venerdì 26 aprile 2013

Messico - Zapatisti denunciano aggressioni da parte di simpatizzanti di PRI e PVEM


da La Jornada – di Hermann Bellinghausen. 

La giunta di buon governo (JBG) degli Altos, con sede nel caracol zapatista di Oventic, ha denunciato le numerose aggressioni subite nell’ejido San Marcos Avilés (Chilón) dalle basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), in particolare in questo anno. Gli aggressori sono identificati come appartenenti a PRI e PVEM. 

Comunicato originale della JBG

Il comunicato è stato diffuso proprio quando questa domenica la missione civile della Rete per la Pace del Chiapas è stata minacciata durante la sua visita nella comunità tzeltal per documentare le costanti violazioni dei diritti delle basi zapatiste. Il Frayba, una delle 10 organizzazioni partecipanti, ha denunciato che “i partiti hanno minacciato la ‘Carovana Civile di Osservazione’ di sequestrare i veicoli”, avvertendo che se non li avessero consegnati con le buone, sarebbe corso il sangue. Le minacce non si sono concretizzate ma danno l’idea del clima che si respira a San Marcos Avilés. La carovana si è conclusa senza incidenti ed ha annunciato una relazione per i prossimi giorni.
Intanto, la JBG ricorda che ha sempre denunciato tutti gli atti vergognosi di queste persone dei partiti politici che provocano problemi tra gli indigeni della stessa comunità; sono organizzati dai governatori Juan Sabines Guerrero e, ora, da Manuel Velasco Coello. I tre livelli di governo non hanno fatto niente per fermare le ingiustizie che si commettono contro i nostri compagni. E sottolinea: La risposta alle nostre denunce sono state volgarità, scherno ed altre minacce. 
Il comunicato dettaglia più di 20 aggressioni contro le famiglie zapatiste dal luglio del 2011 fino alla settimana scorsa, quando il 17 aprile scorso, ad uno zapatista è stata sottratta una proprietà dal sindaco di Chilón, che ha mandato un trattore per demolire una casa di 32 per 25 metri quadri di proprietà di Javier Ruiz Cruz, protetto da 120 persone dei diversi partiti. Il nostro compagno non ha potuto fare niente per difendere la sua proprietà.
Il giorno seguente il trattore ha continuato a lavorare circondato dallo stesso numero di persone dei partiti e da sette camion a rimorchio per caricare la ghiaia. Prima, lo scorso 29 gennaio, Ruiz Cruz aveva informato la JBG che il terreno, sulle rive di una laguna, era stato circondato dagli aggressori che vociferavano della costruzione di un accampamento militare. 
Dal 2011 non sono cessate le minacce e le vessazioni guidate abitualmente dalla polizia municipale e dal militante del PVEM Lorenzo Ruiz Gómez. La JBG racconta di diverse aggressioni contro le famiglie autonome: sottrazione di terre, furto di coltivazioni ed animali, saccheggio di piantagioni di caffè, minacce di morte, false accuse, sospensione del servizio elettrico ed aggressioni armate e con pietre, insieme ad azioni arbitrarie di funzionari municipali di Chilón apertamente collusi con gli aggressori del PRI e del PVEM di San Marcos Avilés.
Già nel marzo del 2012 il priista Ernesto López Núñez ostentava che quelli del suo partito avevano un nuovo piano per cacciare gli zapatisti e che in un secondo tempo gli avrebbero tolto anche i loro diritti sulle terre. 
Il 3 marzo scorso gli aggressori e le autorità del PVEM si sono riuniti col principale capoccia (il menzionato Ruiz Gómez) che avrebbe detto che non c’è altra soluzione che assassinare i figli dei nostri compagni, e poi avrebbe chiesto ai suoi complici di uccidere Juan Velasco Aguilar e gli altri zapatisti; i suoi compari, secondo la JBG, si sono dichiarati pronti a farlo e con sufficienti armi a disposizione.
La JBG di Oventic accusa direttamente i citati Ruiz Gómez e López Núñez, insieme ai figli del primo, Sócrates e Ismael Ruiz Núñez. Aggiunge i priisti José Cruz Hernández, Santiago Cruz Díaz, Vicente Ruiz López, Manuel Vázquez Gómez e José Hernández Méndez, oltre ai verdi Rubén Martínez Vásquez, Manuel Díaz Ruiz, Victor Núñez Martínez, Victor Díaz Sánchez ed altre 30 persone. Questi aggressori non lasciano vivere in pace le basi zapatiste che erano già state cacciate per un breve periodo nel 2010. 

sabato 20 aprile 2013

Venezuela - Tra Maduro e Capriles è sfida aperta, la destra semina il panico.


