mercoledì 30 dicembre 2009

Gaza Freedom March - Notte del 29 dicembre

Si è conclusa un'altra lunga giornata nella capitale egiziana

In mattinata si sono svolte diverse iniziative davanti alle rappresentanze dei paesi di provenienza delle delegazioni.

Davanti l'Ambasciata Italiana è stato fatto un sit-in e poi una delegazione è salita a parlare con i diplomatici per riaffermare la richiesta di raggiungere Gaza.

Come in tutte le iniziative i manifestanti sono stati "transennati" dai poliziotti lungo il marciapiede.

Durante il sit-in con Paolo e Laura di Genova abbiamo provato ad iniziare alcune rilessioni sulle prime giornate egiziane: l'atteggiamento delle autorità, le difficoltà incontrate nel agire in forma comune tra tutti i partecipanti, l'impressioni raccolte in questa enorme metropoli.

Ascolta la discussione:

All'Ambasciata americana una delegazione è stata immediatamente circondata da poliziotti in assetto antisommossa e mentre una parte saliva ad incontrare i rappresentanti diplomatici, la polizia con fare molto deciso, costringeva gli attivisti a stare "recintati" nelle transenne.

Ascolta il racconto (in inglese)

Intanto davanti all'Ambasciata francese continua ormai da due giorni la presenza ininterrotta di una parte della delegazione francese.

Alle 14.00 l'appuntamento per tutti è alla Sede del Sindacato dei Giornalisti. La scalinata che serve d'ingresso all'edificio, si riempie di attivisti che prontamente vengono "recintati" dai poliziotti in divisa ed in borghese. Se manifesti stai nel "recinto" o se no ti devi allontanare. La "recinzione" sistematica delle iniziative è una costante di queste giornate e con tutte le dovute differenze ricorda l'atteggiamento della polizia danese durante le mobilitazioni di Cop15. Un asfissiante controllo che veramente è una delle forme di "prevenzione di sicurezza" che vanno contrastate a livello globale . Mai farci l'abitudine!

L'iniziativa dura un paio d'ore e poi la stessa scalinata, con una "recinzione" di poliziotti questa volta in assetto antisommossa, diventa lo scenario di un'altra protesta: quella fatta in prevalenza da egiziani e arabi contro la presenza di Nethanyau. Chiediamo chi sono e ci pare di capire che si tratti di gruppi legati ai Fratelli Musulmani e di altri gruppi locali.

I Fratelli Musulmani, formalmente illegali in Egitto, stanno crescendo in peso politico. Nelle scorse elezioni con delle liste ad hoc hanno avuto circa un ottantina di deputati e i tutti i commentatori dicono che aumenteranno nelle prossime elezioni. Oltre ad avere un consenso nelle fascie più diseredate della popolazione egiziana ed ad agitare la propaganda religiosa, chiaramente l'appoggio alla causa palestinese ed in particolare ad Hamas, gli è molto utile nel raccogliere consensi come spesso accade.

La permanenza sulla scalinata si protrae fino a sera a margine del transito di migliaia di automobili i cui occupanti, per la maggior parte, restano intenti alla loro "guida spericolata".

In serata inizia a circolare la voce, poi confermata, che è stata data l'autorizzazione alla partenza per Gaza di una delegazione coordinata dagli organizzatori americani di un centinaio di persone e dei materiali raccolti da consegnare alla popolazione della Striscia. Si tratta formalmente di un convoglio umanitario.

Questa scelta del governo egiziano è dovuta alla pressione esercitata dalle iniziative a Il Cairo e a livello internazionale.

Le due corriere che andranno a Gaza saranno composte da rappresentanti delle varie delegazioni della Marcia.

Intorno a questo nuovo scenario si apre una discussione formale e informale su come valutare la situazione, su come continuare la mobilitazione. Una discussione che sconta, come in parte successo in questi giorni, la mancanza di approfondimento politico e la frammentazione degli attivisti.

Mentre la discussione continuerà anche nella giornata di domani, adesso si tratta di aspettare ancora poche ore per essere certi che il convoglio parta con destinazione Gaza e per continuare a mobilitarsi.

martedì 29 dicembre 2009

Note da Il Cairo



28 dicembre 2009

La Freedom March è nata da una proposta di attivisti americani, che per la ricorrenza del primo anniversario dell'Operazione Piombo Fuso, hanno lanciato l'idea di entare a Gaza attraverso il valico egiziano di Rafah per portare solidarietà alla popolazione civile della striscia e chiedere la fine dell'assedio.

A questa convocazione hanno aderito gruppi organizzati, comitati e coordinamenti di tutto il mondo, fino a superare i 1300 partecipanti.

Convinti di arrivare al Il Cairo e da qui muoversi immediatamente per Gaza, ogni gruppo ha organizzato la propria logistica in maniera autonoma. Erano previste partenze il 27 dicembre in giornata, la notte, la mattina del 28 per passare tutti per El Arish e arrivare al valico.

Già il 20 dicembre le autorità egiziane avevano iniziato a comunicare ai vari organizzatori l'impossibilità di passare per Rafah. Una decisione confermata anche in alcune dichiarazioni pubbliche delle autorità egiziane.

A questo punto man mano che i vari gruppi arrivavano nella capitale egiziana si è resa palese la volontà da parte del Governo non solo di impedire l'ingresso a Gaza ma anche qualsiasi attività di denuncia di tale situazione. Un'assemblea che era stata programmata per tutti i partecipanti in un centro dei gesuiti veniva annullata d'autorità, nessuna sala pubblica e privata veniva concessa per svolgere iniziative di incontro di tutte le delegazioni. Insomma le autorità egiziane dimostravano nei fatti la loro capacità di controllo pressoche totale. Per quanto riguarda la possibilità di muoversi con i trasporti collettivi poichè “per motivi di sicurezza” ogni comitiva organizzata, che si sposta fuori dal Il Cairo deve essere scortata dalla Polizia, le autorità, non avendo dato l'autorizzazione a muoversi verso Rafah, di fatto hanno bloccato ogni corriera che era stata noleggiata dai vari gruppi.

Si è creata così una situazione paradossale: le varie delegazioni non hanno avuto un posto in cui incontrarsi tutti, ogni attività collettiva è resa difficile dalla frammentazione delle varie delegazioni.

Il tutto in una città di 23 milioni di abitanti, dove si sente molto bene quanto il controllo capillare sia presente e dove qualsiasi forma di opposizione è assolutamente invisibile.

Una città dove il traffico infernale regna sovrano, dove tutto è “decadente” e la presenza di macerie è “...perchè nel 1992 c'è stato il terremoto”, dove l'estrema riccheza di alcuni quartieri confina con l'estrema povertà della maggioranza degli abitanti. Dove si racconta che migliaia di persone vivono nei cimiteri non avendo altro posto dove stare mentre i cartelloni pubblicitari sono uguali a quelli di qualsiasi città europea o del mondo, gli stessi nomi, le stesse corporation, gli stessi prodotti salvo la scritta in arabo.

I contatti tra le varie delegazioni vengono mantenute da alcuni coordinatori ma la frammentazione che le autorità egiziane impongono non aiuta certo a costruire iniziative e discussioni comuni.

Il 27 si riesce a fare due iniziative: una al mattino sul Ponte 6 ottobre e l'altra la sera all'imbarcadero delle feluche.

La sera una parte della delegazione francese aspetta invano le corriere davanti all'Ambasciata.

Il 28 mattina una parte della delegazione italiana coordinata dal Forum Palestina non solo non vedrà arrivare nessuna corriera ma addirittura la polizia cercherà di impedire l'uscita dall'albergo per raggiungere l'ambasciata italiana ..

Mentre scriviamo anche la delegazione americana, insieme ad altre, ha inutilmente aspettato le “sue” corriere e un altra parte degli attivisti sta svolgendo una Conferenza Stampa davanti alla sede dell'Onu.

Probabilmente nessuna delle varie delegazioni si aspettava una chiusura così netta delle Autorità egiziane. Si pensava che in qualche modo si sarebbe potuto lasciare Il Cairo verso Rafah .. per il momento non è così e nulla lascia presagire un cambio di posizione da parte del governo.

Intanto da quello che si capisce dai giornali locali il Governo egiziano nel ribadire il “suo appoggio illimitato ai palestinesi, nel condannare (!!!) l'assedio alla striscia” conferma l'ampiamente del controllo delle sue frontiere (Rafah compresa) come necessità di sicurezza nazionale.

Formalmente infatti Rafah è un valico solo per i palestinesi (che comunque viene aperto o chiuso in maniera assolutamente discrezionale ..) e ogni altro transito internazionale vi deve passare con l'autorizzazione israeliana oppure transitare dal valico israeliano di Eretz.

Intorno a Rafah l'Egitto sta costruendo un nuovo muro, che dovrebbe svilupparsi anche in profondità che contribuirà all'isolamento ancora più totale della Striscia.

Sempre dai giornali egiziani scopriamo che domani è in arrivo al Il Cairo Netanyahu, il Primo Ministro Israeliano, per riattivare il processo di pace e per discutere la questione dello scambio di prigionieri.

Ancora leggiamo a quattro colonne che oggi Muobarak ha ricevuto con grandi onori il Ministro degli Esteri brasiliano, per la terza volta in quest'anno, per approfondire le relazioni bilaterali, per accrescere gli scambi commerciali tra i due paesi e per discutere di importanti questioni sulla scena regionale ed internazionale d'interesse comune.

Nel contesto globale degli attori continentali ci si incontra e si muovono le proprie pedine mentre la più grande prigione a cielo aperto del mondo, la Striscia di Gaza, continua ad essere chiusa.

A cura di Associazione Ya Basta

Gaza Freedom March: le delegazioni continuano le proteste

Aggiornamento del pomeriggio del 28 Dicembre dal Cairo

Questo pomeriggio per quattro ore gli attivisti della Gaza Freedom March si sono ritrovati sotto la sede centrale dell' ONU chiedendo che ci fosse una chiarificazione sui motivi per i quali la marcia e i delegati che vi partecipano non vengono fatti partire da IlCairo.

Alcuni attivisti sono stati ricevuti dai responsabili delle Nazioni Unite che gli hanno comunicato ufficialmente la decisione del governo egiziano, come ha affermato anche in televisione, di fermare la marcia poiché, a loro parere, non sono state presentate le carte necessarie per ottenere l' autorizzazione.

La cosa risulta essere assolutamente falsa perchè i nomi, i passaporti e tutte le formalità burocratiche erano già state ampiamente adempiute dagli organizzatori della marcia.

La delegazione ha chiesto esplicitamente se sarebbe stata concessa la possibilità ad una delegazione più piccola di entrare a Gaza per portare e consegnare gli aiuti umanitari che i delegati hanno portato da tutto il mondo anche in questo caso la risposta è stata negativa.

In poche parole le Nazioni Unite e i suoi funzionari non hanno fatto altro che ripetere quella che è la versione ufficiale del governo egiziano; una scelta che sembra non smuoversi assolutamente dalla decisione di non far partire la marcia verso la striscia di Gaza, ma anche quella di limitare al massimo l' agibilità degli attivisti all' interno della stessa capitale egiziana.

