati processati e condannati a norma dell'articolo 9 della Legge Anti-terrorismo); i nomi dei villaggi che sotto la guida di Kemal Ataturk furono "turchizzati" verranno sostituiti da quelli tradizionali curdi; gli abitanti della regione curda potranno esprimersi liberamente.

Traditori e venduti.
I partiti dell'opposizione, quello nazionalista Mhp in particolare, stanno osteggiando con tutte le loro forze un progetto che ha trovato l'appoggio perfino dei vertici militari (che precisano, però, "non tratteremo mai con il Pkk). Gul ed Erdogan sarebbero traditori e venduti agli Stati Uniti che avrebbero imposto e scritto il programma "Iniziativa Curda". Con sfumature diverse Vamik Volkan, rispettato professore di psicologia politica, critica le scelte del governo: "La Turchia non può compromettersi sedendosi al tavolo con l'uomo di Imrali (è così che viene indicato dai turchi Ocalan per non pronunciarne il nome come per il Diavolo), una persona che ha dato inizio al terrore e ucciso molte persone. Stando alle parole di Volkan, riportate dal quotidiano Today's Zaman, includendo Ocalan nel processo di pace è inevitabile che tutto vada sottosopra.
Un'altra incognita è rappresentata dalle formazioni più radicali del Pkk, dai guerriglieri arroccati sulle montagne del Kurdistan iracheno. Sebbene abbiano abbandonato da tempo l'idea di indipendenza difficilmente accetteranno soluzioni diverse da un modello federativo.

Un nuovo inizio.
Erdogan gode, in ogni caso, di un forte appoggio internazionale e anche di una buona fetta della società civile turca che viene coinvolta dal gabinetto di governo da sempre più frequenti dibattiti pubblici. Che si tratti con il Diavolo o meno questa sembra essere la migliore occasione per chiudere 25 anni di lotta e seppellire con dignità le 40 mila persone morte in una lotta di controllo e libertà.

Tratto da:
peacereporter

¡¡ZANON ES DEL PUEBLO!!

Un'altra tappa importante nella lotta della più grande fabbrica occupata argentina Dopo 9 anni è stato conquistato l'esproprio definitivo della fabbrica
Dopo 9 anni di lotta, siamo riusciti a strappare l’esproprio definitivo della nostra fabbrica.
Questo cammino, percorso dalle operaie e dagli operai della Zanon, non sarebbe stato possibile senza prima aver strappato alla burocrazia sindacale le nostre rappresentanze di categoria.
Per prima cosa, nel 1998, abbiamo recuperato la nostra commissione interna per lottare contro i licenziamenti, i maltrattamenti, le umiliazioni e per le condizioni di sicurezza e igiene, contro la polifunzionalità, per i nostri salari, ecc, ma soprattutto per instaurare una nuova forma di lavoro: la democrazia diretta per poi, nel 2000, ricuperare il nostro sindacato e metterlo al servizio dei lavoratori.
In questi quasi nove anni ne è passata di acqua sotto i ponti, abbiamo valorizzato profondamente l’appoggio che abbiamo ricevuto in questi anni di lotta. Dalla [gente della] comunità di Centenario, Neuquén, Plottier, ecc, che sul finire del 2001 si avvicinava con un pacchetto di spaghetti alle tende che abbiamo sostenuto per 5 mesi, fino ai lavoratori interni dell’unità n° 11 che si trova a pochi metri dalla fabbrica, che per 3 giorni hanno donato le loro razioni di cibo affinché potessimo resistere.
Le Madri di Plaza de Mayo, associazione regionale di Neuquén, che fin dal primo giorno ci hanno adottato come loro figli e camminano per le strade assieme a noi, fino ad oggi, resistendo assieme ad ognuno di noi 5 ingiunzioni di sfratto, repressioni, minacce.
I compagni e le compagne docenti dell’ATEN[1], compagni della CTA[2] Neuquén. Fino alla solidarietà a livello nazionale e internazionale di compagni che mai abbiamo conosciuto e che, conoscendo la nostra lotta, ci inviavano i loro fondi sciopero per resistere.
Abbiamo imparato anche ad essere solidali con altri lavoratori, creando un Fondo per lo Sciopero permanente, abbiamo spinto dicendo che la coordinazione è fondamentale per il trionfo delle lotte operaie. – Dai minatori di Río Turbio, lavoratori del petrolio di Las Heras, statali e lavoratori di fabbriche di Neuquén e Río Negro, Garrahan Subterráneas, Aeronautici, Ferroviari, fino ai movimenti di lavoratori disoccupati di Tartagal e decine di fabbriche ricuperate.-
Dal principio abbiamo aperto la fabbrica alla comunità, ricevendo migliaia di bambini e adulti affinché conoscessero la nostra esperienza di lotta.-
Abbiamo consolidato l’unità operaio-studentesca, tanto nei giovani studenti medi quanto con i compagni universitari, che ha avuto e ha espressione nell’accordo quadro di collaborazione con l’Università.Abbiamo organizzato concerti senza polizia, con artisti regionali e gruppi nazionali come La Renga, Attaque 77, Bersuit Vergarabat, León Gieco, Raly Barrionuevo, Dúo Coplanacus, tra gli altri, che hanno solidarizzato con la nostra lotta lasciando la loro arte e solidarietà alle operaie e agli operai della Zanon, plasmata nella comunità di Neuquén.
La nostra lotta si è sempre basata nella pratica della lotta di classe, identificando i governi, i padroni e le burocrazie sindacali come il nemico dei lavoratori.
Questa esperienza, che abbiamo costruito lungo questi nove anni e con l’enorme consenso di cui gode la nostra lotta nella provincia, a livello nazionale e internazionale ha fatto sì che potessimo ritorcere la volontà politica del Governo Provinciale del MPN[3] che ha dovuto sostenere e votare il progetto di legge di esproprio.
Consideriamo che questa conquista, da parte di tutto l’insieme della classe dei lavoratori, ha un valore enorme, e che questo governo che oggi vota l’esproprio della “Zanon bajo gestión obrera[4]” è lo stesso che ha assassinato Teresa Rodríguez[5]; lo stesso che ha represso noi operaie e operai della Zanon a fine del 2001 e ha voluto sgomberarci 5 volte; lo stesso che ha fucilato il nostro compagno ceramista Pepe Alveal, facendogli perdere un occhio, nella repressione del Barrio San Lorenzo; lo stesso che ci ha assassinato il compagno Carlos Fuentealba e lo stesso che oggi parla di pace sociale quando in questi momenti di crisi economica mondiale gli impresari e i loro governi ci dichiarano guerra con licenziamenti, salari da fame, caro prezzi, ecc.
Le scuole e gli ospedali sono stati svuotati e l’unica opera pubblica di cui parlano è la costruzione di carceri per rinchiudere i nostri giovani, mentre ogni giorno muoiono decine di famiglie negli incendi delle loro precarie casette occupate.
Per questo, nonostante l’enorme conquista che abbiamo ottenuto, in un contesto di crisi economica internazionale, strappando l’esproprio a questo governo, cosa che ha un valore molto maggiore, dalla gestione operaia della Zanon e dal Sindacato Ceramisti di Neuquén siamo convinti che la nostra lotta non è finita perché, come fin dal primo giorno, consideriamo che la salvezza non è individuale ma dell’insieme della classe lavoratrice.
Compagni e compagne, a tutti e tutte quelli che in qualche modo sono stati parte, hanno portato il loro granello di sabbia: condividiamo l’allegria di questo grande passo!!
Ai compagni che ancora guardano increduli, talvolta timorosi, talvolta scettici diciamo: vi invitiamo ad essere parte di questa storia che non è né più né meno che contribuire con un granello di sabbia alla trasformazione della realtà e riprendere il sogno dei nostri 30 mila compagni[6]: una società senza sfruttatori né sfruttati!!