Per gli oltre tremila osservatori internazionali Maduro ha vinto senza trucchi. Il problema non è tecnico, ma politico.




Le radio comunitarie e i medici cubani che lavorano nel paese denunciano assalti e intimidazioni. Aggressioni, violenze, intimidazioni, 7 morti, 71 feriti e 135 arresti per istigazione all'odio, ribellione civile e associazione a delinquere. La crisi è scoppiata subito dopo il voto. Il candidato della destra Henrique Capriles Radonski, battuto per poco da Nicolas Maduro, ha denunciato brogli ai danni della Mesa de la Unidad Democratica (MUD), e ha dichiarato che non riconoscerà i risultati finché i voti non saranno ricontati uno per uno. Poi ha invitato i suoi a passare all'azione.
Oltre al riconoscimento dei tremila osservatori internazionali anche l'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) ha espresso il suo appoggio al presidente Maduro che il 19 aprile assumerà l'incarico davanti all'Assemblea Nazionale. Delegazioni in rappresentanza di 15 paesi hanno salutato la sua elezione e anche la Spagna, dopo iniziali dichiarazioni che avevano provocato le proteste di Caracas, ha espresso il suo appoggio al nuovo eletto, seguita da Portogallo e Francia.
Ma la tensione resta alta. Le frange estreme della MUD hanno attaccato i militanti chavisti, bruciando le sedi del PSUV, assediato quelle del CNE. Gli scontri tra opposte fazioni, dispersi con i gas lacrimogeni dalla Guardia Nazionale, sono continui e visibili sono i segni dei proiettili sparati nella notte contro auto ed edifici. Le affermazioni su twitter di un noto giornalista, secondo il quale i medici cubani nascondono le prove dei brogli nei centri medici di quartiere, hanno scatenato un'ondata di aggressioni che non si arresta. Sono stati devastati spazi sociali e reti alimentari a basso prezzo come Mercal e Pdval. Giornalisti della rete pubblica e media comunitari denunciano aggressioni e minacce alle loro famiglie. Il governo accusa Capriles di essere il mandante delle violenze e di avere ordinato un piano destabilizzante insieme agli USA, come quello del 2002. Secondo alcune fonti, Capriles e Leopoldo Lopez, altro deputato di destra in prima fila nel golpe contro Chavez 11 anni fa, avrebbero già mandato all'estero le loro famiglie, prevedendo uno scenario da guerra civile. Il ministro degli esteri, Elias Jaua ha annunciato che presenterà una denuncia all'ONU e all'OSA per le violenze “fasciste e xenofobe” avvenute su mandato di Lopez.
Capriles, il 17 aprile, aveva chiamato i suoi a manifestare sotto il CNE ma il governo ha proibito la dimostrazione e il leader MUD ha rinunciato all'idea. Ha però invitato i suoi a portare “le prove dei brogli” in tutte le sedi del CNE. Ma né il governo né il CNE hanno chiuso la porta ai ricorsi previsti dalla legge. Il riscontro manuale del 54% dei voti (come previsto dal sistema elettorale) che indicano una tendenza irreversibile è però già stato fatto, senza che fossero state riscontrate anomalie. “Farò un governo di strada per rafforzare il socialismo,- ha dichiarato Maduro-, nei prossimi giorni convocherò un consiglio federale di governo per inviare risorse direttamente al popolo senza passare per i governatori di opposizione”; dall'Orinoco a Caracas il popolo appoggia il suo piano in cinque punti basato sul socialismo umanista, la difesa dell'ambiente, la sovranità alimentare e l'indipendenza. Intanto, però, il movimento chavista si interroga di come sia stato possibile che, nonostante tutto quello che il governo ha fatto per gli strati popolari, alcuni settori poveri della società venezuelana abbiano votato per i loro oppressori.
Fonti: il Manifesto
Atlasweb

