martedì 28 agosto 2012

Spagna - Contro la crisi esprori nei supermercati


Per tutta l'estate si sono verificate azioni di esproprio nei supermercati, soprattutto nei paesi e regioni più povere della Spagna.

Si sono presentati in una cinquantina un supermercato Carrefour, a Merida, (Estremadura), rubando generi di prima necessita' in segno di protesta per i tagli alla spesa sociale. Si tratta, di attivisti della Piattaforma per il reddito minimo dell'Estremadura e di associazioni di disoccupati e di cittadini, guidati dal deputato di Izquierda Unida (IU) della regione dell'Estremadura, Victor Casco.
I manifestanti sono entrati in massa nella supermercato e, dopo aver riempito alcuni carrelli di olio, riso, pasta, latte e legumi, hanno tentato di abbandonare il supermercato, al grido di 'El pueblo unido jamas sera' vencido'. L'esponente di IU ha spiegato in dichiarazioni televisive che i prodotti erano destinati alle "90.000 persone che in Estremadura non hanno lavoro né alcun sussidio e che non sanno cosa mangiare". La maggior parte dei carrelli è stata intercettata dagli agenti della sicurezza del centro commerciale, mentre la polizia ha proceduto all'identificazione di coloro che avevano preso parte all'assalto.
Non è la prima volta che in Spagna si svolgono proteste simili.
Un' analoga azione di 'esproprio proletario' era stata realizzata agli inizi di agosto dal Sindacato andaluso dei Lavoratori (Sat) in supermercati di Ecija (Siviglia) e Arcos de la Frontera (Cadice).
Per combattere la crisi basta rubare ai ricchi per dare ai poveri: la ricetta di Robin Hood è stata fatta propria da alcuni sindaci spagnoli, guidati da Juan Manuel Sanchez Gordillo, primo cittadino di Marinaleda. Questo paesino dell’Andalusia è uno dei più colpiti dalla crisi e allora lui ha guidato i suoi concittadini nei supermercati. Assalto ai banchi, carrelli pieni di generi di prima necessità: latte, pane, legumi. Presi senza pagare. Sempre ad agosto in 200 hanno preso di mira un supermercato a Ecija uscendone con carrelli pieni di zucchero e riso, farina e frutta.

Israele - "Rachel Corrie morì per sbaglio"

Rigettata l'accusa di omicidio: Rachel Corrie morì per uno "spiacevole incidente" avvenuto in "attività di combattimento". Per i genitori e' una sentenza-farsa

Israele non è colpevole. Questa la sentenza emessa oggi dal tribunale di Haifa che ha così rigettato l'accusa di negligenza mossa contro lo Stato israeliano per l'omicidio dell'attivista americana Rachel Corrie. Israele si auto-assolve. A muovere l'accusa contro Tel Aviv erano stati i genitori di Rachel, secondo i quali Israele andava riconosciuto colpevole di omicidio e di aver condotto un'inchiesta incompleta e parziale. Di diverso parere la corte di Haifa: il giudice Oded Gershon ha stabilito che lo Stato non è responsabile per "nessun danno causato" perché si è trattato solo di "uno spiacevole incidente". Insomma, secondo il tribunale Rachel Corrie è morta per sbaglio ed ne è la sola responsabile perché "non ha lasciato l'area come qualsiasi persona di buon senso avrebbe fatto". Ma non solo. La corte di Haifa ne ha approfittato per sottolineare un'altra clausola, fondamentale per la legge israeliana:l'esercito è assolto da ogni accusa perché l'evento evento si è verificato "in tempo di guerra". Si è trattato, cioè, di "un'attività di combattimento", conseguente ad un fantomatico attacco subito da Israele poche ore prima nella Striscia di Gaza. Ventitré anni, residente ad Olympia e attivista dell'International Solidarity Movement, Rachel è morta il 16 marzo 2003, schiacciata da un bulldozer militare israeliano. Un Caterpillar D9-R guidato da un soldato israeliano l'ha uccisa mentre manifestava pacificamente contro la demolizione di case palestinese a Rafah, nella Striscia di Gaza. Nel 2005, a due anni dalla morte di Rachel, due anni trascorsi senza risposte da parte dello Stato israeliano, la famiglia Corrie ha deciso di muoversi. E ha fatto causa a Tel Aviv.

La band al femminile PussyRiot rifiuta l'offerta delle due stars di suonare sul palco dei loro tour.

