sabato 23 gennaio 2016

Tunisia - Oltre il fumo dei copertoni in fiamme


Ultima ora: venerdì 22 gennaio è stato proclamato il coprifuoco dalle 20.00 di sera alle 5.00 della mattina in tutto il paese.
Dallo scorso fine settimana la Tunisia è teatro di forti proteste, che hanno come centro la regione di Kasserine, una delle più povere dell’intero paese e zona vicina ai monti Chambi base dei gruppi integralisti, ma che in breve si sono estese nel resto del paese.
Sabato scorso un giovane Ridha Yahyaoui è morto fulminato dopo essere salito su un palo durante un sit-in di protesta. Stava contestando la sua, come di altri ragazzi, esclusione dalle lista per l’occupazione, avvenuta arbitrariamente, come spesso succede.
Dopo la sua morte le proteste non si sono fermate. A Kassirine si è cominciato a scendere in piazza contro la "rete di corruzione e nepotismo istituzionalizzato dal potere", come racconta il portale Nawat.
Scontri con la polizia, intervenuta su ordine del governo, che ha anche imposto il coprifuoco. Ma la rabbia, l’esasperazione non si è fermata, lo slogan "Travail ! Liberté et dignité !", gridato nel sud della Tunisia ha iniziato a riecheggiare anche in altre città dal sud al nord.
In particolare il 19 gennaio ci sono state manifestazioni nella capitale e in altre zone. Una giornata in cui non sono scesi in piazza solo i "diplomeur chomeur" (disoccupati diplomati) organizzati nella rete UDC ma anche il sindacato UGT, reti ed organizzazioni della società civile, come racconta nel suo articolo la blogger Lina Ben Mhenni.
A quasi una settimana dall'inizio della protesta un ragazzo si è dato fuoco a Sfax, un poliziotto è morto nella regione di Kasserine, molti giovani sono finiti in ospedale ed il governo usa la strategia del "bastone e la carota": mentre continua con il coprifuoco ha dichiarato di voler offrire più di 5000 posti di lavoro ai disoccupati solo per la regione di Kasserine (mossa che di certo non risolve il problema strutturale ma anzi ha rafforzato peraltro la protesta in altre regioni).
Al di là di quel che succederà nei prossimi giorni qualcosa è già successo.
E’ il portato dell’esperienza vissuta in questi 5 anni dalla cacciata nel gennaio 2011 di Ben Ali. Già perchè proprio pochi giorni prima di Kasserine c’è stato il 14 gennaio, anniversario della rivoluzione. 
Due immagini racchiudono l’evento.
Da un lato l’anniversario ufficiale con il vecchio presidente, contornato da esponenti di Nidaa Tunes e di Ennadah che fa il suo discorso ufficiale. Dall'altro in piazza una manifestazione con UGTT ed altri, tra cui i parenti dei "martiri" della rivoluzione che non smettono di denunciare l’impunità delle forze dell’ordine, la criminalizzazione di chi è stato ed è protagonista delle proteste.
Quel che è successo in Tunisia è che in questi 5 anni, tra difficoltà, contraddizioni, speranze spezzate e alti e bassi, in ogni caso si è resistito.
Ci si è confrontati con la difficoltà di comprendere che non basta mandare via un dittatore per cambiare.Le aspirazioni profonde non solo di giustizia economica, ma di libertà vera, di diritti per tutti sono state al centro di una miriade di piccole e grandi iniziative.
Dalle proteste delle donne, alla contestazione delle politiche del governo di Ennadah, alle mobilitazioni per gli omicidi come quello di Chokri Belaid, alle costanti campagne per le libertà individuali, alla denuncia delle devastazioni ambientali fino alle iniziative contro il terrore integralista ed anche l’autoritarismo del governo con la legislazione d’emergenza, applicata dopo gli ultimi attentati.
Quello che si è mosso, in maniera certo a volte poco visibile, ma costante, a volte contraddittorio, come nel momento dei processi elettorali, ha mantenuta aperta una vitalità, una possibilità di azione e discussione pubblica.
E’ questo che ha fatto sì che le proteste di Kassirine finora non restassero solo come episodi di rabbia di giovani ed emarginati che a volte esplode, non solo in Tunisia, in "riot" che non disegnano un futuro, ma che anche altri ed altre, quella che viene chiamata per comodità "società civile" sia scesa in piazza.
E’ questa capacità, lo ripetiamo a volte caotica, contraddittoria, ma che cerca un comune spazio d’espressione di molti e diversi che rende ancora la Tunisia un paese vivo.
La ricerca dietro ogni singola vicenda che sale alle cronache di costruire un caleidoscopio possibile per intravedere una alternativa sociale complessiva, dalle proteste di questi giorni alle mobilitazioni contro le politiche securitarie, alle iniziative della scena culturale, al dibattito in rete, alle piccole ma puntuali campagne sui diritti civili, sulla libertà d’espressione, sui migranti morti nel mediterraneo.
Oltre il fumo dei copertoni, lo slogan "Travail ! Liberté et dignité !", l’interrogarsi e non accontentarsi, fa capire come il paese dei gelsomini, ancor più per la situazione geopolitica dell’intera area, sia un piccolo laboratorio che va sostenuto nella sua complessità d’espressione, sola strada possibile per intraprendere il cammino del cambiamento sociale.

lunedì 18 gennaio 2016

Messico - Le vene aperte del Messico e la borsa canadese



Nel 1971 Eduardo Galeano 
pubblico "Le vene aperte dell’America Latina" un indimenticabile libro, censurato dalle dittature degli anni settanta, che racconta come nei cinque secoli, dalla conquista al colonialismo, il saccheggio delle risorse abbia prosciugato le ricchezze di una terra ricca e rigogliosa, lasciandola in condizioni di estrema povertà. Oggi l’estrattivismo, legato ai perversi meccanismi finanziari ed intrecciato con 
forme "legali ed illegali" di potere, è la moderna forma in cui il saccheggio continua.
Raccontare il Messico contemporaneo è uno specchio di quel che accade non solo in questo pezzo di mondo.

DI COSA STIAMO PARLANDO?
Si calcola che il 70% del territorio messicano abbia potenziale minerario, disseminato nelle Sierre. In particolare il paese è secondo al mondo per produzione di argento, ai primi posti per il rame, quinto per il piombo, sesto per lo zinco, ottavo per oro e via dicendo fino ad arrivare alle "terras raras", ora tanto richieste per l’industria aerospaziale.

Siamo di fronte non più alle vecchie miniere, scavate nella rocce dai minatori raccontati dalle foto di Salgado, basate sullo sfruttamento della mano d’opera, destinate a chiudere quando il filone si esaurisce.
Le moderne e tecnologiche miniere a cielo aperto comportano un danno ambientale ampio ed esteso. Si tratta di attività industriali che consistono nel rimuovere grandi quantità di suolo e sottosuolo e processarle per estrarne il minerale. Da tonnellate di terra "lavorata" si estraggono poche "once" (oncia troy che si usa nel commercio dei metalli preziosi è circa 31 grammi). Per questo c’è bisogno di vaste quantità di terreno: ettari di ampiezza, metri di profondità. Crateri creati con esplosivi, macchine trituratrici al lavoro e poi si il cianuro, sostanza altamente inquinante, che permette di recuperare i metalli dal materiale rimosso. Nella lavorazione si usano ampie quantità d’acqua. L’inquinamento è garantito, con danni che arrivano a decine di chilometri dalla miniera, Nelle vicinanze e non solo non cresce niente. Senza dimenticare le tonnellate di terra "lavorata", che si trasformano in rifiuti inquinanti in molti casi abbandonati.