Dopo quattro ore di sit-in gli attivisti si sono ritrovati con l' idea di lasciare la zona sotto la sede dell' ONU per costruire nella giornata di domani azioni di pressione volte a ribadire il sacrosanto diritto e l' inarrestabile volontà a raggiungere la striscia di Gaza.

Contemporaneamente un'altra parte degli attivisti, circa 300 tra francesi e belgi sono stati fatti montare su dei pullman, ma tutt' ora sono fermi a un'ora e mezza di strada fuori dal Cairo bloccati anche loro dalla polizia. Questo fermo ha portato alla presenza di varie delegazioni, con sit-in e proteste, sotto l ´Ambasciata francese e all'Ambasciata italiana.

È una situazione nella quale si sta cercando in tutte le maniere di fare pressioni contro un divieto motivato esclusivamente dalla scelta politica delle autorità egiziane di non far lasciare il Cairo e di non far raggiungere i territori palestinesi ai delegati internazionali della Gaza Freedom March.

Varie iniziative sono previste nella giornata di domani proprio per continuare in questa difficoltosa mobilitazione vista anche l' impossibilità di rendersi visibili all' interno di una metropoli mostruosa dove non manca il costante controllo da parte delle forze dell' ordine e della polizia egiziana nei confronti degli attivisti stranieri.


Il Cairo - La polizia blocca le delegazioni della Freedom March


Sequestrati gli autobus

28 / 12 / 2009

Situazione tesa al Cairo per la delegazione della Freedom March.

Nella mattinata la polizia egiziana ha sequestrato i pullman della delegazione francese e italiana e ha impedito loro di prendere i taxi per arrivare all'ambasciata italiana al Cairo.

In questo momento la delegazione francese e italiana della Gaza Freedom March sta facendo un presidio davanti alle rispettive ambasciate mentre davanti alla sede Onu è in atto un presidio permanente

Ieri pomeriggio un gruppo di cittadini americani, britannici, spagnoli, giapponesi e greci sono stati arrestati alla stazione dei bus di Al Arish dalla polizia egiziana.

Nel frattempo un'altra operazione di polizia ha interrotto la commemorazione che stava avvenendo a Al Kasr Nil, principale ponte di collegamento con Zamalek, contro l’invasione israeliana a Gaza. Lo scorso 27 dicembre iniziava a Gaza l’operazione piombo fuso. Con un’ azione simbolica e non violenta la delegazione della Freedom March ha voluto ricordare queste morti legando centinaia di lacci con i nomi delle persone uccise nell’operazione militare dello sorso anno.

Intorno alle 17.00 di ieri diversi attivisti si sono incontrati sul Lungo Nilo. L'idea era quella di noleggiare alcune feluche e andare sul fiume e ricordare gli oltre 1400 morti dell'Operazione Piombo Fuso mettendo delle candele in acqua per ognuna delle vittime. La solerte polizia egiziana era già sul posto. Prima ha proibito l'accesso agli imbarchi e poi ha circondato con numerosi agenti in borghese gli attivisti impedendo loro di muoversi.

Sul marciapiede sono state accese candele e si è iniziato a fare slogan.

La polizia ha chiuso il Presidio con le transenne facendo aumentare intanto il numero dei poliziotti presenti. A chi guardava, fossero giornalisti, fotografi o curiosi, è stato detto di allontanarsi o di stare nello spazio “delimitato”. I manifestanti si ono un poco alla volta allargati sul marciapiede continuamente circondati dalle forze dell'ordine. L'iniziativa è dura un paio d'ore.

Nel fattempo un nutrito gruppo di partecipanti francesi alla Marcia si è dato appuntamento davanti all'Ambasciata francese per aspettare invano le corriere prenotate.

I promotori dell’iniziativa si sono detti rattristati e sconcertati per l’atteggiamento della polizia egiziana e continuano a chiedere che la delegazione possa raggiungere Gaza.


martedì 22 dicembre 2009

Who are YU?


Brevi riflessioni dopo Cop.enaghen

Se serviva qualche atto concreto a descrivere il livello di subordinazione che gli USA di Obama hanno verso la Cina, ci ha pensato la fallimentare conferenza Onu sul clima di Copenhagen a fornirlo. Wen Jabao, presidente del paese/continente che annovera al suo attivo il più alto tasso di crescita capitalistica mai registrato al mondo, insieme alla percentuale più alta di emissioni di CO2/anno, ha voluto dare un segnale globale, alla maniera dei cinesi, inviando in segno di sfregio, il suo responsabile ai negoziati climatici Yu Qingtai, praticamente un impiegato statale seguendo l’organigramma del partito, a parlare con Obama appena sbarcato dall’Air Force One.

I cinesi, ma dovremmo abituarci, seguono altri parametri anche rispetto alla comunicazione e alla produzione di opinione: siamo cresciuti con presidenti degli Stati Uniti che rivolgevano la loro capacità retorica o il loro decisionismo securitario, sostanzialmente verso due continenti: le Americhe e l’Europa. Naturalmente il flusso comunicativo, e i rapporti commerciali, spalmavano l’influenza e la persuasione in giro per il mondo, ma il rapporto tra descrizione della decisione e opinione pubblica, aveva il suo baricentro preciso.

L’elezione di Obama, ora lo si può capire meglio, è stata un investimento politico complessivo del sistema, ancorato tra Wall Street e le industrie, in particolare quelle dell’information society a scapito delle più tradizionali produttrici di armi, giocato proprio sulla sua capacità di parlare, di comunicare. Di entrare dunque, all’interno di aree di costruzione dell’opinione, del consenso, completamente sganciate dal tradizionale flusso che parte dalla casa bianca.

I cinesi hanno un loro popolo globale a cui parlare, o a cui ordinare se si preferisce. Un miliardo e mezzo di sudditi, sono un mondo. Decine di lingue, centinaia di etnie, variazioni di latitudine e longitudine, di fusi orari come da un continente all’altro: tutto dice ai cinesi, o meglio alla ristretta (si fa per dire) cerchia di “alti funzionari del partito”, intellettuali, nuovi miliardari, che il mondo è quello, il resto sono slums, periferie, dove fallimentari e corrotti (in senso spirituale, corrotti perché lavorano poco) uomini di potere, annaspano e si agitano come accade prima di annegare. Wen Jabao, trattando Obama come uno dei tanti del G17, che è il gruppo dei più industrializzati, o per dirla con la conferenza Onu, dei paesi con la più alta “footprint”, impronta ecologica, parlava innanzitutto ai cinesi. Nell’ordine, prima al Congresso (del Partito Comunista Cinese), poi ai top manager multimiliardari e, via via, fino al Popolo, per ultimo. Wen, inoltre, per tutta la settimana e sempre tramite Yu Qingtai e altre decine di suoi cloni, aveva lavorato di “lobbing”: fino a venerdì 18 dicembre il ruolo della Cina era stato quello di portavoce del G77, i paesi poveri e in via di sviluppo, dove ovviamente esercita il ruolo di potenza coloniale attraverso la forte immissione di denaro con cui ha acquistato debiti, in cambio del controllo geopolitico del mercato interno e quindi della stessa sovranità nazionale. La Cina, ai paesi poveri, ha tirato le redini a Copenhagen.

Intuendo ciò che voleva fare Obama, e in seconda battuta l’Europa e il Giappone, cioè utilizzare la Conferenza Onu sul Clima per determinare un riequilibrio di ciò che la crisi globale ha provocato: la supremazia del capitalismo senza alcuna libertà. Tutto ciò è precipitato sulla scena di Cop15, provocando uno dei più grandi fallimenti che la storia di sapienti trame diplomatiche dell’azione politica globale statunitense ricordi.

I commentatori internazionali, da Le Monde al Washington Post, dal Tribune alla BBC, su questo concordano: Cop15 non solo si è rivelata un boomerang per l’investimento politico fatto da Obama, ma ha anche probabilmente sancito la fine del modello-conferenza sul clima. Esso si trascinava, con questa formula allargata, dal 1992 quando venne istituito il percorso delle Convenzioni delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro sui problemi climatici. Si è passati per Kyoto e ora, a Copenhagen, ovviamente anche per il contesto di crisi sistemica in cui siamo, il vero risultato è l’affermazione di un asse a cinque: Brasile, India, Cina, Sudafrica e Usa. L’idea americana, che porta in dote in questi consessi soprattutto le guerre (pensiamo gli Usa senza guerre quanto meno arriverebbero a contare), era quella di trasformare il livello di emissioni di CO2 in una sorta di volano per la green economy. E il metro di convincimento interno, per il Congresso americano e per i repubblicani in particolare, era proprio la possibilità di aprire nuove esportazioni verso la Cina di Wen che, invece, è impermeabile ed esporta verso terzi a più non posso, “proteggendo” il suo mercato da invasioni esterne.

La Cina ha iniziato da tempo a costituirsi come polo mondiale manifatturiero, e oggi molti analisti registrano il suo dirigersi anche verso il lavoro della conoscenza e della ricerca.
Molte Silicon Valley stanno nascendo a fianco di migliaia di Seveso, di petrolchimici, di Bophal, di centrali nucleari. In Cina ovviamente, è il Partito che decide, non il popolo. Diciamo che lo fa in modi più spicci, e certamente più terribili e tragici, che nel nostro mondo.

Deportazioni di centinaia di migliaia di persone per far posto a nuove aree produttive o ad aeroporti, inquinamento alle stelle (ricordiamo le Olimpiadi di Pechino e i problemi di respirazione degli atleti?), ritmi di lavoro massacranti e senza regole (età, tutele, condizioni generali), rappresentano la sostanza di questo turbocapitalismo maoista. Obama dunque, ha giocato d’azzardo, continuando a far credere al mondo che dire “yes, we can” basti a far cambiare le cose. I cinesi hanno accettato la sfida, dopo aver convocato a Singapore il black president e avergli suggerito che le decisioni sarebbe stato meglio prenderle da soli, e hanno “risposto di prima” al tiro di punizione effettuato dagli americani, per usare metafore calcistiche. Gli è andata bene, e “Yes we can” è diventato solo “yes”.

Ma alla popolazione mondiale, ai movimenti, alle speranze di un mondo diverso, senza rifugiati e olocausto climatico, senza siccità e deforestazione, senza inondazioni e desertificazioni provocati dall’eccesso di gas serra, che cosa rimane da fare?

Probabilmente Cop15 è servita. Essa aggiunge un ulteriore tassello, pur nella complessità dei cambiamenti politici continui che caratterizzano le forme di comando sulla nostra vita, verso l’acquisizione dell’indipendenza come unica strada praticabile. Chi continua a pensare che saranno gli stati o i governi a risolvere il problema, quello più di destra ma liberale, quello più di sinistra ma autoritario, non ne verrà mai fuori. Il senso del conflitto, durante questi vertici, è quello della rivendicazione del proprio diritto ad andare altrove, lontano dal mondo che questi leader, e il loro sistema, non fanno altro che riprodurre, continuamente.