venerdì 19 aprile 2013

Venezuela - Maduro vince e il chavismo in Venezuela vive, per ora


di Garabombo
Questa è una prima riflessione ragionata ,sul voto di domenica 14 aprile in Venezuela, che dimostra quanto preoccupante sia l'incertezza e la tensione sociale che questo risultato elettorale ha determinato, prova ne sono i violenti scontri, tra i sostenitori di Maduro e di Capriles, che in questi giorni stanno insanguinando le strade della capitale e il resto del territorio. E' sicuramente una situazione esplosiva aperta a qualsiasi opzione che continueremo a monitorare.
Almeno tre sono stati i motivi per seguire con attenzione le elezioni presidenziali di domenica 14 aprile in Venezuela.
1) Sono state le prime senza Hugo Chavez; dal 1998 al 2012 le elezioni presidenziali in Venezuela sono sempre state poco più di una formalità. Tanto era il credito di cui godeva presso l'elettorato il leader della rivoluzione bolivariana e il suo controllo sullo stato, e tanto era il discredito di cui godeva l'opposizione, che la vittoria di Chavez era scontata. Persino nell'ultima occasione, in cui il principale sfidante di un Hugo già malato era un candidato rispettato e credibile come Henrique Capriles, il divario di voti a favore del presidente è stato notevole (circa il 10%).

2) Era (ed è) in ballo la democrazia; il dibattito attorno alle dubbie credenziali democratiche di Hugo Chavez non poteva prescindere da un fatto: il leader bolivariano, dopo aver tentato e fallito un colpo di stato nel 1992, aveva vinto tutte le elezioni presidenziali in modo trasparente, come certificato di volta in volta dagli osservatori internazionali. Ora che lui non c'è più e che la vittoria del fronte chavista era meno scontata (l'esito lo ha confermato), l'eventualità di brogli elettorali o mosse illegali poteva apparire, almeno in linea teorica, meno remota. Stesso discorso per l'opposizione: dopo il tentato e fallito golpe ai danni di Chavez dell'aprile 2002, essa ha riabbracciato le procedure democratiche. Ma ora che il chavismo è privo del suo leader alcune sirene potrebbero tornare a suonare....
3) Comunque sia andata, si volta pagina; le elezioni hanno chiuso definitivamente il periodo di limbo in cui il Venezuela era caduto il 9 dicembre 2012, il giorno in cui Chavez annunciò di dovere tornare a Cuba per operarsi. Nei mesi della sua permanenza sull'isola e in queste settimane successive alla sua morte non si è verificato uno stallo totale: sono stati avviati, e poi sospesi per motivi elettorali, dei colloqui con diplomatici statunitensi per arrivare al disgelo con gli USA ed è stata svalutata del 30% la moneta nazionale nei confronti del dollaro. Segnali preoccupanti per l'economia di un paese ricco di petrolio ma certamente non risparmiato dalla crisi.

Con il voto di domenica il delfino di Chavez è diventato presidente del Venezuela con solo il 50,66% dei voti, registrando un calo rispetto a quelli ottenuti dal defunto leader nelle elezioni precedenti. La sua debole vittoria apre una serie di interrogativi sul futuro del paese. “Per ora”, parafrasando la famosa espressione che Chavez utilizzò per annunciare il fallimento del golpe del 1992, il chavismo continua senza il suo fondatore.
Capriles non ha riconosciuto la sconfitta e ha chiesto il riconteggio integrale. Maduro non si oppone alla richiesta, mentre il Consiglio elettorale nazionale (Cne) venezuelano ha già dichiarato il risultato “irreversibile”. La tranquillità del presidente eletto, che ha parlato di una vittoria “giusta, legale e costituzionale”, e il parere del Cne fanno pensare che il riconteggio, se ci sarà, non altererà il risultato finale. A quel punto bisognerà vedere come reagirà l'opposizione e come reagiranno le istituzioni (tutte saldamente in mano al blocco chavista) alla reazione dell'opposizione. Il paese si avvia verso una fase di tensione. La risicata vittoria elettorale non è insomma una vittoria politica per Maduro: è invece la dimostrazione che il chavismo senza Chavez, soprattutto se rappresentato da un candidato anonimo e privo di carisma, non è tanto più appetibile dell'alternativa rappresentata da un'opposizione credibile.
Nei suoi quattordici anni di potere, Chavez ha cambiato il paese, mettendo le classi più povere al centro della sua azione politica e conquistandosi il loro consenso. Il modello ha funzionato fino a quando i prezzi record del petrolio permettevano di non preoccuparsi della spesa pubblica. Oggi in Venezuela non sono rari i black out, c'è scarsità di generi alimentari, l'inflazione è oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti. A corollario di una situazione non entusiasmante ( anche se Caracas è cresciuta di oltre il 5% nel 2012) ci sono due fenomeni, la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti, portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.
Affrontare questi problemi contribuirebbe senza dubbio ad accrescere la credibilità di Maduro, che d'altronde aveva inserito la lotta alla corruzione, alla violenza e all'inflazione nel suo programma elettorale. Ma soprattutto dovrà mantenere l'unità interna; quando Chavez, dopo aver studiato le rivolte militari in Venezuela arriva alla convinzione che sia possibile prendere il potere per sconfiggere la povertà endemica che affligge il suo paese, lo fa basandosi su un'idea-forza, quella dell'unione civico-militare. Costruisce un'alleanza tra le forze armate e le organizzazioni politiche di sinistra. Un'alleanza che non ha funzionato in nessun'altra parte salvo qui. L'alleanza civico-militare è una costruzione originale che ora si tratta di mantenere e vedremo in che modo funzionerà.
Maduro sarà inoltre chiamato a scelte decisive in politica estera: continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino, o proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Chavez negli ultimi mesi della sua vita? Considerazioni di carattere economico suggerirebbero di concentrarsi sulla politica interna, ma abbandonare la rivoluzione non sarebbe un'opzione facile per un presidente cresciuto anche ideologicamente all'ombra di Chavez e di Fidel Castro. A partire dagli accertamenti sulla regolarità del voto, il neopresidente venezuelano ha davanti a sé delle sfide immani in campo politico, economico e internazionale.
Su alcuni cambiamenti strutturali il popolo non vuole tornare indietro, questo lo sa anche l'opposizione. Quelle del socialismo bolivariano sono sfide prospettiche, però, come diceva Chavez citando Victor Hugo: “ C'è una cosa più potente di tutti gli eserciti del mondo: l'idea la cui ora è scoccata”.
Fonti: Limes
il Manifesto

