mercoledì 12 dicembre 2012

Stati Uniti - Michigan: Occupy the Capitol


La nuova legge sullo statuto dei lavoratori dello stato del Michigan è diventata un caso nazionale da quando anche la Casa Bianca e il presidente Obama hanno preso posizione in merito.
Il presidente Obama si è a lungo opposto ai nuovi statuti dei lavoratori e a tutte quelle leggi che vanno a colpire i diritti sindacali "ritengo che la nostra economia è più forte quando i lavoratori posso avere un buon salario e buone tutele, e sono contrario ai tentativi di privarli dei loro diritti. In Michigan il ruolo dei lavoratori nel rilancio del settore automobilistico degli Stati Uniti, è un esempio lampante di come i sindacati hanno contribuito a costruire una forte classe media e una forte economia americana."
Giovedi 6 dicembre, migliaia di manifestanti del sindacato e attivisti dei movimenti sociali hanno bloccato gli ingressi del Lansing Capitol nello stato del Michigan per protestare contro la decisione del parlamento dello stato di approvare un nuovo “statuto dei lavoratori”. La giornata si è conclusa bruscamente quando la polizia ha caricato i manifestanti, usando una gran quantità di spary urticanti provocando l'evacuazione e la chiusura del Campidoglio. Le proteste sono continuate in strada e almeno otto persone sono state arrestate.
Questo martedì, in migliaia si sono dati appuntamento a Lansing per protestare contro l' “1% - backed” la nuova legislazione sul "diritto al lavoro", la più estrema e antisindacale legge che lo stato del Michigan abbia mai visto. Infermieri, insegnanti, lavoratori dell'auto, i dipendenti del settore dei servizi, metalmeccanici, e molti altri lavoratori (compresi i disoccupati), nonché le loro famiglie, con attivisti, e rappresentanti delle comunità, hanno già aderito. In molti si sono organizzati e preparati per azioni di disobbedienza civile non violenta.
Molte e molto partecipate le assemblee delle varie categorie sindacali e delle comunità coinvolte nelle manifestazioni di questi giorni e tante le mobilitazioni a favore della protesta. Anche rappresentanti dei giocatori della Fnl, la lega nazionale di football americano, non hanno mancato di far sentire la loro voce a fianco dei manifestanti: "Protestiamo contro questo ritorno al passato, siamo contro la riforma nella sua forma attuale e siamo orgogliosi di stare a fianco dei lavoratori in Michigan e ovunque. Non pensiamo che gli elettori abbiano scelto questa riforma, e non crediamo che i lavoratori meritano questo trattamento.”
Da lunedì mattina un gran numero di agenti della Polizia di Stato del Michigan ha circondato il Campidoglio in previsione delle giornate protesta. Rigorosi i controlli e le limitazioni all’accesso a tutta la zona del Campidoglio, molte le prescrizioni ai manifestanti; senza dubbio la presenza della polizia è legata alle simili proteste messe in campo gli attivisti sindacali che occupano il Campidoglio, nel febbraio e marzo del 2011, contro una uguale riforma firmata dal governatore dello stato del Wisconsin Scott Walker l’anno scorso.Se approvata, il Michigan sarà il ventiquattresimo Stato dell’ Unione con leggi che vietano la presenza nelle aziende di rappresentanze sindacali minime come una condizione per l’assunzione.
Mentre in migliaia di attivisti e lavoratori dovrebbero assediare il Campidoglio, i rappresentanti democratici del Congresso si incontrano oggi con il governatore Rick Snyder , repubblicano, per discutere della nuova legislazione sui diritti dei lavoratori; lo scontro, a tutti i livelli, è solo cominciato.

Leggi gli articoli su: The Nation  -  OccupyWallStreet

Tunisia - L’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini ha indetto uno sciopero generale nazionale il 13 dicembre per richiedere le dimissioni del Governo.


Proseguono ininterrotte le proteste nel Paese dopo l’attacco dei miliziani islamici alla sede del maggior sindacato tunisino.

L’Ugtt ha indetto lo sciopero generale nazionale in risposta all’aggressione subita alla sede sindacale di Tunisi del 4 Dicembre, compiuta da miliziani della “Lega per la Protezione della Rivoluzione”, l’emanazione più brutale di Ennhadha, il partito islamico al Governo.
In quell’occasione la sede sindacale è stata presa d’assalto da centinaia di miliziani armati di pietre e bastoni, e diversi dirigenti e simpatizzanti dell’organizzazione sono rimasti feriti. L’attacco, certamente premeditato come dimostrano gli appelli che circolavano in rete fino a poche ore prima, è stato compiuto in risposta alla grande mobilitazione di piazza organizzata dall’Ugtt a Siliana, una città situata nell’ovest della Tunisia inserita in una tra le regioni più povere e svantaggiate del Paese. La tre giorni di sciopero generale regionale indetta dall’Ugtt a Siliana ha portato alla destituzione del governatore locale, nipote del primo ministro Jebali. Si è trattato di una evidente vittoria politica per il sindacato.
Ma una risposta in termini politici era evidentemente impraticabile per il partito islamico al potere che ha invece optato per un vero e proprio assalto alla sede sindacale compiuto dalla “Lega per la protezione della Rivoluzione”, scatenando in questo modo un’escalation di tensione che ha portato nel corso della scorsa settimana, in molte città della Tunisia, a diverse manifestazioni di solidarietà nei confronti del sindacato. Hanno partecipato migliaia di persone, soprattutto studenti, che riconoscono nell’Ugtt il simbolo dell’opposizione a qualsiasi forma di regime.
L’Uggt infatti, nonostante abbia una storia costellata di contraddizioni e di atteggiamenti ambigui nei confronti del regime di Bourghiba prima e di Ben Ali dopo, rappresenta agli occhi dei tunisini, simbolicamente e razionalmente, l’unica forza sociale in grado di opporsi agli abusi dello Stato, e l’ultimo baluardo di difesa della democrazia, soprattutto ora che le speranze di un cambiamento reale, portate dalla Rivoluzione, si stanno affievolendo, principalmente a causa della dura repressione e dell’atteggiamento non curante nei confronti dei bisogni delle regioni marginalizzate che il governo sta portando avanti.
Il 6 dicembre sono stati indetti nelle regioni di Siliana, Gafsa, Sidi Bouzid e Kasserine quattro scioperi generali regionali, ma lo sciopero generale nazionale porta con sé una carica di emotività e di valore simbolico. Il primo venne indetto nel 1978 e si concluse con più di 400 morti, tanto che viene ricordato come “il giovedì nero”. Un secondo sciopero generale nazionale venne organizzato il 12 gennaio 2011 in pieno clima rivoluzionario, e ha contribuito alla caduta del regime di Ben Ali, avvenuta il 14 dello stesso mese.
Questa forte carica simbolica contribuisce ad innalzare la tensione sociale in vista dello sciopero del 13, che verrà preceduto da una manifestazione di artisti solidali con il sindacato prevista per la sera di oggi, e da un corteo del movimento Occupy Tunisia, domani nel centro di Tunisi.

lunedì 10 dicembre 2012

Quatar - Doha: porta di entrata per un futuro infernale.