¡¡ZANON ES DEL PUEBLO!!
Obreras obreros de Zanon - Sindicato Ceramistas de Neuquén

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[1] ATEN: “Asociación Trabajadores del Estado de Neuquén”, sindacato dei lavoratori statali
[2] CTA: “Central de Trabajadores Argentinos”, grosso sindacato dissidente argentino
[3] MPN: “Movimiento Popular Neuquino”, partito di centro-destra che ha sostanzialmente dominato la scena politica della Provincia di Neuquén per quasi 50 anni.
[4] “sotto gestione operaia”
[5] Attivista del movimento dei lavoratori disoccupati, assassinata dalla polizia durante un picchetto nel 1997.
[6] Il riferimento è ai 30.000 desaparecidos della dittatura militare 1976-1983

lunedì 3 agosto 2009

PresenzAttiva in Chiapas - 2 agosto: al Caracol di Oventic

Oventic

La salute un diritto fondamentale.

3 / 8 / 2009

La delegazione italiana si è recata oggi in visita al Caracol di Oventic.

Nell'incontro con la Giunta del Buongoverno i rappresentanti zapatisti hanno ricordato la strada percorsa dal levantamiento del 1 gennaio 1994, "quando si pensava che gli indigeni erano scomparsi ed invece sono riapparsi per aprirsi una nuova strada verso il futuro". Da allora l'autonomia si è fatta laboratorio concreto di costruzione dei percorsi di autogoverno. "Abbiamo ancora tanta strada da fare, certo ora abbiamo costruito con l'appoggio della solidarietà internazionale molte cose: 11 microcliniche, 35 case di salute e una clinica centrale oltre a 64 scuole primarie e una secondaria; ma c'è ancora molto da fare".

"La possibilità di incontrarci, di scambiarci le nostre esperienze rafforza la nostra lotta e ci fa capire che non siamo soli".

Dopo la Giunta, la delegazione si è incontrata con i Coordinatori della Clinica e con una giovane Promotrice di salute.

Dall'inizio della nascita della prima clinica La Guadalupana, sono stati formati circa 800 Promotori di cui oggi operano quotidianamente in 330.

La strutturazione che si è scelto di sviluppare è quella delle Microcliniche accompagnate da Case di Salute (presidi sanitari di zona) decentrate in modo da essere presenti più capillarmente anche nelle comunità distanti.

La vera sfida ora è non solo garantire la salute ma avviare una generale politica di prevenzione per migliorare le condizioni complessive di vita. Il Sistema Sanitario Autonomo ad esempio sta confrontandosi con l'aumento dei casi di cancro, soprattutto allo stomaco. Una malattia che in parte deriva anche dalla qualita complessiva dell'alimentazione e della vita. Per gli zapatisti non solo è fondamentale curare ma anche costruire un futuro "rigenerando" forme di vita migliori per tutti.

Domani una nuova tappa: il Caracol di Morelia.

La lotta dentro la Ssangyong continua

Negli ultimi due giorni ci sone stati negoziati intensi tra rappresentanti dei lavoratori e della compagnia Ssangyong sulla questione dei licenziamenti.

Lo sciopero ed occupazione attuale e’ incominciato il 22 di maggio quando la compagnia automobilistica Ssangyong ha licenziato un terzo della sua manodopera, circa 2,650 lavoratori. Circa 1,700 lavoratori avevano accettato il compenso di licenziamento offerto dalla compagnia, ma il resto ha deciso di resistere, occupando parte dello stabilimento.

In questa ultima fase di riunioni, la compagnia ha offerto di diminuire di 300 il numero di licenziati, spostando la maggior parte di questi in un tipo di cassa integrazione, e offrire un nuovo posto a solo un’altro centinaio.

Questa offerta e’ stata considerata inaccetabile dagli scioperanti, specialmente visto il loro sacrificio di questi ultimi due mesi.

