giovedì 29 ottobre 2009

'L'80% della popolazione della Striscia di Gaza vive sotto la soglia di povertà a causa dell'embargo'.

Un milione di palestinesi vive di aiuti

Il presidente del Comitato Popolare contro l'embargo, l'on. Jamal al-Khudari, ha affermato che l'embargo israeliano continua a distruggere i più importanti settori-chiave economici della Striscia di Gaza, e ha gravi conseguenze umanitarie sulla vita degli abitanti.

In un comunicato stampa diramato ieri in occasione del secondo anniversario della fondazione del "Comitato popolare contro l'embargo", al-Khudari ha affermato che "l'embargo si è relativamente attenuato, ma il popolo di Gaza continua a languire in una prigione chiusa, senza la libertà di godere del diritto di spostarsi e di viaggiare".

Egli ha aggiunto che "l'ultima guerra ha aumentato le sofferenze della popolazione: decine di migliaia di famiglie, le cui case sono state distrutte dalla guerra, oggi non hanno un’abitazione, a causa del divieto di importare materiali da costruzione".
E ha poi spiegato che "decine di migliaia di lavoratori sono ancora senza lavoro: un milione di palestinesi vive di aiuti, il reddito pro capite è di 2 dollari al giorno, e l'80% vive sotto la soglia di povertà".

Quanto al ruolo del Comitato nella sensibilizzazione sulla questione dell'embargo israeliano, ha dichiarato: "Noi del Comitato popolare siamo orgogliosi di aver ‘suonato la campana’. Abbiamo lanciato un progetto che ha mosso il mondo, e questo è diventato il problema di tutti all'interno della Palestina e a livello internazionale; siamo quindi lieti che tutti lavorino per il successo di un progetto contro l'embargo".

Ha poi sottolineato che il Comitato è riuscito a fornire un modello di successo per un attivismo popolare efficace, anche nei frangenti più difficili, come nel caso dell’assistenza per le partenze all’estero di malati e studenti, di possessori di permessi di soggiorno e altre categorie di persone bisognose, oltre al far entrare a Gaza medicine e carburante che hanno alleviato le sofferenze in queste difficili condizioni sotto embargo.

Al-Khudari ha rivolto un discorso agli attivisti stranieri e a coloro che sono solidali con il popolo palestinese nel mondo intero: "Siete stati dei veri resistenti e avete dimostrato un grande coraggio nel difendere una giusta causa. Avete avuto un ruolo importante nel sostenere e difendere gli oppressi, avete alleggerito la loro sofferenza e avete detto al popolo assediato a Gaza che nel mondo ci sono ancora persone che sostengono gli oppressi e possono asciugare le loro lacrime".

tratto da Infopal

Delirio Afpak

I talebani pachistani compiono un massacro nel bazar di Peshawar. Quelli afgani attaccano nel centro di Kabul. Intanto si scopre che la Cia paga da anni il più grande boss afgano della droga: il fratello del presidente di Karzai

Strage Pakistan

di Enrico Piovesana

L'autobomba che oggi ha ucciso quasi cento persone, ferendone e mutilandone altre duecento, ha distrutto il caratteristico bazar dei cereali e delle granaglie di Pipal Mandi, nel cuore della città vecchia di Peshawar. Si chiamava così perché sorgeva attorno a un antichissimo pipal, un fico sacro millenario: albero sacro per i buddisti. Non per i commercianti musulmani, che infatti avevano ingabbiato il suo grande tronco in una baracca circolare di legno che ospitava decine di venditori con le loro merci.
All'ombra del grande albero i mercanti chiacchieravano e prendevano il tè, i garzoni spingevano i carretti carichi di merci, talvolta inutilmente trainati da piccoli muli, facendo lo slalom tra i moto-risciò e le donne in burqa venute a fare la spesa.
Da questo ombelico sacro-profano si diramavano tortuosi i vicoli affollati e bui del bazar, su cui si affacciavano ininterrotti gli altri banchi del mercato e grandi portoni di legno da cui si accedeva ad antichi caravanserragli da mille e una notte: cortili ombreggiati da teli colorati e ingombri di casse, sacchi, bilance, carretti, animali e mercanti intenti a trattare, pesare e catalogare.
Tutto attorno a Pipal Mandi si snodavano, senza distinzioni nette tra l'uno e l'altro, il bazar delle spezie, quello delle pozioni magiche, quello degli ortaggi e quello delle donne, pieno di tessuti e accessori colorati ‘made in China'.
Ormai da anni nessun occidentale si spingeva da queste parti. Il personale straniero dell'Onu e della Croce Rossa Internazionale che lavora a Peshawar ha il divieto assoluto di avvicinarsi anche in auto alla città vecchia per il rischio attentati. Anche molti giornalisti preferiscono tenersi alla larga dai bazar. Chi, invece, decideva di tuffarsi in questo labirinto attirava gli sguardi di tutti, ma proprio tutti, come fosse un marziano. Sguardi curiosi, approcci amichevoli - "Hello sir! How are you sir? Where are you from sir?" - e in alcuni casi allarmati - "Don't stay here sir, it's dangerous! A lot of taliban here, sir".

Anche nel centro di Kabul ci sono tanti talebani. Oggi un piccolo commando di guerriglieri travestiti da poliziotti ha fatto irruzione nell'hotel Bakhtar di Shar-e-Naw, nel pieno centro di Kabul (a due passi dall'ospedale di Emergency), uccidendo dodici persone, tra cui sei dipendenti delle Nazioni Unite di cui non è ancora stata resa nota la nazionalità. Mentre la zona si trasformava in un campo di battaglia, con sparatorie, esplosioni, gente in fuga imbrattata di sangue, mentre centinaia di soldati circondavano la zona, altri talebani sparavano un colpo di mortaio contro l'Hotel Serena, il superblindato albergo cinque stelle che ospita gli stranieri a Kabul. Temendo anche qui un irruzione armata, gli ospiti sono stati rinchiusi nei bunker sotterranei, fino a quando l'allarme non è cessato.
Una dimostrazione di forza dei talebani alla vigilia del ballottaggio per le elezioni presidenziali, fissato per sabato 7 novembre: un voto illegittimo (poiché si svolge sotto occupazione militare) che confermerà al potere il sempre più debole e screditato Hamid Karzai.
E' di oggi la notizia che suo fratello Hamed Wali, il principale narcotrafficante del paese e l'organizzatore delle frodi elettorali nel sud a vantaggio di Hamid, è da otto anni sul libro paga della Cia. Qualcuno dice perché è suo l'ex residenza del Mullah Omar di Kandahar che oggi è diventato il quartier generale di migliaia di mercenari della Cia e delle forze speciali Usa - anni fa chi scrive ha avuto il piacere di venire fermato da questi ‘Rambo' vestiti da talebani davanti al cancello di Villa Omar: un calcio sul cofano della macchina e un fucile d'assalto puntato alla testa dell'autista accompagnato da un gentile "Get the fuck out of here!". Altri ricordano le accuse di coinvolgimento dell'intelligence Usa nel narcotraffico afgano: che il più grosso boss afgano della droga è stipendiato dalla Cia sarebbe solo una conferma.

Tratto da:

Honduras: Donne prigioniere politiche

A quattro mesi dal golpe.

Femministe in resistenza contro il golpe

Queste sono le condizioni giuridiche ed umane delle donne prigioniere politiche del governo dittatore di Roberto Micheletti. Video e comunicato.

PER LA DIFESA DELLA DEMOCRAZIA IN HONDURAS

Centoventitreesimo giorno di resistenza contro il colpo di stato

Intervista ad Augustina Flores e Mabel lopèz - Prigioniere politiche
Noelia Nunez - Avvocata in resistenza
Scene dalle mobilitazioni di piazza

Dichiarazione delle femministe in resistenza

Davanti al popolo honduregno e alla comunità internazionale, dichiariamo:

Continuiamo chiedendo la condanna nazionale ed internazionale al Colpo di Stato perpetrato i 28 di giugno che si è concretizzatosi con l'espulsione brutale del Presidente Costituzionale, Manuel Zelaya, dal nostro paese e l'instaurazione della dittatura fascista guidata da Roberto Micheletti Baín.

Denunciamo che il Dialogo intrapreso per superare la crisi generale propiziata dal Golpe, è stato caratterizzato da una vecchia pratica della classe politica tradizionale: la dilazione ed ambiguità nelle sue dichiarazioni ed attuazioni.

A ciò si sono sommati le misure di repressione contro il nostro popolo, violentando - a parole e nei fatti - tutte garanzie costituzionali ed i diritti umani fondamentali. Come esempio, valga ricordare che hanno perso la vita più di venti hondureñas/os, più di un centinaio sono stati feriti/te, si contano decine di donne oggetto di abuso sessuale e più di 3000 -tra donne, uomini e minori di età - hanno subito detenzioni arbitrarie.

In tali condizioni, è evidente che la Commissione negoziatrice del Presidente Zelaya sta affrontando serie difficoltà per stimolare normalmente i suoi sforzi di consenso e conciliazione.

Sosteniamo che la restituzione di Manuel Zelaya come Presidente Costituzionale del Honduras sia condizione previa ed ineludibile per effettuare le elezioni nel paese. Tuttavia, il regime di facto respinge questo tema e sta preparando una gran frode elettorale al fine di dare un'apprenza di legittimità ad un futuro governo.

Reiteriamo il nostro rifiuto alle inumane condizioni di isolamento, fustigazione e tortura psicologica alle quali è stato sottomesso il Presidente Manuel Zelaya nella sede diplomatica del Brasile accreditata in Honduras.

Sosteniamo incondizionatamente la pronta definizione delle procedure per la convocazione di un'Assemblea Nazionale Costituente democratica, aperta e partecipativa.

Pertanto, oggi più che mai, chiediamo:

  1. Dalle organizzazioni di donne di tutto il mondo, il loro appoggio deciso affinché il nostro popolo riconquisti il diritto a vivere in pace ed in libertà con la restituzione di José Manuel Zelaya Rosales come legittimo Presidente della Repubblica fino al compimento del periodo costituzionale del suo governo.

  2. Dai Governi degli Stati Uniti e Comunità Europea, l'Organizzazione degli Stati Americani, l'Organizzazione delle Nazioni Unite, l'adozione di nuove misure per velocizzare il processo di restituzione del Presidente José Manuel Zelaya e, quindi, la pacificazione sociopolitica in Honduras.



Pluspetrol, il conflitto nel cuore dell'Amazzonia peruana

Intervista a Vladimir Pinto, avvocato del Programa de Defensa de Derechos Indígenas (PDDI)


L'Amazzonia costituisce ancora una area marginale del Peru, lontana, incomunicante, carente di infrastrutture. Uno spazio in cui lo Stato sembra assente, ma non lo è quando è il momento di promuovere progetti estrattivi - in mano di privati - e mettere a disposizione le forze di sicurezza per garantire il loro proseguimento.