CHI COMANDA IL GIOCO: LA BORSA DI TORONTO E VANCOUVER
"Il 75% delle società minerarie mondiali (diamanti, oro, rame, cobalto, uranio…) sceglie il Canada come sede legale, e il 60% di quelle quotate in borsa è iscritta al Toronto Stock Exchange (Tsx). Oltre metà dei progetti minerari quotati in borsa al Tsx si trovano fuori dal Canada, e molte società registrate a Toronto non hanno alcuna concessione all'intero del paese. Il Canada si presenta come attento alle questioni ambientali a casa propria salvo poi offrire comodo approdo alle company che non esitano a perpetrare abusi, quando non crimini.
"L’industria mineraria, regina del Canada" da Le Monde Diplomatique

Il caso del Messico è emblematico.

Fin dall’inizio degli anni novanta si sono avviate profonde modificazioni legislative, volte a permettere una diversa gestione del territorio messicano: la modifica dell’articolo 27, frutto della Rivoluzione dell’inizio del novecento, che collegava la proprietà delle terra agli Ejidos comunali e degli articoli che riguardavano gli investimenti stranieri nel paese. A questo lungo percorso di cambiamenti legislativi si aggiunge nel 1994 il Nafta (North American Free Trade Agreement - Accordo nordamericano per il libero scambio).
Dal 1990 al 2000 si costruiscono le condizioni politiche ed economiche perché le corporation, scatole cinesi a marchio canadese, create con capitali americani (spostatesi dagli Usa dove le estrazioni con miniere a cielo aperto proprio in quegli anni vengono sottoposte a restrizioni), canadesi (un ruolo importante giocano nell'accumulo di capitali i fondi pensioni) ed anche messicani (non mancano all'appello i magnati come Slim) e non solo, possano spiccare il volo ed iniziare a acquisire i diritti di concessione per il territorio del Messico.
Dall’inizio del secolo ad oggi le concessioni, normalmente di circa 90 anni, crescono.
Ad oggi è concessionato il 19% del Messico, con stati come Colima e Sonora che arrivano a picchi di circa il 40%. Il governo di Pena Nieto non si tira indietro: negli ultimi tre anni sono state date più concessioni che nei sei anni del precedente governo Calderon.

Ma come vengono quotate in borsa e crescono le corporation dell’estrattivismo?

Il tuo "valore" non è dato da quanto estrai, ora, nella realtà. Ma la quotazione delle tue azioni è data dalle proiezioni di quello che potrai estrarre, al prezzo attuale dei metalli, dal territorio su cui hai le concessioni.
Siti specializzati come BNamericas, ovviamente a pagamento, prospettano miniera per miniera, concessione per concessione i futuribili guadagni indicando agli operatori dove investire.
E’ questo gioco perverso tra in situ ed ex situ, tra estrazione reale e speculazione, che è alla base della finanziarizzazione dell’estrattivismo. Chi ha più concessioni, al di là dell’operatività degli impianti, vince nel tavolo del "denaro che produce denaro" del capitalismo finanziario. E il Messico, ma l’America Latina tutta diventano il tavolo da gioco di chi opera nella borsa canadese. Stiamo parlando di giri enormi di capitali che ovviamente si intrecciano anche con gli interessi sia di investimento sia di riciclaggio di denaro del crimine organizzato. Due facce della stessa medaglia.

Campagna contro la Goldcorp
JPEG - 584.9 KbCOME IMPORRE L’ESTRATTIVISMO
Chiaramente prima di avere una concessione in Messico si deve presentare come prima mossa la richiesta e uno studio di impatto ambientale. Ma questa prima tappa, con il livello di "corruzione" e di infiltrazione della delinquenza organizzata, ovvero della forma strutturale della governance in Messico, non pare presentare grandi problemi.
Formalmente si passa poi alla seconda mossa: avere il parere positivo della comunità locale. E qui si procede con una duplice forma: o con le buone o con le cattive.
Con le buone: comunità, gia segnate dall'emigrazione e dall'allontanamento dal lavoro agricolo (dovuto alle politiche di agrobusiness globale che hanno portato il paese ad importare il 45% degli alimenti dagli Stati Uniti), cedono in cambio di pochi pesos il loro diritto sul territorio. E’ cosi che migliaia di ettari vengono affittati non comprati. Tra l’altro i contratti d’affito non hanno la stessa referenzialità legale delle compravendite, per cui questa realtà resta quanto mai opaca.


Quando la carota non funziona si usa il bastone.
La cronaca è ricca di episodi drammatici di repressione, di violenze perpetrate dalle "forze dell’ordine" e/o dalla criminalità organizzata, contro chi protesta o perché non vuole le miniere o perché dopo aver accettato si rende conto dell’imbroglio. 

La realtà è che per ora le concessioni stanno crescendo, accompagnate dove le miniere sono attive da un’incalcolabile devastazione ambientale.
Non è solo un problema messicano. Le lotte in Perù proprio negli ultimi mesi hanno portato anche nel paese andino a porre il tema nell’agenda politica a partire da casi emblematici come la miniera Tia Maria, peraltro gestita dalla Southern Copper del Grupo Mexico.

In Messico sono soprattutto le zone dei popoli indigeni a fare le spese di questa scelta devastante, che si accompagna in molti casi alle grandi opere, utili più a far circolare capitali leciti ed illeciti insieme all'industria del turismo.

LA DEVASTANTE AVANZATA DELL’ECONOMIA MESSICANA
Nel suo discorso alla nazione Pena Nieto all'inizio del 2016 si riferiva anche a questa forma di saccheggio quando in diretta televisiva, con lo sguardo fisso sul testo preparato, elencava le magnifiche e progressive sorti del paese che "sta crescendo e guidando l’economia dell’America Latina". Oltre a riferirsi al fatto che il Messico, sottoposto alle riforme strutturali, alla privatizzazione di risorse (vedi il caso Pemex e la lo sfruttamento delle fonti idriche), con le nuove forme di produzione stile maquilladoras (pezzi da assembleare oltreconfine) è in testa alla produzione di schermi digitali, quarto per auto (Mazda e Toyota). Dimenticandosi, però, di citare anche il fatto che il Messico è terzo al mondo per esportazioni di capitali illegali dopo la Russia e la Cina.

L’estrattivismo in Messico, si innerva, come in tutta l’America Latina con la forma della speculazione, potente motore del capitalismo finanziario nel mercato unico globale.
A questo si oppone chi resiste e combatte gridando "No alla mina, sì alla vida".