E’ palese che lo scontro tra green economy e coalcapitalism può aprire delle possibilità per l’indipendenza. A patto di non assumere il green capitalism come un qualcosa di buono e giusto, un qualcosa per cui vale la pena combattere. Questo scontro è all’inizio, e la stessa trasformazione della Convenzione Onu sul Clima in una specie di WTO della CO2, la dice lunga sull’impossibilità per ora di immaginare meccanismi di governance nella crisi. Per ora niente molteplice distribuzione del comando, solo accentrazione unipolare e difesa del proprio orticello-nazione in vista di soluzioni che ancora non appaiono. Nel frattempo, però, noi dobbiamo vivere, come anche gli abitanti dello Stato di Tuvalu. La nostra democrazia assoluta intanto, si esprime non ricompononendosi in una proposta, o modello, unico.

Essa è fatta di tanti “comuni”, di una rete infinita di esperienze e risultati, di successi e difficoltà. Si determina come comune molteplice in occasione di eventi come questo, ma l’errore è spesso trasporre questa moltitudine come qualcosa che chiede soluzioni al sovrano: essa esiste e vince, se impone al sovrano, chiunque esso sia, di lasciarla partire senza scatenare le armate contro di essa. E’ un esodo la nuova democrazia dell’indipendenza. Ed è in marcia chi, qui ed ora, vive già come crede sia più giusto per tutti.

Luca Casarini

rete SYInC ( SeeeYouInCopenaghen )

Da Seattle a Copenhagen: paradossi del mondo capovolto


di Giuliano Santoro

Sarebbe sbagliato leggere gli esiti del consesso globale di Copenhagen a cominciare dalle cinque paginette striminzite di “accordo” uscite dal vertice sul riscaldamento climatico.

C'è una verità parziale che circola e che unisce le lamentele di parte dei movimenti ambientalisti ai rimproveri ipocriti dei governi occidentali. Tutti concordi nel sottolineare come la montagna dell'allarme sulle condizioni dell'ambiente abbia partorito un topolino vago e non vincolante, dall'autocrazia di Dmitry Medved fino al post-populismo berlusconiano, eloquentemente rappresentato dal ministro Stefania Prestigiacomo. Passando per la destra nazionalista e sovranista di Nicholas Sarkozy.
Al di là della spiacevole compagnia, è un peccato abbandonarsi a una lettura binaria e semplicista perché si ometterebbero preziosi spunti di analisi che arrivano dal primo vertice dopo la Grande crisi. Proviamo ad isolarne alcuni.

Globalizzazione. Nei mesi scorsi sono successe cose che hanno confermato la tendenza verso un mondo globale, checché ne dicano i nostalgici dell'imperialismo e gli irremovibili oppositori dell'anti-imperialismo.
Il fallimento del colpo di Stato di George W. Bush ha aperto una fase in cui nessuno Stato-nazione eserciterà la sua egemonia, ha segnato la fine non solo dell'”unilateralismo statunitense”, ma “dell'unilateralismo tout-court”. Attenzione, però: mentre vecchie canaglie del golpismo americano come Henry Kissinger e pensatori neocon come Francis Fukuyama si convertono in tempi più che sospetti al “multilateralismo”, anche questa forma di governo e le istituzioni che sono nate dopo la Seconda guerra mondiale si mostrano inefficaci.
Il vertice del G8 ha dichiarato esplicitamente la sua inutilità. La politica internazionale pare pericolosamente sospesa: timide contromisure alla crisi finanziaria sono state prese nel corso di un G20, mentre si svolge nei fatti un inquietante vertice permanente G2 tra Cina e Stati uniti. Alcune potenze occidentali, soprattutto l'Europa, hanno lasciato spazio ai paesi che una volta si sarebbero ipocritamente definiti “in via di sviluppo”: Brasile e India guadagnano posizioni nel Fondo monetario internazionale. Come dicono molti analisti economici, i mega-eventi sono diventati il metro del potere e delle gerarchie, la rappresentazione dello spostamento dei capitali globali e la nuova forma di ri-produzione della ricchezza. Sono il cavallo di Troia di quella forma di produzione che si basa sulla costruzione di narrazioni a cavallo tra tradizione e innovazione, da divulgare sui grandi schermi del villaggio globale e sulla costruzione, compiuta a colpi di cemento e leggi speciali, di aree dominate dalle leggi dell'economia. Dovremmo trarre qualche lezione dal fatto che gli scorsi giochi olimpici si sono disputati in Cina, e sono serviti a celebrare la potenza del gigante economico asiatico. Tra qualche mese sarà il Sudafrica, altra potenza emergente, protagonista nel mancato accordo di Copenhagen, a ospitare i campionati mondiali di calcio. E le Olimpiadi del 2016 si terranno nel Brasile di Lula, il leader che nella rappresentazione mediatica del vertice danese ha giocato la parte del grande pontiere tra gli interessi del Sud rampante che rivendica libertà di sviluppo e del Sud alla deriva costituito dall'Africa abbandonata alla desertificazione e dai dodici atolli del Pacifico condannati dalle emissioni ad essere ingoiati dagli oceani. Cioè quelli che dovrebbero accontentarsi del fatto che cento miliardi di dollari verranno distribuiti alle élites economiche di quei paesi per portare avanti politiche di “sviluppo sostenibile”.

L'Uomo di mezzo. Ma il vero “uomo di mezzo” di Copenhagen è stato Barack Obama, condannato al ruolo di garante degli equilibri e propugnatore della “governance”, parola che, come ricordano Michael Hardt e Toni Negri in “Commonwealth” rimanda sia alla gestione del management nelle corporation che all'analisi del potere aperto e flessibile di Michel Foucault. Questo tratto globale di Obama fino ad ora ha segnato le sue fortune, le ovazioni planetarie del discorso all'università del Cairo e la vittoria del premio Nobel per la pace preventiva. Adesso potrebbe decretarne i prossimi fallimenti.
Il presidente statunitense è arrivato a Copenhagen solo alla fine dei dodici giorni di trattative, prima dell'ultimo giro di spot pubblicitari, come il protagonista risolutivo della sceneggiatura di un serial televisivo è solito fare per sbrogliare la situazione. Reduce dalle mediazioni al ribasso del dibattito al senato sulla riforma sanitaria, ha cercato di giocare una mediazione ancora più improbabile. Obama si è mosso con imbarazzo evidente dentro lo spazio ristretto fissato dal Congresso statunitense, che, come è noto, è fortemente condizionato dai desiderata delle lobbies inquinanti. As usual, l'inquilino della Casa bianca ha cercato di manovrare le leve della comunicazione per presentarsi come “risolutore”. Ma il gioco di prestigio non gli è riuscito: era praticamente impossibile far incontrare le pretese “ambientaliste” un po' ipocrite della vecchia e sazia Europa con le ambizioni della Cina, l'Elefante obeso e sempre più affamato che possiede gran parte del debito americano. O con le rivendicazioni dell'India: perché mai un paese in cui 400 milioni di persone vivono senza corrente elettrica avrebbe dovuto accettare “vincoli alla crescita”? È facile comprendere come questo scenario unisca curiosamente [e anche tragicamente] discorsi all'apparenza contrapposti fino ad oggi. Forse per la prima volta nella storia, in maniera così spudorata ed esplicita, si mischiano le carte del discorso pubblico e si rovesciano i punti di riferimento cui eravamo abituati: il miope “diritto ad inquinare” si è miscelato con la sacrosanta retorica anticoloniale [“i sacrifici li facciano i paesi che crescono da duecento anni”]. Allo stesso modo, è evidente che la conversione sulla via di Damasco alle politiche ecologiche di Europa e Australia fa il paio con la loro difficoltà di ritrovare la via della crescita nel nuovo contesto economico globale. Ancora: il populismo anticapitalista di Chavez ha avuto buon gioco a schierarsi con i “dannati della terra” africani, nonostante il caudillo venezuelano giochi tutta la sua capacità di condizionamento e la sua centralità negli equilibri latinoamericani attorno al petrolio. Per non parlare del discorso dell'Iran di Ahmadinejad, che ha insistito sul ruolo dell'energia nucleare contro il monopolio del Nord del mondo e il riscaldamento globale.
Da questo scenario [a tratti delirante, a tratti inedito: di sicuro complesso] non poteva venire fuori un trattato. La conclusione obbligata è stata quella di un “accordo politico” non vincolante, diplomatico e beffardo, con il quale per la prima volta i tanti e diversi paesi che costituiscono i nodi della rete economica globale riconoscono l'emergenza ambientale ma non fanno niente di concreto per affrontarla.

Movimenti. Il tema della “concretezza” delle misure da prendere contro il global warming rimanda direttamente al ruolo svolto dai movimenti nel corso delle quasi due settimane del vertice danese. Come spiega bene un analista “tecnico” e competente come Antonio Tricarico del Centro per la riforma della Banca mondiale sulle pagine dell'Almanacco di Carta in edicola dal prossimo 25 dicembre fino al 14 gennaio e dedicato allo stato dei movimenti globali nel decennale della rivolta contro il Wto di Seattle, lo stallo evidente del movimento che cominciò nel novembre del 1999 nella città dello Stato di Washington è dovuto, paradossalmente e come accade molto spesso, all'affermazione almeno parziale di alcune delle sue rivendicazioni. Non è la prima volta che succede: un movimento è spiazzato dalla contraddittoria emersione di fenomeni che aveva saputo anticipare e rimane imprigionato nel nuovo scenario. Nel caso specifico, il movimento che venne promosso a “seconda potenza mondiale” dal New York Times ai tempi della campagna contro la guerra in Iraq, non ha saputo adattare i propri equilibri e la propria azione concreta al dispiegarsi di quella globalizzazione che a parole dava per assodata, cioè alla concreta conquista di autonomia del Sud del mondo e della sua società, di una sua parte almeno, rispetto al Nord. È una dinamica epocale che crea uno spiazzamento perfino comprensibile. Quel movimento, che è stato sia l'ultimo del Novecento che il primo del Duemila, è per certi versi rimasto impigliato al secolo scorso, attaccato allo schema strutturalista centro-periferia che già le ultime edizioni dei Forum sociali mondiali, nei termini del superamento della “dipendenza” dei movimenti del Sud da quelli del Nord, in qualche modo davano già per morto e sepolto.

Sovranità. L'altro elemento di crisi, che serve sia a leggere le difficoltà “dal basso” che il fallimento della codificazione internazionale multilaterale “dall'alto”, è di natura squisitamente politica. La rivendicazione di un “limite” naturale allo sviluppo, portata avanti da molti dei movimenti ambientalisti giunti a Copenhagen, implica automaticamente la ricerca di una qualche forma di sovranità che questo limite determini, sancisca ufficialmente e faccia rispettare, con potere di sanzione e intervento. Si tratterebbe insomma, e questo è un problema aperto, di dover restaurare proprio quella sovranità che è in messa in crisi dal mosaico globale. È un tema, quello della governance planetaria, che già era rimasto senza soluzione al vertice di Londra, dove i venti grandi della terra avevano annunciato di voler porre regole al sistema finanziario internazionale. Sempre sull'Almanacco di Carta, Michael Hardt – raggiunto nel bel mezzo delle mobilitazioni di Copenhagen - sottolinea che questo “appellarsi agli Stati” da parte dei movimenti, perché stabiliscano i “limiti dello sviluppo”, si è tradotto in due fenomeni paralleli e per molti versi complementari: la “nostalgia per la sovranità”, appunto, e la scelta di una “vita etica” individuale [che ormai tutti i grandi quotidiani propagandano e che le grandi Organizzazioni non governative che siedono al tavolo della governance a Costituzione mista imperiale propugnano] che non si traduce in progetto collettivo ma nella ricerca di alibi e consolazioni solitarie.
Se, insomma, Copenhagen doveva essere un luogo in cui mettere a verifica e a valore la relazione tra la difesa e la conservazione dei “beni comuni” naturali e l'organizzazione e l'affermazione del “comune”, inteso come relazione continua e ricchezza immanente alle relazioni sociali, questi sono alcuni dei nodi da affrontare, per fare tesoro della vetrina globale del vertice e dei paradossi da essa innescati.