Sebbene siano pochi i blocchi petroliferi sfruttati, le imprese del settore cercano di coprire il vuoto lasciato dallo Stato in materia di salute e trasporti, ma questa posizione di potere non ha impedito l'organizzazione di chi soffre l'inquinamento.

Negli ultimi anni kichwas e achuar hanno portato avanti forti lotte per porre rimedio all'impatto socio-ambientale derivante dallo scarico del crudo (nome che si da al greggio) e dalle acque contaminate ed hanno ottenuto alcune conquiste.

Queste mobilitazioni sono state l'antecedente delle massicce mobilitazioni del giugno scorso che hanno raggruppato più di 1000 comunità, coordinate nella Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep), per porre freno alla privatizzazione del territorio e all'avanzamento dei progetti espansivi.

Il levantamiento è stato colpito dal sangue di Bagua e le organizzazioni indigene duramente colpite. Il Governo di Alan García non ha potuto avanzare con la sua politica però la minaccia continua, il 75% di questa regione è stato dato in concessione mineraria.

L'Avvocato peruano Vladimir Pinto conosce in profondità la situazione dei popoli amazzonici, patrocina con il Programa de Defensa de Derechos Indígenas le organizzazioni indigene in Tribunale.

Nell'intervista realizzata da Observatorio Petrolero Sur parla del post-Bagua, della criminalizzazione delle lotte socio-ambientali e il ruolo che gioca la Pluspetrol.

-En recientes conflictos suscitados en la Amazonía por los impactos de la actividad hidrocarburífera aparece citada a Pluspetrol. ¿Cuál es su relevancia en la región?
Pluspetrol es una empresa que, si bien no es una gran transnacional, en Perú tiene una relevancia muy importante. Opera el lote 1AB, en la frontera con Ecuador, que es el más antiguo de la Amazonía peruana -en producción desde hace más o menos 40 años, con estándares ambientales muy malos. Ellos llegaron hace 10 años, lo heredaron de la empresa Occidental Petroleum (Oxy). Operan también el lote 8, que es contiguo a este y antes explotaba la nacional Petroperú. Además Pluspetrol en Camisea tiene el monopolio de la operación del lote de gas: extracción, refinación y venta. En Perú es la empresa petrolera más importante, sin duda alguna.

En el caso del lote 1AB han heredado una situación ambiental desastrosa, es un caso muy similar a lo que sucede en Ecuador con Texaco: 40 años de vertimiento de aguas contaminantes directamente a los ríos. Heredan esa operación en el año ’89 y no modifican los estándares sino hasta el año 2008, que en algunas zonas de ese lote han terminado de reinyectar las aguas que antes vertían a los ríos. Aún ahora hay una situación de vertimiento en otras cuencas con el consecuente daño ambiental y para la salud humana.

En la zona del lote 8 también tienen problemas. Ese lote está dentro de áreas de territorio de pueblos indígenas en aislamiento voluntario, si bien es cierto que el Estado es el responsable de crearlo y darlo a concesión, ellos operan en esas condiciones. Entonces, en todas sus operaciones tienen una situación de vulneración de derechos de los pueblos originarios.

-Hay un documental, Una muerte en Sión, que refiere a la presencia de Pluspetrol en territorio achuar.

Si, es sobre el lote 1AB. Hay esta situación de contaminación de tantos años y Pluspetrol opera allí afectando a pueblos indígenas, fundamentalmente a los achuar y a los kichwas, aunque también hay una pequeña presencia de urainas. Una muerte en Sión es justamente sobre las comunidades achaur del río Corrientes, que son afectadas por estas actividades de contaminación. Esto ya es materia de un proceso judicial que no se pudo realizar en Estados Unidos y que ahora está en elaboración para iniciarse en Perú.

Pluspetrol, en ese caso, es co-responsable porque opera allí en los últimos 10 años pero ha mantenido los mismos estándares que se han utilizado, que son inhumanos, inaceptables simplemente.

-Durante las movilizaciones amazónicas se mencionó la presencia de militares en instalaciones de Pluspetrol para reprimir a los indígenas. ¿En efecto fue así?
Ha habido movilizaciones indígenas muy fuertes para que se modifiquen estos estándares ambientales tan desastrosos. En el año 2006 el campamento de producción de Pluspetrol estuvo tomado dos semanas por el Pueblo Achuar y fruto de esa movilización lograron un acta donde la empresa reconoce en parte su responsabilidad: en materia de salud crea un fondo, se compromete a reinyectar [las aguas de formación] en un plazo más o menos inmediato; y el Estado asume algunas obligaciones como garante. Ese es el antecedente de movilización amazónica más importante antes de Bagua.

Luego, en marzo de 2008, hubo una toma del aeropuerto que tiene Pluspetrol en la comunidad de Andoas, donde están también sus oficinas operativas del lote 1AB. Por esa toma se ha iniciado un proceso penal contra muchísimos dirigentes kichwas de la zona del Tigre y del Pastaza, que son ríos afectados por el lote. La movilización de los pueblos indígenas estaba vinculada a la presencia de industrias extractivas -sobre todo petróleo- en territorios donde no las aceptan y toman como referencia la tragedia ambiental del lote 1AB.

En la movilización de los achuar [de 2006] la empresa adoptó la política de militarizar la zona en contubernio con el Estado, obviamente, y en marzo de 2008, cuando reprimieron a la población que tomó el aeropuerto, dentro de la instalaciones de Pluspetrol se produjeron torturas a dirigentes indígenas. Es decir, personal de la DINOES [Dirección Nacional de Operaciones Especiales de la Policía Nacional] torturó en las instalaciones de la empresa. Eso es algo que recientemente se hizo público en el juicio penal que se les está siguiendo a los compañeros achuar.

En la zona la DINOES cumple el papel casi de policía al servicio de la empresa, no defiende el orden público sino la seguridad de la empresa.

foto5 ANDOAS

-¿La DINOES es una policía común?
Es policía para operaciones especiales, es como el SWAT. Es un cuerpo especializado que estaba destinado a operaciones de seguridad en áreas urbanas pero que, en los últimos años, se le ha trasladado a las zonas donde hay conflictos socio-ambientales. [Interviene] cuando hay grandes movilizaciones de la población.

-¿Se inició alguna causa judicial por la aplicación de torturas dentro de instalaciones de Pluspetrol?
Lo vamos a hacer. La tortura contra los dirigentes indígenas no se había evidenciado todavía, salvo por las declaraciones de ellos, pero recientemente se ha hecho presente al juicio un misionero católico que también fue torturado y que ha denunciado estos hechos de manera pública. Entonces, teniendo otros elementos, se va a iniciar una causa contra la policía y estamos evaluando ver el nivel de responsabilidad de la empresa -como tercero civilmente responsable- y de los funcionarios de la empresa -como co-responsables de la tortura.

-En Argentina Pluspetrol realiza campañas de RSE para dar una imagen de buen diálogo con la sociedad. Las demandas que se hicieron en la Amazonía peruana, ¿modificaron las políticas de la empresa?
Hay algunas cosas que cambiaron a la fuerza, es decir, las comunidades exigieron que se modifiquen algunas prácticas empresariales y, a raíz de que Pluspetrol notó el nivel de organización y de decisión que tenían, modificó algunas de las prácticas más duras. El tema es que luego de esta situación forzada de cambio, ellos han convertido el conflicto en una propaganda: “Miren cómo nosotros tenemos este programa de Salud en la Amazonía y cómo estamos reinyectando lo que nunca reinyectó la otra empresa…”. No lo plantean como el resultado de una larguísima confrontación sino como una decisión corporativa.

Ahora, esto ha cambiado en una de las partes del lote, donde la población se organizó y protestó, pero no en las otras. Yo diría que más que una empresa que tiene responsabilidad corporativa imbuida como una filosofía, un espíritu, lo que hace es reaccionar frente a la presión que le impone la gente.

En la zona de Camisea, en el sur, operan en condiciones menos adversas. Es una operación más nueva pero no exenta de complicaciones. El tubo de líquidos derivados -porque mueve gas pero también líquidos derivados- se ha roto por lo menos 6 veces en 4 años de operación. Entonces es una situación también es compleja, donde, por supuesto, dicen que mantienen una buena relación con la población. No se sabe de un conflicto muy abierto pero en términos ambientales sí hay bastante que evaluar allí.

La operación es muy complicada porque, además de la explotación del gas de Camisea -que afecta a pueblos en aislamiento-, implica un gasoducto que cruza la región andina hasta la costa. Si no me equivoco son 450km y la construcción del gasoducto implicó diversos impactos en la región andina, sobre todo en algunas comunidades de Ayacucho, que protestaron por eso.

-Casualmente años atrás Pluspetrol auspició una muestra fotográfica en el Centro Cultural Jorge Luis Borges sobre culturas andinas.
Es curioso que se trabaje en este asunto de promover la identidad andina y demás, porque es una empresa que más bien ha sido vista siempre como problemática en el balance general, porque está metida realmente en operaciones complicadas.

-¿La Amazonía es una de las regiones peruanas que más se ha concesionado para la actividad hidrocarburífera?
Sí, tenemos el 75% de la Amazonía peruana concesionada para hidrocarburos, aunque explotación todavía tenemos poco. Básicamente Pluspetrol es la única que está explotando, hay una pequeña [compañía], la norteamericana Maple Gas, que opera en lotes muy antiguos y marginales -tanto en tamaño como en producción.

Hay algunas zonas donde las comunidades que no conocen bien la dinámica del petróleo, que no tienen ninguna expectativa más para encontrar alguna alternativa económica, aceptan el ingreso de estas empresas; hay otras donde hay resistencia. Donde hay resistencia se produce inmediatamente un fenómeno de estigmatización, complicaciones. Nosotros estamos evaluando esto en función de una visión más amplia de la Amazonía -porque es un problema que se empieza a generalizar en los países vecinos- para demandar un freno a las concesiones, ya que es un área tremendamente frágil.

-¿En estas nuevas concesiones de lotes Pluspetrol tiene alguna posición ventajosa?
Bueno, de acuerdo a la ley no la puede tener. Pluspetrol está compitiendo por uno o dos lotes más, no más tampoco, porque creo que de hecho excedería su capacidad operativa.