di Francesco Martone e Alberto Zoratti

Alla fine ce l'hanno fatta. Dopo una serie di colpi di scena è stato approvato a colpi d'ariete della presidenza qatariota e sul filo del rasoio (nonostante la resistenza in zona Cesarini della Russia) il “Doha Climate Gateway”. Una porta di entrata per il futuro con l'estensione del protocollo di Kyoto, il riconoscimento del risarcimento per danni causati dai cambiamenti climatici e l'impegno dei paesi industrializzati di stanziare per lo meno una somma pari alla media di quanto sborsato in aiuti climatici negli ultimi 3 anni. Una proposta di minima visto che troppi erano i gap da colmare. E' uno dei tanti paradossi di questa Conferenza delle Parti sui mutamenti climatici che è conclusa sul filo del precipizio a Doha, città simbolo di opulenza, immenso cantiere a cielo aperto, sede un incontro che all'inizio si annunciava come un appuntamento di transizione. Così non è stato. Le ultime fasi del negoziato del livello “ministeriale” si sono protratte ben oltre i tempi previsti, tra mancanza di volontà politica di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, (Stati Uniti in particolare) e richieste insoddisfatte di un aumento dei fondi per sostenere i paesi in via di sviluppo o rapida industrializzazione verso un'economia a basso contenuto di carbonio, – la Cina nello specifico, ma non solo. Ed un ultimo colpo basso della Polonia con dietro le spalle Russia ed Ucraina intenzionate a proteggere il loro diritto di vendere alte quote di permessi di emissione fino al 2020, anche se ciò avrebbe portato al fallimento totale della Conferenza. Così nella “land of plenty” del Qatar, l' occasione per l'Emiro Hamad bin Khalifa al Thani di proporsi al mondo come paladino dell'ambiente rischiava di sfumare per una questione di quattrini, e per manifesta incapacità dei suoi diplomatici. Se non fosse bastata la condanna all'ergastolo per Mohammed al-Ajami, un poeta giudicato colpevole di "sovversione del sistema di governo" e "offesa all'emiro" per una sua poesia dedicata alla “Tunisia dei gelsomini”. Anche qui a Doha si riverberano gli effetti della “crisi” finanziaria in Europa, che a Durban aveva messo assieme paesi poveri ed insulari salvando il negoziato , e che poco dopo, vista l'incapacità di tener fede alle promesse di aiuti finanziari, ha visto indebolirsi il suo potere di trattativa. La morsa del Fiscal Compact, e delle politiche di austerità sostenute dalla BuBa e dalla Cancelliera Angela Merkel stanno così avendo un effetto devastante anche sul profilo internazionale dell'Unione già compromesso dalla posizione oltranzista di Varsavia.
A Doha c'era da concludere il Piano di Azione di Bali su temi quali adattamento, mitigazione, foreste, trasferimenti di tecnologie, finanziamenti, strumenti di attuazione, il prossimo regime di riduzione delle emissioni globali. Si è faticato fino all'ultimo secondo per poter passare la palla al gruppo di lavoro creato a Durban che dovrà trattare un accordo globale vincolante per tutti entro il 2015, per entrare in vigore nel 2020. Fumo negli occhi di Todd Stern, negoziatore di Washington. Un passo in avanti però c'è stato, si riconosce per la prima volta il diritto dei paesi insulari al risarcimento per le “perdite e danni”” per i danni subiti a causa dei cambiamenti climatici. Fino all'ultimo è rimasta aperta la questione finanziaria, ovvero come reperire quel che resta dei 30 miliardi di dollari promessi a Copenhagen per il 2010-2012, e arrivare ai 100 miliardi l'anno entro il 2020.
A poco è servito che l'Inghilterra annunciasse lo stanziamento di 2,2 miliardi di dollari, seguito a ruota da altri paesi europei, (Germania, Francia, Olanda, Svezia, Svizzera e UE) per un totale di 6,85 miliardi di dollari per i prossimi due anni, un' aumento rispetto al biennio 2011-2012. Inoltre i paesi donatori chiedevano di verificare come quei soldi verranno spesi nei paesi in via di sviluppo, questi ultimi chiedono invece che si faccia un verifica degli impegni di spesa dei primi. L'onda lunga di questo gioco al rimpiattino si è fatta sentire anche nel negoziato sulle foreste, che ha prodotto un risultato inferiore alle aspettative. Se ciò non bastasse. nonostante le decine di morti causate nelle Filippine dal tifone Bopha, i governi non sono riusciti ad accordarsi su come colmare quel differenziale di 6-15 gigaton di emissioni che marcano l’inadeguatezza degli attuali impegni di riduzione. O il cosiddetto “ambition deficit”, ossia il differenziale tra la percentuale attuale delle riduzioni di emissioni: 11-16% attuali rispetto a quelle necessarie entro il 2020, ovvero il 25-40% sui livelli di emissione del 1990. Temi che riemergeranno con virulenza nei prossimi anni.
La COP18 riesce nonostante tutto a rimettere faticosamente in carreggiata il Protocollo di Kyoto confermando il "Second commitment period" cioè il secondo periodo di impegni di taglio delle emissioni di gas climalteranti che i Paesi industrializzati avrebbero dovuto assumersi dopo il 2012. Un obiettivo di basso profilo, visti i molti tentativi di far deragliare l'unico Protocollo realmente vincolante assieme a quello di Montreal. Dal 1 gennaio 2013 inizierà Kyoto 2, ma vedrà li paesi parecipanti, quali Unione Europea, la Svizzera, l'Australia e la Norvegia rappresentano solo il 15% delle emissioni globali. La loro adesione a Kyoto, gli avrebbe permesso di consolidare il mercato del carbonio (come il sistema ETS europeo o quello australiano, che nei prossimi anni andranno a convergere) , uno dei meccanismi flessibili di Kyoto particolarmente voluto dai Paesi industrializzati, perchè permette una mitigazione a basso costo.Ed invece uno dietro l'altro i paesi aderenti hanno annunciato  inaspettatamente di voler rinunciare all'acquisto di crediti di emissione fino al 2020 quando terminerà Kyoto 2.   Il rimanente 85% delle emissioni, provenienti da Stati Uniti (con 17 tonnellate e passa procapite all'anno di CO2) e Cina (con poco più di 7 tonnellate procapite allo stesso livello dell'UE) verranno gestite all'interno del percorso negoziale nato a Durban un anno fa, verso un regime non vincolante ma di "pledge and review", impegni volontari da verificare collettivamente. Kyoto 2, sebbene rimanga in piedi legalmente, dovrà essere riempito di significato, di numeri e di percentuali.
La rigidità di Stati Uniti, che non hanno mai ratificato Kyoto, del Giappone o del Canada, che dal Protocollo è uscito un anno fa a causa degli interessi economici ingenti legati alle sabbie bituminose in Alberta ed al loro sfruttamento, è stato uno degli elementi di blocco di un negoziato che, secondo le regole mutualmente decise nel corso degli anni, sarebbe dovuto arrivare naturalmente ad adottare un regime vincolante. D'altra parte la Cina, che nasconde dietro al gruppo del G77 i suoi interessi di potenza mondiale ormai emersa, non accetta alcun vincolo multilaterale che metta in discussione il suo sviluppo impetuoso ancora fondato sullo sfruttamento del carbone e del nucleare. Kyoto è necessario, ma non è assolutamente sufficiente. Non lo era prima, tanto meno lo sarà oggi. Il picco di emissioni di C02, dice il Panel di scienziati dell'IPCC, dovrà essere raggiunto nel 2015 per poi decrescere. Questo poter sperare di far rimanere la concentrazione di C02 sotto i 450 ppm e l'aumento della temperatura media globale sotto i 2°C, che però può significare +4°C - +6°C in altre parti del mondo, basti pensare all'Africa subsahariana che rischia di perdere in pochi anni buona parte dei suoi raccolti agricoli (con buona pace della sovranità alimentare) e alla Groenlandia, che ha visto scomparire quasi del tutto la sua calotta glaciale durante l'ultima estate boreale. Cosa che, ironia della sorte renderebbe assai meno costoso lo sfruttamento delle proprie risorse petrolifere.
La prossima Conferenza delle Parti che si terrà a Varsavia lascia poche speranze, vista l'ostinazione con la quale la Polonia ha cercato di affossare il protocollo di Kyoto e con esso tutto il negoziato. In molti stanno già guardando alla COP20 che si terrà a Parigi, quando - si spera - l'Europa avrà un'altra guida ed altre ambizioni.
Pubblicato in Il manifesto 9 dicembre 2012
di Francesco Martone (SEL) e Alberto Zoratti (Fairwatch)

Desinformémonos del lunedì


Reportajes México
Marcela Salas Cassani y Juan Pablo Lozano
Gloria Muñoz Ramírez
Francisco López Bárcenas
Marcela Salas Cassani
Reportajes Internacional
Adazahira Chávez
Joana Moncau, Suzi Soares, Cleber Arruda. Con la colaboración de Jéssica Moreira
Traducción Waldo Lao
Fotos: EBC e Latuff
Jordi Pérez Colomé / Blog Obama World
Imagina en Resistencia
Adazahira Chávez
Fotoreportaje
Fotografías: Campaña “Ojo con tu ojo”
Texto: Tomás Gisbert, Nicola Tanno, Desinformémonos
Música: L’estaca Lluis Llach
Producción: Desinformémonos
Video
Centro de Derechos Humanos Tlachinollan
 Audio
Entrevistas: Marcela Salas Cassani y Sergio Castro Bibriesca
Realización: Sergio Castro Bibriesca