DATI DEGLI INVESTIMENTI STRANIERI IN MESSICO 

Secondo i dati presentati dalla Secretaría de Economía (SE) attualmente esistono in Messico 902 progetti minerari in mano a capitali stranieri. 97 sono in fase di produzione, 42 di sviluppo, 632 di esplorazione, 129 di rinvio e 2 di promozione. La maggioranza dei capitali provengono dal Canada, le cui imprese partecipano a più del 70 % dei progetti. Delle 293 imprese registrate 205 sono canadesi, 46 americane, 10 cinesi, 6 australiane, 6 guapponesi, 5 inglesi, 4 coreane, 2 cilene, 2 indianeed una a testa per Spagna, Italia, Belgio, Lussemburgo, Brasile, Argentina-Italia e Perú.
Lo stato del Messico in cui ci sono più progetti minerari è Sonora con 217, segue Chihuahua (120), Durango (99), Sinaloa (93), Zacatecas (69), Jalisco (60), Guerrero (37), Oaxaca (35), Michoacán (23), Colima (23), Nayarit (22), Guanajuato (20), San Luis Potosí (18), Coahuila (13), Baja California (12), Puebla (10), Estado de México (9), Baja California Sur (7), Chiapas (7), Querétaro (6), Hidalgo (4), Veracruz (4), Morelos (3), Tamaulipas (2), Nuevo León (1).
Tratto da Grieta Medio para armar


Informazioni in:
M4 Movimiento Mesoamericano contro el Modelo neo extractivo Minero
REMA - Red Mexicana de Afectados por la Minería

sabato 9 gennaio 2016

Messico - La Sindaca, El Chapo, il Mando Unico: dietro la trama


In Messico nelle telenovela i colpi di scena vanno per la maggiore. 
Ed ecco che a pochi giorni dalla notizia che aveva fatto il giro del mondo della sindaca Gisela Mota, uccisa a Temixco in Morelos, di nuovo i riflettori mondiali sono puntati sul paese o meglio sul mix delle immagini della ricattura a Sinaloa di El Chapo Guzman, vecchio capo dei narcos, sei mesi dopo l’incredibile evasione, accompagnate dalla gongolante conferenza stampa del presidente Peña Nieto.
Forse spostarsi dai riflettori, che a volte più che illuminare accecano, è la cosa migliore.
Facciamo un rewind e torniamo allo Stato del Morelos, da cui siamo passati in questi giorni con la Carovana Mexico Querido e dove è stata uccisa la sindaca, ex deputata, appartenente ad una corrente interna al PRD. Lo stesso partito che ha fatto eleggere con una coalizione, come governatore Graco Ramírez, personaggio non esente dall’accusa di essere poco pulito. Dopo l’uccisione della sindaca avvenuta a Temixco, una delle tante città cresciute a dismisura negli ultimi anni nella zona corridoio di transito della droga dal Guerrero verso il nord e dove è in atto uno scontro per il controllo del territorio, si è riacceso il dibattito sul "Mando Unico". Tema che a livello internazionale non si è minimamente trattato. 
Di cosa si tratta? 
Già provato, con scarsi risultati, negli anni ottanta ed ora di nuovo in auge il "Mando Unico" significa l’accentramento della gestione della sicurezza e dell’ordine, accorpando e mettendo sotto un unico comando i vari livelli di polizia (municipale, statale e federale) in una zona. La motivazione: i poliziotti locali possono essere maggiormente infiltrati o corrotti e dunque accentrare la gestione della sicurezza permette una maggiore impermeabilità degli apparati. La proposta all'inizio spinta dal PRI ora è sostenuta anche dal PRD. La stessa sindaca uccisa l’appoggiava. 
Peccato che, come hanno denunciato molte ONG dei diritti umani in tutte le zone in cui agisce il "Mando Unico" aumentano i casi di esecuzioni e detenzioni arbitrarie, le denunce di tortura e violazione dei diritti umani. I detrattori del "Mando Unico" dicono che così facendo si espropriano, inoltre, le comunità locali del controllo sulla "loro" polizia. Altri commentano che il "Mando Unico" favorisce la criminalità organizzata: basta controllare un solo apparato invece che tanti. Non secondaria in tutta la questione è la gestione dei fondi per finanziare il "Mando Unico", che vede i governi statali risparmiare i soldi da inviare alle polizie locali e incamerare i soldi federali.
Il Morelos è considerato tra i primi stati per violenza nel Messico (sesto per presenza di fosse comuni). Gli esperti dello scontro tra bande organizzate dicono che oltre ai Guerreros Unidos e a Los Rojos sono altri 6, 7 i gruppi si contendono in controllo di Guerrero e Morelos, dopo l’uccisione nel 2009 di Arturo Beltran Leyva, il cui cartello controllava l’intera area.
Il governatore Graco Ramírez appena eletto ha varato il "Mando Unico" ma 15 Municipi si sono opposti, ritenendo lesa la loro autorità (ed anche i loro bilanci ..). Ora approfittando della situazione il Governatore ha emanato un decreto d’urgenza per istituire il "Mando Unico" anche sui Municipi recalcitranti. 
A lui si è contrapposto, in particolare, Cuauhtémoc Blanco, ex calciatore, sindaco di Curnavaca, eletto anche in questo caso da una coalizione con al centro il PSD (Partito Social Democrata) e varie parti (quelle lasciate fuori dalla torta statale). Tanto di proclami dell’ex calciatore contro il governatore, strali infuocati accusandolo di connivenza con i narcos locali a cui il Governatore risponde dicendo che è il sindaco ad essere colluso con i Guerreros Unidos attraverso la famiglia Figueroa, accusata di riciclaggio di denaro.
Poi oggi la notizia che anche Cuernavaca accetterà il "Mando Unico", Ma ... vigilerà.
Morale di questa questione: nessuno che occupa cariche pubbliche è esente dai trasversali rapporti "ambigui" che caratterizzano la vita politica e sociale messicana.
Si vuol rappresentare come nelle migliori telenovelas una trama in cui i buoni combattono contro i cattivi. Ognuno si dichiara dalla parte onesta e pulita. Ma è una puntata. Nella puntata successiva si scopre che non è così. Tra colpi di scena, alleanze, divorzi, tradimenti e relazioni nascoste che poi vengono a volte svelate, la telenovela continua.
Ma non si tratta di una fiction.
Se si guarda oltre ai riflettori abbaglianti si vede la realtà. 
Se viviamo nel tempo del mercato unico del capitalismo finanziario globale, lo scenario messicano ne è una parte a tutto titolo. 
In questo senso parlare di narco stato può essere insufficente e per certi versi limitativo: non c’è un sistema buono che si oppone ad un altro malvagio. C’è semplicemente una interazione tra piani trasversali politici, economici, imprenditoriali, corporativi che innervano le moderne poliedriche forme dello sfruttamento sociale. 
Dagli affari formalmente illeciti come la produzione ed il transito di droga, la tratta di esseri umani, i sequestri, le estorsioni, la prostituzione, gestiti da vecchi cartelli e nuove forme della criminalità organizzata agli affari considerati leciti come le grandi opere, lo sfruttamento dell’ambiente e delle risorse, la gestione di rami imprenditoriali. Ambedue settori quanto mai in auge visto che con il calo del prezzo del petrolio, la riduzione delle rimesse dei migranti (a proposito è di questi giorni il dato di 190.000 rimpatri forzati dagli States ..) , lo spostamento delle maquilladoras in Asia, c’è bisogno di nuove forme di guadagno. 
Denaro che scorre ed alimenta i flussi finanziari.
Di fronte alla violenza drammatica che si accompagna a questo scenario la soluzione che si propone, come nel caso del "Mando Unico" o dei Centri di Comando (C4, C5), peraltro attivi anche in Guerrero quando sono spariti i 43 studenti di Ayotzinapa, è portatrice di ulteriore militarizzazione dei territori e repressione generalizzata di chi si oppone, accompagnata da violazioni dei diritti umani.
Un clima generalizzato di terrore che porta la gente a rinchiudersi, ad aver paura di protestare, a difendere il "proprio", anche costituendo forme di autodifesa che a volte finiscono per essere usate da questo o quel potere locale o nazionale. Una perversa spirale. 
Uno scenario inquietante che non riguarda solo questo paese, ma è semplicemente specchio di una condizione globale. 
I colpi di scena messicani di questi giorni non devono impedire di guardare alla radice. Non bisogna guardare il dito ma la luna. E’ questo quello che vogliamo fare con MexQue.
Per questo, più che appassionarci alla puntata in onda della telenovela ci sentiamo vicini a chi vuole un cambiamento sociale radicale di fronte alle molteplici forme dell"idra capitalista". 