La situazione dei lavoratori e famigliari, il cui numero si stima tra i 900 e 1,000, dentro i due stabilimenti per la verniciatura occupati, continua a deteriorare.

manifestazioneL’assedio della polizia e’ totale, mentre cibo, acqua e medicinali stanno scarseggiando tra i lavoratori. In piu’, la polizia ha ammesso di mischiare un cocktail di sostanze chimiche con il gas lacrimogeno che viene lanciato addosso ai lavoratori da elicotteri che sorvolano continuano le zone occupate. La polizia ha ripetutamente tentato di sfondare i lavoratori, ma le barricate dei lavoratori finora hanno tenuto.

All’esterno del cordone poliziesco, in cui le milizie pagate dalla compagnia si muovono liberamente, ci sono migliaia di persone che danno vita a manisfestazioni, azioni, e cortei continui, cercando di dare supporto ai lavoratori all’interno della Ssangyong. Gli arresti oramai si contano nelle centinaia di persone.

La Ssangyong e’ in stato di liquidazione, e le banche hanno dato alla compagnia fino a meta’ settembre per risolvere la situazione. Come la situazione si sviluppera’ nei prossimi giorni e settimane e’ difficile da prevedere.

Da una parte, i lavoratori che son riusciti a resistere per oltre due mesi sembrano decisi ad andare avanti e non cedere. Anche se politicamente sono compatti e decisi, la questione sta diventato una questione umana dato che non solo stanno soffrendo fisicamente, ma psicologicamente ci sono segni che molti stanno crollando.

Dalla parte della compagnia, e la classe capitalista Coreana, qui si sta giocando non solo con l’industria automobilistica, ma anche lo stato dell’organizzazione sindacale Coreana.

La Ssangyong e’ la piu’ piccola delle compagnie automobilistica Coreana, e sia per il governo che la classe capitalista, questo scontro rappresenta solo l’inizio. Se riescono a vincere e ‘riformare’ la Ssangyong, dopo vengono la Hyunday, la Daewoo e Kia, che sono aziende molto piu’ grosse con decine di migliaia di lavoratori. Dato la globalizzazione dell’industria automobilistica, questo poi avrebbe ripercussioni internazionali su altre compagnie automobilistiche.

Dall’altro lato, questi conglomerati industriali rappresentato anche le roccaforti del sindacato Coreano capeggiato dalla confederazione del KCTU. Il KCTU nell’ultimo decennio e’ stato colpito duramente dalla ‘flessibilizzazione’ e ‘precarizzazione’ dell’economia Coreana, e non e’ potente come negli anni ‘90.

Nonostante queste perdite, il KCTU rimane uno dei sindacati piu’ forti ed organizzati della regione, un sindacato di cui le radici si trovano negl’anni settanta e li scontri contro la dittatura militare. Una sua sconfitta rappresenterebbe un’enorme perdita per tutto il movimento progressivo dell’Asia.

I sindacati Coreani richiedono solidarieta’ internazionale con azioni/manifestazioni contro compagnie Coreani e uffici/consolati/ambasciate Coreane.

Per ulteriori informazioni:

http://kctu.org/

http://kctu.org/ActionAlerts/3720

http://metal.nodong.org/

http://www.imfmetal.org/index.cfm?n=618&l=2

http://libcom.org/

Ssangyong union:
http://sym.nodong.org/

Per video:

http://www.youtube.com/watch?v=fglJuHJdRPM

http://www.youtube.com/watch?v=ko1WcIwtyKE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=l-ohGv4vl14&feature=related

Piergiorgio Moro

Melbourne, Australia

domenica 2 agosto 2009

TODOS A ORGANIZAR EL BOICOT CONTRA LA DICTADURA MILITAR-EMPRESARIAL DE ROBERTO MICHELETTI



El 28 de junio del presente año, cuando la población hondureña se preparaba a participar en la Encuesta Popular sobre la instalación de una Cuarta Urna, en la cual se decidiría si se convoca o no a una Asamblea Constituyente, miles de efectivos militares secuestraron al Presidente Constitucional de la República, Manuel Zelaya Rosales y lo expulsaron hacia la vecina Costa Rica; ocuparon la Casa Presidencial, clausuraron violentamente todas las estaciones de radio y televisión independientes, persiguieron a los funcionarios del gobierno e implantaron un Estado de Sitio en todo el país.

De esa forma, se hizo efectivo un Golpe de Estado, que horas más tarde fue “legalizado” por el Congreso Nacional (asamblea legislativa), colocando en la Presidencia a Roberto Micheletti Bain, dirigente del mismo Partido político del Presidente Zelaya, mediante ridículos argumentos de que el gobernante depuesto había “renunciado”. Esa versión fue desmentida por el mismo Presidente Zelaya, además de que el Congreso Nacional no tiene atribuciones constitucionales para separarlo de su cargo. Asimismo, se argumentó la existencia de una orden de captura sin que el Presidente fuera sometido a un juicio en el cual pudiera defenderse de las acusaciones que se le hacían.

Detrás del golpe se encuentran la cúpula empresarial, los cuatro partidos políticos de la burguesía (Partido Liberal, Partido Nacional, Partido Demócrata Cristiano y Partido Innovacion y Unidad socialdemócrata), las cúpulas de las iglesias católica y evangélica, asi como los dueños de los principales medios de comunicación. Todos ellos hicieron una alianza contrarrevolucionaria temiendo que la consulta popular del 28 de junio diera poder al pueblo y, en especial, a la clase obrera y al campesinado pobre, para iniciar la construcción de una nueva sociedad, donde los privilegios de clase de la burguesía y de los terratenientes fueran eliminados.

También es necesario decir que detrás de ese golpe de estado, esta la mano del Imperialismo norteamericano y de la ultraderecha latinoamericana, quienes lo ven como una oportunidad de frenar los avances de la izquierda en la región centroamericana y la influencia de la revolución venezolana, tras los recientes triunfos electorales del Frente Farabundo Marti para la Liberacion Nacional (FMLN) en El Salvador y del Frente Sandinista en Nicaragua.