venerdì 7 dicembre 2012

Egitto - Un pò di calore in questo inverno islamista


Contributo di Lorenzo Fe *

Gli sviluppi recenti hanno pienamente confermato le riserve che si accompagnavano alla grande gioia con cui era stata accolta l'ondata rivoluzionaria del 2011 nel mondo arabo. Ma se c'è un punto su cui non ci sono dubbi, è che la Primavera Araba ha infranto il divide et impera della tesi dello “scontro di civiltà”. Ma questa falsificazione è avvenuta su due piani.
Da un lato abbiamo il riemergere di un universalismo dal basso, l'universalismo della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Il clima culturale post-modernista, con la sua spesso unilaterale esaltazione dei vari particolarismi, lo dava per spacciato. E invece eccolo tornare con forza dove meno ce lo si aspettava.
Dall'altro lato però, c'è l'universalismo dall'alto, che, dai tempi della rivoluzione francese e dell'imperialismo, coopta le aspirazioni di libertà e uguaglianza per trasformarle in facciata ideologica di rapporti di forza tutt'altro che libertari. In questo caso l'universalismo dall'alto si è manifestato nell'intesa tra interessi delle élite occidentali e islamismo sunnita. Dopo un decennio di retorica di guerra al terrore e di equazione tra Islam e terrorismo, tale intesa sembrava addirittura inconcepibile. Eppure una riflessione storica leggermente più ampia fa sembrare tale alleanza tutt'altro che eccezionale. Stati Uniti e Arabia Saudita (paese che talvolta viene buffamente designato come “moderato” dai media mainstream) sono sempre stati in ottimi rapporti. La contemporanea cultura dell'estremismo di destra sunnita, nonché la stessa Al Qaeda, è stata forgiata nel corso della guerra santa contro l'invasione sovietica dell'Afghanistan, che vedeva servizi segreti americani e jihadisti uniti nella lotta. La guerra al terrore degli anni zero sembra quindi una parentesi all'interno di un più ampio quadro di collaborazione tra élite. Si ha la tentazione di descrivere gli eventi in questi termini: negli anni '90, quando le sinistre sembravano addomesticate o ridotte all'impotenza, le due destre hanno pensato che fosse arrivato il momento di un regolamento di conti interno. Ma con la crisi del neoliberismo e di fronte alla ribellione popolare, i rapporti sono stati ricuciti in men che non si dica. Per cui ecco gli Stati Uniti scommettere sull'islamismo moderato come unico modo di mantenere il regime di governance finanziaria nella regione.
Gli attuali allineamenti stanno esacerbando il conflitto settario tra sciiti e sunniti interno al mondo islamico. Gli islamisti sunniti, retorica a parte, sono vicini all'occidente, e gli sciiti, sotto la guida quanto mai deprecabile dell'Iran di Ahmadinejad e quel che resta della Siria di Assad, in virulenta opposizione. I leader di entrambe le fazioni giocano sul fanatismo religioso per autolegittimarsi. L'accentuarsi del contrasto ha colpito chi ha la sfortuna di trovarsi in prossimità delle trincee di questa guerra ideologica, in Siria, in Libano, e in Palestina. In Siria l'insurrezione popolare e democratica sta assumendo sempre di più le inquietanti sembianze di una guerra etnico-religiosa tra la maggioranza sunnita e il regime sciita. In Libano, Hezbollah è lacerata dalla contraddizione tra la sua retorica populista e il suo fedele sostegno ad Assad. In Palestina, Hamas è altrettanto indebolita dallo scontro tra la sua identità sunnita e l'aiuto che ha ricevuto da Siria e Iran, cosa che sembra aver reso la Palestina un bersaglio ancora più facile per Nethanyahu.
All'interno della destra sunnita, il contrasto si gioca invece tra la corrente più moderata dei Fratelli Musulmani, che fa capo all'Egitto e al Qatar, e quella salafita, che guarda invece all'Arabia Saudita. Negli anni '60 Egitto e Arabia Saudita erano i due grandi concorrenti per l'egemonia sul mondo arabo. Entrambi i regimi erano violentemente autoritari, ma l'Egitto rappresentava una visione anti-imperialista, laica e progressista dal punto di vista della distribuzione del reddito. L'Arabia Saudita invece era ed è una monarchia religiosa fedele agli interessi americani e a una sostanziale indifferenza verso la questione palestinese. Con la fine di Nasser e l'avvento di Sadat, e poi di Mubarak, l'Egitto ha ceduto sull'anti imperialismo, mantenendo una qualche vestigia di parziale e relativo secolarismo (e l'immagine della laicità è stata ovviamente alquanto danneggiata dalla sua associazione con le dittature nord africane). La sfida all'autoritarismo portata avanti dalla rivoluzione egiziana era anche una sfida alle monarchie del golfo, ma l'opportunista avvento al potere dei Fratelli Musulmani rappresenta un avvicinamento all'Arabia dal punto di vista dell'islamismo sunnita e filo-Americano. Certo, i salafiti, generosamente finanziati dai petroldollari sauditi, non sono entrati nei governi a guida islamista moderata comparsi in Marocco, Libia, Tunisia ed Egitto quando la polvere della ribellione si è posata nuovamente al suolo. Ma si dimostrano sempre obbedienti alleati quando si tratta di reprimere le mobilitazioni della sinistra.
Il caso dell'Egitto è emblematico anche per quel che riguarda le politiche degli islamisti al potere. I Fratelli Musulmani sono da tempo un'organizzazione potente, soprattutto dal punto di vista economico. La leadership comprende diversi milionari e i quadri provengono dalla piccola e media borghesia. Questa organizzazione si è rapidamente trasformata in una formidabile macchina elettorale, che ha permesso al presidente Morsy di venire democraticamente eletto nonostante gli intrighi dei militari e dei rimasugli del vecchio regime. Ma Morsy non si è dimostrato particolarmente incline a utilizzare il potere così acquisito in modo altrettanto democratico. La libertà d'espressione, per quanto più ampia che sotto Mubarak, è sta limitata rispetto al periodo della transizione. L'assemblea costituente è stata unilateralmente egemonizzata dagli islamisti. Le elezioni per il nuovo parlamento sono state nuovamente posticipate. Morsy, che ha temporaneamente anche i poteri del parlamento, ha recentemente varato misure per mettere sotto controllo islamista anche il potere giudiziario e i vertici del sindacato di stato. E soprattutto ha garantito all'FMI, in cambio di un nuovo prestito, che il popolo egiziano ripagherà il “debito dittatoriale” contratto sotto Sadat e Mubarak. Le politiche neoliberiste che hanno portato al crollo di Mubarak stanno per ripresentarsi sotto spoglie barbute. Forti coi deboli e deboli coi forti, verrebbe da commentare. Di qui la settimana di scontri della gioventù rivoluzionaria contro islamisti e polizia, nello strenuo tentativo di far contare la forza della mobilitazione più di quella del denaro. La gioventù rivoluzionaria è determinata a far sì che il sangue e la memoria dei caduti non vengano ripuliti dall'opportunismo islamista.

* Lorenzo Fe è autore di In ogni strada. Voci di rivoluzione dal Cairo, cresciuto a Treviso e ora vive a Londra. Per Agenzia X ha pubblicato Londra zero zero e curato l’edizione italiana di All Crews.

Egitto - Il discorso televisivo di Morsi fa allargare le proteste


Dopo la notte di scontri al Cairo tra oppositori e sostenitori del presidente Morsi che ha portato ad un bilancio di almeno sette morti, 350 i feriti e oltre 300 arresti eseguiti dalla polizia nella capitale la protesta è continua anche oggi con altri cortei dell'opposizione che hanno sfidato l'ordine della Guardia Repubblicana che aveva intimato di non fare manifestazioni in particolare nell'area del palazzo presidenziale.
C'era attesa in giornata, oggi, per il discorso televisivo del presidente Morsi. Il suo discorso ha ribadito che: "la minoranza deve accettare il volere della maggioranza". Il presidente nel confermare il referendum del 15 dicembre sulla costituzione, contestata dalle opposizioni, ha anche giustificato il decreto che gli concede ampi poteri e alla fine ha fatto un generico invito alle opposizioni per un incontro sabato.
La posizione del Fronte di Salvezza Nazionale, che comprende una buona parte dell'opposizione resta ferma: il presidente deve ritira il decreto con cui ha accentrato su di sè il potere e bisogna rinviare il referendum sulla costituzione proposta dagli islamici con contenuti di restringimento delle libertà individuali e collettive.
Per domani sono annunciate nuove proteste e un nuovo appuntamento di piazza.
In tarda serata è giunta la notizia che oltre alla sede centrale dei Fratelli Musulmani al Cairo è stato dato alle fiamme così come è successo anche in altre città del paese.
Sulle minacce lanciate verso chi manifesta si è pronunciato anche un esponente dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani: "La gente ha il diritto di protestare pacificamente e di non essere uccisa o ferita nel farlo. L'attuale governo è arrivato al potere col sostegno di simili proteste e per questo dovrebbe essere sensibile alla necessità di tutelare i diritti di libertà, di espressione e di riunirsi pacificamente dei manifestanti".
Intanto anche l’Università Al-Azhar, l’istituzione più prestigiosa del mondo islamico sunnita, ha chiesto al presidente di sospendere il decreto. In un comunicato, Al-Azhar ha inoltre chiesto a Morsi di avviare un dialogo senza condizioni con i l’opposizione.
RASSEGNA STAMPA
Nena News
Da Lettera 43

giovedì 6 dicembre 2012

Quatar - Climate change. Dati e riflessioni attorno al vertice sul clima di Doha


All’evidenza della crisi ambientale planetaria la risposta dei Governi sarà di ignorarla per continuare con questo modello di sviluppo