Carovana Mexico Querido
(Foto di copertina: murales a Tepotzlan - Morelos)

mercoledì 6 gennaio 2016

Messico - Migrantes


Se si ascoltano le storie di chi cerca di attraversare il Messico dal Centro-america fino agli Stati Uniti le similitudini con quanto avviene alle frontiere dell’Italia e dell’Europa ci dimostrano quanto il tema delle migrazioni non possa essere compreso se non nella sua dimensione globale.
Chi scappa fugge da miseria e/o da violenze e conflitti che disegnano le forme delle moderne guerre non dichiarate.
In questo pezzo di mondo si cerca di fuggire alle condizioni di povertà che stringono in una morsa feroce tutti i paesi del Centro-america dovute allo sfruttamento o meglio al saccheggio di questi territori. Politiche decise dai vari governi che si intrecciano con la violenza generalizzata di vecchie e nuove forme della delinquenza organizzata.
Chi scappa lo fa perché vuole, spera ardentemente di poter possedere, vivere, accedere alle merci e allo status quo dello stesso sistema che si nutre dello sfruttamento globale e genera le condizioni per cui si è costretti a fuggire. Lo stesso sistema che noi cerchiamo di combattere. Il sogno di arrivare in America muove migliaia di uomini e donne di ogni età che si mettono in viaggio in una fuga che diventa ulteriore occasione di selvaggio sfruttamento e guadagno.
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Albergue de migrantes Hermanos en el Camino Ciudad Ixtepec, Oaxaca
Oggi la frontiera sud del Messico è segnata dalla stessa ipocrisia delle rotte balcaniche o dell’arrivo sulle coste dell’euromediterraneo. Chi cerca di entrare in Messico lo fa ben convinto a non restare, ma a continuare il suo viaggio fino negli Stati Uniti. 
Lo fa pagando fin dall’inizio chi gli offre il transito a piedi lungo i confini sud del Messico. Paga e nella maggior parte dei casi viene lasciato a se stesso appena entrato nel paese. Negli anni scorsi i migranti cercavano di attraversare le migliaia di chilometri dal sud al nord salendo a centinaia sulla "Bestia", i treni merci. Oggi per l’appesantirsi delle misure in materia di migrazione messicane i cammini che i migranti cercando sono vari, differenziati. E’ come se si chiudesse un fiume con una barriera, ma l’acqua dividendosi in tanti rivoli trova la maniera di avanzare.
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La bestia
Arrivati in Messico in moltissimi casi vengono sequestrati, derubati, malmenati e le donne violentate da gruppi di delinquenti o anche dagli stessi appartenenti alle "forze dell’ordine", lapolicia de migracion o i tanti apparati di polizia locale. 
Chi ha il coraggio denuncia quel che gli succede ed in teoria se il crimine che ha subito è grave si apre un procedimento legale e può ottenere un visto che gli permette di restare in Messico. Ovviamente al di là di quel che è scritto nella legge la procedura è lunga e tortuosa.
Altri finiscono nelle maglie del crimine organizzato, dal traffico di organi, alla prostituzione fino a chi offre un lavoro che poi risulta essere nient’altro che la schiavitù o nella coltivazione di oppio e marijuana o nei laboratori della produzione di droghe sintetiche. La lavorazione di quest’ultime, con gli agenti chimici che provengono dalla Cina, come nelle vecchie maquilladoras sono una delle voci più remunerative del mercato delle droghe.
Richiedere asilo politico, come ovunque, è difficile, la persecuzione deve essere testimoniata ad personam, visto che la violenza generalizzata che si vive dall’Honduras al Salvador, al Guatemala etc .. non è riconosciuta. Ed in ogni caso il numero di domande accettate è basso, ed inoltre non serve a garantire l’ingresso negli States.
Nella visita all’Albergue de migrantes Hermanos en camino, creato nel febbraio 2007 a Ixtepec, per iniziativa di Padre Alejandro Solalinde, proprio in uno dei luoghi allora di transito della "Bestia", che offre assistenza umanitaria, mettendo a disposizione alimenti alloggio, appoggio sanitario e legale, i racconti dei volontari così come dei migranti sono specchio di quello che vediamo ai nostri confini.
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Albergue de migrantes Hermanos en el Camino Ciudad Ixtepec, Oaxaca
Basterebbe permettere legalmente il transito per il Messico, creare un sistema d’entrata legale negli Stati Uniti così come permettere il transito per l’Italia o i paesi attraversati dalle rotte migratorie. Ammettere appieno che non si ferma il flusso con nuove misure restrittive, con la pratica delle deportazioni dal Messico o dagli Stati Uniti o dall’Europa o con la delega a paesi terzi a svolgere il "lavoro sporco". Anzi le misure restrittive e tutto l’apparato connesso non fanno che aumentare il prezzo da pagare anche in termini di vite umane per chi vuole muoversi.
I miliardi che si fanno sul traffico di esseri umani è una voce in più di cui si nutre il sistema finanziario globale.
A farne le spese uomini e donne che con volti, storie, provenienze diverse chiamiamo migranti. Molti i ragazzini , i cosiddetti minori non accompagnati. 
Il transito dei migranti qui come nei nostri territori si accompagna all’aumentare del razzismo e di chi ci specula. Dentro il flusso del transito certo c’è anche chi poi andrà ad alimentare bande e gang che agiscono in Messico come negli States. Ma in generale anche qui, al di là dei singoli episodi di delinquenza di cui sono protagonisti i migranti, la narrazione sociale ha fatto dimenticare quanti messicani siano emigrati. 
L’allarme sociale nei confronti dei migranti è lo stesso veleno che agisce nelle nostre società, alimentandosi della generale precarietà ed immiserimento.
Far conoscere quel che avviene in questa frontiera con Mex ¿Qué? ci può aiutare a comprendere che per cambiare non basta solo la solidarietà, peraltro un atto umano che sarebbe dovuto, ma veramente c’è bisogno di trovare le alternative radicali ad un sistema globale di sfruttamento, che si alimenta con la barbarie delle frontiere.
Carovana Mexico Querido

lunedì 4 gennaio 2016

Messico - La stella zapatista


Estrella Zapatistadi Juan Villoro

A gennaio del 1994 il subcomandante Marcos guidò l’insurrezione in Chiapas (Messico), dove i popoli indios erano fuori dall'agenda politica. Il movimento è transitato verso l’eroismo della vita quotidiana.