Tratto da:

lunedì 21 dicembre 2009

Countdown China

Il diario di bordo di Paolo Do - Shanghai (Cina)


Il Pearl River Delta è una delle regioni economicamente più dinamiche in Cina, dove si sta per costruire il ponte più lungo del mondo (che dovrebbe collegare Hong Kong con Macao e Shenzhen), e dove la metropoli di Guangzhou sta scavando in simultanea ben 8 linee di metropolitana in vista dei giochi Asiatici del 2010. Nell`arcipelago Cinese delle zone speciali composte da Hong Kong, Shenzhen, Macao e Guangzhog, una parola si sente ripetere spesso: Europa. Dobbiamo fare come in Europa. L`idea infatti è quella di sperimentare un dispositivo di controllo e di gestione in questa regione sul modello di quello europeo in modo tale da controllare al meglio la mobilità e i flussi della forza lavoro.
Ma di Europa in Cina se ne sente parlare anche altrove. Poco tempo fa migliaia di residenti si sono ritrovati sotto i palazzi del Partito a Canton in segno di protesta contro la costruzione di nuovi moderni inceneritori previsti a meno di un chilometro dal centro abitato della città. Di fronte a migliaia di persone che hanno sfidato le autorità con i loro corpi, i rappresentanti locali hanno cercato di rassicurare i manifestanti affermando che questo inceneritore è super sicuro, pensate un po’: interamente realizzato con tecnologie europee. Un vero e proprio pezzo di Europa in Cina, chiamato inceneritore.
Queste proteste (che richiamano davvero l`Europa, quella di Chiaiano o delle recenti azioni fatte in tuta bianca a Padova) e il coraggio di tanti che mettono in gioco la propria vita contro l`ennesimo disastro ambientale annunciato, sembrano aver ottenuto dal governo il posticipo di un anno della costruzione di questi moderni inceneritori, ovvero, dopo la chiusura dei prossimi giochi asiatici. In un paese come la Cina, il cui ritmo é scandito da incessanti conti alla rovescia, dalle olimpiadi di Pechino 2008 all’expo di Shanghai di maggio 2010 fino ai giochi Asiatici di Guangzhog, c`è forse ancora un attimo per tirare un respiro. Inquinamento permettendo.

Da Copenhagen a Gaza

Comunicato dell'Associazione Ya Basta


Ad un anno dai bombardamenti dal 28 dicembre inizia la Gaza Freedom March per entrare a Gaza dall'Egitto, portare la propria solidarietà alla popolazione civile palestinese, manifestare il 31 dicembre per dire che l'assedio e l'occupazione devono finire.
Alla Marcia partecipano più di 1400 persone provenienti da ogni parte del mondo, anche l'Associazione Ya Basta partecipa.


Da Copenhagen a Gaza
Siamo appena tornati dalle mobilitazioni durante il Cop15 a Copenhagen.
Giornate intense che hanno mostrato con chiarezza le nuove geometrie del potere nel pianeta, con l'accordo siglato da Cina, Stati Uniti, Brasile, India e Sudafrica e accettato da UE e dagli altri paesi.
Di fronte all'evidenza dell'impatto sulla vita di milioni di persone del progredire del cambio climatico non è stata presa nessuna soluzione.

Ma poteva esserci soluzione diversa dentro il vertice?
Insieme a molti altri abbiamo voluto segnare un altro cammino quello che ci ha portati ad affermare che la “giustizia climatica” va costruita dal basso, senza delegare, creando percorsi di indipendenza, di disobbedienza, di conflitto. Una strada non facile ma l'unica percorribile per non restare spettatori passivi. A Copenhagen abbiamo visto e subito un preventivo, assillante, assurdo dispositivo di repressione modellato per cercare di fermare il messaggio della mobilitazione.
Una repressione “moderna” e in stile nordico che però parla il messaggio di un monito globale: non bisogna distrurbare i manovratori.
E questo succede in tutto il pianeta. Ci vorrebbero spettatori passivi di disastri ambientali, di guerre locali, di sfruttamento selvaggio.
Dentro questo scenario complesso e a volte caotico di crisi globale la nostra ricerca guarda alla costruzione di sperimentazioni, laboratori, percorsi che provano a dar voce al protagonismo dal basso, alla costruzione di di indipendenza di pensiero, d'azione.

Per questo, proprio mentre ad Obama che aumenta il contingente in Afghanistan viene dato il Nobel per la Pace, vogliamo partecipare insieme ad altre centinaia di cittadini del mondo alla Gaza Freedom March. La Striscia di Gaza, questa enorme prigione a cielo aperto, continua ad essere uno dei simboli più inaccettabili delle forme del moderno apartheid, delle occupazioni militari.
Una popolazione civile ostaggio dell'impossibile “pace in Medio Oriente” che viene declinata come trattativa continua da rigiocare negli interessi globali, calpestando giorno dopo giorno un pezzo di umanità. Le porte sbarrate di Gaza in ogni parte dei suoi confini sono la rappresentazione inaccettabile di una violazione del diritto ad esistere per ogni essere umano.
Saremo con chi, giungendo da ogni parte del mondo vuole attraversare la chiusura della striscia, entrando a Gaza dall'Egitto, così come eravamo a Copenhagen, insieme a chi prova a partire da se, dal proprio collettivo, dal proprio territorio, dalla propria storia a disobbedire alle ingiustizie e per costruire un futuro diverso fatto di un presente diverso.

Associazione Ya Basta

Il governo egiziano non autorizza la Gaza Freedom March

Siamo determinati a rompere l'assedio
Continueremo a fare tutto il possibile perché si realizzi

Con il pretesto di un aumento delle tensioni sul confine tra Gaza ed Egitto, il Ministero degli Esteri egiziano ci ha informato ieri che il confine di Rafah sarà chiuso nelle prossime settimane. Abbiamo risposto che la tensione c'è sempre al confine a causa dell'assedio, che non ci sentiamo minacciati e che, se ci sono rischi, sono rischi che siamo disposti a correre. Abbiamo anche detto che ormai è troppo tardi per gli oltre 1.300 delegati provenienti da più di 42 paesi per cambiare i loro programmi. Abbiamo entrambi convenuto di proseguire i nostri scambi.
Anche se lo consideriamo un passo indietro, è comunque qualcosa che abbiamo incontrato - e superato - in passato. Nessuna delle delegazioni, grandi o piccole, che sono entrate a Gaza nel corso degli ultimi 12 mesi ha mai ricevuto un' autorizzazione finale prima di arrivare al confine di Rafah. La maggior parte delle delegazioni sono state scoraggiate persino da lasciare il Cairo per Rafah. Alcune hanno avuto i loro pullman bloccati lungo la strada. Ad alcune è stato detto chiaro e tondo che non potevano andare a Gaza. Ma a seguito di pressioni pubbliche e politiche, il governo egiziano ha cambiato la sua posizione e le ha lasciate passare.
I nostri sforzi e i nostri piani rimangono invariati, a questo punto. Abbiamo deciso di rompere l'assedio di Gaza e marciare il 31 dicembre contro l'assedio israeliano. Continuiamo nella stessa direzione.
Le ambasciate e missioni egiziane in tutto il mondo devono sentire la nostra voce e quella dei nostri sostenitori (per telefono, fax ed e-mail) nei prossimi decisivi giorni, con un messaggio chiaro: lasciate che la delegazione internazionale entri a Gaza e lasciate che la Gaza Freedom March faccia il suo cammino.
Avete aderito e vi sieti iscritti per partecipare alla Gaza Freedom March: è stato il primo passo. Adesso, chiamate e scrivete all'ambasciata egiziana a Roma e chiedete ai parlamentari da voi eletti di chiamare a vostro nome. Contattate i media locali per dire che state partendo per Gaza. Poi fate le valigie e venite al Cairo pronti a camminare insieme ai nostri fratelli e sorelle di Gaza.
Aspettiamo di vedervi tutti la settimana prossima.
Comitato organizzatore Gaza Freedom March

domenica 20 dicembre 2009

L'ipocrisia del "Yes, we can" sull'America Latina

Honduras laboratorio per la nuova politica nordamericana nel continente


di Giorgio Trucchi

Indipendentemente da ciò che accadrà durante le prossime settimane e fino al 27 di gennaio, data in cui Porfirio Lobo Sosa, vincitore delle discusse elezioni in Honduras, prenderà possesso di una carica che fino a questo momento quasi nessun paese riconosce, risulta sempre più evidente che quanto successo lo scorso 28 giugno segnerà un significativo passo indietro per il consolidamento della democrazia nel continente latinoamericano.
All'interno di questo contesto non si possono non prendere in considerazione le evidenti responsabilità del nuovo governo nordamericano e della sua offensiva per riposizionarsi all'interno del continente.

Con il colpo di Stato in Honduras, i poteri forti di questo paese che, insieme agli apparati repressivi e ai suoi alleati internazionali controllano l'economia e la politica honduregna, sono riusciti a frenare un processo emancipativo nel quale per la prima volta nella storia dell'Honduras,le forze vive del paese stavano collaborando con il potere Esecutivo per immaginare e programmare un futuro diverso, proiettandosi verso un progetto di Assemblea Nazionale Costituente includente e marcatamente popolare.

Parallelamente, l'Honduras aveva iniziato un percorso per rafforzare l'unità centroamericana e latinoamericana, aderendo al Sistema d'integrazione centroamericano, Sica, a Petrocaribe e all'Alba.

Sicuramente troppo per le forze retrograde del paese e del continente che vedevano minacciati i loro interessi storici e lo status quo mantenuto per decadi grazie alla violenza e alla repressione di apparati militari al servizio dei gruppi di potere e dei loro alleati internazionali.

In questo contesto non devono quindi sorprendere, ma sicuramente sì indignare, le recenti dichiarazioni della titolare della politica estera del governo nordamericano, Hillary Clinton, durante la sua relazione sui rapporti tra gli Stati Uniti e l'America Latina.

"Ci preoccupano i leader che vengono eletti in modo libero e legittimo, ma che poi iniziano a scalfire l'ordine costituzionale e democratico dopo essere stato scelti, il settore privato, il diritto dei cittadini a vivere liberi dalla persecuzione, repressione e di potere partecipare liberamente all'interno delle loro società", ha detto Clinton volgendo il dito accusatore contro il Venezuela, il Nicaragua e, pur senza menzionarli, tutti quei governi che non seguono fedelmente i "consigli" di Washington.