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-Hablabas de la estigmatización de quienes se paran frente al avance de las concesiones petroleras o de quienes protestan por los impactos. Antes de comenzar la entrevista comentabas que la criminalización del conflicto socio-ambiental en Perú es una tendencia ascendente.
Si, según la Defensoría del Pueblo, que podríamos considerar que son datos conservadores -no son radicales ni mucho menos-, más de la mitad de los conflictos sociales en el Perú son de carácter socio-ambiental, y, en la mayoría de estos casos, no hay una solución inmediata -el 88% se mantienen activos. Es un escenario creciente donde la respuesta del Estado no es el diálogo o la búsqueda de soluciones de mediano plazo sino la represión y la criminalización.

Tenemos, lamentablemente, un marco legislativo penal muy laxo, complicado. Desde la reforma de los ’90 se empezó a ampliar este marco legal, primero, contra el terrorismo; luego, contra el crimen organizado; y esas mismo marco normativo se utiliza ahora para enjuiciar a dirigentes populares o a activistas que están organizando protestas socio-ambientales. Incluso con este gobierno tenemos asilados, dirigentes indígenas han tenido que salir del país [luego de la masacre de Bagua]; el presidente del Poder Judicial confesó que al juez que ve el caso de Alberto Pisango [presidente de la Aidesep] lo llamaron los ministros para decirle que rápidamente vean su detención, una intromisión del poder político evidente; prácticas de persecución a las organizaciones sociales.

Estamos en un escenario muy complicado y, lamentablemente, [tenemos] un aparato policial coludido con intereses empresariales. La policía interviene en reuniones de las comunidades, cuando alguna ONG quiere hacer alguna capacitación la policía intimida. En el caso de Pluspetrol es evidente, por ejemplo, la empresa maneja el único aeropuerto de Andoas y el abogado penal que lleva el caso [de los achuar imputados] tenía que aterrizar allí con una avioneta alquilada. Cuando ya estaba por aterrizar la empresa se lo impidió, le dijo al piloto que no cuando se enteró que estaba yendo un abogado. Tuvieron que regresar, con riesgo de que la gasolina no alcance.

-Por el panorama que das se deduce que la tensión de Bagua no quedó disipada.

Evidentemente hubo un retroceso del Estado, se derogaron las dos normas más graves, que eran parte de la agenda indígena: las que tienen que ver con la protección del bosque -para que no se convierta en una propiedad privada- y con las garantías a la propiedad indígena -que se quería eliminar. En ese sentido el Estado retrocede en su estrategia de despojo directo, pero no cede en cuanto a su pretensión. Ahora hay una campaña enorme de prensa, coludida con intelectuales orgánicos al Fondo Monetario Internacional y al Banco Mundial, para seguir promoviendo la titulación individual y la parcelación de las comunidades.

Los indígenas ganaron en varios ámbitos, también en el sentido de demostrarle a la opinión pública que tenían razón en muchas de las cosas que estaban planteando. Quedó clarísimo, por ejemplo, que el Estado tiene que cumplir el Convenio 169 [de la OIT] en cuanto a la consulta [previa, libre e informada antes de implementar políticas que los afecten], y que no lo había hecho. De algún modo hubo una victoria, también mediática, en el sentido que “no eran locos” ni estaban “yendo por fuera del derecho” sino que su demanda era justificada. Sin embargo los medios de comunicación mayores promueven constantemente la idea de que hay intereses políticos detrás de la organización indígena, incluso intereses políticos externos -el gobierno quiere involucrar al presidente [venezolano Hugo] Chávez, a las FARC, etc. Es una situación que se mantiene y se reproduce constantemente, y es una batalla del día a día donde los medios de comunicación, sobre todo la televisión, cumplen un papel a favor del gobierno.

El Estado ha sido derrotado en esta batalla [de Bagua], pero la decisión política de fondo me parece que subsiste. La organización indígena quedó muy golpeada después de esto, mucha gente con procesos judiciales, muchos recursos agotados, persecución de los proyectos que le dan sostenimiento a la organización, intervención administrativa de la Aidesep. La tensión como tal se ha transformado, quizás es más velada. La actuación del Estado es menos represiva, en el sentido directo, pero hay todo un sistema represivo, acompañado por los medios de comunicación, que empieza a reverdecer y que, quizás, va a esperar un momento para volver a intentarlo.

Mobilitazione a Temuko contro la brutalità dello stato del Cile

Violenze in Wallmapu

Ancora sulle strade per protestare contro l'ultimo 'Piano operativo statale di Repressione al Popolo Mapuche'

Circa duemila persone provenienti dalle comunità Mapuche di tutto il Wallmapu, hanno marciato per le strade di Temuko in ripudio alla politica di criminalizazione e repressione implementata dallo stato del Cile in risposta alle loro richieste sociali per stabilire il pieno esercizio dei diritti collettivi del Popolo Mapuche, specialmente dei diritti territoriali, sanciti da trattati internazionali sottoscritti dallo stesso governo cileno. Irruzioni nelle comunità e nelle terre ancestrali recuperate, accompagnate da intimidazioni, fermi e arresti, ferimento di adulti e bambini in un escalation di violenza con utilizzo di armi che non ha lasciato indifferenti neppure gli organismi internazionali.

Durante la mobilitazione guidata dall'Alleanza Territoriale Mapuche, quando sono arrivati all'edificio del governo regionale, hanno lasciato una gran quantità di resti di approvvigionamenti lasciati dai carabinieri durante i molteplici operativi ed irruzioni effettuati nelle comunità.

"Con questo hanno fatto irruzione nella scuola di Temukuikui e lasciato feriti dei bambini di noi i Mapuche", hanno denunciato dei bambini partecipanti alla marcia mentre sostenevano e mostravano cartucce di bombe lacrimogene, cartucce da fucile e bossoli di pallottole.


mercoledì 28 ottobre 2009

La sete di Gaza, Amnesty: Israele nega l'acqua ai palestinesi
















Gaza ha sete. Non è un problema di oggi, ma l’emergenza sta diventando insostenibile. Lo denunciano le Nazioni Unite ed Amnesty International. Il sistema idrico di Gaza “rischia il collasso”, dopo decenni di incuria, di mancati investimenti a fronte di un uso sempre più intensivo delle poche risorse disponibili. Poche soprattutto perché Israele chiude i rubinetti e impedisce ai palestinesi di importare nella Striscia materiali indispensabili al mantenimento degli impianti.


Il risultato: la depurazione delle acque è virtualmente nulla, le piscine di decantazione da dove l’acqua purificata dovrebbe filtrare nella sabbia di Gaza per tornare ad arricchire le falde, sono pieni di liquami non trattati che inquinano le riserve idriche. Riserve sempre più esigue: dopo anni di siccità e di pozzi scavati un po’ ovunque per pescare qualche goccia d’acqua, secondo il programma ambientale Onu oggi si preleva tre volte l’acqua che naturalmente si deposita nelle falde. La conseguenza: scende il livello delle falde e l’acqua del mare le invade.

Un disastro annunciato, tanto che ormai si calcola che solo il 5-10 per cento dell’acqua dei pozzi di Gaza risponda ai parametri indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, anche dopo il trattamento con il cloro. Per i palestinesi un ulteriore compressione dei diritti. Con una popolazione che al 70 per cento vive con meno di un dollaro al giorno - soglia ufficiale di povertà - una gran parte delle risorse viene utilizzata per acquistare acqua potabile dagli impianti privati di desalinizzazione.

Amnesty international punta il dito contro Israele, che priva i palestinesi del minimo vitale di acqua potabile. In un rapporto di 112 pagine, l’organizzazione sostiene che la media dei palestinesi consuma 70 litri di acqua al giorno, con punte minime di 20 litri, contro i 300 della media degli israeliani. L’80 per cento dell’acqua del Giordano - una risorsa teoricamente condivisa - viene utilizzata secondo Amnesty da Israele, che impone ai palestinesi di scavare pozzi solo dietro autorizzazione, mentre i serbatoi dell’acqua piovana sui tetti delle case a Gaza vengono regolarmente usati come bersagli dai soldati israeliani. Il già malridotto sistema idrico di Gaza è stato poi pesantemente danneggiato durante le ultime operazioni militari. Accuse tutte respinte dal governo di Israele che denuncia invece come i consumi dei palestinesi siano aumentati a dismisura e che gli sprechi ammontino ad un terzo dell’acqua disponibile. Quello che Israele non dice è che il blocco delle frontiere ha messo i palestinesi nelle condizioni di non poter fare neanche un minimo di manutenzione.

tratto da L'unità

Turchia, esercito uccide 5 ribelli del Pkk. Condannata esponente politica curda

Si tratta delle prime difficoltà dopo l’apertura di Erdogan

Cinque guerriglieri del Pkk sono morti in uno scontro con l'esercito turco, al confine tra le province di Tunceli e Bingol, Turchia orientale. Sono le prime vittime dopo l'apertura del premier Recep Tayyip Erdogan alle rivendicazioni del gruppo armato. Nonostante segnali positivi da entrambe le parti, fonti interne all'esercito rivelano che l'offensiva nei confronti dei miliziani si sarebbe addirittura intensificata.
Intanto a Diyarbakir si è concluso con una condanna a 18 mesi di prigione il primo grado del processo ad Aysel Tugluk, parlamentare del partito pro-curdo Società Democratica. La donna è accusata di "propaganda terroristica" per un discorso del 2006 in favore di Abdullah Ocalan, leader del Pkk. "Questo è un segnale che non tutti sostengono l'iniziativa di Erdogan", ha detto l'avvocato della Turgluk, Fethi Gumus, annunciando che la sua cliente ricorrerà in appello. "Aysel chiedeva la pace e sosteneva che il Pkk può contribuire".
La guerra tra Turchia e Partito curdo dei lavoratori va avanti da 25 anni e ha causato 40mila morti. L'Unione Europea ha criticato il paese di Erdogan per la scarsa attenzione ai diritti dei 12 milioni di curdi e le continue sentenze contro Società Democratica, accusato di presunti legami con lo stesso Pkk.

tratto da Peace Reporter

I diritti umani calpestati

Denunciate oltre 3.000 detenzioni illegali

Il Cofadeh denuncia più di 4 mila violazioni ai diritti umani fondamentali durante il golpe

di Giorgio Trucchi

Il Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras, Cofadeh, ha presentato il secondo studio provvisorio sulla violazioni dei diritti umani durante il colpo di Stato - "Visi e cifre della repressione"¹ -, nel quale si evidenzia la brutalità con cui il regime di fatto ha cercato in tutti i modi di zittire le varie espressioni di resistenza contro il golpe dello scorso 28 giugno.

Secondo i dati presentati da Bertha Oliva, coordinatrice del Cofadeh, organizzazione sorta all'inizio degli anni ottanta quando in piena applicazione della Dottrina della Sicurezza Nazionale la società honduregna venne militarizzata e le sue istituzioni civili subordinate alle forze armate, dal 28 giugno al 15 ottobre 2009 sono stati 4.234 i casi di violazione ai diritti umani riportati da questa organizzazione.