El silencio de los indios / fue precisando esculturas”, con questi versi Carlos Pellicer riassume il trattamento riservato dal Messico verso i popoli originari. Non si parla di loro al presente; la loro gloria risale ad una tappa anteriore, l’età senza tempo della leggenda. 

I musei e le piramidi celebrano il loro passato splendore e le città si abbelliscono di statue, ma gli indios di bronzo non alludono agli attuali: li cancellano.

Il 1° gennaio del 1994, gli zapatisti si sollevarono in un paese dove i popoli indios erano fuori dall'agenda politica. Il libro più conosciuto sulla cultura precolombiana è “La visione dei vinti”. 
Qui, Miguel León Portilla traduce con eloquenza un canto che riferisce della caduta di Tenochtitlan: “Y todo esto pasó con nosotros. / Nosotros lo vimos, nosotros lo admiramos: / Con esta lamentosa y triste suerte nos vimos angustiados”.

In Messico si parlano più di sessanta lingue indigene. Nessuna di esse ha carattere ufficiale. I discendenti di Moctezuma percorrono le strade delle grandi città vendendo gomme da masticare e chincaglierie made in China, senza altro segno di identità che la miseria. La loro “penosa e triste sorte” non è cambiata.

Nella notte del 31 dicembre 1993, ci addormentammo sognando il progresso (il giorno dopo entrava in vigore il Trattato di Libero Commercio con Stati Uniti e Canada), ma ci svegliammo davanti ad un’altra realtà: in Chiapas gli zapatisti si erano sollevati e la questione indigena era diventata di sorprendente attualità.

Il subcomandante Marcos rinnovò il linguaggio politico con senso dell’umorismo, parabole della Bibbia, leggende maya, realismo magico ed aforismi della controcultura. Alcuni dubitarono della legittimità di un intellettuale della classe media come portavoce degli indios.

Altri presero sul serio la sua proposta di cambiare il paese dal basso, con i più deboli. 

Nemico della lotta armata e della sinistra dogmatica, Octavio Paz sostenne che la vittoria di Marcos era la vittoria del linguaggio.

Dopo 12 giorni di combattimenti, il Governo di Carlos Salinas de Gortari ordinò il cessate il fuoco e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) operò una svolta sorprendente: la guerriglia apparentemente guevarista si trasformò nel movimento politico che prosegue fino ad oggi. Il suo obiettivo non è arrivare al potere, ma migliorare le condizioni di vita delle comunità indigene; se questo si otterrà, ritornerà alla notte dei tempi: “Aiutateci a non essere possibili”, dissero chi si era coperto il volto per avere un volto.

Secondo l’opinione del poeta e saggista Gabriel Zaid, si tratta della prima “guerriglia postmoderna”, la cui funzione non consiste nell'agire militarmente, bensì nel rappresentar sé stessa come insurrezione.

Un rito di passaggio dello zapatismo fu il dialogo col Governo. Per cominciare, bisognava definire lo scenario. Varie sedi furono respinte fino a che i ribelli proposero il campo di pallacanestro a San Andrés Larráinzar. Un luogo povero, dove i canestri non avevano la rete. Tuttavia, quello spazio era avvolto dal mito: era una nuova versione del gioco della pelota, il patio del mondo dove i maya assistevano alla lotta tra la notte ed il giorno, la vita e la morte. Lo scenario del Popol-Vuh tornava insolitamente attuale.

Il 16 febbraio 1996, gli accordi di San Andrés furono firmati. Tuttavia, l’impegno di modificare la Costituzione per concedere diritti ai popoli indios si sottomise ad un’altra tradizione messicana: l’oblio. Per entrare in vigore, gli accordi dovevano diventare legge nel Congresso e questo non accadde mai. Gli accordi sono stati vittima di una classe politica convinta che, se la soluzione si rimanda, il problema si risolverà da sé.

Durante la sua campagna per la presidenza, nel canonico anno 2000, Vicente Fox promise di risolvere la questione del Chiapas in quindici minuti. Il carismatico vaquero interruppe 71 anni di Governo del PRI, ma non mantenne le sue promesse. Per rinfrescargli la memoria, gli zapatisti, a marzo del 2001, viaggiarono fino a Città del Messico. 

Ricevettero dimostrazioni di appoggio in tutto il paese. Nel Congresso, la comandante Ramona chiese che la casa della parola accogliesse la voce degli indios. Nonostante il clima favorevole, la legge di autonomia passò ad ingrossare le questioni in sospeso di un paese bipolare, dove la violenza e l’impunità coesistono con la solidarietà e la speranza.

Che cosa si può dire nell'anniversario del movimento? L’assenza di eventi spettacolari suggerirebbe che la loro lotta sia scemata. Una visita nella zona zapatista porta ad altre conclusioni. Nei municipi controllati dall’EZLN si sono stabilite Giunte di Buon Governo dove si esercita una democrazia diretta, le autorità non ricevono compensi e “comandano ubbidendo”. Lì la parola “io” si pronuncia molto meno di “noi”. L’Ospedale della Donna e la Scuola Zapatista sono dimostrazioni di un sorprendente miglioramento nell'ambito della salute e dell’educazione, ottenuto in situazioni molto avverse. La sollevazione è transitata verso una forma più pacifica e resistente di quella epica: l’eroismo della vita quotidiana.

Secondo il rapporto sulle disuguaglianze elaborato da Gerardo Esquivel per Oxfam-Messico, viviamo in un paese dove l’1% della popolazione detiene il 21% della ricchezza, ed il 10%, il 64%. Questa forbice è in aumento: a livello mondiale, dal 2007 al 2012 la quantità di milionari è diminuita dello 0,3%. In questo stesso lasso di tempo, in Messico è aumentata del 32%.

A quindici anni dall'alternanza democratica, i partiti non intendono la politica come l’arena in cui i conflitti devono essere risolti, ma come l’affare in cui devono essere preservati. Ogni anno, assegnano a se stessi più di 300 milioni di dollari.

Lontano dall'attenzione mediatica, nelle loro cinque comunità o “caracoles”, gli zapatisti reinventano i giorni. La loro capacità di riflessione non è meno attiva: a maggio del 2015 hanno convocato il seminario internazionale "Il Pensiero Critico di Fronte all’Idra del Capitalismo".

A proposito di utopia, Marcos riporta un insegnamento del Vecchio Antonio: Una stella misura ciò che sta lontano; una mano – forma umana della stella – misura ciò che sta vicino per arrivare lontano.
Paradosso zapatista: la meta irraggiungibile è a portata di mano.

Testo originale pubblicato sul quotidiano El País, 3 gennaio 2016  http://elpais.com/elpais/2015/12/24/opinion/1450949512_043782.html

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

sabato 2 gennaio 2016

Messico - Parole dell'EZLN nel 22° anniversario dell'inizio della guerra contro l'oblio

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Primo Gennaio 2016

BUONA NOTTE, BUONGIORNO COMPAGNI, COMPAGNE BASI DI APPOGGIO DELL’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE, COMPAGNI/E MILIZIANI E MILIZIANE, INSURGENTAS E
INSURGENTES, RESPONSABILI LOCALI E REGIONALI, AUTORITÀ DELLE TRE ISTANZE DI GOVERNO AUTONOMO, COMPAGNI/E PROMOTORI E PROMOTRICI DELLE DIVERSE AREE DI LAVORO. 