Sin embargo, la respuesta del Pueblo hondureño no se hizo esperar desde la primera hora del golpe. Las masas populares se lanzaron a las calles, a conquistar las plazas públicas y a protestar en la Casa Presidencial (edificio sede del gobierno) en contra de miles de efectivos militares, armados con tanquetas, helicópteros, aviones y artillería pesada. Desde entonces, las masas populares salen TODOS LOS DIAS a la calle desde hace un mes, a protestar, a ejecutar medidas de presión para derrocar al gobierno usurpador, realizando masivas movilizaciones, cortes de carreteras, toma de edificios públicos, etc. haciendo uso del Articulo 3 de nuestra Constitución Política que da derecho a la Insurrección Popular en caso de la imposición de un gobierno por la fuerza de las armas. Aunque esta lucha ha costado la vida de varios hondureños, asesinados por los militares, gracias a la misma el gobierno usurpador no ha logrado controlar la situación, ni derrotar a las masas y por tanto no ha logrado consolidarse como gobierno.

La máxima expresión organizativa de la resistencia popular es el “Frente Nacional contra el Golpe de Estado” que unifica a todas las expresiones sociales y políticas del movimiento popular y conduce el movimiento nacional hacia el derrocamiento de la dictadura. Este frente está constituido por organizaciones obreras, campesinas y populares en general, así como por los partidos y movimientos políticos de izquierda y centro que se han declarado en contra del golpe de estado.

La reacción internacional fue contundente desde el punto de vista diplomático: Salvo el régimen sionista de Israel, ningún otro país del mundo se atrevió a reconocer a la dictadura militar-empresarial impuesta en Honduras. Tanto la Organización de Estados Americanos (OEA), la Asamblea General de las Naciones Unidas (ONU), el Grupo de Río, los países asociados al ALBA, entre otros, condenaron el golpe de estado, porque correctamente interpretan que se trata de un primer golpe a las de por sí limitadas democracias burguesas existentes en Latinoamerica, y que, de consolidarse, sentaría un precedente funesto para hacer retroceder las conquistas sociales y las libertades democráticas de los pueblos y trabajadores, proclive a ser imitado por las fuerzas más reaccionarias en otros países de la región y del mundo.

Sin embargo, esta reacción no ha pasado aún de declaraciones diplomáticas que, si bien son útiles, no son suficientes para golpear a la dictadura ni en lo económico, ni en lo militar.

El único gobierno que tuvo siempre una política ambigua respecto al gobierno usurpador, fue el gobierno norteamericano liderado por Barack Obama. Mientras declaraba reconocer al Gobierno del Presidente Manuel Zelaya como único presidente, dio visa a los emisarios de los golpistas para que estos ingresen a territorio norteamericano a hacer lobby a favor del golpe; no ha suspendido los principales programas de apoyo económico y militar en Honduras; no aplica el boicot comercial como en cambio si ha hecho contra Cuba , y se niega a declarar que se trata de un “Golpe de Estado”. Más bien ha promovido una negociación entre el legítimo Presidente de los hondureños, Manuel Zelaya, con el dictador Micheletti, a través de un mediador: el Presidente de Costa Rica, Oscar Arias.

Para el Frente Nacional contra el Golpe de Estado, la mediación del Presidente Arias es una estrategia del Departamento de Estado de los Estados Unidos para lograr cierto reconocimiento internacional al dictador Micheletti, dilatar en el tiempo la salida al conflicto para que el movimiento de resistencia se desgaste y someter al Presidente Zelaya a condicionamientos inaceptables ante su eventual reinstalación en el poder, a fin de que abandone las reivindicaciones políticas que han motivado la movilización popular, como son la lucha por una Asamblea Constituyente y por el castigo a los culpables del golpe. Por consiguiente, el Frente Nacional contra el Golpe de Estado, solo acepta una reinstalación inmediata, segura e incondicional del Presidente Zelaya a su cargo.

La clase obrera hondureña, que desde el principio respondió activamente a la resistencia popular, organizó para la tercera semana una movilización unificada con sus propios métodos de lucha: la Huelga general y la toma de los centros de trabajo, comenzando con un paro general de 48 horas de las tres centrales sindicales del país (CUTH, CGT y CTH) los pasados días 23 y 24 de julio, que se ha repetido el 30 y 31 del mismo mes. En solidaridad los compañeros de organizaciones populares de El Salvador y Nicaragua hicieron cortes en las aduanas para impedir el ingreso y salida de mercadería a Honduras. Inmediatamente las asociaciones empresariales de Honduras y Centroamérica, que son solidarias con los usurpadores, pusieron el grito en el cielo porque dicho boicot implica pérdidas millonarias para sus empresas. Eso significa que la huelga y el boicot comercial son armas efectivas para desgastar las bases económicas de los golpistas, más que las declaraciones formales.

Por todo lo anterior, el Frente Nacional contra el Golpe de Estado hace un llamamiento a las organizaciones representativas de la clase obrera mundial para que organicen y ejecuten una solidaridad militante con la clase obrera y con el pueblo de Honduras, realizando acciones de boicot a todos los productos que entran y salen a puertos hondureños, a fin de asfixiar económicamente a la dictadura; a hacer manifestaciones de repudio a la dictadura enfrente de las embajadas de Honduras y de los Estados Unidos; a hacer actos político culturales en solidaridad con la lucha del pueblo hondureño; y en general a ejecutar cuanta acción fortalezca la lucha del pueblo hondureño y su clase obrera para sacudirnos este régimen opresor y alcanzar una nueva sociedad.

SOLO LA UNIDAD MUNDIAL DE LA CLASE OBRERA DERROTARA EL EXPERIMENTO FASCISTA EN HONDURAS


Tegucigalpa M.D.C. 31 de julio de 2009

Lacrimogeni e acqua contaminata contro la manifestazione nonviolenta di Bil'in.

A decine sono rimasti intossicati, ieri, a Bil'in, dai lacrimogeni e dagli idranti ad acqua contaminata sparati dalla polizia israeliana.