Anche se "lusingate dell'invito", le Pussy Riot "non si esibiranno mai in concerti capitalisti" con Madonna o Bjork, e "non venderanno la loro faccia".
A dirlo sono tre delle componenti della punk band femminista, che si e' attirata un processo penale in Russia per aver inscenato una "preghiera anti-Putin" nella cattedrale di Mosca.
 In un'intervista a Radio Liberty, tre delle attiviste-performer - sempre col volto coperto dal caratteristico passamontagna colorato - hanno commentato la situazione del gruppo, dopo la condanna delle loro tre compagne Nadia, Katia e Masha a due anni di carcere per "teppismo motivato da odio religioso" e l'attenzione ricevuto da gran parte del mondo della musica e dello spettacolo mondiale.
"Siamo ovviamente lusingate dall'invito di Madonna e Bjork a esibirci con loro - ha detto una delle ragazze - ma noi ci esibiremo solo in modo illegale. Rifiutiamo di farlo nel sistema capitalistico, in concerti dove si vendono i biglietti".

lunedì 27 agosto 2012

Desinformémonos del lunedì


Reportajes Internacional
Oleg Yasinsky

Reportajes México
Amaranta Cornejo Hernández y Sergio Castro Bibriesca

Sofía Sánchez

Adazahira Chávez

Jaime Quintana Guerrero y Carolina Bedoya Monsalve
Foto: Zoe Garcia y Xinema Vogler

Reportajes Internacional

Paul Imison
Traducción: Adazahira Chávez


Carolina Bedoya y Jaime Quintana



David Bacon
Traducción: Sergio Adrián Castro



Lionel Maurel (Calimaq)
Traducción: Arthur Lorot



Los Nadies


Testimonio de Elías Josué Zúñiga, estudiante chileno



Imagina en Resistencia


Isabel Cervantes y Arthur Lorot



Fotoreportaje


Exposición organizada por el colectivo Cross Border
Texto: crossbordersydney.org / Traducción: Adrián Castro
Música: “77 %”, The Herd
Producción: Desinformémonos



Video


Realización: OPEL Prensa



Audio


Audios: Radio UNAM
Realización: Desinformémonos

venerdì 24 agosto 2012

Grecia - Una domenica pomeriggio a Patrasso (o come la società greca resiste al razzismo)


di Telòni Dòra-Dimitra Ricercatrice associata dell’Istituto Universitario Tecnico di Patrasso (TEI Pàtras)


Intorno alle 7 di sera fa molto caldo, mi fermo al mini market del mio quartiere, a Zavlàni, e mi metto a parlare con la proprietaria quando all’improvviso si sentono delle voci “avranno accoltellato qualche migrante...”, commenta lei turbata...
Fortunatamente non è così...però... un migrante del Bangladesh si trova steso su una sedia e tiene le mani sugli occhi, soffre, intorno a lui ci sono i suoi connazionali impauriti e preoccupati. Poco fa due uomini in macchina si sono fermati al semaforo vicino alla zona Kurtèssi, se ho capito bene, e gli hanno spruzzato sugli occhi qualche sostanza chimica irritante. Lo hanno portato di fronte al mini market i suoi amici, che abitano in questa zona, e sono venuti a chiedere aiuto. Il ragazzo soffre e il quartiere si mobilita subito, vedo delle donne e degli uomini che arrivano, li sento dire: “Chiamiamo un’ambulanza, chi è stato?”
Saranno quelli là, i fascisti”. Quando affermo che a Patrasso siamo ormai pieni di fascisti, un uomo mi risponde a voce bassa: “Che c’è da dire figlia mia, ormai abbiamo paura che anche il nostro vicino di casa sia uno di loro”.
Una signora si avvicina e dice: “Ma che hanno combinato a questi ragazzi? Non si vergognano proprio questi vermi, picchiano dei poveri ragazzi... come se non bastasse la loro povertà, adesso hanno pure quelli che li picchiano”. Penso che in questo quartiere la gente sa cosa vuol dire povertà e non sfoga la sua rabbia sullo “straniero”. Al contrario di tutti i tentativi dei media di indirizzare la rabbia colletttiva per la nostra povertà contro i migranti, qui sembra che ci siano ancora dei riflessi di solidarietà anzichè di odio.