Meno ghiaccio in Artico: le navi cambiano rotta e risparmiano” titolava “Il Sole 24ore” domenica 2/12/2012 nella prima pagina del supplemento “Nòva24”. Con un certo compiacimento l’articolista raccontava che, a causa del maggior scioglimento dei ghiacci del Nord, dovuto all’aumento del riscaldamento del pianeta, le rotte delle navi a Nord-Est restano aperte più a lungo che in passato. Il risparmio per compagnie come la greca Dynagas, che gestisce le rotte di carghi con gas naturale liquefatto per conto di Gazprom dalla Norvegia al Giappone, è pari al 40% del tragitto consueto. Questa “soddisfacente” notizia era conclusa così: “Ogni viaggio sarà un caso a parte, ma il risparmio è considerevole e la di gas dall’Artico cresce più del livello dei mari per lo sciogliersi dei ghiacci polari, stimato proprio questa settimana in 11 millimetri. Un’enormità se pensiamo che l’acqua ricopre il 70% del pianeta”.
Questa notiziola dà la misura di cosa ci si può aspettare dall’ennesimo Vertice sul clima che si sta tenendo in questi giorni a Doha, nel Qatar: nulla di concreto se non una schermaglia tra Nazioni il cui unico interesse sarà, come lo è stato nei precedenti vertici, quello di trovare un compromesso che consenta a tutti di poter continuare, imperterriti, con questo modello di sviluppo, dissipando risorse naturali e alterando l’ecosistema terrestre nel nome del profitto. Almeno sino a quando l’irreversibilità dei cambiamenti climatici porrà tutti di fronte ai suoi effetti più catastrofici.
La fantascienza inglese degli anni 60 – appunto definita catastrofistica – aveva da tempo prefigurato questo tipo di rischi per un pianeta sotto stress ambientale com’è il nostro oggi. Basti ricordare gli splendidi romanzi di James Ballard dedicati proprio alle peggiori conseguenze possibili per l’uomo determinate da radicali cambiamenti climatici: “Vento dal nulla”, “Deserto d’acqua”, “Terra bruciata” e “Foresta di cristallo”. In questi romanzi Ballard immaginava come potesse essere l’esistenza umana di fronte a cambiamenti radicali quali venti fortissimi persistenti; un aumento eccessivo della temperatura e l’estensione di processi di desertificazione sui continenti; forte siccità e incendi dovunque; ghiaccio nelle foreste. Ogni romanzi tocca una di queste catastrofi.
Altrettanto realistico è il romanzo di T. Coraghessan Boyle, “Amico della terra”, pubblicato in Italia nel 2001, nel quale l’autore descrive la vita di una famiglia di ecologisti militanti in una America del 2025 scossa da improvvisi e violenti cambiamenti climatici – anche qui tempeste di vento fortissime e aumenti vertiginosi della temperatura – che costringono gli umani ad una esistenza difficile e precaria in balia delle forze naturali del pianeta.
Aderente alla realtà che stiamo vivendo è anche “Il quinto giorno” di Frank Schatzing che descrive cosa potrebbe accadere ai nostri fondali marini e alla sua fauna – o meglio cosa probabilmente sta avvenendo già ora – sottoposti allo stress dello sfruttamento intensivo delle risorse contenutevi e all’utilizzo dissennato degli stessi come ricettacolo dei peggiori e più pericolosi prodotti di scarto delle produzioni industriali mondiali.
Letture che non sono più semplicemente fiction e i dati forniti da innumerevoli studi resi noti in occasione del Vertice Onu sui Cambiamenti Climatici di Doha lo stanno a dimostrare. L’ultimo rapporto pubblicato a luglio dal Joint Research Centre della Commissione Europea e dell’Agenzia per l’ambiente olandese, “Trends in global CO2 emissions”, confessa che, nonostante la bassa crescita dovuta alla crisi economica e per effetto di sforzi non certo vigorosi dei paesi industrializzati, le emissioni di CO2 sono cresciute su scala globale anche nel 2011 con un netto + 2,7%. Nell’ultimo bollettino della World Meteorological Organization si attesta che, tra il 1999 e il 2011, si è avuto un incremento del 30% dell’influenza della CO2 antropica nell’atmosfera. La stessa Banca Mondiale, nel rapporto “Turn Down the Heat”, si dice preoccupata della prospettiva ormai concreta di un pianeta avviato, nei prossimi anni, ad un aumento della temperatura di 4 °C, che condanna le prossime generazioni a ondate di calore estreme, scorte alimentari in forte calo, perdita di ecosistemi e biodiversità, aumento del livello dei mari incompatibile con la vita.
Secondo i dati dell’Agenzia Onu per l’ambiente Unep, dal 2000 ad oggi le emissioni sono aumentate del 20% anziché ridursi del 14% come era necessario. A questo ritmo le emissioni di gas serra raggiungeranno i 58 miliardi di tonnellate nel 2020, superando la soglia di 44 miliardi di tonnellate, ritenuta dagli esperti quella limite per contenere il riscaldamento globale terrestre sotto i 2 °C. L’indifferenza che dimostrano i Governi mondiali a questo problema non è scalfita nemmeno dai costi economici che i cambiamenti climatici determinano, stimati in un abbassamento del Pil mondiale dell’1,6%, pari a 1200 miliardi di dollari, con trend di aumento del 3,2% entro il 2030 e del 10% entro il 2100. Per loro si tratta solo di costi necessari per mantenere l’attuale sistema di sviluppo. Incredibile? No, è il capitalismo bellezza!
Anche l’acqua è a rischio. Il quarto rapporto dell’Onu “World Water Development Report” stima che un miliardo di persone hanno attualmente difficoltà di accesso a questa risorsa – solo nell’Africa sub-sahariana il 40% della popolazione. La difficoltà di accesso all’acqua influirà anche nella produzione alimentare: entro il 2030, sempre secondo il rapporto Onu, Asia e Africa meridionale saranno le regioni più vulnerabili per la scarsità di cibo. L’Europa centrale e meridionale, invece, sopporteranno un significativo stress idrico.
La terra scotterà di più nel prossimo futuro. Gianfranco Bologna, Direttore Scientifico del WWF, spiega come le 34 tonnellate di emissioni prodotte nel 2011, il 3% in più rispetto al 2010, siano legate esclusivamente alle attività dell’uomo e che “se i trend attuali di emissioni dovessero continuare così come sta avvenendo oggi, le emissioni cumulative causerebbero il sorpasso di questo limite [1.000 – 1.500 tonnellate di emissioni cumulative di CO2] entro i prossimi decenni”.
Per dare un’idea di quanto i cambiamenti climatici influiranno sulle nostre abitudini di vita, basti pensare che l’attuale maggior riscaldamento globale sta mettendo a rischio in Canada lo stesso hockey su ghiaccio all’aperto. Luoghi di culto di questo sport come il Rideau Canal a Ottawa dovranno presto essere abbandonati a favore di luoghi al coperto con ghiaccio artificiale. La rivista Envitonmental Research Letters ha recentemente pubblicato uno studio che attesta come gli inverni nelle regioni centrali e meridionali del Canada siano sempre più miti e di minor durata, impendendo alle temperature di scendere al punto da trasformare le gelate di acqua in ghiaccio. I cambiamenti climatici in corso provocheranno, quindi, sempre più frequentemente disastri ambientali e conseguenti fenomeni di depauperamento delle vitali risorse naturali dell’ecosistema terrestre.
Se non invertirà la tendenza in corso” hanno dichiarato gli scienziati dell’Onu che studiano i cambiamenti climatici “ci aspettano inondazioni, cicloni, tifoni, ondate di calore e siccità”, ricordando come ormai tali fenomeni colpiscano un po’ dovunque nel pianeta: dalle inondazioni italiane a quelle thailandesi, dalle emergenze siccità e carestia che stanno devastando il Corno d’Africa all’emergenza ciclone di New York e della costa occidentale degli USA e così via.
Il Vertice di Doha si trova davanti questa situazione e vi si arriva con politiche nazionali che nulla hanno fatto per rispettare l’impegno assunto nel Vertice tenutosi nel 2011 a Durban di mantenere il riscaldamento climatico entro i 2 °C. Un impegno frutto di un difficile compromesso al ribasso, assunto con un documento esclusivamente di intenti per poter garantire alle nazioni in forte crescita economica, come Brasile, Cina, India e alle vecchie potenze mondiali, come USA e Russia, nonché a nazioni fortemente industrializzate come il Giappone o a quelle interessate all’estrazione di risorse fossili, di continuare a mantenere i propri trend di sfruttamento delle risorse e di produzione industriale inquinante, sostanzialmente inalterati.
