giovedì 26 febbraio 2015

DIAMO CORPO AI SOGNI – SOSTENIAMO LA SALUTE AUTONOMA ZAPATISTA


Frente a la pesadilla, no basta despertar. La vigilia puede florecer en el sueño.

El impreciso sueño zapatista.

Pero,¿cuál es la velocidad del sueño?

No lo sé.

En nuestro sueño, el mundo es otro, pero no porque algún "deux ex machina" nos los vaya a obsequiar, sino porque luchamos, en la permanente vela de nuestra vela, porque ese mundo se amanezca.
Nosotros, los zapatistas, sabemos a cabalidad que no tendremos, ni nosotros ni nadie, la democracia, la libertad y la justicia que necesitamos y merecemos, hasta que, con todos, la conquistemos todos.
(Da La velocidad del sueño Subcomandante Marcos - Octubre de 2004)


DIAMO CORPO AI SOGNI – SOSTENIAMO LA SALUTE AUTONOMA ZAPATISTA


Campagna di raccolta fondi per l’acquisto di un nuovo apparato di anestesia per la sala chirurgica della Clinica-Scuola “La primera esperanza de los sin rostro de Pedro” a San Josè del Rio, Zona Selva Chiapas Messico - Caracol I “Madre de los Caracoles del Mar de nuestros Suenos”, La Realidad - Giunta del Buongoverno “Hacia la Esperanza”

Nelle comunità indigene in Chiapas - Messico -, a partire dal levantamiento dell’EZLN il Primo gennaio 1994 si è costruita un’inedita sperimentazione di autonomia ed autogoverno. Attraverso l’organizzazione indipendente in comunità, Municipi autonomi, Giunte del Buongoverno le donne e gli uomini zapatisti sviluppano in maniera autonoma la garanzia per tutt@ all’educazione e alla salute, lo sviluppo di attività produttive comunitarie e la gestione della giustizia.

La salute automa per gli zapatisti ha rappresentato la risposta alle discriminazioni e alla mancanza di attenzione sanitaria che le popolazioni indigene soffrivano prima della loro rivolta.

A partire da quel lontano 1994 in tutte le comunità si è sviluppato il Sistema di Salute Autonomo, basato sulla costruzione di cliniche, presidi medici locali e la formazione di Promotori di Salute in grado di garantire non solo l’assistenza sanitaria ma anche la prevenzione, la rimozione delle cause di molte delle malattie dovute alle pessime condizioni di vita in cui erano costretti gli indigeni.

Il Sistema Sanitario Autonomo ha dato vita ad una innovativa sinergia tra la tutela e lo sviluppo della medicina tradizionale, attraverso l’attivazione di Erbolari in ogni zona, capaci di produrre trattamenti naturali, e l’acquisizione consapevole delle tecniche e pratiche della scienza medica moderna.

Nella Selva Lacandona, a San Josè del Rio, la Clinica-Scuola “La primera esperanza de los sin rostro de Pedro” (in onore del Subcomandante Pedro, morto in combattimento il Primo Gennaio del 1994, comandante e compagno degli abitanti di questo villaggio) è stata una delle prime strutture costruite come riferimento sanitario per l’intera zona, quella dei Municipi Autonomi San Pedro de Michoacán, General Emiliano Zapata, Libertad de los Pueblos Mayas e Tierra y Libertad.
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Clinica San Josè del Rio
Nel corso degli anni la Clinica si è allargata, sono stati costruiti spazi per alloggiare i familiari dei ricoverati, all’interno sono stati attivati i servizi di ginecologia, dentistica, un laboratorio di analisi e dal 2004 funziona una sala chirurgica in grado di garantire, con l’assistenza di medici locali, operazioni complesse.

La sala chirurgica funziona con turni mensili e garantisce la possibilità di svolgere operazioni in un ambiente idoneo ed attrezzato.

In questi ultimi mesi, come ci ha raccontato la Giunta del Buongoverno de La Realidad durante la nostra ultima visita nel gennaio 2015, l’apparato di anestesia si è definitivamente rotto, causando ovviamente l’impossibilità di continuare con le attività chirurgiche.

Dalla selva ci giunge un appello: raccogliere i fondi per l’acquisto di un nuovo apparato di anestesia per permettere ed ampliare le attività riferite alla chirurgia.

Noi giriamo questo appello a tutt@

Appoggiamo chi si addormenta e si risveglia in una sala operatoria nel cuore della Selva per sostenere un’idea di salute come diritto e non come una merce, di benessere che deve essere garantito a tutt@.