Come ogni venerdì, da anni a questa parte, la popolazione della cittadina palestinese situata in provincia di Ramallah ha preso parte, insieme a pacifisti israeliani e internazionali, a una manifestazione nonviolenta contro il Muro dell'Apartheid.

I manifestanti sventolavano bandiere palestinesi e striscioni in cui denunciavano la costruzione del Muro e la confisca di terre da destinare agli insediamenti israeliani.

Il corteo, che intonava slogan contro l'occupazione, ha cercato di aprire la recinzione che conduce ai terreni confiscati, ma i soldati di Israele lo hanno bloccato, lanciando lacrimogeni e acqua inquinata da agenti chimici e scarichi fognari.

sabato 1 agosto 2009

da YouTube

Iran... Bella ciao!

Partigiani ovunque....

Iran - Al via il processo contro 100 manifestanti delle proteste


Nella sala del Ministero Generale della Giustizia è iniziato il processo contro le persone accusate di disordini e fallito colpo di stato arrestate durante le proteste post-elettorali nel giugno e luglio scorsi.

Le persone coinvolte nel processo sono più di 100 e tra loro ci sono attivisti molto conosciuti dei partiti Moshakerat e Kargozaran.


Il testo dell'imputazione afferma che le elezioni recentemente svolte in Iran, con la loro altissima affluenza (85%), sono state un evento epico per la nazione, perchè hanno dato al mondo intero il messaggio che l'Iran è uno dei paesi più stabili e sicuri. Ma nonostante ciò gli oppositori sconfitti hanno provato subito a destabilizzare il paese: secondo i documenti disponibili e le confessioni degli accusati, c'è stato un tentativo preordinato di colpo di stato “soft”, dietro al quale ci sarebbe la mano della CIA.


Le organizzazioni accusate di questo tentato colpo di stato sono il partito Moshakerat, il partito Kargozaran e l'organizzazione Mojahedin; in particolare esse sono accusate di aver organizzato e diretto le manifestazioni non autorizzate e di aver provato a sfruttarle per cambiare la natura del regime islamico in un sistema secolare.


Inoltre il partito Moshakerat è accusato di avere avuto rapporti con spie britanniche, di avere posizioni antireligiose e di essere pronto a prendere posizioni filoamericane nel caso di un attacco statunitense all'Iran.

Il Sudafrica incrocia le braccia

L'11 agosto prevista una manifestazione nazionale


Manifestazioni in tutte le principali città: dipendenti pubblici, autisti, ferrovieri e netturbini. Chiedono un aumento adeguato dei salari all'inflazione, causato dalla grave recessione economica. Scongiurato per ora lo sciopero dei minatori.

L'Intervista a padre Effrem Tresoldi, da Pretoria

Un'ondata di scioperi sta invadendo il Sudafrica: dopo le violente manifestazioni della settimana scorsa, che hanno portato all'arresto di 200 persone in tutto il paese, da lunedì oltre 160mila lavoratori hanno incrociato le braccia, denunciando la grave crisi economica e chiedendo un aumento salariale. Le manifestazioni, organizzate e sostenute dai principali sindacati sudafricani (South African Municipal Workers Union, Samwu, e l'Independent Municipal and Allied Trade Union, Imatu ), si sono risolte in diversi casi in scontri con la polizia, in particolare nei centri della provincia del Limpopo, regione nordorientale del paese. Nel capoluogo Polokwane la polizia ha disperso la folla sparando proiettili di gomma.

Nelle principali città del paese come Pretoria, Cape Town, Port Elizabeth, Sol Plaatjie gli scioperanti hanno bloccato le strade con barricate e immondizia. Anche la capitale Johannesburg è paralizzata dai cortei e dal fermo dei mezzi pubblici; bloccata anche la metropolitana, con la polizia che si è schierata al fianco dei manifestanti.

L'astensione del lavoro di dipendenti statali, autisti, ferrovieri, netturbini sta mettendo in crisi il funzionamento dei trasporti pubblici e la raccolta dei rifiuti in molte città. Fermi anche diversi uffici degli enti pubblici locali. Falliti finora tutti i tentativi di mediazione tra governo e parti sociali: i sindacati chiedono un aumento del 15% degli stipendi e hanno rifiutato l'offerta dell'11,5% in più in busta paga.

La popolazione è stremata a causa della recessione economica che ha colpito il paese, la prima dalla fine dell'apartheid, e che ha causato un aumento vertiginoso della disoccupazione, costringendo molte aziende alla chiusura. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il continuo aumento del costo della vita e il mancato adeguamento degli stipendi. Non è un caso infatti che le manifestazioni siano partite dalle township più povere, dove la situazione è aggravata anche dalla mancanza di servizi come l'accesso all'acqua potabile e all'elettricità.

Le avvisaglie della crisi sono però evidenti da mesi, ed i sindacati accusano il governo di non aver preso le dovute precauzioni per tutelare i lavoratori. Recentemente gli scioperi hanno messo a rischio anche la costruzione degli stadi in vista dei Mondiali di calcio 2010.
La promessa di 500mila nuovi posti di lavoro fatta in campagna elettorale dal nuovo presidente Jacob Zuma, insediatosi circa 2 mesi fa, è già stata ritrattata. Zuma aveva fatto della lotta alla povertà la sua priorità.

Per ora è stato scongiurato il rischio dello sciopero nell'industria mineraria: l'Unione nazionale dei minatori (Num) ha raggiunto un accordo per l'aumento dei salari tra il 9 e il 10,5%. Si tratta di un settore cruciale per l'economia del paese, che dà lavoro a 150.000 persone. Il governo è ora al lavoro per trovare un compromesso anche per il settore pubblico.

Intanto il calendario delle proteste si infittisce di nuovi appuntamenti: l'11 agosto è prevista una manifestazione nazionale, mentre anche i giornalisti e i lavoratori nel settore delle comunicazioni stanno minacciando di scendere in piazza.