COMPAGNI, COMPAGNE DELLA SEXTA NAZIONALE ED INTERNAZIONALE E TUTTI I PRESENTI.

Compagne e compagni, oggi siamo qui per celebrare il 22° anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio.

Per più di 500 anni abbiamo subito la guerra che i potenti di diverse nazioni, lingue, colori e credo ci hanno fatto per annichilirci.
Volevano ucciderci, nei corpi e nelle idee.

Ma abbiamo resistito.

Come popoli originari, come guardiani della madre terra, abbiamo resistito.
Non solo qui e non solo noi del colore della terra.

In tutti gli angoli del mondo che soffrivano ed ancora soffrono, c’è stata e c’è gente degna e ribelle che ha resistito, che resiste contro la morte che impone quello di sopra.

Il primo gennaio 1994, 22 anni fa, abbiamo reso pubblico il “BASTA!” che avevamo preparato per un decennio in degno silenzio.

Tacendo il nostro dolore preparavamo così il grido del nostro dolore.

Di fuoco fu allora la nostra parola.

Per svegliare chi dormiva.

Per sollevare chi cadeva.

Per indignare chi si accontentava e si arrendeva.

Per ribellare la storia.

Per obbligarla a dire quello che taceva.

Per svelare la storia di sfruttamenti, omicidi, depredazioni, disprezzo ed oblio che si nascondeva dietro la storia di sopra.

Quella storia di musei, statue, libri di testo, monumenti alla menzogna.
Con la morte dei nostri, col nostro sangue, abbiamo scosso il torpore di un mondo rassegnato alla sconfitta.

Non furono solo parole. Il sangue dei nostri caduti e cadute in questi 22 anni si è sommato al sangue di anni, lustri, decadi, secoli precedenti.
Allora dovemmo scegliere, ed abbiamo scelto la vita.

Per questo, allora ed ora, per vivere moriamo.

La nostra parola, allora, fu semplice come il nostro sangue che tinge le strade e i muri delle città che adesso, come allora, ci disprezzano.

E così continua ad essere:

La nostra bandiera di lotta furono le nostre 11 domande: terra, lavoro, alimentazione, salute, educazione, abitazione degna, indipendenza, democrazia, libertà, giustizia e pace.

Queste erano le domande che ci hanno fatto sollevare in armi, perché è quello che manca ai popoli originari ed alla maggioranza delle persone in questo paese e in tutto il mondo.

In questo modo, abbiamo intrapreso la nostra lotta contro lo sfruttamento, l’emarginazione, l’umiliazione, il disprezzo, l’oblio e contro tutte le ingiustizie che subiamo causate dal cattivo sistema.

Per i ricchi ed i potenti noi serviamo solo come schiavi, affinché loro diventino sempre più ricchi e noi sempre più poveri.

Dopo avere vissuto tanto tempo sotto questa dominazione e sopruso, abbiamo detto:

BASTA! ABBIAMO PERSO LA PAZIENZA!

E non ci rimase altra strada che imbracciare le armi per uccidere o morire per una causa giusta.

Ma non eravamo soli, sole.

Non lo siamo ora.

In Messico e nel Mondo la dignità prese le strade e chiese spazio alla parola.

Allora capimmo.

A partire da quel momento, la nostra forma di lotta cambiò e siamo stati e siamo ascolto attento e parola aperta, perché fin dal principio sapevamo che la lotta giusta del popolo è per la vita e non per la morte.

Ma ci teniamo le nostre armi, non le deporremo, staranno con noi fino alla fine.

Perché abbiamo visto che dove il nostro ascolto è stato cuore aperto, il Prepotente ha opposto la sua parola ingannevole, il suo cuore di ambizione e bugia.

Abbiamo visto che la guerra di sopra è proseguita.

Il suo piano ed il suo obiettivo era ed è farci la guerra fino a sterminarci. Per questo invece di risolvere le giuste istanze, preparò e prepara, fece e fa la guerra con i suoi moderni armamenti, forma e finanzia gruppi paramilitari, offre e distribuisce briciole approfittando dell’ignoranza e della povertà di alcuni.

I prepotenti di sopra sono stupidi. Pensavano che chi era disposto ad ascoltare, fosse anche disposto a vendersi, ad arrendersi, a tentennare.

Si sbagliarono allora.

Si sbagliano adesso.

Perché noi zapatiste, zapatisti, senza ombra di dubbio non siamo mendicanti o inetti che aspettano che tutto si risolva da solo.

Siamo popoli con dignità, determinazione e coscienza per lottare per la libertà e giustizia vere per tutte, per tutti, per todoas. Non importa il colore, la razza, il genere, il credo, il calendario, la geografia.

Per questo la nostra lotta non è locale, né regionale, neanche nazionale. È universale.

Perché universali sono le ingiustizie, i crimini, i soprusi, il disprezzo, lo sfruttamento.

Ma sono anche universali la ribellione, la rabbia, la dignità, il desiderio di essere migliori.

Per questo abbiamo capito che era necessario costruire la nostra vita da noi stessi, noi stesse, in autonomia.

In mezzo alle pesanti minacce, alle persecuzioni militari e paramilitari ed alle costanti provocazioni del malgoverno, abbiamo iniziato a formare il nostro proprio sistema di governo, la nostra autonomia, con la nostra propria educazione, la nostra propria salute, la nostra propria comunicazione, il nostro modo di curare e lavorare la nostra madre terra; la nostra propria politica come popolo e la nostra propria idea di come vogliamo vivere come popoli, con un’altra cultura.

Mentre altre, altri aspettano che dall'alto si risolverà tutto qua in basso, noi, zapatiste, zapatisti, abbiamo cominciato a costruire la nostra libertà come si semina, come si costruisce, come si cresce, cioè, dal basso.

Ma il malgoverno vuole distruggere la nostra lotta e resistenza con una guerra che cambia di intensità a seconda di come cambia la sua politica ingannevole, con le sue cattive idee, con le sue bugie, usando i suoi mezzi di comunicazione per diffonderle e con la distribuzione di briciole nei villaggi indigeni dove ci sono zapatisti, così da dividere e comprare coscienze, applicando in questo modo il suo piano di contro-insurrezione.

Ma la guerra che viene da sopra, compagne, compagni, sorelle e fratelli, è sempre la stessa: porta solo distruzione e morte.

Possono cambiare le idee e le bandiere con le quali arriva, ma la guerra di sopra distrugge sempre, sempre uccide, non semina altro che terrore e disperazione.

In mezzo a questa guerra abbiamo dovuto procedere verso ciò che vogliamo.

Non potevamo sederci ad aspettare che capisse chi non capisce neppure se capisce.

Non potevamo sederci ad aspettare che il criminale rinnegasse sé stesso e la sua storia e si convertisse, pentito, in qualcuno di buono.

Non potevamo aspettare una lunga ed inutile lista di promesse che sarebbero state subito dimenticate dopo pochi minuti.

Non potevamo aspettare che l’altro, diverso ma uguale nel dolore e nella rabbia, ci guardasse e guardandoci si vedesse.

Non sapevamo come fare.

Non c’erano né ci sono libri, manuali o dottrine che ci dicessero come fare per resistere e, contemporaneamente, costruire qualcosa di nuovo e migliore.