“Salud para todos” un’idea che gli zapatisti stanno trasformando in realtà, resistendo alle aggressioni paramilitari e del governo, come quella accaduta proprio pochi mesi fa a La Realidad, costata la vita al compagno Galeano e durante la quale è stato distrutta la Clinica locale, che ora è stata ricostruita insieme alla Scuola Autonoma

Sosteniamo l’acquisto di un nuovo apparato di anestesia per la Clinica-Scuola “La primera esperanza de los sin rostro de Pedro”, sosteniamo l’autonomia zapatista.

Partecipa e contribuisci anche tu alla Campagna:


Diamo corpo ai sogni - Sosteniamo la salute autonoma zapatista - Raccolta fondi per l’acquisto di un nuovo apparato di anestesia per la sala chirurgica della Clinica-Scuola “La primera esperanza de los sin rostro de Pedro” di San Josè del Rio, Zona Selva Chiapas - Messico -

PUOI FARE I TUOI VERSAMENTI con la causale “Impianto anestesia San Josè” presso Banca Popolare Etica al conto intestato Associazione Ya Basta 

IT06J0501812101000000100737

Per approfondimenti sul Sistema di Salute Autonoma Zapatista
LA RICOSTRUZIONE DELLA CLINICA E SCUOLA AUTONOMA A LA REALIDAD DOPO L’ASSALTO DEI PARAMILITARI COSTATO LA VITA AL COMPAGNO GALEANO

mercoledì 25 febbraio 2015

L'altra Tunisia


Carovana di visita alle realtà che in Tunisia costruiscono con determinazione ed energia un’alternativa fuori e contro ogni integralismo ed ogni autoritarismo.
I progetti che l’Associazione Ya Basta sostiene in Tunisia nascono dalla volontà di costruire un Euromediterraneo fatto di nuovi diritti, nuove libertà.
Questa nuova Carovana, prevista per marzo 2015, vuole essere l’occasione di incontro con le realtà di base che operano in particolare nel sud del paese nel campo della promozione dei diritti delle donne, dell’informazione libera e dello sviluppo delle associazioni libere e democratiche.
Alla conclusione del Forum Sociale mondiale, che si svolgerà a Tunisi dal 24 al 29 marzo, a cui è possibile partecipare insieme a noi, ci muoveremo verso le zone interne del paese.
Il programma della delegazione prevede:
Domenica 29: Inizio Carovana
Incontro introduttivo sulla situazione in Tunisia ed in particolare sulla situazione di chi sfugge dalla drammatica situazione in Libia e si trova nel paese.
Visita a Tunisi e dintorni
Lunedì 30: spostamento a Sbeitla 
Visita alla città di Kairouan e incontro con la Cooperativa femminile di El Kadhra sostenuta dal Progetto Eco de femmes coordinato dal GVC
JPEG - 19.9 KbMartedì 31: Visita ai CMC (Centre Média Citoyen) aperti nel sud della Tunisia a Sidi Bouzid, Menzel Bouzaienne, Regueb.
I tre centri rappresentano un’inedita esperienza di autogestione associativa e di informazione libera. Sono nati all’interno del Progetto Periferie Attive coordinato dal GVC ed hanno avuto il sostegno del Progetto Shaping The MENA Coalition of Freedom of Expression coordinato da Un Ponte per..

Mercoledì 1 aprile: Arrivo all’Oasi di Jemna

Incontro con Association de la Sauvegarde des Oasis de Jemna impegnata dal 12 gennaio del 2011 al recupero delle terre demaniali dell’oasi che si sviluppa in circa 300 ettari con più di 10.000 palme da datteri. L’Associazione che si occupa della cura delle palme, ha sostenuto l’acquisto di strumentazione agricola ed ha appoggiato infrastrutture locali di salute, educazione e sport in un’ottica di salvaguardia delle risorse locali.
Giovedì 2 aprile: Visita all’Oasi

Venerdì 3 aprile : Arrivo sulla Costa
Sabato 4 aprile:: Visita a Madhia

Domenica 5 aprile: ritorno a Tunisi
Lunedì 6 aprile: partenza per l’Italia
Possibilità di arrivare il 29 per partecipare alle attività di chiusura del Forum Sociale Mondiale oppure di partecipare all’intero Forum a partire dal 24 marzo.