A Doha, in questi giorni, i rappresentanti del BASIC – Brasile, Sud Africa, India e Cina – sono determinati a fare fronte comune per non accettare alcun vincolo ambientale che ne imbrigli la crescita. Nuova Zelanda e Canada vi arrivano dopo aver persino ritirato la loro firma dal primo accordo sul Clima, antecedente al compromesso di Durban. Il Giappone non nasconde la propria contrarietà ad un possibile Kyoto-bis e gli USA, già assenti alla ratifica del primo trattato, sembrano decisi a non sottoscrivere impegni vincolanti. La Russia continua ad eludere il problema. Solo l’Europa, con le sue tante contraddizioni interne – si pensi alla posizione pro carbone della Polonia e degli Stati dell’ex blocco socialista – e l’Australia sembrano d’accordo per sottoscrivere qualche impegno volto almeno ad attenuare le cause che stanno determinando i cambiamenti climatici.
Un quadro sconfortante che ben fotografa il disinteresse dei Governi al cuore del problema posto dall’emergenza climatica e ambientale in cui siamo immersi: l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e dei trend di crescita industriale.
D’altra parte se i due ultimi Vertici sul Clima si sono tenuti a Durban e a Doha, il primo in Sud Africa, paese capitalistico emergente che non intende rinuciare in nessun modo alla crescita economico-industriale in corso e il secondo, in Qatar, uno dei massimi produttori di petrolio e tra i capofila degli Stati che non intendono rinunciare al potere conferitogli dalla presenza di risorse fossili nel proprio sottosuolo, una ragione ci sarà pure. Ed è quella che il modello di sviluppo capitalistico globalizzato e l’ideologia dominante neoliberista non vanno messe in discussione da nessuna questione ambientale, sia che si tratti di politiche di attenuazione degli effetti negativi sul Clima e l’ambiente, sia, tanto meno, che si tratti di cambiamenti radicali del sistema economico e produttivo dominante.
Nell’agenda politica degli Stati la questione ambientale è precipitata all’ultimo posto; anche dove sono presenti partiti Verdi, ormai imbrigliati nella matassa delle compatibilità delle politiche ambientali e della green economy con il sistema produttivo, economico e finanziario capitalistico. E la crisi finanziaria ed economica mondiale rende ancora più evidente questa situazione, marginalizzando qualsiasi politica o azione che ponga la necessità di limiti a questo tipo di sviluppo o promuova modelli di produzione, di consumo e di vita diversi da quelli dissipativi dominanti, ponendo vincoli alla produzione e allo sfruttamento delle risorse naturali a favore dell’ambiente e della salute.
La tanto sbandierata green economy, che sembrava dovesse essere il motore della ripresa targata Obama, si è presto arenata di fronte alla forza e ai condizionamenti dei poteri basati sul possesso dei giacimenti di risorse fossili. Segnali diversi non se ne vedono nel resto del mondo e in Italia, prima si è cercato di frenarla con provvedimenti fiscali e tagli ai finanziamenti, poi di “inquinarla” ulteriormente con le manovre dei Ministri Passera e Clini volte a rendere strategico il recupero energetico attraverso l’incenerimento dei rifiuti, favorendo gli inceneritori e, soprattutto, i cementieri, consentendo persino di produrre cemento con i rifiuti speciali. L’importanza assegnata dagli ultimi Governi al carbone è un ulteriore segnale che questo ceto politico non intende affatto dare credito ai rischi ambientali evidenziati dagli studi internazionali sui cambiamenti climatici.
L’indifferenza per le condizioni ambientali del nostro territorio è evidente nella mancanza di accenni a tale proposito del Primo Ministro Monti; nella pervicacia con cui insiste insieme al Ministro Passera per rilanciare, di fatto, tutte le Grandi Opere berlusconiane a partire dalla Torino-Lione; nell’atteggiamento assunto da Clini e ora da tutto il Governo sulla questione Ilva e dai pochi contraddittori provvedimenti legislativi in materia ambientale assunti. Ecco allora che situazioni come quelle determinatesi a causa delle recenti perturbazioni metereologiche, dove si è evidenziato agli occhi di tutti che la vera emergenza nel nostro Paese è quella del dissesto idrogeologico, le risposte che ci si attenderebbe – un grande piano di opere di messa in sicurezza del territorio, di riordino dei fiumi, di razionalizzazione edilizia – non vengono neanche menzionate.
Legambiente, in uno specifico dossier sull’argomento – “I costi del rischio idrogeologico. Emergenza e prevenzione” – ci informano di come, negli ultimi 60 anni, ogni anno almeno 4 regioni sono state colpite da eventi metereologici che hanno causato frane e alluvioni, spesso con conseguenze catastrofiche e come, negli ultimi 10 anni, la frequenza di questi eventi è ulteriormente aumentata, con il raddoppio ogni anno delle regioni colpite. Il momento – la crisi economica e l’alto tasso di disoccupazione – sembrerebbe propizio a “svoltare” decisamente pagina nel quadro delle priorità da assegnare alle opere pubbliche necessarie, modulando verso interventi utili per il territorio importanti settori industriali come, ad esempio, quello edilizio. Invece nulla di tutto questo viene fatto. Ma se il Governo dei “Tecnici” dimostra in tutti i sensi la sua anima neoliberista non è che dai partiti del centro sinistra e dalle grandi organizzazioni sindacali arrivino segnali migliori. Durante le Primarie del Centro Sinistra Bersani ha parlato soprattutto di lavoro e di crescita mentre le questioni ambientali sono state tutte ricondotte ad un accenno alla green economy.. Da Renzi il nulla assoluto mentre da Vendola qualche accenno in più all’ambiente è arrivato ma solo ancorandolo alla questione del lavoro, senza per altro neppure accennare a quale tipo di lavoro e a quale modello di sviluppo. Di diverso modello di sviluppo non ha mai accennato neanche la Fiom . Eppure, di fronte al caso Ilva, alla crisi Fiat e alla chiusura delle miniere in Sardegna ci si dovrebbe porre la questione di cosa, come e per quale scopo produrre oltrechè la questione della salute e della sostenibilità ambientale. Poteva essere finalmente il momento di un ravvedimento, seppur tardivo, da un modello di sviluppo energivoro, dissipativo delle risorse, inquinante per porsi il problema di come collocarsi di fronte alla crisi ambientale avanzante. Invece nulla di tutto ciò.
A Doha si dovrebbe parlare di risparmio energetico, di fonti rinnovabili, di nuove infrastrutture legate a queste, di decarbonizzazione e piani di riduzione drastica delle emissioni in atmosfera, di difesa delle risorse naturali – in primo luogo dell’acqua – di biodiversità e agricoltura sostenibile.
Non sarà così. Le ricette per uscire dalla crisi dettate dal sistema finanziario e bancario e dal neoliberalismo imperante vanno assolutamente in senso contrario e il silenzio assegnato da tutti i media al Vertice di Doha sta a dimostrare la residualità della questione ambientale e climatica nelle agende politiche nazionali e internazionali.
Purtroppo anche per i movimenti la questione ambientale sembra essere scesa nelle priorità, compressi come sono dalla drammaticità della crisi, dall’erosione dei diritti e dall’aggressività del Potere. Le giornate di Seattle e Genova con al centro dello scontro la critica radicale alla globalizzazione neoliberista e le questioni ambientali sono lontane ma i nodi sono rimasti, anzi si sono ulteriormente aggrovigliati. Rimettere al centro del dibattito e dell’agire nella crisi questi temi diventa più che urgente, assolutamente necessario. In Italia poi è da colmare un vuoto e risanare i guasti lasciati da un ambientalismo timido e, spesso, troppo condizionato dai compromessi e dalle compatibilità con il sistema dominante.
Percorso di lettura:
Sul tema ci sono tantissimi saggi e contributi che forniscono dati e analisi sulla condizione del Pianeta. Ho preferito fornire un piccolo percorso di lettura che, insieme alla godibilità delle storie, in qualche modo approcci al problema. Per questo consiglio:
James Ballard
Vento dal nulla” Mondadori, Collana Urania n.288, 1961
Deserto d’acqua” Mondadori, Collana Urania n.311, 1962, con il titolo “Il mondo sommerso” Editore Feltrinelli, 2005
Terra bruciata” Mondadori, Collana Urania n.417, 1964
Foresta di cristallo” Editore Dalai, 1999
I quattro romanzi sono stati editi insieme in un volume unico Mondadori “I Massimi della Fantascienza”, 1986
T. Coraghessan Boyle
Amico della terra” Einaudi, 2001
Frank Schatzing
Il quinto giorno” Editrice Nord, 2005, Edizioni TEA, 2007
Per finire, sulle guerre per le risorse (petrolio) invito a leggere con questa chiave il bellissimo ciclo di Frank Herbert “Dune” (6 volumi editi dalla Editrice Nord e ora riediti da Fanucci Editore) e di Alan D. Altieri “Kondor” Editrice TEA.