Sarebbe interessante potere domandare alla signora Clinton ed al fiammante Premio Nobel per la Pace, che cosa si è voluto dire con queste parole. O per caso non si sono accorti che in Honduras c'è stato un colpo di Stato e che il Presidente legittimo di questo paese continua a rimanere rinchiuso in un'ambasciata, subendo una costante persecuzione?

"Ciò che mi preoccupa è capire come riprendere la strada giusta (per chi?), in cui si riconosca che la democrazia non è un tema di singoli leader, ma di esistenza di istituzioni forti", ha sentenziato Clinton nel suo discorso.

Come classificherebbe l'amministrazione Obama, che immediatamente ha riconosciuto la legittimità di un processo elettorale spurio, senza osservatori, svolto in un clima di repressione, paura e violenza, in un contesto di rottura costituzionale della quale è stato parte lo stesso Tribunale supremo elettorale, lo stato di terrore in cui vive buona parte della popolazione honduregna che non riconosce l'attuale governo di fatto e che non ha voluto essere complice di questa farsa elettorale, che aveva l'unico obiettivo di legittimare e stabilizzare il colpo di Stato?

Sull'Honduras, la titolare del Dipartimento di Stato ha detto che il suo paese ha lavorato in funzione di "un avvicinamento pragmatico, di principi, multilaterale, che si prefiggeva la ricostruzione della democrazia". Di sicuro nessuno l'ha notato e l'unico risultato cercato ed ottenuto con questo "avvicinamento pragmatico" è stato l'annichilamento di tutti i processi di trasformazione avviati ed i risultati raggiunti negli ultimi anni, posizionando strategicamente le proprie pedine, prima su tutte il presidente del Costa Rica, Oscar Arias, per prendere il controllo della situazione a scapito degli sforzi fatti dal primo momento dalla Oea, Onu, i paesi del Sica, dell'Alba e dalle altre istanze del continente latinoamericano.

Per completare la farsa montata dal governo di fatto, ora gli Stati Uniti stanno chiedendo che venga messo in pratica il fumoso Accordo Tegucigalpa-San José, installando un governo di unità e riconciliazione che non prevede la presenza di Manuel Zelaya e nemmeno quella dei suoi ministri e consulenti, la maggior parte dei quali costretti a vivere in esilio. Allo stesso tempo, il governo di fatto di Roberto Micheletti ha inviato al Congresso Nazionale un disegno di legge di amnistia, per "ripulire" l'immagine di chi ha violato sistematicamente i diritti umani durante gli ultimi cinque mesi.

Una nuova pantomima che si prefigge l'obiettivo di legittimare in modo definitivo il colpo di stato, e che pretende di creare un precedente che sia esempio per il resto del continente. Un manuale del perfetto colpo di Stato stile "ventunesimo secolo", che invia un messaggio molto chiaro su quale sarà la politica dell'amministrazione Obama per l'America Centrale e per il Sud America.

Non una guerra aperta e diretta come in Iraq ed Afghanistan, e nemmeno attraverso minacce come la riattivazione dopo 50 anni della famigerata IV Flotta nell'Oceano Atlantico e nei Caraibi, l'installazione delle basi militari in Colombia o con parole dirette come quelle che Hillary Clinton ha rivolto contro chi oserà iniziare o mantenere relazioni d'amicizia con l'Iran. In questo caso si tratta di una guerra subdola, di "bassa intensità", muovendo i fili più infimi della diplomazia e delle catene di agenzie preparate per infiltrare paesi, governi, processi elettorali e movimenti.

Una "guerra necessaria e giustificabile", direbbe il presidente Obama.

La Resistenza: un bastione necessario

Se c'è una cosa che i poteri forti e gli stessi Stati Uniti non avevano calcolato è stata sicuramente la grande capacità di reazione e resistenza del popolo honduregno.

Dopo il 27 di gennaio, l'Honduras dovrà necessariamente voltare pagina, entrando in una nuova tappa della sua tormentata storia. Concluso il periodo presidenziale di Manuel Zelaya, sarà il turno di Porfirio Lobo.

Un governo molto debole, in mezzo ad una violenta crisi economica, con uno scarso riconoscimento a livello internazionale e ostaggio dei principali autori del golpe del 28 giugno, Stati Uniti inclusi. Proprio in questi giorni Lobo sta disperatamente cercando di convincere Roberto Micheletti - e più di lui chi davvero manovra i fili dietro il Presidente fantoccio - ad abbandonare la carica prima del suo insediamento. Spera così di essere un po' più presentabile agli occhi della comunità internazionale.

Di fronte a questo scenario, quella che è stata la Resistenza contro il colpo di Stato, oggi convertitasi nel Fronte nazionale di resistenza popolare, Fnrp, dovrà prepararsi per entrare in questa nuova tappa della lotta e le difficoltà sono già evidenti. La costante e selettiva repressione denunciata a livello internazionale dalle organizzazioni dei diritti umani è un chiaro segnale di quanto i settori retrogradi tradizionali temano questo processo.

Lo scorso 4 e 5 dicembre 2009, delegati e delegate di organizzazioni provenienti da tutto il paese hanno iniziato una storica seconda fase della lotta, per rafforzare il processo organizzativo in vista della creazione di una forza politica alternativa ai partiti tradizionali, capace di condurre il paese verso una Assemblea Costituente.

Durante queste due giornate di lavoro sono state create varie commissioni e gruppi tematici che hanno iniziato a preparare il lavoro per i prossimi mesi. Al termine dell'attività, il dirigente sindacale e coordinatore del Blocco Popolare, Juan Barahona ha spiegato che "la prima fase della lotta è finita ed ora dobbiamo lavorare su un progetto ideologico e politico, affinché tutti i settori organizzati conoscano a fondo la strada da percorrere insieme.

Dobbiamo conoscere a fondo questo percorso ed abbiamo bisogno di una metodologia che ci permetta di arrivare a tutti i settori che si sono schierati contro il colpo di Stato. Una strategia come quella della lumaca (caracol), dal basso verso l'alto, e creare un movimento che faccia tremare i settori golpisti. Dobbiamo approfondire questa nuova strategia - ha continuato Barahona - e proporci di prendere il potere pacificamente prima o durante il prossimo processo elettorale.

Per fare ciò dobbiamo lavorare e con molto impegno. Non possiamo dormire sugli allori, ma al contrario dobbiamo mettere questo progetto al primo posto delle nostre priorità", ha concluso.

Una nuova tappa della lotta del popolo honduregno è iniziata.

Emirati Arabi - Non disturbare il manovratore


Intervista a Sean O'Driscoll, giornalista del quotidiano di Dubai 7days, sulla libertà d'informazione negli Emirati Arabi Uniti


di Elisabetta Norzi e Christian Elia

Uno degli aspetti meno indagati degli Emirati Arabi Uniti è quello della libertà di espressione. Il clima è molto particolare, nel senso che la percezione di libertà è totale. Una presenza discreta delle forze dell'ordine e una totale libertà di movimento, configgono con una realtà sociale fatta di sfruttamento del lavoro, prostituzione e traffici illeciti internazionali. Di tutto questo, però, nei giornali di Dubai e dintorni non c'è traccia. I quotidiani sono tanti: Gulf News, Khaleej Times, The National per citare i più diffusi, in lingua inglese. Tutti estremamente cauti nel riportare i fatti più sgradevoli di una società che sembra pensata per rassicurare, divertire e incitare all'investimento e alla spesa. Con un rispetto verso le famiglie regnanti nei sette emirati che sfiora la piaggeria. Tra loro si fa largo un free-press: 7days. Anche questo in lingua inglese, si caratterizza per un minimo di inchieste più spinose, seppur diluite tra articoli di un peso specifico non indimenticabile. Della situazione dei media negli Emirati ne abbiamo parlato con Sean O'Driscoll, giornalista irlandese trapiantato a Dubai, un passato tra Associated Press e Irish Times, firma di punta del giornale.

Come è la situazione dei media nel Paese?
La carta stampata, come i media in generale, negli Emirati Arabi Uniti sono sottoposti a un controllo molto rigido da parte del governo. La maggior parte delle testate sono, almeno in parte, di proprietà di esponenti dell'esecutivo. Anche i giornali indipendenti, che sono molto rari, devono avere comunque uno sponsor locale, come è richiesto a ogni azienda negli Emirati, e questo è un altro canale di controllo da parte dello Stato. Se si confronta la situazione con altri paesi del Golfo, però, alcuni giornali, anche se non si può certo parlare di stampa libera, di anno in anno riescono a guadagnarsi un po' più di spazio, un po' più di libertà.

In che modo il governo controlla l'informazione?
Nella maggior parte dei casi si tratta di una sorta di autocensura da parte dei media stessi. E' come se ci fosse una linea oltre la quale è pericoloso andare, anche se la linea non è chiara, non è ben definita. Negli ultimi anni la linea arretra sempre di più, si può scrivere più liberamente, andare più a fondo nelle questioni che riguardano la città e il Paese. Ma non sai mai fino a che punto puoi spingerti, fino a che punto puoi addentrarti nelle questioni che riguardano lo Stato, lo sceicco, e questo i giornali lo sanno, lo tengono sempre ben presente. Qualche miglioramento comunque c'è stato, se si scrive qualcosa di critico verso il governo, si rischia al massimo la chiusura del giornale e non più l'arresto dei giornalisti come avveniva fino a non molto tempo fa.

Quindi qualcosa è migliorato negli ultimi anni?
Sono state varate nuove leggi a tutela della libertà d'informazione, ma sono molto contraddittorie: da una parte queste norme costringono i media entro certi limiti, dall'altra aboliscono l'arresto dei giornalisti che criticano il governo. Se si confronta la situazione con l'Italia o con l'Occidente in generale, è evidente che qui i media sono strettamente controllati, ma bisogna ragionare a un micro livello: ogni anno si guadagna qualche millimetro di libertà. Se si guarda da una prospettiva occidentale, è chiaro che la situazione appare terribile.

Anche tu sei stato costretto in qualche occasione a fermarti, a non scrivere tutto?

Un esempio recente. Abbiamo scritto di prostituzione, un grosso "elefante in camera", come si dice in inglese, e cioè qualcosa di molto visibile, sotto gli occhi di tutti, ma di cui non si può dire nulla. Se vai in qualsiasi bar a Dubai è difficile bere tranquillamente un drink, perché devi tenere gli occhi bassi, ti muovi davvero tra una prostituta e l'altra. Se ne parli, però, sono guai. Una volta abbiamo aperto il giornale con una statistica sulle malattie sessuali tra le prostitute e abbiamo avuto dei grossi problemi per quell'articolo. Abbiamo cercato di allargare il discorso sulla prostituzione in tutto il mondo, di dosare bene ogni singola parola, ma non è servito: di prostituzione non si può parlare in prima pagina. Eppure qui è un problema enorme: ragazze che arrivano dalla Russia, dall'Armenia, dall'Azerbaijan, vivono in condizioni difficilissime. E' così frustrante vedere queste ragazze, le loro condizioni di vita, e non poterne scrivere, non poter denunciare la situazione.