NOTE PER LA PARTECIPAZIONE 

Il volo è a carico del partecipante a cui verranno fornite tutte le informazioni necessarie.
E’ necessaria una quota di partecipazione di 50 euro.
In loco verrà creata una cassa comune per trasporti locali, vitto e pernottamenti.
La prenotazione va fatta entro il 15 marzo.
E’ necessario il passaporto con validità 6 mesi.

INFO E CONTATTI yabastanapoli@yahoo.it

lunedì 23 febbraio 2015

Kurdistan - Salman, il ragazzo curdo di Novara morto in Iraq per combattere l’Isis

Aveva ottenuto l’asilo politico ed era stato 
assunto come operaio da una cooperativa. 
Lavoro, famiglia, amici. Salman Talan, 
curdo di nazionalità turca, in Italia aveva 
trovato tutto. Il richiamo dei fratelli curdi in 
lotta contro l’Isis, però, è stato più forte, e alla 
fine l’ha portato a morire in Iraq. Salman, 
nome di battaglia Erdal Welat («la mia terra») viveva tra Milano e Trecate, in 
provincia di Novara, dove abitano ancora due dei suoi cinque fratelli. Un anno fa ha
deciso di abbandonare la sua nuova vita e partire. Ha lasciato solo una lettera: «Nessuno 
mi ha obbligato.
Vado a combattere contro l’Isis perché la mia famiglia possa scrivere nella sua lingua». 
Poche parole ai genitori per spiegare la partenza. Per dodici mesi nessuno ha saputo più 
nulla di lui. Finché, il 27 gennaio scorso, i familiari hanno ricevuto la notizia della sua morte. 
«È stato colpito da un cecchino dell’Isis a Shingal (nome curdo per il monte Sinjar), in Iraq 
- racconta il fratello Sahin -. Il proiettile ha trapassato il cranio da sinistra a destra. Dopo 
di lui hanno ucciso un suo amico».  

Il lavoro in stamperia  
Nelle ultime foto pubblicate su Facebook Salman ha un viso lungo, serio, da uomo. Indossa 
una tuta mimetica e ha il fucile tra le braccia. In realtà Salman era un ragazzo di 24 anni. 
Era giunto in Italia giovanissimo insieme a mamma, papà e cinque fratelli, in fuga da una 
Turchia che non gradiva le loro simpatie per il Pkk di Ocalan. Aveva fatto vari lavoretti ma 
negli ultimi tempi si era sistemato in una stamperia. Sveglia presto, i turni, un’esistenza come 
tante. «Lavorava con me - aggiunge il fratello -. Era un ragazzo sensibile, sempre attento agli 
altri: se vedeva un rom o un altro immigrato cercava di aiutarli».  

Attivista politico  

venerdì 20 febbraio 2015

Kurdistan - Faccia a faccia con le combattenti di Kobane: “Noi, madri di tutta l’umanità”

Faccia a faccia con le combattenti di Kobane: “Noi, madri di tutta l’umanità”Cinque combattenti curde raccontano la loro esperienza nella difesa della città di Kobane, rivelando sogni e rinunce, raccontando la brutalità della guerra contro le truppe del Califfato, i loro sacrifici e le loro speranze.

Kobane è libera, ma deve fare i conti con la ricostruzione. 
L’80% della città è distrutta e su 525,000 abitanti, solo 25,000 sono rimasti sul territorio, gli altri sono dispersi tra i campi profughi della Turchia e degli altri paesi limitrofi. Per aiutarli a tornare a casa è necessario bonificare la città e ricostruirla.

Per questo il governatore Enwer Muslim ha rivolto un appello alla comunità internazionale, affinché vengano inviati gli aiuti necessari (le coordinate per gli aiuti sono: Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus. IBAN: IT63P0335901600100000132226. Causale: Ricostruzione Kobane). 

Nel frattempo, i tre volontari italiani che dalla Sicilia hanno raggiunto il Rojava, dopo diversi giorni di attesa nel territorio di Kobane, sono riusciti a incontrare le donne curde combattenti, i cui volti rimbalzano nei media di tutto il mondo. Di seguito, riportiamo la conversazione svolta nella base operativa delle YPJ con cinque combattenti:

Perché hai fatto questa scelta di entrare nelle YPJ?
“Perché le donne sono sofferenti. Vediamo la sofferenza delle donne non solo qui ma anche nei vostri Paesi. Noi lottiamo per tutte le donne del mondo. Io in particolare sono nata in Germania, sono stata in giro per l’Europa e in uno di questi Paesi ho fatto giorni di reclusione in prigione per motivi politici. Poi ho deciso di venire qui in Kurdistan e anche le mie amiche sono tutte venute qui. Ho letto gli scritti di Öcalan e dopo ciò ho assunto uno sguardo più globale riguardo la situazione politica in generale e delle donne in particolare”.