lunedì 8 aprile 2013

Turchia - Potrebbe iniziare la primavera curda

di Ilaria Biancacci- Limes

Erdoğan e Öcalan cercano di instradare il conflitto tra Ankara e i curdi verso una soluzione politica. Le tensioni regionali (Siria), le prossime elezioni e i rischi di sabotaggio. Le diffidenze reciproche. In palio anche il premio Nobel per la Pace.

"Biji Serok Apo! Lunga vita al presidente Apo!" Il ritmo dello slogan per il leader del Pkk, Öcalan, scandisce la marcia di centinaia di migliaia di persone che si sono riversate all’interno del “Diyarbakir Nawroz Parki” per celebrare una delle feste più importanti della tradizione curda: il Nawroz. Un nuovo anno, una nuova primavera, che porta in grembo il seme della pace e della cooperazione.

Il 21 marzo 2013 è una data simbolica che potrebbe entrare nei libri di storia e addirittura cambiarla: dopo 30 anni di lotta le parole di Öcalan hanno aperto una nuova strada che vede una definitiva risoluzione del conflitto curdo, con il beneplacito del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, che respira già aria di Nobel. Infatti, il Nobel per la Pace per il 2013, secondo il segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjiorn Jagland, potrebbe andare al premier turco se riuscisse a trovare un’uscita politica al conflitto curdo. Se le trattative avviate tra Ankara e Öcalan dovessero concludersi con una risoluzione pacifica delle ostilità, Stoccolma potrebbe aprire le porte al leader del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp).

Bolivia - Intervista a Oscar Olivera della Fundacion Abril


Prima parte dell'intervista in spagnolo a Oscar Olivera

Seconda parte dell'intervista in spagnolo a Oscar Olivera

A seguire la trascrizione dell'intervista

Ci troviamo a Cochabamba in Bolivia con Oscar Olivera della Fundacion Abril: innanzitutto, per cominciare, uno sguardo generale sull'attuale situazione politica in Bolivia?