Come fate a trattare certi argomenti?
Siamo "autorizzati" a trattare i casi più eclatanti, parlando solo dei fatti, come ad esempio la recente storia di una donna armena arrestata e condannata a tredici anni di carcere per avere fatto arrivare illegalmente a Dubai alcune ragazze e averle costrette a prostituirsi. Ci è stato permesso di raccontare questa storia e di intervistare le persone coinvolte, ma quando provi ad emanciparti dalla versione ufficiale delle forze dell'ordine e ad andare per strada, a parlare con le persone, a fare qualcosa di autonomo, di separato, ecco che arrivano i problemi. Abbiamo avuto guai anche con la Dubai media free zone, che dovrebbe essere più aperta, e invece sono stati davvero rigidi verso di noi quando abbiamo raccontato di una storia di prostituzione. Se segui quello che fa la polizia tutto bene, appena ti allontani da quello che è ufficiale, tutto si complica.

Quali sono gli altri temi "proibiti"?
Anche se ti occupi ti cultura o di economia puoi avere dei problemi. Ad esempio i problemi economici di Dubai. Tutto quello che danneggia l'immagine del Paese non è gradito, è un'ossessione per loro. Recentemente abbiamo scritto dei titoli spazzatura in borsa a Dubai, ma questo argomento è inaccettabile per il potere.
Una volta abbiamo avuto problemi anche a scrivere di un libro comico su come diventare prostitute, e siamo stati accusati di voler insinuare che le donne emiratine, le donne musulmane sono puttane. Sapevano bene che non era quello che volevamo dire, ma ci hanno richiamati ugualmente, solo per intimidirci. Tutto quello che può mettere in cattiva luce Dubai, che si tratti di economia o cultura, può metterti nei pasticci, per questo alla fine ci si auto censura.

Tu vivi qui da oltre un anno ormai, cosa pensi del modello economici di Dubai?
Da un lato mi piace molto: penso ci sia qualcosa di davvero visionario in chi ha pensato questa città. In pochi anni il petrolio finirà e pensare a una città come questa, che vive di servizi è stato molto intelligente. Se si paragonano ad altri paesi del Medio Oriente, gli Emirati stanno andando bene, ma penso che tutto quello che sta dietro, che ha permesso a Dubai di diventare quello che è, manca completamente di trasparenza. Le persone comprano appartamenti che non esistono, a Dubai in particolare c'è una situazione da selvaggio west, nulla è regolato: è proprio di questa settimana la notizia di un carico di diamanti e oro a Dubai, provenienti dalle zone di conflitto dell'Africa, e poi c'è la questione del riciclaggio di soldi sporchi. Quello che voglio dire è che il modello economico ha di sicuro successo, nel senso che funziona, ma sotto la superficie ci sono soldi sporchi.

Hai scritto del riciclaggio di soldi?
Sì, cito un esempio recente, che riguarda anche l'Italia: attraverso un salone di bellezza del nord Italia venivano fatti arrivare soldi a Dubai, frutto di spaccio di eroina. La polizia italiana ha parlato di quattro milioni di dollari al giorno. I soldi venivano poi "lavati" attraverso l'enorme commercio di oro e diamanti che c'è a Dubai. Sono andato a parlare con uno dei negozianti che si presume siano coinvolti, ma la persone che era lì mi ha detto di essere solo un impiegato, di non sapere nulla di quello che di fatto è uno dei più grandi riciclaggi di denaro del mondo. Io non gli ho creduto, ma questo è indicativo di come funziona il sistema qui: quando cammini nel grande suq dell'oro di Dubai tutto sembra perfetto, pulito, meraviglioso, e così non ti fermi a pensare che cosa ci possa essere dietro la superficie.

Cosa ne pensi, invece, di un altro aspetto di questo sistema, e cioè dei lavoratori migranti che costruiscono la città?

Questo è davvero un problema enorme, non facile da risolvere. Penso che non possano bastare nemmeno leggi chiare sul lavoro, ma che sia necessario introdurre il sistema delle rappresentanze sindacali, perché è impossibile che riesca a fare qualcosa il singolo lavoratore. Senza sindacati non riesco a immaginare progressi o una soluzione. Oggi ho accompagnato dal dottore una ragazza filippina, che fa la domestica ed è stata violentemente picchiata dal suo datore di lavoro: voleva costringerla a prostituirsi. Poi ci sono tutti i lavoratori che provengono dall'India o dal Bangladesh e che lavorano nell'edilizia. A loro, prima di partire, viene promesso un ottimo stipendio, ma poi arrivano a Dubai, gli viene confiscato il passaporto per due anni, gli stipendi che ricevono sono bassissimi, a volte non vengono neppure pagati. Arrivano qui pensando di poter mandare a casa un sacco di soldi alle loro famiglie, e si trovano a non saper cosa fare, senza nessuno a cui rivolgersi o a cui chiedere aiuto. Penso che dovrebbero esserci regole molto rigide sulle società di reclutamento che operano in Cina, in India, alle quali si appoggiano anche le grandi compagnie per avere la manodopera. Ma questo non succede.

Che cosa puoi scrivere di questo?

Ancora una volta, il punto è che non sei mai sicuro fin dove puoi spingerti, dove è la linea oltre la quale non puoi andare. Recentemente mi sono occupato di una protesta tra i lavoratori cinesi, fuori dalla città, nella free zone. Si sono rifiutati di andare a lavorare perché non ricevevano lo stipendio da mesi. Erano impiegati da un appaltatore in una grossa compagnia statale che sta costruendo alberghi accanto al grattacielo più alto del mondo. Erano arrivati al punto che non potevano andare avanti, senza stipendio. Sono andato lì e il supervisore del campo mi ha detto di essere stupito che fossi l'unico giornalista e lo ero anche io perché la situazione era davvero grave, sembrava una guerra: finestre rotte, porte sfondate, cattivo odore. I supervisori cinesi si erano barricati in ufficio e i lavoratori hanno sfondato le porte e li hanno costretti ad inginocchiarsi e a togliersi le cravatte. Una scena davvero drammatica, perché i supervisori non avevano alcuna colpa se l'azienda non pagava i lavoratori, anche loro erano solo impiegati. C'è stato molto dibattito tra i media sul modo di trattare questa notizia: qualcuno sosteneva di pubblicare tutto e dare massimo risalto, qualcuno di mantenere un profilo più basso. Se pubblichi fotografie, parli delle società nell'orbita di proprietà di personaggi al governo cominciano i problemi. Alla fine, l'essenza del problema, è che certe volte è possibile entrare nei campi dove vivono i lavoratori e scrivere delle difficoltà dei lavoratori migranti, ma se cominci a creare dei rapporti con i lavoratori, a parlare delle aziende, cominciano i guai.

Come è la situazione sul web? C'è più dibattito, più partecipazione, più libertà?

I siti che parlano di sesso o di tematiche come l'omosessualità, ma anche quelli che parlano di Israele, sono bloccati. Non si aprono, sono censurati, e anche certi blog lo sono. Ma se si leggono i siti online dei giornali, i forum sui temi principali, si trovano davvero i commenti più interessanti sugli Emirati. Non c'è censura e la gente si esprime liberamente. Questo accade perché non ci sono le risorse per controllare tutto, ogni singolo commento su ogni sito internet. La comunità che partecipa a questi forum è davvero vivace.

Qualche esempio dei temi più discussi?
Ha acceso un grande dibattito la vicenda della ragazza filippina che ho già citato, picchiata dalla famiglia per cui lavorava come domestica. Ho letto commenti davvero interessanti, anche di altre domestiche filippine che raccontavano la propria esperienza. E' molto difficile raccogliere testimonianze dirette sulla carta stampata, perché le persone hanno paura, e quando vedi le persone comuni che intervengono su questi temi è davvero molto interessante, è un bel segnale.

Cosa pensi della comunità degli stranieri occidentali, i cosiddetti expat, che vivono qui: sono attenti a questi problemi, hanno qualche influenza per poter cambiare la situazione?
In molti sono sensibili ai problemi sociali di Dubai. Molti giornalisti vengono qui dall'Europa e poi scrivono solo degli expat interessati alle macchine, ai night club, agli abiti alla moda. Io non penso che questa immagine sia corretta. La maggior parte degli occidentali vengono qui per avere un lavoro migliore, in particolare in questo ultimo anno di recessione globale. Molti di loro fanno fatica a vivere qui, ad adattarsi a un sistema così diverso da quello europeo, un sistema in cui mancano i diritti. Penso ci sia uno stereotipo sugli expat, lo spero almeno.

Sei ottimista per il futuro, qualcosa sta cambiando?
Io penso che le cose cambieranno, ma lentamente. Un esempio recente è il video, che ha fatto il giro del mondo, di un fratello dello sceicco che tortura un uomo. Non è stato chiaro come sia andata, ma è stato comunque un punto di rottura, perché molti emiratini si sono vergognati per il loro Paese. Gli emiratini vogliono davvero essere internazionali, non vogliono assomigliare all'Iran o all'Arabia Saudita, vogliono apparire progressisti. Il vero problema è che qui vogliono i lati postivi della globalizzazione, vogliono gli Starbucks, abiti firmati, ma non vogliono le conseguenza, che sono il rispetto dei diritti umani, gli standard di trasparenza internazionali. Comunque ora sanno che per rimanere nel sistema economico mondiale devono rispettare certi parametri.

Tratto da:

Aminatou Haidar torna a casa

L'attivista vince la sua battaglia contro Rabat




di Luciano Ardesi

Dopo un mese di sciopero della fame, la "Ghandi sahrawi" ha vinto la sua battaglia. Le autorità marocchine hanno ceduto, concedendo alla donna, ormai in fin di vita, il permesso di tornare nel Sahara Occidentale.

Dopo 32 giorni di sciopero della fame, Aminatou Haidar ha fatto ritorno, senza condizioni, a El Aiun, nel Sahara Occidentale occupato, da dove le autorità marocchine l'avevano espulsa il 14 novembre scorso. Quella di Aminatou è la vittoria di una donna sahrawi che si è sempre rifiutata di piegarsi a qualsiasi compromesso con le autorità di occupazione. Ha sempre difeso la propria appartenenza al popolo sahrawi, e ne ha difeso i diritti fondamentali, diventando dal 2005 la personalità più forte e indiscussa tra i difensori dei diritti umani. La sua attività è stata premiata da numerosi riconoscimenti internazionali.

Il Marocco ha dovuto dunque cedere al termine di un braccio di ferro durante il quale il re ha dovuto misurarsi con quello che è stato probabilmente il suo più grave errore politico dei suoi primi dieci anni di monarchia assoluta. Da questione dimenticata, l'ultima colonia africana è stata infatti proiettata, grazie al coraggio di Aminatou e alla testardaggine del re, sulle prime pagine di giornali e tv.

La Spagna sembra essersi liberata da un peso enorme, ma è apparso chiaro a tutti che questa vicenda non sarebbe mai potuta iniziare senza l'accondiscendenza del governo di Madrid che aveva accettato l'espulsione di Aminatou verso l'aeroporto di Lanzarote (Canarie) dove, dalla mezzanotte del 15 novembre, aveva iniziato lo sciopero della fame.
E' difficile immaginare che la storia finisca qui, ma fin da ora si può dire che nulla sarà come prima nel Sahara Occidentale occupato.