Perché sei venuta in Kurdistan?
“Perché voglio la rivoluzione”.



Kurdistan - PJAK: Se le esecuzioni dovessero continuare, saremmo costretti ad agire

Saman Nasim è un attivista politico che è stato condannato alla pena di morte dal regime iraniano. Questo ha creato un’ondata di preoccupazione in tutto il mondo, preoccupazione che aumenta con il passare dei giorni.

Il 9 febbraio Human Rights Watch ha reso noto che un prigioniero politico condannato a morte di nome Saman Nasim, in carcere da quando aveva 17 anni, era stato torturato, aggiungendo inoltre che le prove portate durante le indagini erano insufficienti e che quindi si sarebbe dovuta sospendere la condanna a morte.

Il partito della vita libera del Kurdistan (PJAK) ha pubblicato un comunicato dove si afferma che la pena di morte non è utile al Paese in quanto crea solo paura e ansia tra i cittadini. 

Questo strumento inoltre riduce le possibilità di creare uno stato democratico e di trovare una soluzione alla questione curda.

Questo comunicato è arrivato dopo lo sciopero della fame portato avanti dai prigionieri politici nel carcere di Urmiye. 

I loro sforzi sono la dimostrazione che l’Iran arresta prigionieri politici, cosa che ha negato per molto tempo. Il regime iraniano non ha rilasciato commenti sulle sue azioni inumane, che includono le esecuzioni per impiccagione.


PJAK è fortemente contrario alle azioni del regime contro la popolazione e ha avvisato che, se le esecuzioni dovessero continuare, il PJAK reagirebbe con forza contro di queste.

martedì 17 febbraio 2015

Kurdistan - Una richiesta di aiuti internazionali per ricostruire e normalizzare la vita nel Cantone di Kobane

Una richiesta di aiuti internazionali per ricostruire e normalizzare la vita nel Cantone di Kobane
Dopo mesi di combattimenti, le nostre coraggiose unità YPG e YPJ hanno scacciato con successo tutti i terroristi ISIS dal nostro cantone democratico di Kobane. Siamo grati per tutto il sostegno internazionale che abbiamo ricevuto per raggiungere questa vittoria in battaglia. Tuttavia, finora non abbiamo ricevuto alcun aiuto umanitario ufficiale da qualsiasi governo o organizzazione internazionale. Dei 525.000 civili del Cantone di Kobane, solo 25.000 risiedono attualmente all’interno di Kobane. Dei rimanenti civili, 200.000 sono al momento intrappolati in Turchia e il resto è sparso in diversi paesi. Sono tutti in attesa di tornare alle proprie case. Al fine di facilitare una pacifica transizione dei rifugiati verso le loro legittime case, vi sono una serie di ostacoli che devono essere superati.

1. Ricostruzione della città di Kobane. Come risultato dell’offensiva di ISIS contro Kobane, più dell’80% della città è andato completamente distrutto e ha urgente bisogno di essere ricostruito. Ciò è di estrema importanza perché i rifugiati non possono tornare nelle proprie case finché la città non sarà ricostruita. Negli ultimi due anni, non c’è stata corrente elettrica a Kobane e si è avuta una carenza costante di acqua. Una tale mancanza di servizi rende molto difficile per le persone riprendere la propria vita in città. Affinché i civili possano tornare in sicurezza alle loro case, stiamo facendo un appello urgente per gli aiuti internazionali e il sostegno alla ricostruzione della nostra città.

sabato 14 febbraio 2015

Messico - Assassinata attivista impegnata nella ricerca degli scomparsi a Iguala

Norma Angélica Bruno Román, partecipante della Comisión de Búsqueda de Familiares Desaparecidos en Iguala, meglio conosciuta come "Los otros desaparecidos", è stata assassinata ieri verso le 12,20 da due soggetti, che viaggiavano su una motocicletta, davanti ai due figli di cui non si conosce la sorte. 

L'agguato è avvenuto nella città di Iguala e nonostante il massiccio dispiegamento di forze dell'Esercito Messicano, della Gendarmeria Nazionale e di polizia federale e statale.