Tratto da:
Nigrizia

Links Utili:
SAMWU
IMATU

Messico, Morelos: Los 13 pueblos

Associazione Ya Basta! dalla carovana in Messico

Narr_Azione dal basso... di Marco

31 / 7 / 2009

Narra la leggenda che un giorno una famiglia di queste zone fu inviata a raccogliere acqua dalle sorgenti del vulcano Popocatepetl, e che sulla via del ritorno il recipiente con cui era trasportata si ruppe e dall’acqua sparsa nacque il Cerro Pelon.

E’ dalle falde di questa montagna che ancora oggi i pueblos e le comunita’ a sud di Cuernavaca, nello stato di Morelos, attingono acqua per i propri bisogni domestici e agricoli. Ed e’ da una delle sorgenti ai piedi del Cerro Pelon, la Chiuahuita, che Don Saul rappresentante del Consejo de pueblos de Morelos inizia il racconto delle lotte che le comunita’ locali stanno portando avanti in questa valle a sud di Citta’ del Messico.

Il Consejo de Pueblos de Morelos

Giusto due anni fa’ nasceva a Xoxocotla, un pueblo di quasi 40.000 abitanti a sud di Cuernavaca, il Consejo de Pueblo de Morelos. In questo villaggio si riunirono numerosi pueblos, abitanti e organizzazioni sociali dello stato di Morelos decisi ad organizzarsi in difesa dell’acqua, della terra e dell’aria. Nei giorni 28 e 29 luglio del 2007 piu’ di 700 persone provenienti da 48 comunita’, pueblos e quartieri urbani, accompagnati da rappresentati di organizzazioni sociali e accademici di diverse istituzioni, hanno discusso su come organizzarsi per difendere i propri territori e le relative risorse naturali dall’aggressione indiscriminata delle multinazionali del turismo e di un economia vorace, spesso collusa con il potere politico e le sue appendici, i partiti, da cui si tengono a distanza. Da questi due giorni, organizzati intorno a sei tavoli di lavoro (difesa dell’acqua, urbanizzazione, autonomia dei pueblos, rifiuti, boschi e aree naturali protette, terra) sono uscite una serie di denuncie e di proposte politiche raccolte nel Manifesto dei popoli di Morelos (www.13pueblos.com )

La delegazione di Ya Basta!

Abbiamo conosciuto Don Saul a giugno di quest’anno, durante il suo giro in Italia ospite dell’associazione Yaku di Trento insieme a Francesco Taboada Tabone regista del documentario “Los 13 pueblos de Morelos” e Fernanada Robinson, fotografa. A giugno sono stati ospiti al Festival di Radio Sherwood, dove e’stato proiettato il video inchiesta che spiega come “lo stato di Morelos attrasse i sui primi abitanti piu’ di due mila anni fa per la ricchezza e la diversita’ naturale. Negli ultimi anni, Morelos e’ stato vittima di una crescita selvaggia che minaccia le sue risorse naturali. Oggi, i discendenti dei primi abitanti della zona si vedono obbligati a organizzarsi in un movimento chiamato 13 pueblos per difendere la terra, l’acqua e l’aria. Questo documentario ritare la lotta del movimento per salvare le sorgenti e impedire la costruzione di una discarica a Loma de Mejia , una zona di doline e acquiferi. E’ la cronaca di una lotta che inizio’ nel 1910 con la Rivoluzione Messicana e que sta per ripetersi nel 2010”.

E’ stata in occasione della loro visita in Italia che ci e’ giunto l’’invito a visitare questo territorio.

Una piccola delegazione della carovana estiva di Ya Basta! “presenza/attiva” ha raccolto l’invito, raggiungendo Cuernavaca il 28 luglio. In 5, siamo stati accolti calorosamente, e dopo aver assistito ad una conferenza stampa del Consejo de los pueblos de Morelos, tenuta da Don Saul, siamo stati accompagnati al primo dei tre appuntamenti previsti.

Lungo la strada per Xoxcotla ci siamo fermati in una localita’ chiamata Tetecalita. Qui Don Saul ci ha illustrato una delle problematiche che los 13 pueblos soffrono maggiormente, l’espansione incontrollata della citta’ di Cuernavaca. Soprannominata la “citta’ dell’eterna primavera” per il suo clima favorevole, negli ultimi anni ha conosciuto un’espansione edilizia notevole. Si tratta di costruzioni a volte non piu’ grandi di 24 metri quadrati, tutte uguali e disposte in fila in grandi blocchi territoriali. Visti dall’autostrada su cui siamo stati accompagnati, la sensazione e’ quella di grandi prigioni le cui celle sono le unita’ abitative. Sono alloggi che le agenzie immobiliari e le ditte costruttrici vendono soprattutto agli abitanti di Citta’ del Messico, a una ora di macchina, che vengono qui per le vacanze o piu’ spesso per il fine settimana. L’impatto ambientale e’ enorme. Queste nuove zone residenziali vengono costruite lungo i fianchi delle colline o in vallate vicene a corsi d’acqua con il risultato di deforestare il territorio o di inquinare le falde acquifere che servono la vallata. O nel migliore dei casi di abbassare in maniera notevole il livello dell’acqua. Spesso le costruzioni vengono realizzate in zone dichiarate protette o in territorio agricolo senza cambio di destinazione d’uso. La speculazione la fa da padrona spesso con la complicita’ del potere politico.

Qui a Tetecalita Don Saul ci mostra una delle vittorie ottenute dai 13 pueblos con l’aiuto del Consejo. I lavori di costruzione di una di queste espansioni edilizie sono state bloccati a seguito delle lotte degli abitanti di queste comunita’. Era prevista la costruzione di 2000 unita’ abitative in una zona dove la popolazione totale arriva a 5000 persone divise tra le comunita’ di Tetecalita e di Temimilcingo. Una violenza ambientale e sociale incredibile, che avrebbe stravolto la vita e i ritmi contadini degli abitanti della zona e provocato l’inquinamento delle sorgenti d’acqua. Ed e’ proprio ad una di queste che don Saul e gli attivisti locali ci accompagnano: alla sorgente Chiahuita, fonte di vita, storia e cultura contadina per circa 100.000 persone.