Nice work if you can get it


Il diario di bordo di Paolo Do - Shanghai (Cina)

Gli organizzatori dell’ottava fiera Asiatica dei giochi on line che si dovrebbe aprire entro poco in Cina hanno avuto una idea brillante per incrementare le presenze di visitatori. Includere, tra joystick e giochi di ruolo, la possibilità per i visitatori di cercarsi un lavoro. La novità della ottava fiera espositrice infatti è che essa ospiterà anche gli stand delle stesse case produttrici che cercano nuovi dipendenti come grafici o game designer. Con questo escamotage gli organizzatori prevedono una presenza di 450,000 visitatori (paganti) contro i 100,000 dello scorso anno.


Ma non sono solo loro che stanno approfittando di migliaia di giovani laureati in disperata ricerca di lavoro. L`esercito Cinese è riuscito quest`anno ad incrementare notevolmente i laureati che hanno optato per il colletto verde (della divisa militare) anziché bianco. Secondo una nota ufficiale del People Liberation Army 130,000 laureati sono entrati nella fila dell`esercito. Un numero consistente se comparato con i soli 39,000 dello scorso anno. Attraverso una alleanza con il ministero della istruzione per offrire incentivi fiscali ai laureandi che decidono di intraprendere la carriera militare, il PLA ha fatto il pieno di operatori radar, medici, esperti di logistica e comunicazione tra gli altri. Un ottimo successo per un esercito che vuole essere sempre più hi tech e meno contadino.


Nel frattempo la Cina ha iniziato una campagna per incentivare imprenditori e lavoratori nel campo tecnologico e della finanza a ritornare nella Grande Cina a lavorare. Il governo di Shanghai, per esempio, ha intrapreso da poco un ‘tour promozionale’ tra New York, Chicago e Londra per far incetta dei cinesi espatriati che stanno lavorando nel settore finanziario. Questo proprio nel mentre paesi come gli Usa scoraggiano l`ingresso di migranti ad alto skill, seppure con conseguenze pesanti per una economia come quella americana. Basti pensare che un quarto di coloro che hanno depositato brevetti e copyright in Usa non sono americani e tra loro il 16.8% sono Cinesi che lavorano negli States e il 13.7% sono Indiani.


Eppure per le Sea Turtle, come vengono chiamati gli studenti che decidono di tornare in Cina dopo aver compiuto gli studi all`estero (Haigui), tale ritorno non è cosa affatto facile (questo appellativo è comune in Cina perché Haigui ha la stessa pronuncia di tartaruga marina; da qua il riferimento a questo gruppo di persone). Magari figli di migranti che hanno speso tutti i loro risparmi, per questi neo-laureati non trovare un adeguato stipendio si trasforma in una pressione insopportabile. E nel paese del socialismo senza protezione sociale alcuna sono sempre più i casi di suicidio tra le “tartarughe marine”, laddove una laurea all`estero può non fare più la differenza in un mercato del lavoro bloccato. L`ultimo caso è Tu Xuxin, tornato con un master e dottorato in ingegneria dall’università di Chicago. Ma questa volta, morire non è per gioco.

venerdì 18 dicembre 2009

Copenhagen - Continuano le proteste


A Copenhagen continuano le proteste che denunciano come gli arresti, i fermi, il tentativo di far tacere gli attivisti siano lo specchio del fallimento della Conferenza e della necessità che si allarghi un protagonismo diretto dal basso sui temi della giustizia climatica contro le false soluzioni del Vertice ufficiale.

Ieri, 17 dicembre si sono svolte azioni di protesta contro gli arresti effettuati durante le proteste dei giorni scorsi.

In particolare in Radhuspladsen, dove sorge il Hopenhagen globe. (video)

Mentre questa mattina, 18 dicembre, davanti al Bella Center la 'People's Platform" ha fatto un sit-in per denunciare il tentativo di far tacere la società civile dentro e fuori il Summit. (comunicato)

Per il pomeriggio alle 15.00 è convocata dal CJA una manifestazione con lo slogan "Free for the climate prisoners". (convocazione)

mercoledì 16 dicembre 2009

Freedom for Luca! Freedom for all the activists!



In tarda serata si è svolto l'equivalente italiano della conferma dell'arresto di Luca presso la magistratura danese.

Il suo processo è stato fissato per il 12 gennaio 2010!

Luca è perciò ancora detenuto.

L'accusa nei suoi confronti su cui si è basata la convalida dell'arresto è quella di "aver aggredito con lanci e bottiglie" la polizia danese nelle vicinanze di Christiania. Il tutto sulla base del solo verbale redatto dai poliziotti che affermano di essere certi del riconoscimento.

Il giudice ha confermato l'arresto basandosi sui verbali e precisando che c'è il pericolo che Luca possa "partecipare ad altre manifestazioni".

Nell'udienza di convalida in cui si è seguiti da un avvocato d'Ufficio non è possibile avvalersi di nessuna testimonianza.

La decisione di confermare l'arresto di Luca è gravissima e conferma la volontà di accanirsi su di lui per la sua aperta e conosciuta partecipazione alla costruzione della presenza a Copenhagen della delegazione italiana, alla sua partecipazione attiva ai momenti di preparazione delle giornate danesi.

Sarà fatto immediato ricorso contro la conferma della carcerazione preventiva ed è stato immediatamente attivato un lavoro di denuncia a tutti i livelli della gravissima provocazione contro Luca.

Mobilitiamoci tutti per la libertà di Luca!

Freedom for Luca!

Freedom for all the activists!

Copenhagen: Naomi Klein annuncia l’arresto di Tadzio Muller



“Sono molti irritata, perche’ l’organizzatore principale della marcia prevista per domani (oggi 16 dic.), Tadzio Muller, e’ stato arrestato dalla polizia” con queste parole Naomi Klein ha esordito dal palco dell’aula magna del Klima Forum. Muller è stato rilasciato dopo poco.

La scrittrice é intervenuta al vertice alternativo per consegnare il premio Angry Mermaid Award, ma prima di nominare il vincitore ha annunciato l’arresto di Muller e invitato tutti a partecipare al corteo di domani. Durante l’intervento della Klein, 32 attivisti francesi sono stati arrestati a poca distanza dal palazzo dove si sta svolgendo il Klima Forum. Tadzio Muller, attivista tedesco, é il portavoce del Climate Justice Action, la piattaforma di organizzazioni che si sta occupando della gran parte delle azioni di piazza a Copenhagen.

La premiazione si é comunque svolta regolarmente. Il primo premio dell’Angry Mermaid Award é stato assegnato alla multinazionale Monsanto. Naomi Klein, dal palco dell’aula magna del Klima Forum, ha annunciato il vincitore e consegnato uno statuina rappresentante una sirenetta.
La Monsanto é stata votata da 37% dei partecipanti al sondaggio. Al secondo posto la Royal Dutch Shell e al terzo l’American Petroleum Institute.

Il premio, promosso da diverse associazioni e ong, intendeva premiare le compagnie che hanno realizzato i maggiori sforzi per sabotare i discorsi ambientali e le misure di mitigazione.

di Marzia Coronati

Tratto da:

"CHE TEMPO CHE FARA’…”

COP15:multinazionali vs umani per il futuro del pianeta

Al di là delle posizioni di facciata il vertice di Copenaghen si attesta su scelte ancora più arretrate del protocollo di Kyoto, tra le ipocrisie del “capitalismo verde” e la repressione che non tollera alcuna forma di protesta: mille arresti “preventivi” nei primi giorni del vertice…!!


MERCOLEDI 16 DICEMBRE – ore 16.30 – Aula Matteo Ripa

Palazzo Giusso - Università Orientale


  • Collegamenti in diretta con le decine di attivisti napoletani presenti a Copenaghen nel giorno di uno dei cortei più importanti

  • Prof. Adriano Mazzarella (Responsabile osservatorio Meteorologico Università Federico II): i dati della ricerca sui cambiamenti climatici presso l’Università Federico II di Napoli

  • Carmine Villani: Comitato contro le emissioni del Porto di Napoli

  • Vittorio Forte (Ya Basta) di ritorno da Copenaghen

  • Interventi di Orientale 2.0, Radioazioni, Attac-Napoli, Comitato Chiaiano, Rete salute e ambiente

martedì 15 dicembre 2009

Stop police warming!!

E' lo slogan che dà avvio alla conferenza stampa indetta dalla rete “See you in Copenahagen” e che in pochi minuti riempie la hall del palazzo del Climate Forum. Tanti gli obiettivi, le telecamere, i microfoni della stampa internazionale ma anche tante le persone di ogni nazionalità che hanno partecipato attivamente alla conferenza stampa, scandendo con voce e applausi “Freedom for all the activists”. Intervengono anche i delegati internazionali delle altre realtà presenti al Forum, come gli attivisti di Via Campesina, di Farmer Just in Action, di Accion Ecologica dall'Ecuador e Oil Watch.
Attenzione focalizzata sul clima, quello di intimidazione e repressione che ha raggiunto livelli di allerta sin dai primissimi giorni del Forum. Fermi preventivi, identificazioni, retate durante le manifestazioni e i cortei, fermi “straordinari” quelli inspiegabili che ogni giorno portano centinaia e centinaia di persone nelle gabbie della questura appositamente costruite e preparate dal governo danese per l'evento.
(Cop)enaghen or Cop-landen? Si chiedono gli attivisti della rete. Fa loro eco l'intervento della delegata di Via Campesina che urla al microfono che “questa non è democrazia”.
“Luca libero, Luca libero” - questa volta in italiano, a gran voce, gli attivisti della rete a sottolineare e denunciare la gravità dell'arresto, avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, di un giovane astrofisico impegnato nelle battaglie e nell'analisi della questione climatica. Attivista di spicco della rete, Luca è stato fermato insieme ad altre 210 persone, la maggior parte delle quali è stata rilasciata senza nessuna accusa dopo 10 ore di fermo. Luca è stato rinviato a processo. Colpevole di unire l'analisi e l'apporto scientifico alle lotte portate avanti in prima persona, mettendosi in gioco, intervenendo ai cortei che si sono susseguiti in questi giorni a Copenaghen, partecipando alle assemblee del Climate Justice Action, seguendo da vicino le iniziative e le manifestazioni lanciate dalle diverse realtà internazionali presenti.
Gianmarco DePieri, rete see you Copenhagen, apre la conferenza stampa spiegando la gravità della situazione. Seguono gli interventi dei delegati internazionali.
Dal Bangladesgh, Farms Movement.
Dall'America Latina, una delegata della rete Via Campesina.
Dall'Ecuador, Accion Ecologica
Dal Bangladesh, International Campaign
Dal Sud-est asiatico, Farmer Just in Action
Interviene subito dopo un delegato della rete Planet Just in Action Network
Infine un attivista della carovana anticapitalista da Ginevra a Copenhagen
“We have no fear!” - La conclusione della conferenza stampa ribadisce la mobilitazione di mercoledì 16 dicembre, giornata organizzata da movimenti e delegati internazionali.
Proprio in questo momento la notizia dell'arresto di Tazio Muller, Feltz, Germania, uno dei portavoce dei Climate Justice Now, immediatamente dopo una conferenza stampa promossa all'interno del Bella Center, ovvero la sede ufficiale della Cop 15 mentre 32 attivisti francesi vengono arrestati davanti al Climate Forum, durante un sit-in.