Durante una emotiva conferenza stampa, Oliva ha spiegato che sono state registrate 21 morti violente ed omicidi riconducibili a motivi politici, 10 dei quali avvenuti durante manifestazioni pubbliche della Resistenza e 11 che presentano modelli di esecuzioni selettive, con un modus operandi tipico dei corpi paramilitari.

Durante 115 giorni si sono anche prodotti 3 attentati contro la vita di persone, 108 minacce di morte, 133 casi di trattamenti crudeli, degradanti ed inumani nei confronti di persone in stato di fermo, 21 lesioni gravi e 453 lesioni e contusioni, 211 persone hanno subito danni a causa di armi non convenzionali come bombe lacrimogene, gas tossici ed armi soniche.

Rilevati inoltre 3.033 detenzioni illegali, per la maggior parte giovani, 2 tentativi di sequestro, 114 persone arrestate per motivi politici con false accuse - 5 delle quali ancora in carcere mentre alle altre sono state concesse misure alternative al carcere o sono state provvisoriamente prosciolte -, 10 perquisizioni illegali di immobili, 13 casi di persecuzione nei confronti di leader sociali e difensori dei diritti umani e 4 attentati contro organizzazioni, tra cui lo stesso Cofadeh e il Sindacato dei lavoratori dell'industria delle bevande e simili, Stibys.

Rispetto alla libertà di espressione e mobilitazione, la relazione del Cofadeh ha evidenziato 27 casi di violazione agli organi d'informazione, tra cui la chiusura di Radio Globo e Canale 36, 26 aggressioni a giornalisti, la chiusura di 3 programmi radio gestiti da organizzazioni femministe, 52 posti di blocco in tutto il paese che hanno violato il diritto di circolazione a più di 20 mila honduregni - senza contare la chiusura delle frontiere con il Nicaragua durante il secondo tentativo del presidente Zelaya di ritornare in Honduras - ed una scalata repressiva che di fatto ha limitato e continua a limitare in modo indefinito la libertà di associazione e manifestazione della popolazione.

"Confesso che scrivendo questa relazione mi sono sentita turbata - ha detto Bertha Oliva all'introdurre la conferenza stampa -.
Forse perché mi ero fatta l'idea che durante questo lungo processo delle ultime decadi fossimo riusciti ad avanzare sul tema dei diritti umani, ma sono un'illusa.

Dopo più di 100 giorni da quel fatidico 28 giugno, data che ha scosso le viscere del Cofadeh - ha continuato Oliva - sappiamo che siamo di fronte a un processo di veloce regressione che ci fa tornare indietro di 25-30 anni o forse anche di più.

Come conoscitori degli effetti di una dittatura militare sappiamo che quanto è accaduto non si tratta di un fatto isolato, ma che ci troviamo di fronte a una strategia che si propone l'obiettivo di prendere e controllare il potere per molto tempo. La dittatura è arrivata per installarsi e rimanere nella regione.
Di fronte a questa situazione - ha spiegato la coordinatrice del Cofadeh - è imprescindibile prepararsi, perché come già accaduto nel passato siamo nuovamente depositari di lacrime, angoscia, dolore e soprattutto, di disperazione".

Oliva ha anche spiegato di essere molto preoccupata per l'attacco diretto della dittatura contro il settore magisteriale, che si è materializzato con omicidi - sono 4 i maestri uccisi -, persecuzioni, detenzioni illegali ed arbitrarie, sospensione del pagamento del salario, indagini sulla vita personale e professionale e denunce attraverso il Pubblico Ministero per iniziare processi civili e penali.

I giovani sono un altro settore particolarmente esposto alla repressione e sono già molti coloro i quali sono stati sequestrati, torturati ed assassinati, mentre molti altri hanno dovuto abbandonare il paese per sfuggire alla violenza.

"Abbiamo tutte le prove necessarie per affermare di fronte al mondo che stiamo vivendo una situazione di emergenza nel paese. Per questo motivo chiediamo alla comunità internazionale di vigilare, osservare e di accompagnarci nella sfida di vedere sul banco degli imputati tutte quelle persone che hanno commesso crimini di lesa umanità", ha detto Bertha Oliva mentre denunciava il tentativo e la minaccia della dittatura di volere eliminare la personalità giuridica del Cofadeh.

"Non abbiamo bisogno della personalità giuridica per cercare la verità, per accompagnare chi soffre, per denunciare di fronte al mondo le barbarie che stiamo vivendo. Questa dittatura vuole zittirci, ma non ci riuscirà. Potranno zittire la nostra voce, ma mai i nostri ideali e le nostre idee. Più ci reprimono e più ci danno forza", ha concluso.

Angolagate: dalla Francia all'Angola i trafficanti d'armi


In Francia la notizia è sulle prime pagine dei giornali: il figlio dell'ex presidente francese Francois Mitterand e l'ex ministro degli Interni Charles Pasqua (nella foto) sono stati condannati per il ruolo ricoperto nel traffico illegale di armi con l'Angola.

Le condanne sono state per Jean-Christophe Mitterrand a due anni di reclusione con la condizionale e al pagamento di 375 mila euro e per Charles Pasqua la condanna è stata di 3 anni, di cui due sospesi, e al pagamento di 100 mila euro.

Il processo si basava sull'accusa di aver accettato delle tangenti per favorire la vendita di armi all'Angola, nel periodo 1993-98, andando contro la legislazione francese.

Oltre ai due nel processo erano imputati il miliardario russo-israeliano Arkady Gaydamak e l'uomo d'affari francese Pierre Falcone. Per loro la condanna è stata in contumacia a sei anni di prigione per aver organizzato il traffico di armi.

Nella sentenza si afferma che Gaydamak e Falcone sono colpevoli di aver comprato carri armati, elicotteri e munizioni per artiglieria per un valore di 800 milioni di dollari e di averli rivenduti in Angola, durante la guerra civile, attraverso una società francese e la sua filiale nell'Europa dell'Est.

Pasqua subito dopo la sentenza ha chiesto che venga tolto il segreto su tutte le operazioni di vendita d'armi, affermando che anche altri componenti del Governo erano non solo al corrente di questa ma anche di altre operazioni del genere e non disdegnavano di trarne profitto.

Da Le Monde

Articolo sulla sentenza

Articolo sulle dichiarazioni di Pasqua

Nigeria - Il Mend annuncia un cessate al fuoco

Si annuncia l'apertura dei negoziati


La pace nella regione petrolifera del Delta del Niger, nel sud della Nigeria, non sembra essere stata mai così vicina. Il Mend, Movimento per l'Emancipazione del Delta del Niger, principale gruppo armato della regione, ha annunciato a partire da ieri un cessate il fuoco a tempo indefinito, per permettere di avviare dei negoziati con il governo federale di Abuja.


In un comunicato il Mend si dice «pronto a impegnarsi in un dialogo serio con qualsiasi gruppo o individuo con l'obbiettivo di una pace durevole nel Delta del Niger».
Il gruppo armato, le cui azioni, riprese con forza nel 2006, hanno provocato un calo di circa un terzo della produzione di petrolio in Nigeria, accusa il governo federale di non ridistribuire in modo equo i ricavi delle risorse petrolifere della regione.

La trattativa e il dialogo con le autorità federali è portata avanti da un team di cui fanno parte nomi eccellenti, tra cui anche il Premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka.
Venerdì 23 ottobre, fonti non confermate parlavano di un incontro già avvenuto tra il team di mediatori e il presidente Umaru Yar'Adua, che aveva incontrato a sua volta una settimana fa uno dei principali leader del movimento, Henry Okah.

Processato per alto tradimento e il traffico di armi, dopo il suo arresto in Angola, Okah, è stato rilasciato lo scorso luglio, dopo due anni di prigione, per aver accettato l'amnistia offerta in giugno dal presidente nigeriano. Con il provvedimento, scaduto lo scorso 4 ottobre, il Mend sembra aver perso i principali comandanti militari, oltre a migliaia di militanti. 15 mila secondo le stime del governo di Abuja.
Fino allo scorso 20 ottobre, il governo non ha mai fatto riferimento ad un tavolo di confronto politico con le comunità che vivono nella regione, messe in ginocchio dai disastri ambientali provocati dalle multinazionali del petrolio.

La svolta è arrivata proprio lunedì scorso: Emmanuel Egbogah, consigliere per le risorse petrolifere del presidente Yar'Adua, ha annunciato lo stanziamento del 10% dei proventi petroliferi del paese, in favore dello sviluppo delle regioni del Delta. La mossa del Mend, sembra essere la diretta conseguenza della proposta.

Tratto da:

martedì 27 ottobre 2009

La paura delle masse

Decentramento produttivo, conflitto sociale e lotte ambientali nel sud della Cina


Il diario di bordo di Paolo Do - Hong Kong (Cina)

La città di Guangzhou nel sud della Cina non é solo famosa per il suo cielo color rame dovuto all’inquinamento, ma è anche il centro più importante della regione del Guandong. Una regione che quest`anno ha visto per la prima volta grandi industrie cinesi delocalizzare la produzione nel vicino Vietnam, complice la crisi e la fine degli incentivi fiscali che hanno trasformato in questi anni il Delta del Pearl River nella vera fabbrica del mondo.

Ma il Guandong é anche una regione che ha vissuto, come molte altre in Cina, numerose proteste tanto dei lavoratori migranti dentro le fabbriche così come quelle di interi villaggi organizzati contro espropriazioni, inquinamento e discriminazioni. Vere e proprie proteste ‘di massa’. Questo tipo di proteste dilaganti in tutta la Cina nei suoi ultimi anni di sviluppo economico, hanno di fatto modificato la stessa ideologia e retorica comunista.

Se fino a poco tempo fa il termine ‘massa’ indicava per Beijin l’ideologia della modernità, sviluppo socialista e vera società comunista, nel 60esimo anniversario della repubblica popolare cinese sempre più il significato di questo aggettivo, “di massa”, sta assumendo una connotazione negativa. Nei recenti anni questo nome in Cina è stato (malgrado il volere del partito) di fatto sempre più associato a conflitti e proteste di larga scala, incidenti e rivolte (davvero) di massa.

Da eroe a stupido ignorante. Laddove il termine ‘massa’ viene associato con la parola conflitto sociale, nella opinione pubblica grazie ai media ufficiali esso ha acquisito una connotazione negativa. Mentre per Mao Zedong era proprio la massa il vero eroe della rivoluzione, oggi nella nuova sintassi dei media espressione della retorica comunista cinese l’aggettivo ‘di massa’ viene esplicitamente usato per demonizzare e screditare le lotte, per sottolineare l`ignoranza e meschinità di chi si rivolta, per invocare pericolo e giustificare la repressione.