Slovenia - Sull’orlo di una crisi di nervi


Alle elezioni si sono accompagnati proteste e scontri di piazza per la grave situazione economica in cui versa il paese: dal 2009 il Pil ha subito una contrazione maggiore dell’8%.

Bagliori di fiamme dalla Slovenia. Dopo l'euforia dell’ingresso nell’Eurozona, le pene della crisi economia dell’UE.
Cosa sta succedendo nella vicina Slovenia, di cui pochi parlano, nonostante si trovi a pochi passi dai nostri territori e da cui ci giungono i bagliori delle fiamme degli scontri di piazza?
Vediamo di delineare un quadro che ci possa dare una chiave di lettura in attesa di poter offrire un resoconto più completo.
Confermando gli exit poll, ma smentendo tutti i pronostici della vigilia, il leader del Partito socialdemocratico, Borut Pahor ha battuto il presidente uscente Danilo Turk ottenendo al ballottaggio il 67,4% dei voti, contro il 32,6%. La consultazione non sembra però aver coinvolto gran chè gli elettori sloveni, infatti soltanto il 40% o poco più degli aventi diritto si è recato alle urne. Si tratta dell’affluenza più bassa del paese dall’indipendenza ottenuta nel ’91.
Alle elezioni si sono accompagnati proteste e scontri di piazza per la grave situazione economica in cui versa il paese: dal 2009 il Pil ha subito una contrazione maggiore dell’8%.
L’economia della Slovenia ha inanellato la seconda recessione degli ultimi tre anni, fortemente influenzata dal pessimo andamento dell’eurozona, oltre che penalizzata da un settore bancario sull’orlo di una crisi di nervi. Qualche numero? Il prodotto interno lordo si è contratto nel terzo trimestre del 2012 (luglio-settembre) di 0,3 punti percentuali, mentre rispetto a un anno fa è calato del 2,3%. Allo stesso tempo, il comparto bancario ha un accesso limitato ai finanziamenti, eccezion fatta per i prestiti della Bce.
Le prospettive future non sono dunque incoraggianti. In particolare, il governo di Lubiana è destinato ad essere il sesto tra i membri dell’eurozona a richiedere un salvataggio finanziario, dopo Portogallo, Irlanda, Cipro, Spagna e Grecia. Già nel 2011 si erano intuite le prime difficoltà, in quel caso imputabili al settore delle costruzioni: in effetti, gli eccessivi acquisti di immobili di lusso non hanno poi reso con la stessa velocità, ragione per cui moltissime compagnie si sono indebitate.
Il nuovo presidente, Borut Pahor, ha detto di condividere la scelta del primo ministro conservatore, Janez Jansa, di seguire le indicazioni Europee, e del Fondo Monetario Internazionale, per arginare la crisi. Gli interventi richiesti sono le ormai note misure di austerità che dovrebbero limitare la spesa pubblica per risanare il bilancio e ridurre il debito in modo da poter tornare a ottenere credito a tassi ragionevoli.
Sono già 5 giorni che a Lubjana e Maribor si susseguono manifestazioni con cortei e scontri con la Polizia, sul tappeto, dunque, la crisi economica che attanaglia il Paese, dopo le euforie dell’ingresso a pieno titolo nell’eurozona, oggi vengono imposte severe politiche di austerità, tra cui il taglio del 40% delle già misere pensioni, goccia questa che ha fatto traboccare il vaso ed ha innescato le recenti ondate di proteste.
A questo va aggiunto una diffusa insofferenza per un sistema di corruttele che attraversa le Istituzioni, di cui il sindaco di Maribor, questo sarebbe il motivo per cui in questa città più che altrove le manifestazioni sono state maggiormente partecipate e gli scontri più duri.
Anche ieri sei veicoli della polizia sono stati danneggiati, alcune vetrate del municipio, a cui è stato tentato un assalto, sono state rotte, così come sono state danneggiate alcune fermate degli autobus nel centro della città e sono stati incendiati una dozzina di cassonetti. Il vice sindaco di Maribor, Milan Mikl, ha detto di temere “la completa anarchia”.
www.ilpost.it
Il Mondo

mercoledì 5 dicembre 2012

Egitto - Continua la protesta contro Morsi che è costretto a lasciare il palazzo presidenziale

Intanto anche in Tunisia si manifesta contro la repressione e le provocazioni

Mentre in Tunisia continuano le proteste dopo la pesante repressione a Siliana e la giornata di oggi ha visto un nuovo corteo a Tunisi in risposta all'assalto avvenuto da parte di esponenti di Ennadha della sede del sindacato UGT, anche oggi in Egitto ci sono state nuove manifestazioni.
La protesta è arrivata fin sotto il palazzo presidenziale dove ci sono stati scontri con la polizia. I manifestanti hanno cercato di rompere il blocco davanti al palazzo e sono stati allontanati da un fitto lancio di lacrimogeni da parte dei poliziotti.
Alcune agenzie di stampa dicono che il Presidente Morsi ha lasciato la residenza nel quartiere di Heliopolis per andare a rifugiarsi nella residenza alla periferia della capitale. La stessa tv di stato egiziana ha detto che le forze di sicurezza si sono ritirate dal perimetro esterno del palazzo presidenziale, mentre Al Jazeera ha mostrato le immagini di un blindato della polizia seguito da un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa completamente circondato dai manifestanti.
Il bilancio della giornata è di numerosi manifestanti feriti ed intossicati dai gas lacrimogeni.
La manifestazione di oggi era stata annunciata come un "avvertimento finale" da parte dell'opposizione nei confronti di una costituzione, frutto della maggioranza islamista (nell'Assemblea costituente che l'ha approvata i laici ed i cristinai non hanno partecipato) e che mette a repentaglio le libertà democratiche oltre ai diritti delle donne e delle minoranze. E' questa costituzione che Morsi vorrebbe portare a referendum il 15 dicembre.

martedì 4 dicembre 2012

Messico - I movimenti sociali contro l'insediamento di Pena Nieto


Il primo dicembre, giornata di insediamento come Presidente di Enrique Pena Nieto a Città del Messico e in altre città del paese si è fatta sentire la protesta contro un presidente che tanti ritengono illegittimo. A Città del Messico le cariche sono state molto dure contro i manifestanti.

di Giovanna Gasaparello dal Messico.


Più di cento arresti e decine di feriti: con questo drammatico bilancio inizia il governo di Enrique Peña Nieto e del Partido Revolucionario Institucional. Le immagini degli scontri di piazza, dove all’ira dei manifestanti l’enorme spiegamento di polizia in assetto antisommossa ha risposto con una violenza estrema (lancio di lacrimogeni al gas CS e pallottole di gomma, uso di idranti, etc), rimanda alle manifestazioni nostrane di Genova 2001, o Roma 2011. D’altro canto, ciò che è successo ieri per le strade del centro di Città del Messico ma anche all’esterno della Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara (dove sono stati 20 i feriti tra i manifestanti) era chiaramente prevedibile: da una settimana le vicinanze del Parlamento, dove si è svolta la prima parte della cerimonia ufficiale, erano state blindate e rese inaccessibili anche agli abitanti: altissime transenne metalliche e uno spiegamento permanente di polizia aveva trasformato l’intero quartiere in una vera e propria zona rossa. Nonostante le reiterate proteste dei manifestanti e dei partiti di opposizione, l’assedio è stato mantenuto per tutta la settimana fino al giorno cruciale. La gestione sanguinaria dell’ordine pubblico non rappresenta un cattivo inizio, ma piuttosto una pessima continuazione nell’esercizio del governo da parte di Enrique Peña Nieto: non dimentichiamo che era lui al governo dello Stato del Messico, e dunque l’autorità direttamente responsabile, quando nel 2006 la manifestazione del Frente de Los Pueblos en Defensa de la Tierra e degli abitanti di San Salvador Atenco fu duramente repressa, causando due giorni di scontri nella cittadina, due giovani manifestanti uccisi e decine di arrestati che passarono diversi anni in carcere prima di venire liberati con un verdetto di Cassazione. Dopo l’arresto, decine di donne arrestate furono violentate nei furgoni cellulari e nelle caserme di polizia. Al rispetto, l’allora governatore ed attuale presidente del Messico, non ha mai riconosciuto le efferate violazioni ai diritti umani commesse dalla polizia; e, a testa alta, inizia un nuovo governo che certo non promette proprio niente di buono.
Ricordiamo che le elezioni dello scorso luglio erano state macchiate da evidentissimi brogli: corruzione, voti comperati, etc. Il nuovo presidente ha dunque preso il potere con fortissime accuse di illegittimità e tra lo scontento di grandi fasce della popolazione: la sinistra parlamentare (in particolare quella riunita attorno all’ex-candidato Andrès Manuel Lopez Obrador ed al suo Movimiento de Regeneracion Nacional), i moltissimi sostenitori del Movimento Yo Soy 132 (nato nelle università ma poi ampliatosi a molte altre realtà, prima delle elezioni ha svolto un’importante funzione nel denunciare il ruolo dei mass-media e nella manipolazione politica dell’opinione pubblica e nel rimettere sul piano del dibattito la questione della democrazia), ma anche i sindacati dei maestri, i collettivi studenteschi, e molte altre diverse realtà organizzative che erano per le strade di Città del Messico il 1 dicembre, giunti da diverse parti del paese. Non solo nella capitale, ma in moltissime città del Messico la gente ha risposto all’appello lanciato principalmente da Yo Soy 132 e Morena, scendendo in piazza perlopiù in modo pacifico.