Forse non perfetto, forse differente, ma sempre nostro, dei nostri villaggi, delle donne, uomini, bambine ed anziani che con il loro cuore collettivo coprono la bandiera nera con la stella rossa a cinque punte e le lettere che danno loro non solo nome, ma anche impegno e destino: E Z L N.

Allora abbiamo cercato nella nostra storia ancestrale, nel nostro cuore collettivo, ed a scossoni, con cadute ed errori, abbiamo costruito quello che siamo e che non solo ci mantiene in vita e in resistenza, ma ci rende anche degni e ribelli.

Durante questi 22 anni di lotta di Resistenza e Ribellione abbiamo costruito un altro stile di vita, governandoci da noi stessi come popoli collettivi, sotto i 7 principi del comandare ubbidendo, costruendo un nuovo sistema ed un altro stile di vita come popoli originari.

Dove il popolo comanda e il governo ubbidisce.

Ed il nostro cuore semplice è sano, perché nasce e cresce dal popolo stesso, cioè, è il popolo stesso che pensa, discute, riflette, analizza, propone e decide cosa è meglio a suo beneficio, seguendo l’esempio lasciato dai nostri antenati.

Come spiegheremo in seguito, vediamo che nelle comunità affiliate ai partiti regnano l’abbandono e la miseria, comanda l’ozio e il crimine, la vita comunitaria è spezzata, ferita ormai a morte.

Il vendersi al malgoverno non solo non ha risolto i loro bisogni, ma ha portato altri orrori.

Dove prima c’erano fame e povertà, oggi ancora ci sono, ma in più c’è disperazione.

Le comunità affiliate ai partiti sono diventate nuclei di mendicanti che non lavorano, aspettano solo il prossimo programma governativo di aiuti, cioè aspettano le prossime elezioni.

E questo non apparirà in nessuna relazione di governo municipale, statale o federale, ma è la verità che si può vedere nelle comunità affiliate ai partiti: contadini che non sanno più lavorare la terra, case di mattoni vuote perché il cemento e le lamiere non si possono mangiare, famiglie distrutte, comunità che si riuniscono solo per ricevere le elemosine governative.

Nelle nostre comunità forse non ci sono case di cemento, né televisori digitali né auto ultimo modello, ma la nostra gente sa lavorare la terra. Quello che si mette in tavola, gli abiti che indossano, le medicine che le curano, il sapere che si apprende, la vita che scorre è LORO, prodotto del loro lavoro e del loro sapere. Non è il regalo di nessuno.

Possiamo dirlo senza timore: le comunità zapatiste non solo stanno meglio di 22 anni fa. Il loro livello di vita è superiore a quello di chi si è venduto ai partiti di ogni colore.

Prima, per capire se qualcuno era zapatista, si guardava se portava il paliacate rosso o il passamontagna.

Ora, basta vedere se sa lavorare la terra; se cura la sua cultura; se studia per conoscere la scienza e la tecnica; se rispetta le donne; se tiene lo sguardo in alto e limpido; se sa che comanda come collettivo; se vede gli incarichi di governo autonomo ribelle zapatista come servizio e non come un affare; se quando gli domandano qualcosa che non sa, risponde “non lo so… ancora”; se quando lo scherzano dicendogli che gli zapatisti non esistono più, che sono molto pochi, risponde “non preoccuparti, saremo molti di più, magari ci vuole un po’, ma saremo molti di più”; se guarda lontano in calendari e geografie; se sa che il domani si semina oggi.

Sì, riconosciamo di avere ancora molto da fare, dobbiamo organizzarci di più e meglio.

Per questo dobbiamo impegnarci di più per prepararci a realizzare al meglio il nostro lavoro di governarci, perché sta arrivando il male dai mali: il cattivo sistema capitalista.

Dobbiamo sapere come affrontarlo. Abbiamo 32 anni di esperienza di lotta di Ribellione e Resistenza.

Siamo quello che siamo.

Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Siamo benché non ci nominino.

Siamo benché con silenzi e calunnie ci dimentichino.

Siamo benché non ci guardino.

Siamo nel passo, nel cammino, nell'origine, nel destino.

Ed in quello che siamo vediamo, guardiamo, ascoltiamo dolori e sofferenze vicine e lontane per calendari e geografie.

Guardavamo prima, e guardiamo ora.

Una notte cruenta, ancor più se fosse possibile, sta calando sul mondo.

Il Prepotente non solo continua a sfruttare, reprimere, disprezzare e depredare.

È determinato a distruggere il mondo intero se questo gli dà profitti, denaro, ricchezza.

È chiaro che sta arrivando il peggio per tutte, tutti, todoas.

Perché i grandi ricchi miliardari di pochi paesi, proseguono nell'obiettivo di saccheggiare tutte le ricchezze naturali in tutto il mondo, tutto quello che ci dà vita come l’acqua, le terre, le foreste, le montagne, i fiumi, l’aria; e tutto quello che c’è nel sottosuolo: oro, petrolio, uranio, ambra, zolfo, carbone, ed altri minerali. Perché loro non considerano la terra come fonte di vita, bensì come un affare e trasformano tutto in merce, e trasformano la merce in denaro, e così ci vogliono distruggere completamente.

Il male ed il cattivo hanno nome, storia, origine, calendario, geografia: è il sistema capitalista.

Non importa come lo dipingano, non importa il nome che gli mettano, non importa la religione che professi, non importa la bandiera che innalzi.

È il sistema capitalista.

È lo sfruttamento dell’umanità e del mondo che abita.

È il disprezzo per tutto quello che è differente e che non si vende, non si arrende, non tentenna.

È quello che persegue, imprigiona, assassina.

È quello che ruba.

Di fronte a lui sorgono, nascono, si riproducono, crescono e muoiono, salvatori, leader, capi, candidati, governi, partiti che offrono la soluzione.

Come una merce, si offrono le ricette per risolvere i problemi.

Forse qualcuno crede ancora che da sopra, da dove vengono i problemi, verranno le soluzioni.

Forse c’è ancora chi crede nei salvatori locali, regionali, nazionali e mondiali.

Forse c’è ancora chi aspetta che qualcuno faccia quello che spetta a noi fare, noi stessi, noi stesse.

Certo, sarebbe bello.

Tutto facile, comodo, senza sforzo. Solo alzare la mano, tracciare un segno su una scheda, riempire un questionario, applaudire, gridare uno slogan, affiliarsi ad un partito politico, votare per favorire uno piuttosto di un altro.

Forse, diciamo, pensiamo noi zapatiste, zapatisti.

Sarebbe bello, ma non è così.

Perché quello che abbiamo imparato come zapatisti e senza che nessuno ce l’abbia insegnato, se non il nostro proprio passo, è che nessuno, assolutamente nessuno verrà a salvarci, ad aiutarci, a risolvere i nostri problemi, ad alleviare i nostri dolori, a regalarci la giustizia che necessitiamo e meritiamo.

Solo quello che faremo noi, ognuno secondo il proprio calendario e la propria geografia, secondo il proprio nome collettivo, il proprio pensiero e la propria azione, la propria origine ed il proprio destino.

Ed abbiamo imparato anche, come zapatisti, che è possibile solo con l’organizzazione.

Abbiamo imparato che se si indigna una, uno, unoa, è bene.