La commissione è responsabile per la ricerca delle vittime della criminalità organizzata, dopo la scomparsa dei 43 studenti Ayotzinapa il 26 settembre..
Norma Angélica Bruno Román, partecipante della Comisión de Búsqueda de Familiares Desaparecidos en Iguala, meglio conosciuta come "Los otros desaparecidos", è stata assassinata ieri verso le 12,20 da due soggetti, che viaggiavano su una motocicletta, davanti ai due figli di cui non si conosce la sorte.
L'agguato è avvenuto nella città di Iguala e nonostante il massiccio dispiegamento di forze dell'Esercito Messicano, della Gendarmeria Nazionale e di polizia federale e statale.
La commissione è responsabile per la ricerca delle vittime della criminalità organizzata, dopo la scomparsa dei 43 studenti Ayotzinapa il 26 settembre.

domenica 8 febbraio 2015

Kurdistan - L'eroica resistenza della comandante delle YPJ Hebun Sinya

Dalla dichiarazione di ieri delle Unità di Difesa del Popolo curde (YPG) si apprende che la comandante delle Unità di Difesa delle Donne curde (YPJ), Hebun Sinya, è caduta a Kobanê nei combattimenti contro l’organizzazione terroristica IS.

                     


Nella registrazione video la comandate delle YPJ Hebun Sinya afferma tra l'altro quanto segue:

“Nella lotta di resistenza per la dignità dell’umanità a Kobane noi donne abbiamo mostrato ancora una volta all’opinione pubblica mondiale che possiamo prendere il nostro posto di combattimento in ogni ambito della vita. Soprattutto la personalità di Arin Mirkan ha mostrato nuovamente la forza della donna”.
Le YPG hanno inoltre dichiarato che la comandante delle YPJ Hebun Sinya ha svolto un ruolo importante nella lotta contro IS e hanno inoltre affermato quanto segue: 

“Era una coraggiosa avanguardia, che con la sua eroica resistenza suscitava paura nei nemici e che ha lasciato coraggio forza nei suoi compagni di strada. Noi, le YPG, ci inchiniamo nuovamente con grande rispetto davanti alla resistenza di tutti compagni e di tutte le compagne caduti e con questo rinnoviamo la nostra promessa di combattere e di vincere per l‘umanità.”

La comandante delle YPJ Hebun Sinya, il cui vero nome è Medya Murad, era originaria di Derik/Rojava e ha perso la vita il 30.01.2015 durante la liberazione di Kobane.

HEBUN DERIK – MEDYA MURAD

Messico - Videochat con Luis Hernandez. La ricostruzione dei fatti di Ayotzinapa

sabato 7 febbraio 2015

Messico - Decapitato militante Fpr, era vicino ai 43 scomparsi

Torturato, decapitato e smembrato. Il corpo dell’attivista messicano Alejandro Gustavo Salgado Delgado è stato ritrovato così, nei pressi di un villaggio di campagna nel comune di Ciudad Ayala (Morelos). 

Aveva 32 anni ed era un dirigente del Frente Popular Revolucionario (Fpr). Svolgeva attività politica e di sostegno ai braccianti della montagna di Guerrero, uno dei territori con la maggior quantità di coltivazioni di oppio al mondo. L’Fpr è un movimento di guerriglia di stampo leninista che ha le sue basi legali nelle poverissime zone di campagna della regione ed è presente nelle Normales Rurales, tradizionali fucine di rivoluzionari. Studenti normalistas erano anche i 43 scomparsi di Ayotzinapa, al centro di una mobilitazione che non si placa. 

L’Fpr aveva subito diffuso un comunicato di sostegno aperto ai famigliari degli studenti e alle organizzazioni popolari per denunciare «il crimine di stato». Delgado era in prima fila nelle manifestazioni che hanno scosso la coscienza del Messico a seguito del massacro di Iguala (nel Guerrero) del 26 settembre scorso. Allora, l’attacco congiunto di narcotrafficanti e polizia locale ha provocato diversi morti e feriti fra gli studenti che manifestavano contro le politiche di privatizzazione del presidente Enrique Peña Nieto. 

E da quel giorno mancano all’appello 43 ragazzi: anzi, 42 dopo che l’esame dei resti ritrovati in una delle numerose fosse comuni clandestine venute alla luce dopo il caso, ne ha identificato uno. Il governo ha deciso di interrompere le ricerche prendendo per buona la versione fornita da alcuni pentiti: i poliziotti hanno consegnato i ragazzi ai narcos e questi li hanno uccisi e bruciati nella discarica di Cucula. 

domenica 1 febbraio 2015

Messico - Da Aytozianpa: "Continueremo la lotta, grazie a tutt@ quelli che stanno con noi"