Per ulteriori approfondimenti

Quatar - Cop 18 Doha: conferenza mondiale sull'effetto serra e dintorni


2012 è la fine del mondo .... è un business lo sappiamo bene, ancor di più se vogliamo osservare quello che sta succedendo a Doha
Se i luoghi vogliono dire qualcosa sullo stato del dibattito intorno al cambio climatico, siamo messi molto male: siamo passati dalla Cop a Copenhagen con la "speranza della green economy" obamiana, messa in cantina dalla crisi, a Doha in Quatar, uno degli stati petrolieri e quindi maggiormente interessati alle scelte sui combustibili fossili, passando per Cancun, luogo della devastazione turistica di un intero territorio e per Durban, città della crescita senza barriere ambientali dell'ultimo dei Brics, in Sudafrica.
Doha simbolo del sistema che si vuol tenere, anche dopo che la tempesta perfetta Sandy ha devastato la costa nord orientale degli USA, richiamando alla memoria i migliori film catastrofisti e dopo quanto di terribilmente materiale incombe su tutti noi dietro i cambiamenti climatici: in questi giorni lo abbiamo visto da vicino, anche in Italia. La tromba d'aria sull'ILVA a Taranto, la bomba d'acqua sulla Toscana, i nubifragi continui in Liguria, il continuo pericolo esondazione in mezzo Veneto sono continui campanelli d'allarme che questo sistema economico non vuole sentire e che vorrebbe tacitare con tecnicismi quali le emissioni pro capite anzichè per Stato ... ma noi, i cittadini del mondo, non possiamo più accettare passivi il gioco delle tre carte sulla nostra pelle: è ora di porre rimedio al più presto.
Per capire cosa sta succedendo a Doha vi proponiamo un articolo collage tratto da numerosi siti.
I lavori della diciottesima Conferenza delle parti sui mutamenti climatici qui a Doha proseguono e venerdì, giorno previsto per la chiusura, non è molto lontano, ma certo i punti fermi non sono molti. Si è deciso che la Polonia sarà la sede della prossima COP19, nel novembre del 2013, cosa che ha suscitato non poche perplessità visto che parliamo di un Governo, quello di Varsavia che da oltre un anno sta bloccando le negoziazioni fermando sul nascere qualsiasi tentativo di passo avanti da parte dell'Unione Europea.
E se Sua Eccellenza Abdullah bin Hamad Al-Attiyah, Presidente di questa Conferenza, rappresentando il Qatar che è il paese con le più alte emissioni procapite al mondo, continua ad esprimere la propria contrarietà ad un piano di mitigazione delle emissioni basato su un modello procapite, si discute molto sul modello da adottare nel nuovo accordo globale previsto dalla Durban Platform (ADP), quella uscita dalla COP17 dello scorso anno a partire dal 2020. Per il principio delle comuni ma differenziate responsabilità, il sistema procapite garantirebbe maggiore equità tuttavia avvantaggerebbe Paesi come la Cina, oggi con le maggiori emissioni di gas serra al mondo ma, allo stesso tempo, con percentuali di emissioni procapite molto più basse di Stati Uniti o Unione Europea.
La 18ma conferenza mondiale sui cambiamenti climatici che si sta tenendo a Doha, vede svilupparsi il dibattito tra le oltre 190 nazioni coinvolte nei negoziati. Ma cosa si evince dai primi dibattiti?
Anzitutto i paesi del blocco Basic (Brasile e Cina in primis) ribadiscono che la responsabilità del successo o fallimento dei negoziati è in mano ai paesi ricchi, e l'UE, la Svizzera e l'Australia si dichiarano pronte a firmare la seconda parte del protocollo di Kyoto.
La conferenza di Doha prosegue e vede alcune prime prese di posizione: i paesi del blocco Basic (Brasile, Sud Africa, India, Cina), ribadiscono subito che la responsabilità dei negoziati è in mano ai paesi ricchi, come per mettere in chiaro che al riguardo non servono giri di parole. Altro momento di rilievo è stata la comunicazione ufficiale da parte dell'UE, della Svizzera e dell'Australia di voler firmare la seconda fase del protocollo di Kyoto, comunicazione che conferma le volontà già rese note negli scorsi mesi. Per il momento, nessun accodamento di rilievo riguardo a Kyoto 2.
E mentre l'UNEP [agenzia ONU sul clima ed inquinamento] lancia un nuovo appello alle nazioni affinché prendano decisioni forti e subito, poichéSenza interventi rapidi anti-CO2, gli impegni attuali di riduzione delle emissioni di gas serra dei governi porteranno ad un riscaldamento del Pianeta fra i 3 e i 5 gradi centigradi entro questo secoloil Canada mantiene la sua posizione contraria ai negoziati in palese difesa del proprio interesse nel petrolio. Il ministro dell'ambiente italiano Corrado Clini, dal canto suo, ha commentato come segue l'urgenza di arginare i mutamenti climatici: "È un problema che non riguarda solo i paesi in via di sviluppo. Il fatto è che si avranno crescenti danni ai territori, soprattutto nelle città più ricche e lo dimostrano il caso di New York, ma anche di Genova, della Toscana e di Roma."
Belle parole, che tuttavia non devono restare tali ma diventare fatti, come sottolinea polemicamente (e a ragione) Greenpeace, che ricorda come da questa conferenza devono uscire fatti non parole.
È ora che i governi, compreso quello italiano che promuove il carbone e le trivellazioni in mare, si diano da fare per rappresentare concretamente gli interessi delle popolazioni, sempre più vittime del cambiamento climatico, e non quelli delle imprese fossili, dai petrolieri a chi costruisce centrali a carbone, che di tutto questo sono responsabili.
Come ci ricordava ieri il pezzo di Chiara Zanotelli, una delle ragazze trentine che, nel giugno scorso, avevano partecipato a Rio +20 in Brasile, si è aperta lo scorso lunedì a Doha la 18esima Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici(Cop18) che chiude una fase storica dei negoziati sul clima, quella in cui ci si era illusi che per superare la crisi climatica fosse sufficiente l'impegno legalmente vincolante nella riduzione delle emissioni dei soli paesi industrializzati. Non è stato così. Per risolvere l'innalzamento della temperatura globale, la riduzione delle emissioni di CO2 e il finanziamento di un fondo mondiale per il clima si riparte dal Qatar, un gigante mondiale del petrolio che detiene il record mondiale di emissioni di CO2 pro capite e il record mondiale di consumo di acqua con 1.200 litri per abitante al giorno. Anche per questo la Cop18 di Doha punta anche simbolicamente sul risparmio di energia e di materia, infatti, sarà la prima conferenza dell'Onu dove i partecipanti saranno dotati di copie digitali dei documenti, per ridurre l'inquinamento del traffico i delegati si sposteranno con un centinaio di autobus a gas e gli organizzatori hanno dichiarato che l'intero evento sarà carbon neutral, con le emissioni prodotte che saranno compensate da investimenti in progetti di riduzione o assorbimento della CO2. Un'autentica sfida per il più grande meeting mai ospitato dal Qatar con oltre 17mila persone da 194 Paesi che fino al 7 dicembre tenteranno di mettere in agenda un nuovo accordo globale sul clima vincolante per tutti i Paesi "nel pieno rispetto dell'equità, secondo il principio di responsabilità comuni, ma differenziate tra paesi ricchi e poveri". Queste almeno le premesse già concordate a Durban lo scorso anno, e che dovranno essere sottoscritte entro il 2015 e divenire operative entro il 2020, non oltre.
Ma siamo veramente all'ultima chiamata sul clima?
Se non bastassero i devastanti fenomeni meteorologici come la tempesta Sandy o in questi giorni il ciclone Medusa (nel Belpaese aiutati dal mal governo del territorio) i dubbi sembrano pochi. Secondo l'United Nations environment programme (Unep) che ha presentato alla Cop 18 il rapportoPolicy Implications of Warming Permafrost il permafrost che copre circa un quarto dell'emisfero nord (comprese anche aree delle Alpi), potrebbe contenere fino a 1.700 gigatonnellate di CO2, cioè il doppio della quantità presente attualmente nell'atmosfera e "Se lo scioglimento dei ghiacci prosegue al ritmo previsto dalle modellizzazioni del clima, la liberazione dei gas serra stoccati nei ghiacci del permafrost amplificherà il riscaldamento climatico in maniera significativa". Per l'ultimo rapporto Trends in global CO2 emissions(.pdf) pubblicato a luglio dal Joint Research Centre della Commissione Europea, malgrado gli sforzi di riduzione promessi da molti paesi industrializzati e la fase di bassa crescita frutto della crisi economica, le emissioni di CO2 sono cresciute su scala globale anche nel 2011, facendo segnare un deciso +2,7%.
Valutazioni poco rassicuranti arrivano anche dalla World Meteorological Organization che nell'ultimo bollettino avverte come tra il 1990 e il 2011 si sia verificato un incremento del 30% dell'influenza della CO2 antropica nell'atmosfera. A mettere definitivamente in guardia sugli effetti negativi di un clima fuori controllo è anche il nuovo rapporto Turn Down the Heat commissionato dalla Banca Mondiale al Potsdam Institute for Climate Impact Research. La raccomandazione di questi report è sempre e soltanto una sola:concertare un'azione ambiziosa, repentina e condivisa da tutte le parti in gioco per mantenere la Terra sotto il celebre tipping point dei 2°C di aumento della temperatura mondiale, visto che gli impegni di riduzione attuali ci stanno portando verso una via di non ritorno, con un surriscaldamento stimato tra i 3.5°C e i 6°C. Il Pianeta, insomma, è sulla buona strada per raggiungere un aumento della temperatura di 4° C entro il 2100, condannando le nuove generazioni ad un futuro di tempeste e ondate di calore estreme, scorte alimentari in calo, perdita di ecosistemi e biodiversità, e un aumento del livello del mare incompatibile con la vita.
Insomma per chi non se ne fosse accorto quello che stiamo vivendo "Non è un cambio di stagione" (come ci ricordava Martín Caparrós con una critica costruttiva all'emergenza climatica pubblicata nel 2011) e per questo "È fondamentale approvare già a Doha il rinnovo degli impegni previsti dal Protocollo di Kyoto, in scadenza alla fine di quest'anno"ha dichiarato lunedì scorso Mauro Albrizio, responsabile delle Politiche Europee di Legambiente. Sino ad ora, tra i paesi industrializzati, hanno garantito la sottoscrizione i 27 membri dell'Unione europea, la Svizzera e la Norvegia, più o meno il 15% delle emissioni globali. Mentre Australia e Nuova Zelanda devono ancora assumere una decisione finale, Paesi come USA, Canada, Giappone e Russia si sono già detti contrari. Purtroppo "Nonostante le perpelssità il Kyoto 2 è uno strumento indispensabile a garantire la transizione verso il nuovo accordo globale" ha concluso Albrizio.
Per Legambiente ed altre ong internazionali presenti a Dhoa una soluzione di buon senso esiste: "ma restano ancora da sciogliere alcuni nodi giuridici per risolvere la questione spinosa del surplus di emissioni di CO2 dei Paesi industrializzati - ha spiegato Wael Hmaidan, direttore di Climate action network -. Se si continua a consentire la possibilità di vendere sul mercato delle emissioni di CO2 le quote in eccesso, si rischia di rendere virtuali gli impegni di riduzione dei paesi acquirenti".
Altra decisione fondamentale per il buon esito di Doha riguarda gli aiuti ai Paesi poveri. "Per sostenere i loro impegni di riduzione e di adattamento ai cambiamenti climatici in corso nel periodo di transizione 2013-2015 occorre un sostegno finanziario annuo di almeno 10-15 miliardi di dollari" ha spiegato Samantha Smith, responsabile Global climate and energy work del Wwf. "Serve, infine - ha concluso Albrizio - l'eliminazione entro il 2020 dei sussidi ai combustibili fossili. Si tratta di circa 800 miliardi di dollari l'anno che potrebbero essere invece destinati a sostenere azioni a favore delle energie rinnovabili. Oltre 110 Paesi si sono già espressi a favore di una decisione ormai non più rinviabile".
Staremo a vedere, ma una cosa è certa: Doha in questi ultimi 5 giorni di lavoro deve inviare segnali importanti sul fatto che il mondo possa ancora riuscire a mantenere il riscaldamento entro limiti tollerabili, oppure chiarire se siamo diretti verso un grave caos climatico che relegherà l'ambiente a "far notizia" solo in concomitanza di catastrofi sempre meno naturali e sempre più diverse da un normale cambio di stagione.
Articolo collage tratto da:
www.greenreport.it
www.ecologiae.com
www.unimondo.org