Perù - Attacco agli indios

Il pretesto è il massacro di Bagua, ma dietro ci sono gli interessi di governo e multinazionali di gas e petrolio, contro i quali gli indigeni amazzonici si sono scatenati in defesa della madre terra

di Stella Spinelli - PeaceReporter

Il Ministro della Giustizia vuole sterminare l’Associazione interetnica per lo sviluppo della Selva peruviana (Aidesep), la principale associazione indigena dell’Amazzonia peruviana. Lo affermano gli stessi attivisti dell’Aidesep, che denunciano l’intenzione governativa durante una riunione urgente di fronte a tutte le altre organizzazione in difesa dei diritti indios del paese.

In un comunicato, l’Aidesep fa sapere che è venuta a conoscenza dell’azione ministeriale "per sciogliere l’organizzazione" attraverso una notifica dal fiscal provinciale, che non specifica le ragioni. Fonti della Procuraduría del dicastero della Giustizia hanno spiegato che il provvedimento risale all’11 giugno scorso, con la motivazione che l’Aidesep avrebbe attentato all’ordine pubblico e al buon costume. Ma cos’è che ha scatenato le ire del ministro Aurelio Pastor contro questa federazione di 65 organizzazioni, nata nel 1980 e ora rappresentativa di 1350 comunità indigene?

Tutto è iniziato nella primavera di quest’anno, quando il braccio di ferro governo-indigeni è arrivato all’estremo, fino a spingere il presidente di Aidesep, Alberto Pizando, a dichiarare "l’insurrezione anti-governativa amazzonica". Da quel momento, le popolazioni native decisero di appellarsi alle loro leggi ancestrali disconoscendo l’ordinamento giuridico nazionale vigente e bloccando l’ingresso di qualsiasi forza esterna nel loro territorio. Il tutto in segno di protesta contro la nuova Legge forestale sulla fauna silvestre e contro la Legge sulle risorse idriche, entrambe deleterie per gli indiani e per la salvaguardia dell’ambiente, in particolare per la selvaggia estrazione del petrolio e del gas da parte delle multinazionali, le sanguisughe della pachamama. Una linea dura, quella scelta dagli indigeni, davanti alla quale però il governo di Alan Garcia non chinò la testa. Anzi. Il 5 giugno a Bagua, la tregedia. Durante uno dei blocchi stradali e fluviali organizzati dall’Adesep nel cuore dell’Amazzonia, la polizia represse con violenza. Risultato: 45 morti e 93 feriti. Un massacro.

Che non è servito a far prendere al governo una posizione ragionevole. Anzi, il ministro della Giustizia non tardò a scaricare la responsabilità del bagno di sangue sugli indigeni, che si precipitarono a rispedire le accuse al mittente. Fu così che Pastor ha iniziato una vera e propria caccia al leader indigeno. Prima contro Pizango, che è stato costretto a espatriare rifugiandosi in Nicaragua, nonostante il mandato di cattura internazionale che sta pendendo sulla sua testa e su quella di altri quattro attivisti del direttivo di Aidesep. Una persecuzione che sta martoriando tutti i capi della federazione. Sono 89 le persone coinvolte in processi per quanto accadde a Bagua, dove per reazione gli indigeni tennero sequestrati degli agenti di polizia. E tutto questo nonostante la Aidesep partecipi a quattro tavole di lavoro con funzionari governativi e rappresentanti della società civile proprio per stabilire un nuovo giro di discussioni con le comunità indios riguardo a Bagua.

A commentare a PeaceReporter quanto sta accadendo è Mauro Morbello, responsabile di Terre des Hommes-Italia in Perù. "Il malessere delle popolazioni indigene del Perù, non solo di quelle della selva amazzonica, ma anche dell’altopiano andino, non è nuovo ed è motivato da uno storico abbandono in cui i vari governi peruviani hanno lasciato queste popolazioni da secoli. Questo malessere si è però trasformato in rabbia e la rabbia, alla fine in violenza anche cieca e incontenibile, con la rivolta organizzata dalla Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep) lo scorso mese di giugno contro il pacchetto di leggi chiamate "Ley de la selva", fortemente volute dal governo peruviano del presidente Garcia per dare applicazione al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti (TLC). Con queste norme, emanate senza consultare opportunamente le popolazioni interessate, il governo ha fatto un grosso favore agli investitori privati, in realtà soprattutto multinazionali straniere, che possono ora acquistare enormi appezzamenti di terreni nelle zone della foresta amazzonica dove da sempre vivono comunità indigene. Si tratta di aree ricche di materie prime, dal leganame al petrolio, a tantissimi altri prodotti minerari. Grazie a questo pacchetto di norme, ora l`investitore può comprare, cioè ottenere la proprietà delle terre e non più, come prima, solo una concessione temporanea con l`autorizzazione delle associazioni indigene della località. Ancora: l`acquirente può ora effettuare l`acquisto non più dovendo ottenere il consenso dei 2/3 della popolazione residente, ma solo con il voto del 50 percento più uno dei partecipanti all`incontro destinato alla presa della decisione di vendita delle terre. Oltre alla riduzione del quorum, già di per sè lesiva degli interessi collettivi delle popolazioni indigene, questo meccanismo si presta evidentemente ad abusi, non potendosi escludere ad esempio che siano convocati all`incontro solo gruppi accondiscendenti con gli interessi degli investitori interessati all`acquisto. Il pacchetto prevede infine un aumento delle dimensioni delle terre prima previste solo in concessione ed ora acquistabili, portato da 10.000 a 40.000 ettari".

Quindi Bagua: "Dopo di fatti di Bagua - aggiunge Morbello - il governo ha cercato in tutti i modi prima di screditare le organizzazioni indigene effettivamente rappresentative degli interessi più profondi delle popolazioni locali, in primo luogo Aidesep, promuovendo una campagna pubblicitaria terribile, sui giornali e in televisione, mostrando poliziotti morti e tumefatti dalle torture degli indigeni che li avevano fatti prigionieri negli scontri di Bagua. A causa del rifiuto dell`opinione pubblica e delle reazioni internazionali a una campagna di così basso stampo, è cambiata la strategia. Da un lato hanno accusato i leaders di AIDESEP e in primo luogo Pizango di insurrezione e quindi di attentare contro la sicurezza dello Stato, dall`altro hanno cercato di trovare accordi con i gruppi indigeni organizzati offrendo promesse di soluzione delle controversie a medio termine, irrealizzabili, ma che ottenevano il risultato di sbloccare nell`immediato le situazioni. Poi cercando di inserire nuove figure di rappresentanza indigena, con personaggi sconosciuti ai più, che sminuissero di fronte all`opinione pubblica il ruolo di Aidesep che parallelamente veniva perseguita in termini istituzionali, non solo prevedendo azioni nei confronti dei dirigenti, Pizango ed altri, ma iniziando ad aprire verifiche giudiziali ed extra giudiziali, anche di tipo fiscale, sull’uso delle risorse e criminalizzando anche i finanziatori, soprattutto organismi della società civile europea, che a loro volta venivano intimiditi in varie forme, compreso il rischio di non poter più operare in Perù. Da qui l’intenzione di sciogliere Aidesep".

Honduras: Dobbiamo identificare le fonti di "energia" dei golpisti. Guardiamo verso la frontiera con il Guatemala.


di Ricardo Salgado

Il presidente costituzionale del Honduras, José Manuel Zelaya, si trova prigioniero nell’Ambasciata del Brasile da un mese. I golpisti mantengono un accerchiamento senza precedenti argomentando che sono pronti per arrestarlo per i suoi innumerevoli crimini e delitti. Questi stessi che l’accusano dicono che stanno dialogando con la migliore volontà per raggiungere la pace nel paese. Sono gli stessi che hanno montato una fraudolenta giornata elettorale prevista fra poco più di un mese.

Il ’dittatorino’ non è né assomiglia a un Pinochet. I Pinochet di questo golpe stanno da un’altra parte; nell’ombra, a muovere i fili del sistema. Emergono le figure di un Vice cancelliere Martha Lorena Alvarado de Casco, membro attivo dell’Opus Dei e figlia di un golpista che agiva negli anni sessanta, Andrés Alvarado Puerto. Emerge anche l’ottantennale figura di Rafael Pineda Ponce, opportunista di professione che ha cominciato i suoi percorsi negli anni settanta, ed ora è un illustre proprietario di case con un figlio aspirante a continuare la tradizione familiare, ma tutti loro sono solo i lacchè che portano avanti questa mostruosità.

Se analizziamo la fauna del regime, ci rendiamo conto che la base teorica su cui si è sostenuto questo golpe non sta nel governo di facto. La faccia visibile di questo gruppo è costituita unicamente da opportunisti, corrotti e mercenari. La stessa Marcia Facussé di Viileda non ha la capacità per portare a termine, e tanto meno mantenere questa aberrazione.

Ora dobbiamo cercare quale sia la fonte di vita per il mantenimento di questo "robusto" regime in azione ed in sperpero di risorse per reprimere il popolo e sfidare l’inutile comunità internazionale.

La risposta dobbiamo cercarla, senza dubbio, nelle frontiere del Honduras con i paesi vicini, specialmente con il Guatemala. Le transnazionali patrocinatrici del golpe, alle quali non importa quante vite debbano sacrificare per mantenere i loro privilegi, si sono sottratte dalla temuta condanna della rottura dell’ordine costituzionale, e si mantengono attive muovendo migliaia di container attraverso le nostre frontiere.

La frontiera con la Guatemala è particolarmente attiva con più di 400 container al giorno che entrano con sostentamento per il regime. Promuovono un commercio interno che genera entrate per il regime nella forma di imposte sulle vendite; imposta sul reddito ed altre entrate che mantengono l’ossigeno a livello ottimale. Guardando bene la crisi economica colpisce il popolo, ma il governo spurio mantiene il vigore, e dichiara con cinismo che ha riserve per mantenersi fino a marzo. Riserve di che? Chi gliele dà?

Dobbiamo entrare in una fase di più disciplina nella lotta e conoscere questi attori chiave della crisi. È nostro obbligo indirizzare la nostra attenzione verso una lotta più estesa che richiede di una ferma posizione da parte nostra. Una posizione che pianifichi, coordini ed esegua veramente azioni che colpiscano l’economia fascista. Non parliamo di movimento guerrigliero. Capiamo i livelli di frustrazione che causano il cinismo e l’impunità con cui agiscono i golpisti sotto agli occhi e alla tolleranza della OEA ed altri sgorbi che non sono capaci di frenare l’offensiva anti democratica imperiale. La lotta armata è una tappa alla quale non vorremmo arrivare, ma la destra ci chiude le opzioni. Tuttavia, in questo momento il coraggio deve portarci alla ricerca di livelli superiori di organizzazione.