La Procura Generale cerca di affossare la verità, i familiari non ci stanno e volano a Ginevra per sottoporre a livello internazionale le responsabilità del governo e dell’esercito messicano


Il giorno prima in migliaia manifestavano in Messico e nel mondo per il massacro di Iguala e la scomparsa dei 43 studenti della Normal di Ayotzinapa.
Il giorno dopo in pompa magna la PGR Procura Generale della Repubblica Messicana ha convocato una conferenza stampa, arrivando a presentare un video sulle indagini, per dichiarare a suo avvisa chiusa la vicenda: gli studenti sarebbero stati uccisi e poi bruciati in una discarica.
Si vuole avvalorare la versione presentata nello scorso novembre, utilizzando de dichiarazioni dei narco del gruppo Guerreros Unidos in stato di detenzione, per dire che gli studenti sono stati uccisi da un gruppo di poliziotti corrotti e narcos.
La ricostruzione ovviamente vuole affossare la verità su quel che è successo veramente ad Iguala e soprattutto coprire le responsabilità dell’esercito, le coperture politiche e le responsabilità di quanto è avvenuto.
I familiari e gli studenti di Ayotzinapa non ci stanno.
Oltre ad annunciare che continueranno la lotta, allargano a lvello internazionali le azioni contro il governo messicano per le sue responsabilità e quelle dell’Esercito.
La prima tappa sarà il 2 e 3 febbraio quando una delegazione dei familiari si recherà a Ginevra al Comitato sulle sparizioni forzate dell’ONU.
Le mobilitazioni innescate da #Ayotzinapa, lo slogan "vivos los llevaron, vivos los queremos"vanno ben al di là di quanto successo a Iguala. 
Come dicono i familiari e gli studenti della Normal, Ayotzinapa parlano di qualcosa che non può essere fermato con falsità e menzogne: la necessità di un cambiamento radicale in Messico, come vuole chi sta continuando a scendere in piazza.
Un messaggio da Ayotzinapa dice chiaro che non si ferma la mobilitazione e ringrazia chi nel paese e a livello internazionale si sta mobilitando,


DIECI PUNTI CONTRO LA VERSIONE PRESENTATA DALLA PGR.

Colombia - FARC ammoniscono Santos: “Il cessate il fuoco bilaterale non può più aspettare!”

Tramite la propria Delegazione di Pace all’Avana, le FARC hanno ancora una volta spronato il governo colombiano a rendere bilaterale il cessate il fuoco proclamato unilateralmente dall’insorgenza.
A partire dal 20 dicembre scorso, la guerriglia aveva infatti decretato unilateralmente una tregua, dando precise garanzie di verificabilità e specificando che si sarebbe protratta per un periodo indefinito.

Pur di rafforzare le aspettative di riconciliazione nazionale, oggi, a più di un mese da quella data, è possibile constatare che nessuna azione offensiva è stata intrapresa dalle FARC, nonostante gli ordini scellerati di incrementare le azioni militari contro di esse. 
Nonostante l’ottimo stato di salute di cui gode la guerriglia, non un singolo soldato è stato attaccato, né un’infrastruttura militare o pubblica è stata colpita.
Da parte delle vittime del conflitto e della società colombiana tutta, le FARC hanno portato a compimento la loro parte, respingendo le provocazioni, ma è chiaro a tutti i colombiani che se l'assurda politica del governo dovesse continuare non sarebbe possibile mantenere la tregua a lungo. L’insostenibilità della situazione è palese: dal 20 dicembre l’esercito si è reso protagonista di bombardamenti, agguati, accerchiamenti e assalti che hanno provocato la morte di alcuni guerriglieri, così come di diversi soldati caduti sotto il fuoco difensivo dell’insorgenza.
La doppiezza del presidente è venuta ancora una volta alla luce. Tali azioni infatti vanno contro il sentimento di pace dell’intero paese, e smentiscono nella pratica le dichiarazioni mendaci di Santos sulla positività del cessate il fuoco unilaterale. Come nel caso del generale Alzate, le alte cariche politiche e militari sbandierano come provocazioni e sabotaggi alla pace episodi assolutamente normali in un contesto di guerra, salvo provocare essi stessi tali condizioni con le loro azioni criminali e scellerate. 
Non è più possibile approfittare della buona fede con cui la guerriglia ha messo a tacere le armi, sono necessari gesti concreti per una soluzione politica al conflitto. 
Santos decreti un cessate il fuoco bilaterale o si prepari ad assumersi le proprie responsabilità verso il popolo colombiano, che ripudia un’eventuale, nuova, escalation del conflitto.