La sorgente si trova circondata da enormi serre dove vengono coltivati fiori a livello industriale. Gli agenti chimici utilizzati nella produzione naturalmente finiscono nei fiumiciattoli che si riversano in quello principale proveniente dalla sorgente, che raggiungiamo attraverso un cammino nella vegetazione. Lo spettacolo e’ entusiasmante: i colori e l’atmosfera che l’acqua crea uscendo dalle rocce induce gioco forza al contatto, a berne un po’. Meno entusiasmanti sono le storie che Don Saul ci racconta insieme agli altri attivisti, che non sono tutti della zona ma anche di altri pueblos dello stato, come ad esempio di Hueyapan, al nord ma i cui problemi sono simili. E che saputa della nostra presenza sono venuti a conoscerci. Ci raccontano che qui i loro nonni o padri hanno partecipato all’avventura di Emiliano Zapata, hanno difeso la loro terra e la loro acqua e che continueranno a farlo per i loro figli.

Una delle eridita’ di quella lotta abbiamo la possibilita’ di vederla raggiungendo Xoxocotla. Qui l’acqua non e’ gestita ne’ da imprese private ne’ da entita’ pubbliche, qui l’acqua e’ gestita in maniera comunitaria e assembleare. Tutto cio’ che riguarda la gestione di questo bene comune viene discusso a livello comunitario. Da quando hanno ottenuto la possibilta’ di gestire l’acqua in questa forma, i risultati sono stati notevoli: miglioramento delle infrastrutture, aumento del numero degli utenti, fino all’acquisto di una cisterna che permette di rifornire d’acqua potabile le zone dove ancora questa non arriva. Il modello sviluppato a Xoxocotla ha permesso a Don Saul di essere ospite financo al seminario internazionale Agua: bien comun, gestion publica y alternativas svoltosi a Cochabamba, Bolivia, nell’agosto del 2008. Sara’ per questo che suonano strane le nostre parole che raccontano di come l’acqua in Italia sia in corso di privatizzazione o gia’ privatizzata, come nella provincia di Latina laboratorio della gestione privata e della resistenza (ad Aprilia 6000 famile non pagano l’acqua alla ditta privata ma continuano a farlo al comune)

La mattina inizia presto, troppo per alcuni di noi. Siamo ospiti di una piccola quanto strana radio, che trasmette dal campanile della chiesa utilizzando 4 megafoni direzionati ai 4 punti cardinali e collegati ad un amplificatore e questo al pc portatile del parroco locale, seguace della teologia della liberazione. Si chiama Radio Xokotl, che in lingua Nahuatl significa prugna, il frutto locale. Tra un disco e un sermone che assomiglia piu’ ad uno dei nostri volantini di collettivo, salutiamo gli abitanti del pueblo e gli facciamo i nostri migliori auguri perche’ il loro progetto di costruire un centro culturale dove recuperare l’idioma Nahuatl e migliorare la radio, abbia fortuna.

Da Xoxocotla ci spostiamo a Temixo, dove ci aspettano altri compagni membri del Consejo che ci portano a Loma de Mejia. E’ l’ultima tappa della nostra visita. Qui le comunita’ sono in lotta per la chiusura di una mega discarica. E ospiti di don Elio portiamo i saluti di un’altra comunita’ in lotta contro la costruzione di una discarica: la comunita’ resistente di Chiaiano.

Don Elio e’ l’ultimo dei contadini della zona che ha resistito alle “pressanti” richieste di vendere la sua terra per far spazio alla discarica di Loma de Mejia. Attraverso i suoi campi arriviamo alla discarica, in funzione da pochi mesi ma gia colma e male odorante. Costruita in zona protetta e archeologica, la ditta costruttrice in combutta con alcuni deputati statali ha realizzato questro mostro ecologico su alcuni acquiferi di ricarica dei pozzi delle comunita’ sottostanti e su un terreno estremamente poroso facilmente infiltrabile dal percolato prodotto dallo stoccaggio dell’immondizia. La valutazione di impatto ambientale e’ stata falsificata, tanto che alcuni dei tecnici che vi avevano partecipato hanno denunciato pubblicamente la cosa, ma senza ottenere risultati. Torniamo verso la proprieta’ di don Elio, la nostra visita finisce qui ma non prima di essere accompagnati alla sorgente d’acqua Tilapena, scendendo lungo uno dei costoni della collina dove al fondo scorre un fiumiciattolo che alimenta d’acqua la vallata sottostante. E’ una delle sorgenti e uno dei fimiciattoli che la discarica sta minacciando. Qui troviamo resti di offerte e di cerimonie. La tradizione dei popoli di queste vallate ancora rende omaggio ad uno dei beni comuni piu’ importanti della terra, l’acqua, perche’ difendendo lei si difende la vita.

Ci accomiatiamo dai nostri ospiti, da Francesco e Fernanada, torniamo a Cuernavaca e daqui a citta’ del Messico. Ma prima la nostra piccola delegazione si concede ad una birretta leggera e rinfrescante. Sono stati due giorni intensi ma ricchi di incontri scambio e solidarieta’, la giusta carica prima di arrivare in Chiapas.

Un secolo dopo il passaggio di Emiliano Zapata per queste incantevoli terre, dove fisso’ il suo quartier generale, la “lucha sigue”: TIERRA O LIBERTAD!