In questo momento dobbiamo orientare i nostri sforzi a trasmettere informazione al nostro popolo; a fare consapevolezza; a ridefinire le azioni di resistenza pacifica. Deve essere evidente che non è la stessa cosa resistenza pacifica o passiva. Non è nostra intenzione passare ad essere parte del paesaggio golpista.

Dobbiamo coordinare azioni che limitino, colpiscano, ostacolino l’attività economica golpista. Gli impresari locali si sono mossi con efficienza per ottenere appoggio deciso e costante della borghesia locale, specialmente quella guatemalteca. La messa a fuoco del nostro movimento deve cercare la disciplina di quelli che lottano in resistenza.

Fino ad ora non abbiamo organizzato grandi campagne di boicottaggio all’acquisto di prodotti provenienti dalle imprese che appoggiano il golpe. Abbiamo accusato il gruppo INTUR, ma non abbiamo una campagna sistematica, coordinata, permanente contro il consumo di fast food (comida chatarra). E che facciamo con i prodotti di Miguel Facussé (tutte le Naturas per esempio), o quelli di Unilever (shampoo, alimenti e molto altro). Tutti loro pagano imposte che danno ai criminali. Questi sono solo esempi. Ci sono molti esempi di cose che vengono importate nei container menzionati.

Che cosa succede col consumo di birre, coca cola, pepsi cola ed altro? Possiamo prescindere da questi prodotti? Dare l’esempio? Perché non lavoriamo nella direzione di definire l’enorme lista di cose che mantengono il regime, e cominciamo a costruire consapevolezza sulla necessità di colpire economicamente questi usurpatori?

Dobbiamo essere molto creativi. Cercare tutte le maniere possibili per frenare il flusso di mercanzie. In azioni non armate, concrete, nelle zone di frontiera possiamo portare le transnazionali a riconsiderare le loro azioni antidemocratiche. Dobbiamo essere molto realistici, non c’è soluzione rapida per questa faccenda. Quelli che hanno promosso il golpe lo hanno fatto con il proposito di interrompere il processo di ricostituzione della patria che era incominciato. Loro non demorderanno da quell’impegno. Non rinunceranno alle posizioni che raggiunto con la forza. E non importa loro continuare a mantenere attivi tutti i metodi repressivi su cui possono contare.

La lotta sicuramente ci indicherà quello che dobbiamo fare. Per adesso è imperativo che tutti noi che scriviamo facciamo sforzi seri per ampliare il nostro ambito di influenza. Che più gente abbia accesso alle nostre opinioni; organizziamo il nostro sforzo; cerchiamo le maniere di appoggiare effettivamente il frente nacional de resistencia. Dobbiamo unificare criteri, ed orientare al nostro popolo.

C’è molto da fare e noi abbiamo la capacità di unirci con forza e decisione a questo processo liberatore.

Non ho il minimo dubbio che se organizziamo tutto questo immenso gruppo dei pensatori, il nostro impatto verso la costruzione di una patria nuova sarà molto maggiore e concreto.

Insieme siamo invincibili, abbiamo solo il bisogno di convincerci della verità di queste parole.

La disumana esistenza dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri d'Israele.

Giorno dopo giorno, le sofferenze dei palestinesi crescono

Non sono infatti poche le famiglie che hanno uno o più membri nelle carceri degli occupanti israeliani.

Oggi, un piccolo barlume di speranza si scorge all’orizzonte, poiché è in corso una trattativa al cui centro vi è uno scambio di prigionieri. Ma intanto, il numero dei prigionieri palestinesi non cessa di aumentare. Essi non sono solo maschi: molte donne soffrono nelle carceri israeliane, senza diritti né rispetto. E gli israeliani si fanno beffe della loro dignità.

Ancora trentatré prigioniere. All’inizio di ottobre sono state liberate circa venti prigioniere palestinesi, ma ne restano in carcere ancora trentatrè, afferma il ministero dei Prigionieri. Venticinque sono della Cisgiordania, quattro di Gerusalemme, tre dei Territori occupati nel 1948 ed una della Striscia di Gaza.

Ventuno di esse sono nella prigione di al-Sharun, undici in quella di al-Damoun. La prigioniera di Gaza, Wafa, si trova in quella di ar-Ramla.

Riyad al-Ashqar, direttore dell’Ufficio informazioni del ministero, afferma in un rapporto che il numero delle prigioniere palestinesi non è mai stabile. Alcune vengono fermate per una giornata, ma altre restano in galera per molto tempo in attesa di giudizio.

Le condizioni di detenzione. Bisogna innanzitutto sapere che alcune prigioniere vengono arrestate assieme ai loro parenti: tre con i loro mariti, due con i loro fratelli. Poi, che esse si trovano in condizioni molto difficili, a causa delle quali soffrono di diverse malattie, talvolta gravi. A titolo d’esempio, Fayza Jum‘a soffre di un tumore al collo dell’utero, ma non riceve le cure necessarie. Idem per Wafa Samir, che soffre di ulcera.
Già da questo s’intuisce che gli israeliani fanno di tutto per far patire le prigioniere palestinesi. Le celle sono mal aerate; l’umidità, i topi e gli insetti sono la regola.

Esse soffrono molto della mancanza di cure mediche, di consultori, di analisi, di radiografie, di visite specialistiche, soprattutto ginecologiche. Infezioni d’ogni tipo, spesso di origine sconosciuta, logorano le detenute esponendole a vari pericoli.

Il Rapporto sottolinea infine che le detenute sono anche oggetto di ispezioni umilianti, quali le visite a sorpresa durante la notte o le ispezioni corporali che comportano il loro denudamento di fronte ai carcerieri.

tratto da Infopal

lunedì 26 ottobre 2009

Uruguay - "Pepe" Mujica è in testa e si andrà al ballottaggio

Il 20 novembre il ballotaggio tra l'ex-guerrigliero e il candidato del Partido Nacional


MONTEVIDEO - Si è fermato sotto la soglia del 50 per cento Josè Mujica, l'ex guerrigliero tupamaro candidato della coalizione di sinistra Frente Amplio alle elezioni presidenziali. 'Pepe', come si chiamava quando era leader dei guerriglieri di sinistra, sarà costretto a un secondo turno il prossimo 29 novembre. Al ballottaggio si presenterà forte del consenso, tra il 47% e il 49%, ottenuto al primo turno e dovrà affrontare Alberto Lacalle, che ha già guidato il paese tra il 1990 ed il 1995, candidato del Partido Nacional che ha ottenuto intorno al 29 per cento.

"Dobbiamo chiedere ai nostri compagni un ulteriore sforzo perché questo ci chiede il popolo uruguaiano", ha detto Mujica. I sostenitori del centrodestra, invece, hanno salutato il ballottaggio come una vittoria, scendendo a manifestare in piazza.

Sulla carta il candidato della sinistra, che ha 74 anni ed in passato ha trascorso 15 anni in prigione per la sua attività con il gruppo dei Tupamaros, da quando è passato alla vita politica istituzionale ha ricoperto diversi incarichi, tra i quali quello di ministro dell'Agricoltura. Se vincerà, prenderà il posto dell'attuale presidente, Vazquez Rosas, medico socialista che terminerà il suo mandato alla fine di febbraio del prossimo anno.

Messico- 14° Anniversario della Polizia Comunitaria: “esigiamo il rispetto dell’istituzione popolare”

Nuovi progetti per il Sistema di Sicurezza e Giustizia Comunitaria della Montaña e Costa Chica del Guerrero



Giovanna Gasparello, Città del Messico


Esiste una polizia che difende realmente la gente, ed una giustizia efficiente che ne rispetta i diritti? Assolutamente no, viene da rispondere, conoscendo gli abusi che ovunque nel mondo vengono commessi dai corpi di polizia e dalle autorità giudiziarie.
Eppure, in America Latina diverse esperienze popolari di giustizia e sicurezza vanno in senso contrario alle nostre certezze: un’esempio ne è il Sistema di Sicurezza e Giustizia Comunitaria-Polizia Comunitaria della Costa Chica e Montagna nello stato del Guerrero, nel Messico meridionale.
Il 14 e 15 ottobre si è celebrato il 14 anniversario di quest’istituzione popolare, un incontro ricco di proposte che apre nuove prospettive organizzative a livello regionale; un evento che ha sfidato la campagna di repressione sferrata negli ultimi mesi dall’Esercito e la Polizia Statale. Infatti, proprio nella giornata di apertura dell’incontro, un gruppo di Policias Comunitarios che, partiti dal loro villaggio, si dirigevano all’incontro, sono stati fermati per mezza giornata in un posto di blocco dell’Esercito. L’episodio, accaduto in una giornata speciale, è solo un’esempio della realtà quotidiana di repressione e minacce che vive quest’organizzazione indigena, esemplare nella pratica dell’autodifesa e dell’autonomia.
Il Sistema di Sicurezza e Giustizia Comunitaria del Guerrero è senza dubbio, dopo l’esperienza zapatista, il più importante processo di autonomia indigena nel contesto messicano. Ma la sua importanza trascende l’ambito nazionale, insegnado che è possibile costruire una giustizia diversa che vada oltre il castigo, e che la sicurezza, oltre che pretesto per la repressione com’è usata dai governi, può significare la difesa di un territorio da parte dei suoi abitanti, contro lo strapotere dei narcotrafficanti e delle polizie corrotte.

“Il rispetto ai nostri diritti sarà giustizia”

La Polizia Comunitaria –così è conosciuto popolarmente il Sistema di Sicurezza e Giustizia Comunitaria- nasce il 15 ottobre del 1995, come risposta a necessità concrete: principalmente quella di garantire l’incolumità degli abitanti della zona negli spostamenti tra i villaggi e le cittàa principali della regione Montagna e Costa Chica.
Questa zona, in cui l’85% della popolazione è indigena, nel 2007 è stata catalogata dall’ONU come la più povera di tutta l’America Latina. Quotidianamente, gli abitanti lottano contro la povertà, il narcotraffico, l’emigrazione, la violenza, la mancanza di accesso alla giustizia e la forte presenza dell’esercito.
A partire dagli anni ’70, l’aumento esponenziale della violenza e la criminalità nella Montagna –dovuto all’incapacità e la corruzione del sistema di sicurezza e amministrazione della giustizia statale– aveva provocato una situazione insostenibile di violazione dei diritti umani elementari, aggravata dalla discriminazione e dal difficile accesso alla giustizia per la popolazione indigena.
Dopo un lungo processo di discussione, le comunità della zona decisero di fare fronte alle proprie necessità unendosi ed esercitando il diritto alla libera determinazione: creando un sistema autonomo di controllo del territorio e di vigilanza comunitaria organizzato a livello regionale, in cui la sicurezza e la giustizia sono intese come un cargo comunitario, che gli individui svolgono senza ricevere nessuna retribuzione, come un servizio alla propria società.
I gruppi di Policia Comunitaria (una decina in ogni comunità) dispongono di armi semplici, quelle che usano i contadini per cacciare, principalmente con la funzione di deterrente. Il Comité Ejecutivo, composto da nove Comandanti Regionali, coordina circa 700 Policias Comunitarios distribuiti nelle 69 comunità integranti il Sistema. All’origine la competenza della PC era limitata: pattugliava le vie di comunicazione ed arrestava i delinquenti, consegnandoli poi all’autorità giudiziaria. Ma in breve tempo si rese ancor più evidente la corruzione e l’incapacità delle autorità giudiziarie statali: fu così che nel 1998 venne istituita la Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias (CRAC), un organo collegiale che compie la funzione dei Giudici di Pace e Penale, amministrando la giustizia alle persone che delinquono nel territorio d’azione della PC.