Tajikistan - La guerra nascosta sotto il Tetto del Mondo


di Riccardo Bottazzo
Dushanbe - Nel leggere i comunicati diffusi dal ministero della guerra tajiko, nel Pamir sarebbero in atto solo delle “scaramucce tra l’esercito regolare e bande di trafficanti di droga”. Sempre secondo questi comunicati, che la maggior parte dei media occidentali ha ripreso pari pari e senza nessuna verifica - a dimostrazione dell’interesse praticamente nullo che tanto l’Europa che gli Usa nutrono per questo angolo di mondo -, si sarebbero registrati non più di venti morti dall’inizio di agosto ad oggi, equamente divisi tra militari e narcotrafficanti.
Fatto sta che queste cosiddette “scaramucce” sono tuttora in atto e, anzi, si stanno intensificando, tanto che l’ambasciata tedesca di Dushanbe si è assunta l’incarico di radunare tutti gli europei presenti nel sud del Paese e riportarli a casa. Anche l’ingresso nel Paese è diventato più difficile. Ottenere un visto turistico o anche lavorativo per il Tajikistan, lo so per esperienza diretta, è oggi una impresa più difficile del consueto. E anche quando riesci ad ottenere il sospirato visa (non di rado allungando qualche mazzetta da un centinaio di dollari ai funzionari dell’ambasciata), un timbro supplementare mette in chiaro che il tuo permesso di ingresso “non vale per il Pamir”.

Messico - A chi cerca un mondo libero

di Hugo Blanco - (direttore del mensile Lucha Indigena, e leader da più di 50 anni del Movimento Contadino del Perù)
Nel 1994, in piena gloriosa auge del sistema neoliberale che ci opprime, si alzó una voce ribelle, quella del movimento zapatista del Chiapas, Messico.
Naturalmente Salinas, l'allora presidente, lanciò una sanguinosa offensiva militare pensando di schiacciare rapidamente la ribellione. Non fu così, la popolazione indigena combattente, resistette. Il popolo messicano s'indignò davanti allo spargimento di sangue e pretese la fine dell'attacco.
Il governo degli Stati Uniti si allarmò, poiché, considerata la quantità di messicani e di chicanos che teneva e tiene oppressi nel suo territorio, c'era il pericolo che la ribellione armata zapatista si estendesse alla sede dell'impero. Quindi ordinò al governo messicano di sospendere l'attacco, e naturalmente il suddito obbedì. I ribelli dichiararono che loro avrebbero obbedito al popolo del Messico, che aveva chiesto che la guerra terminasse, e così si sospese lo scontro armato.
Il governo propose dei colloqui, gli zapatisti accettarono. A causa del loro spirito democratico, non vollero essere loro a parlare in nome degli indigeni messicani, e convocarono indigeni e indigenisti di tutto il paese perché fossero loro stessi ad elaborare le richieste indigene. Così avvenne, e furono così contundenti i loro argomenti che la commissione governativa dovette  accettarne molti. Entrambe le parti firmarono quelli che vennero chiamati “Gli accordi di San Andrés”. Siccome questi accordi dovevano essere espressi in forma di legge per poter essere approvati dal parlamento, questo nominò una commissione con l'incarico di dargli la forma necessaria. La commissione fece il suo lavoro e lo presentò alle due parti, gli zapatisti accettarono, il governo no. Presentò invece un altro documento, tradendo così gli accordi che aveva firmato precedentemente. I partiti della camera si inchinarono davanti all'abuso e accettarono di discutere e approvare il documento del governo. Quindi, il Potere Esecutivo, appoggiato dal parlamento, tradì gli accordi presi.

lunedì 20 agosto 2012

Desinformémonos del lunedì


Reportajes
Gloria Muñoz Ramírez
Fotos: Ricardo Trabulsi
Laura Carlsen/ Programa De Las Américas

Pietro Ameglio
Marcela Salas Cassani

Jaime Quintana Guerrero

Adazahira Chávez

Reportajes Internacional
Alberto Pradilla
Fotos: Etxerat Y Naiz.Info

Carolina Bedoya

Tejido de Comunicación ACID

Gaetano De Monte
Fotos: Global Proyect
Introducción de Giovanna Gasparello
Traducción: Adrián Castro Bibriesca

Dave Zirin
Traducción: Ricardo Montejano

Nacho Mato

 Los Nadies
Testimonio recogido en Panamá por Tamara Roselló Reina

Imagina en Resistencia
Gloria Muñoz y Alejandro González Ledesma

Fotoreportaje

Video
Olmecaone.com

Audio

mercoledì 15 agosto 2012

Russia - Processo alle Pussy Riot, il 17 agosto il verdetto


Mentre si attende il destino delle cantanti russe a processo a Mosca le cantanti Madonna e Bjork durante alcuni concerti hanno espresso la loro solidarietà al gruppo delle Pussy Riot, dedicando a lore alcune canzioni di repertorio.