lunedì 3 dicembre 2012

Messico - Il Presidente Pena Nieto si insedia tra scontri e proteste


Durissima la repressione contro i manifestanti che fin dalla mattina hanno circondato i palazzi del governo 

1 dicembre giornata di insediamento del priista Pena Nieto alla Presidenza della Repubblica. Contro un'elezione considerata da molti illegittima ieri sono scesi in piazza fin dall'alba numerosi manifestanti che hanno cercato di circondare i palazzi governativi. La repressione è stata violentissima con feriti ed arresti e addirittura si è parlato di un morto (in nottata si è saputo che era un ferito che è in gravi condizioni all'ospedale). Ci sono stati scontri in tutto il centro.
La protesta era stata lanciata dal movimento #YoSoy132, nato durante le elezioni per denunciare la mancanza di democrazia reale nel paese, dalle realtà studentesche e da comitati, reti, sindacati e organizzazioni sociali.

Da Desinformemonos la cronaca della giornata

Violenta repressione all'arrivo alla presidenza del paese  di Pena Nieto 
Almeno dieci feriti gravi e sette intossicati, 92 arrestati tra cui undici minori, e un numero indefinito di desaparecidos è il bilancio della violenta giornata di repressione che è cominciata la mattina di sabato e che è continuata fino alle 4 del pomeriggio, durante le proteste convocate dal movimento #YoSoy132 per l'entrata in carica alla presidenza di Enrique Peña Nieto.
Per più di dieci ore gli studenti, gli attivisti, i militanti di varie organizzazioni civili e i sindacati e cittadini mentre manifestavano ripudiando la presa di potere di Peña Nieto, sono stati accerchiati, colpiti con armi da fuoco, picchiati, asfissiati dai gas ed anche arrestati arbitrariamente da elementi della polizia federale e statale, nella zona del  Palacio legislativo di San Lázaro – dove è iniziata la protesta– fino alla sede del Senato, ed ancora nella zona del Zócalo, il Monumento alla Rivoluzione e il  Palacio de Bellas Artes.
Gli scontri sono iniziati fin dalle sette della mattina nei dintorni di San Lázaro. Alle 4:30 della mattina uno spezzone di giovani di #YoSoy132 e della Acampada Revolución si erano diretti verso il palazzo legislativo per fare una catena umana intorno al  Congreso. Qui si sono incontrati con spezzoni della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE) ed altre organizzazioni a cui poi si sono aggiunti anche i militanti del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT). Circa alle sette della mattina i manifestanti hanno iniziato a togliere alcune delle reti che circondavano la zona. Immediatamente la polizia federale e i granatieri  del Distrito Federal hanno iniziato a sparare una grande quantità di gas lacrimogeni e pallottole di gomma. Da dentro il recinto hanno anche cominciato a sparare acqua contro i manifestanti.
I manifestanti hanno risposto con quello che avevano a disposizione e le strade della zona si sono trasformate in un campo di battaglia. Qui ci sono stati i feriti più gravi della giornata: Francisco Quinquedal Leal, di 67 anni, professore di teatro e simpatizzante dell'Otra Campaña, colpito da una granata alla testa e il giovane Rubén Fuentes ferito da arma da fuoco ad una gamba.
Con sassi, bottiglie e molotov i manifestanti hanno risposto all'assalto furioso della polizia. Gli scontri a San Lázaro sono durati fino alle 11 della mattina quando i manifestanti hanno deciso di riitirarsi e continuare la protesta verso lo Zócalo di Città del Messico, in cui si trova il Palacio Nacional, luogo dal quale Enrique Peña Nieto doveva inviare un messaggio alla nazione.
Le strade del centro storico sono state letteralmente blindate da migliaia di poliziotti - federali, cittadini ed anche dei corpi della Bancaria Industrial e del Tránsito- per impedire l'accesso allo Zocalo, perfino a dei commercianti che portavano dei cartelli a favore del presidente. Un gruppo di professori della CNTE è stato "circondato" dai granatieri locali. Intanto c'erano scontri fin nella zona del Senato, a Reforma e París.
Un cordone di granatieri, insieme a pattuglie e uomini della sicurezza pubblica del Distretto Federale impediva il passaggio in avenida Juárez, di fronte al Palacio de Bellas Artes, dove verso l'una ci sono stati scontri tra forze dell'ordine e manifestanti. Intanto un altro gruppo che protestava veniva represso in avenida Reforma, vicino al Monumento a la Revolución. Per due ore durante questa azione repressiva i negozi e locali di tutta la zona sono stati chiusi.
In un giro fatto dai giornalisti di Desinformémonos per tutto il centro si sono potuti vedere blocchi fatti dai poliziotti che circondavano l'intera area.
Attorno alle quattro i gruppi di manifestanti erano in gran parte dispersi dagli scontri avvenuti in diversi punti del centro storico. Circa un migliaio di persone si sono ritrovate intorno alla  Acampada Revolución, al Monumento a la Revolución, e da là di sono diretti alla Agencia 50 della Procuraduría General de Justicia del Distrito Federal, in cui si trovavano 92 delle persone fermate senza che peraltro, come raccontato dai militanti del movimento #YoSoy132, fosse possibile per gli avvocati vederli e parlare con loro.

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