Un’altra giustizia

Nella risoluzione dei conflitti le autorità regionali privilegiano sempre la conciliazione tra le parti, elemento caratteristico della cultura indigena. Quando ciò non è possibile, e la CRAC giudichi l’accusato colpevole, la pena prevista è la rieducazione, che consiste nello svolgere lavori “socialmente utili” a favore delle comunità appartenenti all’organizzazione, 15 giorni in ognuna fino all’esaurimento della pena.
Gli anziani o le persone con maggior autorità morale –principales– delle comunità hanno il compito far riflettere i detenuti sul loro comportamento. Non è il concetto punitivo che orienta la giustizia comunitaria, quanto la volontà di dare al trasgressore l’opportunità di reintegrarsi alla comunità. Da un lato l’individuo è tenuto, in base ad un ideale “compensativo”, a ripagare in termini concreti ed utili, il danno causato alla collettività commettendo il crimine, ed allo stesso tempo la gente apprende ad accettare coloro che hanno sbagliato; la la presenza dei detenuti nella comunità ha una funzione esemplare e dissuasoria.

Legittimità vs. legalità

L’efficacia del Sistema è indubbia: le statistiche affermano che dalla sua creazione la criminalità nella regione è diminuita del 95%. Si tratta di una starodinaria esperienza interculturale: i popoli indigeni me’phaa (tlapaneco), ñu saavi (mixteco) e i meticci della regione hanno creato un vero e proprio sistema giuridico autonomo, che integra le norme di convivenza e la cultura indigena con elementi del diritto positivo.
E’ una giustizia della gente, che parla la loro lingua e comprende i loro problemi.
Oltre alla giustizia ed alla sicurezza, la Polizia Comunitaria ha avviato diversi progetti produttivi e, recentemente, ha installato una radio comunitaria per dare voce agli abitanti della regione.
Gli indigeni della Costa Chica e Montagna del Guerrero stanno mettendo in pratica il diritto collettivo all’autonomia, sancito dalla Dichiarazione dei Popoli Indigeni dell’ONU e dal Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, così come dagli Accordi di San Andrès, firmati dal governo messicano e l’EZLN nel 1996.
Purtroppo, il diritto all’autodeterminazione rimane un tabù per lo stato messicano, che non rispetta il diritto internazionale, reprimendo incondizionalmente le esperienze di autonomia e costruzione del governo dal basso presenti in molte regioni del Messico.
Il conflitto che emerge è tra la legalità a cui appella lo Stato e la legittimità con cui contano la Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias-CRAC e la Polizia Comunitaria.
Trentotto ordini di cattura pendono sulla testa della CRAC: l’accusa è di privazione illegale della libertà, quando nell’esercizio della loro funzione decretarono l’arresto di delinquenti e gli comminarono un periodo di rieducazione. Secondo il sistema giuridico messicano, che non riconosce l’istituzione indigena autonoma, questo rappresenta una violazione ai diritti umani individuali. Si tratta di un uso repressivo del discorso sui diritti umani, frequentemente utilizzato contro le esperienze di amministrazione autonoma della giustizia, come nel caso delle Giunte del Buon Governo zapatiste in Chiapas.
Uno dei temi trattati nei tavoli di discussione realizzati durante il 14° anniversario è stata proprio la relazione tra il Sistema di Sicurezza e Giustizia Comunitaria e lo Stato. Nonostante periodicamente si svolgano tentativi di avvicinamento e dialogo con le autorità dello stato del Guerrero, alla fine i negoziati si rompono di fronte alla reiterata volontà di istituzionalizzare la Polizia Comunitaria, includendola nei corpi di polizia municipale, controllata dai governi locali. Questo implicherebbe che non sarebbero più le assemblee popolari a scegliere ogni anno coloro che faranno parte della Polizia Comunitaria, e significherebbe una sostanziale perdita di autonomia dell’istituzione comunitaria.
E’ per questo che, anche nell’anniversario, si è ribadito che “questo progetto non ha bisogno del riconoscimento del governo, perchè basta e avanza che sia il popolo ad appoggiarlo e riconoscerlo”. La Polizia Comunitaria esige dunque il rispetto mentre rifiuta il riconoscimento (spesso una trappola dei governi per ridurre l’autonomia dei movimenti).
La relazione istituzionale con lo stato non esiste e non la vogliamo, poichè il popolo è libero e sovrano come dice la Costituzione. Riguardo agli ordini di cattura, rappresentano una logica di vendetta e criminalizzazione della giustizia comunitaria”, si legge nella dichiarazione finale dell’anniversario.

Campamento General Enrique Rodriguez Cruz: bersaglio della repressione

Quest’anno la Polizia Comunitaria ha celebrato il suo anniversario in una comunità dalla lunga tradizione di lotta: il Campamento General Enrique Rodriguez, situata nel municipio di Marquelia, a pochi chilometri dal mare, tra grandi piantagioni di cocco e campi di mais. Nella comunità l’organizzazione collettiva è una pratica profondamente radicata in tutti gli aspetti della vita quotidiana.
Il Campamento ha questo nome perchè, con la stessa tattica utilizzata dai Sem Tierra brasiliani, vent’anni fa un gruppo di contadini hanno deciso di occupare il latifondo di un ricco allevatore spagnolo, accampandosi in una parte del terreno ed iniziando a coltivarlo. La determinazione dei contadini ebbe la meglio sui pistoleros del latifondista, che alla fine abbandonò la zona.
Il Campamento ha organizzato la propria Polizia Comunitaria recentemente, appena un anno e mezzo fa, ma è già stato ripetutamente oggetto della repressione dello Stato.
Qualche mese fa, la Polizia Statale è entrata nella comunità per arrestare una persona, senza rispettare l’autorità e la giurisdizione della Polizia Comunitaria; la tensione è degenerata in uno scontro a fuoco durato alcune ore. Alla fine di agosto, 80 militari hanno fatto irruzione nella comunità e hanno arresato 13 Poliziotti Comunitari, accusandoli prima di essere membri di un gruppo guerrigliero (l’Esercito Popolare Rivoluzionario, EPR) e giustificando poi l’arresto con il fatto che, al momento dell’operativo, i contadini non erano in possesso di un’identificazione ufficiale.
Episodi del genere sono un esempio della startegia repressiva messa in atto dallo Stato messicano, che, con il pretesto della lotta al narcotraffico e alla guerriglia, mira a criminalizzare le organizzazioni di base ed i movimenti. Negli ultimi tempi, è frecuente che gli attivisti vengano accusati di vincoli con il narco e per questo arrestati, in un clima di impunità e paura provocato dalla militarizzazione capillare in vaste regioni del Messico, tra le quali spicca proprio lo stato del Guerrero.
L’ennesima provocazione è arrivata durante l’inaugurazione dell’incontro del 14 anniversario: un gruppo di Polizia Comunitaria che si recava all’evento è stato fermato per mezza giornata in un posto di blocco (illegale) installato dall’Esercito lungo la strada. La risposta non si è fatta attendere: il giorno successivo, 15 di ottobre, più di 600 Poliziotti Comunitari, in divisa (maglietta e berrettino) e con i loro fucili, hanno sfilato per le strade di Marquelia, città capoluogo della zona, accompagnati da tutti i partecipanti all’incontro, rivenicando il rispetto all'istituzione indigena.

14 anni di lotta: nuovi progetti e prospettive per la Polizia Comunitaria

La relativa sicurezza nella regione e la presenza di un sistema di giustizia vicino alla gente sono le grandi conquiste del Sistema di Sicurezza e Giustizia Comunitaria, che però non può certo permettersi di dormire sugli allori.
La crisi economica e la crescente decomposizione sociale che si vive in tutto il paese si fanno sentire anche in questa regione indigena e rurale, dove negli ultimi tempi si registra un’aumento della delinquenza, a causa della mancanza di alternative e della povertà in aumento. L’organizzazione comunitaria deve dunque svilupparsi, aprirsi ad altri aspetti della vita quotidiana e rafforzare la costruzione di autonomia e di una società alternativa.
In questo senso, l’incontro svoltosi in occasione dell’anniversario del 2009 è stato ricco di riflessioni e proposte, articolate nei Tavoli di Discussione sui temi: Partecipazione delle donne nella Polizia Comunitaria, Salute, Educazione, Comunicazione, Sovranità alimentare e Relazione con lo Stato.
Hanno animato la discussione collettivi ed organizzazioni provenienti da vari stati del Messico, così come una delegazione della Via Campesina Internazionale, composta da rappresentanti del Movimiento Sem Tierra brasiliano, attivisti del Salvador e messicani.
La delegazione di Via Campesina ha animato il dibattito sul tema della sovranità alimentare, al termine del quale ha formalmente stretto un’alleanza con la Polizia Comunitaria. I progetti che prenderanno il via nella regione prevedono la coltivazione biologica, la creazione di una banca di semi locali e di un mercato regionale.
Il tema della sovranità alimentare è strettamente legato a quello della salute, in una regione dove la povertà raggiunge livelli estremi, assieme alla denutrizione ed alla morte per malattie curabili. La discussione ha accordato la creazione del Sistema Comunitario di Salute, e la formazione di promotori di salute in tutte le comunità parte del Sistema di Sicurezza e Giustizia Comunitaria.
Durante l’anniversario, momento di festa e di incontro tra numerose organizzazioni della regione, il tema della sicurezza comunitaria e del diritto all’autodifesa dei popoli indigeni è stato ripreso da molti partecipanti. In particolare, un rappresentante del municipio di Tlacoapa ha espresso l’imminente formazione di una Polizia Comunitaria nella zona.
Un’appello all’unità ed alla coordinazione dei progetti di autonomia e di resistenza è giunto dai collaboratori di Radio Ñomndaa, storica emittente comunitaria nella regione, e dai rappresentanti del Municipio Autonomo di San Juan Copala, nello stato di Oaxaca.
Un’incontro, quello del 14 anniversario, che ha ribadito l’importanza della Polizia Comunitaria ed ha aperto prospettive per la strada da percorrere, nella costruzione dell’autonomia.

www.policiacomunitaria.org

Messico - Chiapas 2.0.10

Presenz/attiva dicembre 2009 gennaio 2010



Una Carovana dell'Associazione Ya Basta! e del Coordinamento Toscano di sostegno al Chiapas Rebelde.