Il verdetto sulla punk band anti Putin Pussy Riot verrà pronunciato il 17 agosto, ad annunciarlo è stato il giudice del  Tribunale di Khamovniki a Mosca, dove si svolge il processo al trio. In aula le tre ragazze che  nel loro discorso finale hanno citato frasi di  Solzhenytsin, del Nuovo Testamento, finendo poi con un attacco diretto al  «sistema Putin».
Continuano intanto  gli appelli internazionali per la liberazione delle componenti del gruppo arrestate.
Il gruppo ha ricevuto anche il sostegno della popstar Madonna: dal palco del suo concerto allo stadio Olimpisky di Mosca, ha dichiarato di «pregare per la loro liberazione». La cantante ha eseguito un brano del suo repertorio stando spalle e con la scritta  sulla schiena nuda «Pussy Riot», in testa un passamontagna nero, ad imitazione di quelli colorati simbolo della band.
Un esibizione che non è piaciuta al vice premier russo Dmitry Rogozin che ha tranquillamente commentato in rete: "Ogni p... con l'età tende a tenere lezioni sulla morale, in particolare durante le visite all'estero".
E a chi gli ha risposto: "Lei parlava di Libertà. Le lezioni, le tengono i funzionari di stato, da tutti i canali federali", il vice premier ha tenuto a replicare nel suo stile abituale: "O ti togli la croce, o ti metti le mutande".
Anche la cantante Bjork durante un concerto ha voluto dedicare alle colleghe russe il suo pezzo "Declare Independence"  per ''La libertà di parola''.
Nel frattempo anche in Italia sui lidi di Ostia, in questi ultimi giorni, si è tenuta un'azione dimostrativa per la scarcerazione delle Pussy riot, performance dalla quale è stato prodotto un breve video clip.
Una bella prospettiva e tanta solidarietà in attesa del verdetto del 17 agosto.

Desinformémonos del lunedì


Reportajes México

Cherán, el ejemplo vivo de la inoperancia de la política de seguridad del Estado
Gloria Muñoz Ramírez

Limitación al fuero militar: sólo una dimensión de los escasos mecanismos de control del ejército
Marcela Salas Cassani

Peña Nieto y Estados Unidos: una nueva alianza para perpetuar la violenta guerra calderonista contra el narcotráfico
Laura Carlsen/ Programa de las Américas
Fotos: Clayton Conn
Traducción: Adazahira Chávez y Marcela Salas

Reportajes Internacional

Madres de Mayo en la primera línea contra la violencia policial en Brasil
Madres de Mayo y Red Nacional de Familiares
Traducción: Waldo Lao

Carta de las Madres de Mayo a la presidenta Dilma V. Rousseff
Madres de Mayo
Traducción: Zanini Zanini

Ante la crisis, el espíritu de Robin Hood ronda en Andalucía
Desinformémonos

Walmart invade y destruye Centroamérica
Ricardo Martínez Martínez

España: “Lo que se está produciendo no es un cambio en el régimen, sino un cambio de régimen”
Entrevista de Adazahira Chávez

Júbilo por la sentencia histórica a Videla en Argentina
Alejandra Dandan / Pagina12.com.ar

Fotoreportaje

Hidroponia: alternativa limpia de autogestión alimentaria Fotos: Diana Delgado                                                                                                                                             Texto: Jonathan Castro, Diana Delgado, María del Carmen García, Gina Hernández y Jaqueline Tavera
Música: “Madre Tierra” de Macaco
Producción: Desinformémonos


lunedì 6 agosto 2012

Desinformémonos del lunedì


Reportajes México
FRANCISCO PINEDA

MARCELA SALAS CASSANI

JAIME QUINTANA GUERRERO

GABRIEL HERNÁNDEZ GARCÍA, CENTRO DE INVESTIGACIÓN Y CAPACITACIÓN RURAL (CEDICAR)