Direi che ora la Bolivia si trova in un clima pre-elettorale, nel quale il presidente Evo Morales, in modo del tutto illegale, si sta proponendo nuovamente per le elezioni del 2014. Questa campagna elettorale distorce la realtà economica e sociale che vive in questo momento il popolo boliviano. La realtà economica è complessa: da un lato la macroeconomia per i governanti del paese sta funzionando molto bene, c'è stabilità, la moneta non sta perdendo valore, le riserve internazionali sono immagazzinate nella banca centrale, ma dall'altro la realtà economica dei lavoratori e dei contadini è drammatica, il salario minimo nazionale non arriva ai cento euro, il paniere familiare di base, ovvero quello di cui una famiglia di cinque persone ha bisogno per sopravvivere, supera tranquillamente i 900/1000 euro; questo da un'idea del lavoro che una famiglia deve portare avanti, un lavoro collettivo a cui i figli, la moglie e il marito devono contribuire per arrivare ad una parte del paniere familiare.
Non c'è un pieno accesso alla salute, l'educazione è limitata perché i bambini devono lavorare per sopravvivere in città. In campagna non c'è nessun tipo di supporto alle attività comunitarie né appoggio tecnico alle modalità di semina e alla formazione in modo che la produzione possa aumentare, non ci sono vie di comunicazione agevoli per poter trasportare il raccolto in città e i prezzi dei prodotti non corrispondono al reale lavoro del contadino. L'80% dei lavoratori sono autonomi, praticamente si auto sfruttano, non hanno nessun tipo di assicurazione sociale o medica, nessun tipo di organizzazione sociale alle spalle che permetta loro di ottenere il riconoscimento dei diritti fondamentali.
Gli unici che stanno bene economicamente in Bolivia sono i grandi banchieri che, con questo governo, hanno guadagnato come mai prima, le grandi imprese petrolifere che stanno sfruttando il nostro territorio in modo criminale con la connivenza del governo Morales, i grandi latifondisti che sono arrivati ad un accordo con esso per ottenere grandi proprietà terriere dove introdurre le sementi transgeniche, i settori del trasporto che sono un potere politico legato al governo e le persone che si dedicano ad attività illegali come il narcotraffico e il contrabbando di prodotti di vario genere. La base sociale del governo adesso è accentrata in questi settori minoritari, insieme ai militari che sono il sostegno armato di questo governo.
Il resto della popolazione si trova al margine, per il governo non esistiamo: i settori sociali che non sono d'accordo con la politica economica di svendita delle risorse naturali alle multinazionali, con una gestione statale totalmente autoritaria, verticale e discriminatoria da parte di Morales, sono discriminati e considerati nemici del governo, del sistema, della democrazia e calunniati di essere finanziati dall'ambasciata nordamericana o da partiti di destra.  Posso concludere dicendo che gran parte dei leader dei movimenti sociali sono stati cooptati dal governo, attraverso incarichi pubblici e di costruzione di “opere” e “infrastrutture” in molti municipi o semplicemente attraverso il denaro, una pratica assolutamente nefasta che di poco si differenzia dalle pratiche della destra del passato.
Questo da un lato ha creato una specie di dispersione di quella capacità organizzativa e potenza che il movimento qui in Bolivia aveva raggiunto nel 2000 con la guerra dell'acqua, nel 2003 con quella del gas e nel 2005 con l'elezione di Morales. Dall'altro lato possiamo dire che questo è un popolo che tutti i giorni, in tutto il paese si mobilita, sebbene sia meno organizzato e non ci sia uno spazio comune come è stata la Coordinadora del Agua e del Gas negli anni passati, si tratta comunque di piccole organizzazioni che reclamano legittimi diritti e richieste tanto in città come in campagna.
Tutti i giorni c'è gente che si mobilita per richiedere la postergacion di diritti reclamati da anni che fino ad ora non sono stati riconosciuti. Oggi ad esempio stiamo assistendo ad un blocco di contadini nella zona di Copacabana, alla frontiera con il Perù, riguardo ad una richiesta che dura da sette anni, ovvero la costruzione di un ponte in questa zona. Una settimana fa migliaia di contadini sono partiti dalle loro comunità per avvicinarsi alla capitale La Paz reclamando un'agenda di cento punti che fino ad ora non è stata presa in considerazione dal governo, e così potremmo elencare una serie di movimenti che ogni giorno si generano: questo ci convince profondamente che il movimento sociale odierno, così disperso, ha comunque una forza che si va agglutinando a poco a poco e che non permetterà che le richieste postergadas durante i secoli possano continuare  ad essere tali.
Questo è un paese in permanente discussione, riflessione e movimento che anche così disperso recupererà la stessa forza per effettivamente riprendere quell'agenda che avevamo portato avanti con tanta determinazione nel 2000, 2003 e 2005.

Abbiamo parlato della politica dei potenti, delle lotte dei movimenti sociali e della guerra dell'acqua del 2000, quando la popolazione di Cochabamba è riuscita a scacciare una multinazionale dal paese: qual è stata l'eredità lasciata da quella lotta ai movimenti attuali?