Anche questo inverno saremo presenti in Chiapas con l’obiettivo di appoggiare concretamente il processo di autonomia delle comunità indigene zapatiste.

In questa occasione ci incontreremo con la Giunta di Oventic a cui è stata consegnata la terza autoambulanza al Sistema di Salute Autonomo della zona “Los Altos”. Già nel 2005 furono consegnati altri due veicoli grazie allo sforzo dell’Ass. Ya Basta ! di Milano, veicoli dedicati a Carlo Giuliani e Dax.

Questa terza ambulanza sarà dedicata alla comandanta Ramona. Oggi l’ulteriore sostegno appare sempre più importante se pensiamo ai risultati raggiunti dagli zapatisti nel processo di costruzione della propria autonomia e indipendenza. Un percorso ancora in evoluzione e ricco di successi, che testimonia la volontà di proseguire nella costruzione di un mondo differente. Un percorso non privo di difficoltà, perché immerso in un contesto politico e sociale, quello dello stato del Chiapas e del Messico in generale, caratterizzato da un altissimo livello di repressione e militarizzazione, inserito nel clima generale della "guerra al narcotraffico" che sta avendo effetti sempre più pesanti.

Abbiamo chiamato la carovana invernale “Messico 2.0.10”, per ricordare il centenario della prima rivoluzione zapatista e la lunga storia di lotte in tutto il Messico.

Saremo in Messico per conoscere direttamente le lotte che, anche in questi mesi, attraversano il paese: dalla mobilitazioni del Sindacato degli elettricisti alle lotte locali in difesa dei beni comuni, alle lotte indigene che vogliono affermare autonomia e capacità di liberare i propri territori dallo sfruttamento.

Saremo in Chiapas per stare con le donne e gli uomini zapatisti nei giorni dell'anniversario del "levantamiento" del 1 gennaio 1994, per visitare le comunità che praticano giorno dopo giorno la propria indipendenza e autonomia, per svelare le molte provocazioni che a tutti i livelli si cerca di costruire contro l'esperienza zapatista.

PERCORSI

CARACOL DI OVENTIC - In occasione dell'arrivo della terza ambulanza, inviata da Ya Basta Milano e dedicata alla Comandante Ramona, si svolgeranno gli incontri con i responsabili del Sistema Sanitario degli Altos de Chiapas e la visita alle coltivazioni del caffè rebelde zapatista, importato in Italia dall’Ass. Ya Basta!

CARACOL DI MORELIA - Incontri per conoscere e appoggiare il Sistema diEducazione Autonoma. Mantenimento delle relazioni con i Municipi gemellati (progetto Herman@s).

CARACOL DI ROBERTO BARRIOS - Incontri per continuare i progetti di solidarietà portati avanti dal Coordinamento Toscano

CARACOL LA REALIDAD - Incontro tra il Presidio No Dal Molin di Vicenza e la Giunta del Buongoverno per consegnare i fondi del Progetto Autogoverno possibile e per continuare il Progetto “Agua para Tod@s”

PER INFORMAZIONI SULLA PARTECIPAZIONE:

* Associazione Ya Basta Nord Est www.yabasta.it -

mail yabasta@sherwood. it

* Associazione Ya Basta Roma Blog Roma -

mail moltitudia_yabasta@ yahoo.it

* Associazione Ya Basta Napoli Blog Napoli

mail yabastanapoli@ yahoo.it

* Associazione Ya Basta! Milano www,yabastamilano.it

mail yabastaonlus@gmail.com

* Coordinamento Toscano di sostegno alla lotta zapastista Blog Toscana

mail coordinamento- toscano-zapatist a@inventati. org


Presenz/attiva Estate 2009

Per conoscere in diretta le denunce sulle provocazioni in Chiapas e Messico: Enlace zapatista

domenica 25 ottobre 2009

Ci vediamo a Copenhagen


A dicembre si svolgerà a Copenhagen la più grande Conferenza U.N. sui cambiamenti climatici (COP15), evento che sta catalizzando un’enorme attenzione a livello globale.

Formalmente la discussione a livello ONU sarà basata sulla ri-definizione delle quote di emissioni di CO2, in realtà dietro questo scenario le poste in gioco sono molto più complesse.

Il prossimo dicembre a Copenaghen non si terrà un summit, un vertice di potenti come tanti ne abbiamo visti in questi anni, né una semplice “conferenza mondiale”, sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Il tema e soprattutto il momento, in cui si colloca, definiscono la portata storica di un evento, che va ben oltre i suoi aspetti formali: un enorme spazio pubblico, attraversato da dubbi e certezze, conflitti reali tra interessi contrapposti, contraddizioni irresolubili, sancirà la centralità della questione ecologica, a partire dai cambiamenti climatici, nel dibattito globale sulla crisi.

Sarà il riconoscimento, incontrovertibile, che la nostra è l’epoca della precarietà della vita, intesa come bios, sussunta interamente all’interno dei rapporti sociali di sfruttamento capitalistico.

Un bios, all’interno del quale sono divenute indistinguibili, e tanto meno schematicamente separabili, le dimensioni del naturale e dell’artificiale, ma che, sempre più, si rivela come l’esito continuamente ridefinito di un’interazione dinamica, di un rapporto complesso tra uomo e natura.

Un bios che è oggi ontologicamente precario, perché costitutivamente esposto agli effetti molteplici di una crisi eco-sistemica, che mette in questione le condizioni fondamentali della riproduzione stessa della vita nella biosfera e, in quanto tale, anticipa e, in qualche modo, sovradetermina la crisi finanziaria ed economica.

Sono le lotte per la liberazione dallo sfruttamento e i tentativi del capitale di catturarne e imbrigliarne la spinta verso forme del vivere più giuste e più libere, ad averci condotto fino a qui.
Il motore che ha trasformato il mondo, fino a farlo diventare qualcosa che ci è oggi ancora in gran parte sconosciuto, è stata la dialettica tra lotte sociali e sviluppo capitalistico.
E’ stato cioè il conflitto permanente tra il desiderio di emancipazione e i rapporti di dominio ad aver generato enormi cambiamenti nelle forme della produzione e della riproduzione sociale, fino a giungere al paradosso contemporaneo, la coesistenza di abbondanza (nell’immaterialità digitalizzata di idee, conoscenze, affetti, relazioni, anche quando applicate a risorse naturali rinnovabili) e di scarsità (nella materialità di risorse naturali, quando sono per definizione limitate e non rinnovabili) nello stesso bios, nello stesso pianeta.

Ma la crisi climatica ci avverte, e lo fa in maniera pressante, che, come avviene per la relazione tra naturale e artificiale, così non è possibile separare questi due elementi che compongono la nostra vita: non si può pensare di consumare, fino al loro esaurimento, le risorse naturali a favore del pieno godimento delle libertà dell’immateriale, né oggi ha alcun senso riferirsi all’immateriale, che traduce fino in fondo l’infinitezza del desiderio e la potenza della cooperazione umana, aprendola agli illimitati territori della libertà della conoscenza e della condivisione, come a qualcosa di “secondario” e, quindi, meno degno di considerazione.

L’inscindibile relazione tra beni immateriali e beni naturali nel bios contemporaneo, e quindi la contraddittoria coesistenza di abbondanza e scarsità, oggi vero epicentro della crisi sistemica globale, segnalano invece che è nella definizione e nello scontro attorno al concetto di commons, cioè dello statuto di ciò che è comune, il nodo del problema.
Attraverso la privata appropriazione di risorse primarie scarse ed il loro illimitato consumo, il capitale ha imposto la depredazione sviluppista ed industrialista del pianeta, mentre - attraverso la normazione dell’ “eccessiva libertà” del digitale - vorrebbe imporre la rarefazione e il controllo della libera comunicazione e condivisione dei saperi e delle tecnologie.

Al centro del conflitto con chi vorrebbe continuare ad esercitare pieno comando su ciò che esiste e su ciò che si produce, per trarne profitto, vi è dunque altro da ciò che appare: sia nel caso delle battaglie per impedire la distruzione dell’ecosistema, sia in quelle per la difesa della libertà digitale, viene messa in crisi l’idea di “proprietà”, privata o pubblica che sia, verso invece l’affermazione di un nuovo paradigma del comune, come prodotto di molteplici relazioni della vita, in cui scarsità e abbondanza, naturale e artificiale, territorio e soggetti sociali, si ricombinano a favore di tutti.

Viene da sé che la contemporanea battaglia per i commons ha strettamente a che fare con l’affermazione dell’indipendenza. Anzi, essa può essere definita più precisamente nei termini di “decrescita dalla dipendenza” e di “crescita dell’indipendenza”, in ogni aspetto intrecciato che riguarda la vita.

E’ per questo che la crisi ecologica si conferma non come una delle conseguenze della crisi più generale, ma come il suo centro, quello che determina, e non che segue, la crisi della finanza e i suoi effetti sociali.
Al suo interno ritroviamo il precipitato del nuovo bios, geneticamente mutato da un rapporto di sfruttamento che ha sussunto in sé la vita in quanto tale.

E anche la fine della centralità di vecchi paradigmi, legati alla previsione di un’illimitata possibilità di sviluppo fondata su “ciò che è scarso” (perché risorse naturali limitate e non rinnovabili) e non è più indefinitamente privatizzabile (perché percepito come bene comune).

Gli effetti della crisi ecologica obbligheranno i capitalisti a pensare ad uno sviluppo fondato invece su “ciò che è abbondante” (beni immateriali).
Ma, dal momento che questi sono prodotti comuni della cooperazione sociale, questo potenzia la possibilità umana di organizzarsi per l’indipendenza, e costringe noi ad assumere fino in fondo questa come la nuova dimensione della lotta per cambiare questo mondo.

Ci vediamo a Copenhagen quindi, perché precaria è la nostra natura, comune il nostro destino, e più che precari sono i nostri mezzi, ma insieme ad una moltitudine di tanti e diversi possono crescere invincibili speranze.

Ci vediamo a Copenhagen per partecipare attivamente alle giornate della Conferenza COP15, per mobilitarci insieme a molti, per attraversare le mobilitazioni promosse dalle reti internazionali, dalle realtà collettive.