MARCELA SALAS CASSANI


Reportajes Internacional
EAMONN MCCANN
TRADUCCIÓN: ADAZAHIRA CHÁVEZ

ENTREVISTA DE ADAZAHIRA CHÁVEZ

SANTIAGO BASTOS / CENTRO DE MEDIOS INDEPENDIENTES DE GUATEMALA

SUSANA NORMAN


Los Nadies
TESTIMONIO RECOGIDO POR MARCELA SALAS CASSANI EN LA CIUDAD DE MÉXICO


Imagina en Resistencia
GLORIA MUÑOZ RAMÍREZ Y ALEJANDRO GONZÁLEZ LEDESMA
FOTO: TEATROVALLEOCCUPATO.IT

ELIANA COSTA Y SANTOS GOÑI, PRENSA Y DIFUSIÓN DE LA FLIA CAPITAL


Fotoreportaje
FOTO: ALEJANDRO RAMÍREZ ANDERSON
TEXTO: MÓNICA RIVERO
MÚSICA: “CLANDESTINOS”, DE ROBERTO FONSECA
PRODUCCIÓN: DESINFORMÉMONOS


Video
PRODUCCIÓN: FRENTE EN DEFENSA DE TEPOZTLÁN

giovedì 2 agosto 2012

Russia - Oppositori in tribunale, ora tocca al blogger


Un nuovo e grave caso di repressione politica in Russia: uno dei più noti esponenti del movimento di opposizione antiputiniano, Aleksej Navalny, è stato incriminato sulla base di accuse (furto di legname) che - almeno a prima vista - non sembrano stare in piedi, se non per l'ostinazione persecutoria di una pubblica accusa strettamente governata dal Cremlino. Se Navalny fosse condannato, rischierebbe dieci anni di carcere.
Nel contempo, anche il clamoroso processo contro le ragazze della punk band «Pussy Riot», da cinque mesi in carcere per una performance antiputiniana tenuta nella cattedrale del Cristo Salvatore, vede un crescendo di restrizioni e durezze da parte della corte: ieri il presidente del tribunale ha deciso di vietare ai giornalisti di pubblicare le loro cronache finché non sarà completamente finito l'excursus dei testimoni - questo dopo che alcuni dei testimoni dell'accusa hanno detto in aula di essere contrari alla carcerazione delle tre imputate. Queste ultime - Nadezhda Tolokonnikova, 23 anni, Maria Alyokhina, 24, e Yekaterina Samutsevich, 29 - hanno lamentato ieri sostanziali maltrattamenti da parte della corte, che non ha consentito loro di mangiare nulla durante le lunghissime udienze (oltre dodici ore), e di essere deprivate del sonno: ieri una di loro è quasi svenuta in aula, e sono intervenuti i medici. E' stata inoltre respinta la loro richiesta di avere più tempo per l'esame dei materiali raccolti dalla pubblica accusa.

mercoledì 1 agosto 2012

Russia - Iniziato il processo alle Pussy Riot


Le tre ragazze rischano sette anni di carcere mentre il governo vara nuove misure restrittive delle libertà

E' iniziato il 30 luglio, in un tribunale completamente militarizzato, il processo contro le tre giovani ragazze, Maria, Katia e Nadia, età media 23, conosciute come le Pussy Riot russe.
La loro colpa essersi esibite per pochi minuti nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca cantando a ritmo di musica punk "Madonna liberaci da Putin".
Il gruppo Pussy Riot, composto da alcune decine di giovani donne, erano state protagoniste di altre apparizioni, mascherate, nel centro della città che poi venivano filmate e caricate in you yìtube.  Una protesta musicale, fatta con i propri corpi e la propria creatività contro Putin. Erano state fermate in alcuni casi dai poliziotti ma sempre rilasciate.
L'apparizione di pochi minuti nella Cattedrale non è passato inosservato ai potenti vertici della Chiesa ortodossa che hanno chiesto al governo di intervenire e dopo pochi giorni sono state identificate tre ragazze, arrestate immediatamente con pesanti accuse mentre altre giovani restano ancora ricercate.
Al processo le Pussy Riot sono accusate di vandalismo aggravato dall'istigazione all'odio religioso e rischiano 7 anni di carcere. Il giudice ha già deciso che in ogni caso resteranno in carcere per il periodo preventivo fino alla fine del gennaio 2013.
Le tre ragazze in aula hanno dichiarato di voler spiegare il senso della loro azione e hanno affermato che  "L'errore sta nel fatto che abbiamo portato in chiesa il genere musicale che stiamo elaborando e se qualcuno si è sentito offeso siamo pronte a riconoscere di aver commesso un errore etico", ma si sono rifiutate di vedersi dipingere come delle "teppiste" e hanno confernato che volevano solo contestare Putin e la legittimità delle elezioni.