Climate Forum, Copenaghen - Martedì 15 dicembre, ore 15.00

Dopo la messa fuorilegge del DTP

Le mobilitazioni contro la messa fuorilegge del DTP



Conversazioni in una Sezione del DTP

Oggi (14 dicembre) ho fatto visita ad una Sezione locale del DTP di un quartiere di Istanbul.

Era una visita per me irrinunciabile: dopo la chiusura del partito, decisa dalla sentenza dell’11 dicembre dalla Corte costituzionale turca, avvertivo la necessità di ascoltare finalmente dalla viva voce dei membri del partito, e non solo da una caterva di pagine di giornali e notiziari sorbiti tramite Internet, le reazioni ed i commenti a tale evento.

Si tratta della sede del DTP di un quartiere della costa asiatica che si affaccia sul Mar di Marmara, zona altamente industrializzata, con alta percentuale di immigrati kurdi. Nella stanza erano presenti sei o sette membri del partito, l’atmosfera era vivace, attiva e serena. Subito ho chiesto se la loro sede aveva subito vessazioni. Una compagna del partito mi ha risposto che i fascisti si erano radunati sotto la sede, anche ieri, ma – ha aggiunto con una punta di orgoglio – non avevano avuto il coraggio di attaccare: “hanno paura di noi”.

Una notizia che non mi ha stupito: in questi giorni sono molte le sedi del partito che subiscono attacchi di varia portata, a partire dalla sede di Ankara, e sono numerosi anche i casi di attacchi ed aggressioni di strada ai kurdi, come quello verificatosi pochi giorni fa nel quartiere di Istanbul dove abito, Tarlabas, documentato da foto che mostrano gli aggressori fascisti armati di pistola e in atto di lanciare pietre; un giovane kurdo è stato ferito, poi – nei giorni successivi - gli autori dell’aggressione sono stati identificati e portati in questura, ma subito rilasciati (i ragazzi kurdi che lanciano pietre alle camionette blindate della polizia, invece, vengono condannati a decine di anni di carcere).

Ho voluto sapere quali erano state, nel loro quartiere, le reazioni dei kurdi alla chiusura. Mi ha risposto un “vecchio dirigente”, cioè uno che aveva vissuto tutte le precedenti chiusure dei partiti kurdi, dicendomi che questa volta la reazione prevalente era stata diversa: le altre volte la chiusura non aveva destato stupore, ma ora, dopo l’affermazione del partito in parlamento, dopo l’inizio di una fase di maggior partecipazione istituzionale e di apertture di dialogo, la reazione di amarezza e di delusione è assai maggiore, viste anche le prospettive che si erano recentemente aperte, di inizio di un possibile processo di pace. Maggior sconforto, maggiore rabbia, ma anche inalterata volontà di continuare la lotta, e di proseguire attraverso i metodi della partecipazione democratica.

Un altro argomento che abbiamo approfondito è stato quello della posizione dell’Europa in questa vicenda. Ho riferito ai miei interlocutori della notizia da me letta su Internet proprio stamane: le valutazioni negative espresse dal Presidente della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa sulla decisione turca di chiudere il DTP: una prospettiva incoraggiante per l’imminente esame della vicenda da parte della Corte europea dei Diritti umani. Ma su questo tema i miei interlocutori hanno mostrato diffidenza e scetticismo sull’Europa. Come se ci si trovasse di fronte a una sorta di… “lacrime di coccodrillo”. Mi è stato fatto presente che, quando si dibatteva l’anno scorso la possibile chiusura del partito di governo, l’AKP di Erdogan, l’Europa aveva protestato a gran voce sin dall’inizio; ora invece si limita, a cose fatte, ad esprimere una tiepida disapprovazione. E pure il contesto generale dell’atteggiamento europeo sulla Questione kurda viene valutato con scetticismo: il dirigente di partito mi dice che, mentre in un primo tempo l’Unione europea aveva mostrato posizioni coraggiose, ora si sono rinsaldati i legami politici con il governo di Erdogan, e, soprattutto, si sono intensificati gli investimenti ed accordi economici europei in Turchia, creando una rete di interessi economici che induce l’Europa ad un orientamento benevolo verso il governo turco.

Il gruppo parlamentare, mi è stato confermato, dovrebbe lasciare il Parlamento (di propria spontanea volontà e come atto di protesta, poiché i parlamentari, essendo stati eletti come indipendenti e non come partito, in teoria potrebbero resare in parlamento anche dopo l’avvenuta chiusura del partito, se lo volessero). L’appuntamento decisivo sarà alle prossime elezioni politiche, previste per l”11 luglio 2011.

Ma sin da ora, come titola il fascicolo odierno del quotidiano kurdo “Günlük”, la parola è al popolo, che ovunque ha manifestato in piazza, nonostante i continui e violenti attacchi della polizia, per testimoniare il proprio sostegno al partito.
Anche da altri partiti e gruppi politici democratici, mi è stato detto, esponenti e delegazioni sono venuti nella sede di quartiere del DTP ad esprimere la loro solidarietà.

Ho voluto quindi sapere quali sarebbero state le conseguenze della chiusura del partito sulle moltissime Municipalità governate dal DTP. La risposta è stata confortante: nulla di serio muterà. Solo quattro sindaci, in quanto presenti nella lista delle persone colpite dal provvedimento della Corte costituzionale, decadranno, mentre nessuna Municipalità sarà colpita: i Consiglieri e le Giunte municipali permarranno immutate (e rieleggeranno sindaci anche dove i quattro sindaci colpiti sono decaduti), solamente non potranno più valersi della sigla del DTP, bensì di quella del… nuovo nascituro partito kurdo.

Sì, perché questo è stato l’argomento più confortante dell’incontro: il nuovo partito kurdo sta nascendo, in pratica c’é già, anche se non sarà breve il periodo del… “trasloco”.
Si chiama (sì, è già stato… “battezzato”…) “Partito della Pace e della Democrazia” (“Baris ve Demokrasi Partisi”), e mi è stata anche mostrato il drappo della nuova bandiera: su sfondo giallo campeggia una quercia (assai più alta, robusta e frondosa di quella che fu dei DS italiani…).

Istanbul, Aldo Canestrari

Police Warming


Dopo gli accadimenti di questa notte a Cop.enaghen, è ormai chiaro: dobbiamo affrontare con serietà il problema del “Police Warming” che rischia di peggiorare la vita di tutti, non solo di coloro i quali, in questi giorni danesi, hanno conosciuto gabbie e manette.

Il Police Warming infatti, ha come caratteristica peculiare quella di essere confuso per qualcos'altro. Alcuni si concentrano sulla “dinamica” oggettiva dei fatti, chi ha fatto cosa, alcuni altri su ciò che manca, la “risposta”, l'organizzazione. Ma in realtà oggi noi dobbiamo guardare alla sostanza del problema: il Police Warming, che si caratterizza con vergognosi arresti di massa indiscriminati, trasformati poi in provocazioni mirate contro gli attivisti che parlano in pubblico, che tengono i contatti con legali e ambasciate, che partecipano come delegati delle proprie reti alle riunioni internazionali, è una tendenza pericolosissima che dal cuore dell'Europa ex socialdemocratica, rischia di avvelenare l'intero continente. Il police warming si sviluppa intanto come reazione: dove vi sono concentrazioni di dissenso, di disobbedienza, di non passività accondiscendente verso le istituzioni e i loro tribunati ufficialmente accreditati, allora, come retrovirus, il PW attacca. Ieri sera l'assemblea con Naomi Klein e Michael Hardt era stata partecipatissima. Un grande momento di dibattito per preparare la giornata di domani, il “disobedience day”.

La differenza tra il mercoledì 16 dicembre, a ridosso ormai della conclusione dei negoziati all'interno della conferenza onu sul clima, e gli altri giorni di mobilitazione, è palpabile. La differenza la fa il numero di realtà che sono coinvolte, che mano a mano si sono convinte in questi giorni della necessità di dare un segnale appunto di disobbedienza, di forte e attivo dissenso nei confronti dei “manovratori”, siano essi quelli storicamente affermati, le grandi potenze occidentali, o quelli che oggi, anche in questo contesto, si confermano come i candidati in ascesa nel borsino (capitalistico) dei leader del mondo: la Cina, l'India, il Brasile, i petrolieri di stato dell'America Latina, con buona pace dei veri “poveri”, africani o asiatici che siano. Non è quindi né un caso né una fatalità che ieri sera sia scattata l'ennesima operazione di rastrellamento. Mercoledì 16 è la giornata in cui la disobbedienza prende forma: si districa finalmente da tutte le sovrastrutture contenitive che l'hanno imbrigliata fino ad ora, rendendola affare di pochi e per pochi, e assume le caratteristiche che potenzialmente può avere. Quelle del linguaggio e della pratica multiforme della moltitudine, che nell'affermarsi determina anche la propria “indipendenza”.

Dall'Onu, dagli stati, dai governi, dalle diplomazie corrotte, dagli interessi delle multinazionali nere o verdi, dai presidenti bravi a parlare e da quelli arroganti, antipatici ed idioti. La disobbedienza quindi non imbroglia le carte promettendo di farli fuori tutti. Essa si costituisce come esodo, con la stessa forza con la quale ha saputo dieci anni fa, interpretare un mondo diverso da oggi che celebrava i fasti del neoliberismo e del mercato globale. Per questo il PW, che è uno strumento sempre al servizio del potere costituito che non può, materialmente, concedere l'indipendenza a nessuno, pena la dissoluzione del suo ruolo, si scatena a più non posso, cercando di passare da patologia ( l'eccesso di zelo del controllo sociale democratico ) a pandemia ( la democrazia dell'obbedienza ). Il potere in effetti che cosa è se non la trama infinita dei modi violenti o gentili di trattenere il comando sulla nostra vita?

La disobbedienza si esprime anche denunciando e svelando che cosa c'è dietro il Police Warming, quale è la sua causa, e questo diventa già una prima immunizzazione, produce anticorpi in grado di affrontare il venefico retrovirus che si muove con blindati e soldati. Nessuno deve rimanere solo quando è attaccato. Nessuno deve subire processi farsa senza difesa, senza testimoni che lo aiutino, che rivelino la caratteristica menzognera dei verbali di polizia.

L'elemento della gestione pubblica di ciò che accade è un atto di disobbedienza, perché mette in crisi i modelli precostituiti di gestione di stato già incardinati da tempo come preparazione alla negazione del dissenso. E dalla nostra abbiamo un elemento importante, che si aggiunge a quello oggettivo dello stato del pianeta: la disobbedienza ha carattere di efficacia e di diffusione rapida. Agisce come un anticorpo e si propaga. E' per questo che è tanto temuta.

Luca deve tornare libero, come noi tutti. Combattere il Police Warming è possibile e soprattutto, è il modo per rendere più naturale la nostra vita.

di Luca Casarini