Se si indignano vari, varie, molte, molti, muchoas, allora, in un angolo del mondo si accende una luce e la sua luce riesce ad illuminare per alcuni istanti tutta la faccia della terra.

Ma abbiamo anche imparato che se quelle indignazioni si organizzano… Ah! allora non è una luce momentanea quella che illumina le strade terrene.

Allora è come un mormorio, come un rumore, un tremore dapprima sordo, poi più forte.

Come se questo mondo stesse partorendo un altro mondo, uno migliore, più giusto, più democratico, più libero, più umano… o umana… o humanoa.

Per questo oggi abbiamo iniziato questa parte del nostro messaggio con parole già dette prima, ma che continuano ad essere necessarie, urgenti, vitali: dobbiamo organizzarci, prepararci a lottare per cambiare questa vita, per creare un altro stile di vita, un altro modo di governarci, da noi popoli stessi.

Perché se non ci organizziamo, saremo sempre più schiavizzati.

Non c’è più niente di cui fidarsi del capitalismo. Assolutamente niente. Abbiamo già vissuto centinaia di anni in questo sistema, abbiamo già subito le 4 ruote della carrozza del capitalismo: lo sfruttamento, la repressione, la spoliazione e il disprezzo.

Ormai ci resta solo la fiducia tra di noi, in noi stessi, dove noi sappiamo come costruire una nuova società, un nuovo sistema di governo, la vita giusta e degna che vogliamo.

Perché ora nessuno si salverà dalla tormenta dall'idra capitalista che distruggerà le nostre vite.

Indigeni, contadin@, opera@, maestr@, casalinghe, intellettuali, lavoratori e lavoratrici in generale, perché ci sono molti lavoratori che lottano per sopravvivere quotidianamente, alcuni sotto padrone ed altr@ no, ma che sono sotto lo stesso artiglio del capitalismo.

Cioè, non c’è salvezza nel capitalismo.

Nessuno ci guiderà, siamo noi stess@ a guidarci, pensando a come risolvere ogni situazione.

Se pensiamo che c’è chi ci guidi, abbiamo già visto come ci hanno guidato nelle centinaia di anni nel sistema capitalista, e non è servito a noi derelitti. È servito a loro, sì, perché solo a starsene lì seduti hanno guadagnato soldi per vivere.

A tutti hanno detto “votate per me”, lotterò perché non ci sia più sfruttamento ed appena arrivati nel posto dove si guadagna denaro senza sudare, automaticamente si dimenticano di tutto quello che hanno detto, cominciano a creare altro sfruttamento, a vendere quel poco che resta della ricchezza dei nostri paesi. Questi venditori della patria sono inetti, ipocriti, parassiti buoni a nulla.

Per questo, compagni e compagne, la lotta non è finita, è appena cominciata, ci siamo solo da 32 anni, dei quali 22 sono pubblici.

Per questo dobbiamo unirci di più, organizzarci meglio per costruire la nostra barca, la nostra casa, cioè la nostra autonomia, perché è questa che ci salverà dalla tormenta che si avvicina, dobbiamo rafforzare le nostre aree di lavoro ed i nostri lavori collettivi.

Non abbiamo altra via che unirci ed organizzarci per lottare e difenderci dalla pesante minaccia del cattivo sistema capitalista, perché le malvagità del capitalismo criminale che minaccia l’umanità non rispetta nessuno, spazzerà via tutti senza distinzione di razza, di partito, né religione perché l’hanno già dimostrato nei molti anni che hanno sempre mal governato, minacciato, perseguito, imprigionato, torturato, fatto sparire ed assassinato i nostri popoli della campagna e della città in tutto il mondo.

Per questo vi diciamo, compagni, compagne, bambini e bambine, ragazzi e ragazze, voi, nuove generazioni, siete il futuro dei nostri popoli, della nostra lotta e della nostra storia, ma dovete capire che avete un compito ed un obbligo: seguire l’esempio dei nostri primi compagni, dei nostri compagni più grandi, dei nostri padri e nonni e di tutti quelli che hanno iniziato questa lotta.

Tutti e tutte loro ci hanno segnato la strada, ora ci tocca seguire e mantenere quella strada, ma questo è possibile solo organizzandoci di generazione in generazione, capirlo ed organizzarsi per questo, e così fino ad arrivare alla fine della nostra lotta.

Perché voi giovani siete una parte importante delle nostre comunità, per questo dovete partecipare a tutti i livelli nella nostra organizzazione ed in tutte le aree di lavoro della nostra autonomia, e che siano le generazioni future a dirigere il nostro proprio destino con democrazia, libertà e giustizia così come ci stanno insegnando adesso i nostri primi compagni e compagne.

Compagne e compagni tutti e tutte, siamo sicuri che un giorno otterremo ciò che vogliamo, per tutti tutto, cioè la nostra libertà, perché adesso la nostra lotta sta avanzando poco a poco e le nostre armi di lotta sono la nostra resistenza, la nostra ribellione e la nostra sincera parola che né montagne né frontiere possono fermare, ma che arriva fino all'orecchio e nei cuori di altri fratelli e sorelle nel mondo intero.

Siamo sempre di più a capire la lotta contro la grave situazione di ingiustizia in cui viviamo causata dal cattivo sistema capitalista nel nostro paese e nel mondo.

È ovvio che durante la nostra lotta ci sono state e ci saranno minacce, repressioni, persecuzioni, sgomberi, contraddizioni e scherno da parte dei tre livelli dei malgoverni, ma è anche ovvio che se il malgoverno ci odia è perché siamo sulla buona strada; e se ci applaude vuol dire che stiamo deviando dalla nostra lotta.

Non dimentichiamo che noi siamo gli eredi di oltre 500 anni di lotta e resistenza. Nelle nostre vene scorre il sangue dei nostri antenati dai quali abbiamo ereditato l’esempio di lotta e ribellione e l’essere guardiani della nostra madre terra perché in lei siamo nati, in lei viviamo e in lei moriremo.
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Compagne, compagni zapatisti:
Compagni, compagne, compañeroas della Sexta:
Sorelle e fratelli:
Questa è la nostra prima parola in questo anno che comincia.
Altre parole, altri pensieri verranno.
A poco a poco si mostrerà di nuovo il nostro sguardo, il nostro cuore.

Ora terminiamo dicendovi che per onorare e rispettare il sangue dei nostri caduti, non basta solo ricordare, rimpiangere, piangere, né pregare, ma dobbiamo seguire l’esempio e continuare il compito che ci hanno lasciato, mettere in pratica il cambiamento che vogliamo.

Per questo compagni e compagne in questo giorno così importante, è il momento di riaffermare la nostra coscienza di lotta ed impegnarci a proseguire, costi quel che costi e accada quel che accada, non permettiamo che il cattivo sistema capitalista distrugga quello che abbiamo conquistato e il poco che siamo riusciti a costruire col nostro lavoro e impegno in oltre 22 anni: la nostra libertà!

Adesso non è il momento di farci indietro, di scoraggiarci o di stancarci, dobbiamo essere più decisi nella nostra lotta, mantenere salde le parole e gli esempi che ci hanno lasciato i nostri primi compagni: non arrendersi, non vendersi e non tentennare.

DEMOCRAZIA!

LIBERTÀ!

GIUSTIZIA!

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale 
dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés                               Subcomandante Insurgente Galeano


Messico, Primo Gennaio 2016