Per Ya Basta! Marco.

http://13pueblos.blogspot.com/ www.13pueblos.com

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Honduras - Si è scatenata la bestia

Violenza a Tegucigalpa

Brutale repressione contro la manifestazione pacifica del popolo in resistenza

di Giorgio Trucchi

Mentre il presidente Manuel Zelaya si riuniva a Managua con gli ambasciatori nordamericani di stanza in Nicaragua ed Honduras, e personalità del Dipartimento di Stato per cercare una via d’uscita alla crisi, migliaia di cittadini che manifestavano pacificamente contro il colpo di stato sono stati brutalmente attaccati dalle le forze repressive del governo de facto.

Esercito e polizia si sono accaniti contro la popolazione, inseguendola per chilometri, colpendola, facendo uso di gas lacrimogeno, pallottole di gomma e di piombo, in perfetta sintonia con le sanguinarie dittature degli anni 70 e 80.

Decine i feriti ed i detenuti, mentre un professore di scuola secondaria, Roger Vallejo Soriano di 38 anni, si trova tra la vita e la morte a causa di un colpo di pistola alla testa, molto probabilmente sparato da un poliziotto in civile chi si è dato alla fuga.

Carlos H. Reyes, segretario generale del Sindacato dei Lavoratori dell'Industria delle Bevande e Simili, Stibys, e membro del Comitato Mondiale della UITA, è stato inseguito, percosso ed è riuscito a salvarsi saltando in un profondo fosso insieme ad altri manifestanti.

Attualmente si trova ricoverato in attesa di essere operato per una frattura multipla al braccio destro e con dieci punti di sutura all’orecchio per i colpi ricevuti dai poliziotti.

Ci hanno accerchiato nella zona del Carrizal, abbiamo iniziato a correre ed ho sentito solamente un forte colpo all’orecchio. Ho visto un fosso e mi sono lanciato per salvarmi dai colpi ed è stato lì che mi sono fratturato il braccio – ha detto Carlos H. Reyes mentre usciva in barella dal Pronto Soccorso della Previdenza Sociale (IHSS) -.

Sapevamo che prima o poi sarebbe successo, perché tutta la gente che appartiene ai corpi di sicurezza del nostro paese sono gli stessi criminali degli anni 80. Sono dei selvaggi a cui non importa la vita degli altri. Abbiamo già morti, feriti e contusi, e nonostante ciò la lotta deve continuare.

È troppo importante – ha continuato il leader sindacale e membro del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato - che il popolo honduregno continui la resistenza, perché questa lotta è giusta e necessaria, e tutta la comunità internazionale sostiene questo processo.

Chiediamo nuovamente alla comunità internazionale, alla Osa, alle Nazioni Unite, ai paesi del mondo di adottare misure più drastiche contro questo governo de facto. Abbiamo bisogno che si ristabilisca l’istituzionalità nel paese, perché c'è costata molto caro ottenerla e non la possiamo perdere.

Non sarà certo una frattura ad un braccio e nemmeno dieci punti di sutura a fermarci. Se non fossi sicuri di ciò che stiamo facendo, potete stare sicuri che non continuerei a espormi personalmente. L’ho fatto tutta la vita e lo continuerò a fare perché so che abbiamo ragione. Andiamo avanti perché questa battaglia la dobbiamo vincere", ha concluso Carlos H. Reyes mentre un infermiere l'accompagnava nella stanza dove lo Stibys ha garantito la presenza di un servizio di vigilanza per proteggere il suo segretario generale.

Cani rabbiosi

La violenta e rabbiosa reazione dei corpi repressivi del governo de facto ha radici molto più profonde di quanto ci si possa immaginare, e va nella direzione di resistere a qualsiasi tentativo di far rientrare nel paese il presidente Manuel Zelaya e di porre la parola fine alla resistenza interna, che sta provocando molti danni economici ai settori imprenditoriali che hanno progettato il colpo di stato.

"Le azioni di resistenza di queste ultime settimane hanno fatto molto male all'impresa privata e quest’ultima ha ordinato ai propri cani di mordere la gente. Oggi i cani hanno ubbidito ai loro padroni e hanno assalito e repressero la popolazione – ha detto visibilmente alterato Porfirio Ponce, dirigente sindacale dello Stibys -.

"Non hanno avuto pietà per nessuno. Anche i venditori ambulanti sono stati aggrediti e non hanno risparmiato nemmeno i giornalisti, che sono stati picchiati ed a cui sono state tolte e distrutte le telecamere e le macchine fotografiche. Non hanno rispettato nessuno", ha concluso.

Attacco e reclusione dei dirigenti popolari

Tra le colline che circondano la capitale Tegucigalpa, il coordinatore del Blocco Popolare e membro del Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato, Juan Barahona, ha rilasciato una dichiarazione alla Lista Informativa “Nicaragua y más” a poche ore dal suo rilascio.

"Oggi abbiamo bloccato vari punti della strada che porta a nord, verso San Pedro Sula. La polizia e l'esercito hanno iniziato a reprimere brutalmente i manifestanti nella zona del Durazno e nel quartiere Lolo.

Hanno iniziato ad inseguirci per vari chilometri e quando siamo arrivati nei pressi della Previdenza Sociale, nella periferica del Boulevard del Nord, ci siamo resi conto che ci avevano accerchiato e che non avevamo vie d’uscita.

Ci hanno stretti in una morsa, picchiati ed arrestati, portandoci nella IV stazione di polizia e siamo stati liberati solo dopo cinque ore grazie all’intervento degli organismi dei diritti umani – ha continuato Barahona -.

Anche nel Dipartimento di Comayagua si è scatenata la repressione, con molti feriti e 70 detenzioni. Tuttavia, domani stesso abbiamo deciso di continuare con le proteste in tutto il paese", ha detto il dirigente popolare.

Domani, 31 luglio, si aspettano grandi mobilitazioni in risposta all'ondata di violenza brutale dell’'esercito e della polizia, sotto il comando del governo de facto e dei settori più retrogradi della società honduregna.

"Il popolo honduregno sta lottando pacificamente e di fronte a questa repressione, nasce una forte indignazione che farà aumentare il numero di persone disposte a unirsi alla lotta. Di questo ne siamo sicuri", ha concluso Barahona.