venerdì 29 luglio 2016

Messico - Giornata di mobilitazione dei maestri

Padri e Madri di famiglia della Regione Nord dello stato del Chiapas, arrivano in carovana a Tuxtla Gutiérrez, in sostegno al movimento magistrale e popolare; dopo tre giorni sono arrivati dalle loro comunità fino alla capitale del Chiapas, attraversando le piazze dei Centri Commerciali in cui gli insegnanti stavano facendo blocchi per fermare le attività nella giornata dedicata al blocco del commercio.

mercoledì 27 luglio 2016

Messico - EZLN conferma ed estende la sua partecipazione al CompArte

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO

26 luglio 2016

Alle e ai partecipanti e assistenti al CompArte:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Compagni, compagne, compagnei:

Al di là di non poter rimettere i soldi per l’alimentazione e il trasporto della nostra comunità artistica, come zapatisti che in effetti siamo, abbiamo cercato il modo non soltanto per corrispondere alle e ai creativi che hanno risposto al nostro invito al CompArte, ma anche per farvi sentire in qualche modo il rispetto e l’ammirazione che ci provoca il vostro impegno artistico.

Perciò vi comunichiamo la decisione a cui siamo giunti:

Presenteremo, sebbene in diversi calendari e geografie, un po’ delle creazioni artistiche che come zapatiste e zapatisti abbiamo preparato per mostrarvele. Le presentazioni avverranno secondo quanto segue:

Caracol di Oventik: 29 luglio 2016. Dalle 10.00 alle 19.00 ora nazionale. Partecipano artiste e artisti zapatisti dei popoli originari tzotzil, zoque e tzeltal de Los Altos de Chiapas.

CIDECI, San Cristóbal de Las Casas: 30 luglio 2016. Assisterà una delegazione zapatista come escucha-vidente al CompArte.

Caracol de La Realidad: 3 agosto 2016. Dalle 9.00 del giorno 3 all’alba del 4 agosto. Partecipano artisti zapatisti dei popoli originari tojolabal, tzeltal, tzotzil, mame e meticcio della zona Selva Fronteriza.

Caracol de La Garrucha: 6 agosto 2016. Dalle 9.00 del giorno 6 all’alba del 7 agosto. Partecipano artiste e artisti dei popoli originari tzeltal e tzotzil della zona Selva Tzeltal.

Caracol di Morelia: 9 agosto 2016. Celebrazione del 13° anniversario della nascita dei caracoles e delle giunte di buon governo zapatiste. Dalle 9.00 del 9 all’alba del 10 agosto. Partecipano artiste e artisti zapatisti dei popoli originari tojolabal e tzeltal della zona Tsots Choj.

Caracol di Roberto Barrios: 12 agosto 2016. Dalle 9.00 del 12 all’alba del 13 agosto 2016. Partecipano artiste e artisti zapatisti dei popoli originari chol e tzeltal della zona Norte de Chiapas.

Per poter entrare è necessario il vostro cartellino di registrazione al CompArte nel CIDECI, e iscriversi al tavolo appositamente posto nel CIDECI a partire dal 27 luglio 2016 pomeriggio. Attenzione: tenere in considerazione che qua… be’, dappertutto, è periodo di tormente.

Sappiamo che l’immensa maggioranza non potrà assistere a tutte le presentazioni ora che il calendario e la geografia si sono espanse. Magari sì, lo sapete voi. In ogni caso, ci siate o no, ci presenteremo tenendovi presenti.

NON SARA’ CONSENTITO L’ACCESSO AI MEZZI DI COMUNICAZIONE PREZZOLATI (quand’anche pretendano di lavorare anche per media non prezzolati).

I media compagni, ovvero i media liberi, autonomi, alternativi o come si chiamino, saranno benvenuti, inclusi i Tercios Compas, perché da queste parti c’è solidarietà di categoria.

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Come zapatisti che siamo e al giorno d’oggi, confermiamo il nostro appoggio alla domanda di verità e giustizia per Ayotzinapa e per tutte e tutti i desaparecidos, che continua senza venir meno per opera di madri, padri, familiari e compagni degli assenti. A tutti loro, a chi manca e a chi cerca, il nostro miglior abbraccio. Il vostro dolore è il nostro dolore, ed è nostra la vostra degna rabbia.

Dalle montagne del Sudest Messicano

Subcomandante Insurgente Moisés                    Subcomandante Insurgente Galeano

Messico, luglio 2016

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

Messico - Sulle barricate si scrive il futuro - Chiapas con i maestri in lotta durante CompArte


Da San Cristobal: voci ed immagini dal blocco sull'autostrada per Tuxla 

La nostra prima tappa, arrivati in Chiapas per partecipare a CompArte, è il blocco dei maestri in lotta alla periferia nell'autostrada verso Tuxla Gutierrez.

E’ dal 15 maggio che la protesta dei maestri attraversa il paese.

Le richieste sono radicalmente semplici: abolizione della Riforma Educativa per difendere la scuola pubblica e le condizioni di lavoro del corpo insegnante.


La riforma, come d’abitudine in tutto il mondo in questa fase, si inserisce nelle riforme strutturali del paese. Ottica è quella del deficit zero: ovvero tagliare radicalmente le spese per l’istruzione così come per altre voci sociali come la sanità. 

Mentre l’’iter della Riforma viaggiava spedito dall'approvazione federale e fino alla conferma dei vari stati, i maestri, che hanno iniziato la mobilitazione fin dal 2013, dal 15 maggio di quest’anno hanno indurito la protesta. Blocchi stradali, presidi, azioni hanno accompagnato lo sciopero a tempo indefinito, che dura tutt'ora.


Quello che il governo non si aspettava è la solidarietà sempre più ampia che si è stretta attorno ai maestri. I famigliari degli alunni, studenti, cittadini stanchi delle politiche di immiserimento portate avanti dal governo di Pena Nieto, comunità locali ed indigene in lotta per la difesa del territorio hanno portato aiuti e sostegni di ogni tipo ai maestri, che dall'inizio della lotta  non stanno ricevendo il loro salario. 

Più che una semplice solidarietà è cominciata a serpeggiare una complicità.
Il rifiuto alla Riforma Educativa è diventato un modo per dimostrare la contrarietà complessiva alle scelte economiche, politiche e sociali di un governo e di un sistema dei partiti, sempre più corrotto, più attento a permanere ad ogni costo negli standard internazionali diventati norma nel tempo della crisi che alle reali condizioni del paese.

La risposta repressiva non si è fatta attendere. 

Molti maestri sono stati arrestati e il mese scorso un violento attacco poliziesco a Nochixtlán, nella zona mixteca del meridionale stato messicano di Oaxaca, è costato la vita a 11 manifestanti. 


Le proteste seguite a questo attacco militare, che ha suscitato anche alcune proteste internazionali, si sono via via allargate. La pressione creatasi attorno alla vergogna di un Governo, che invia la sua polizia ad attaccare chi ha la sola colpa di difendere dei diritti collettivi, ha portato il Governo ad aprire un tavolo di confronto, articolato in due sezioni. 


La "Mesa1" in cui i maestri esigono la liberazione dei prigionieri, 33 in tutto il paese, e che vengano sbloccati gli stipendi arretrati, la "Mesa2" dedicata alla revisione radicale della Riforma educativa.

La lotta continua nonostante sia formalmente periodo di vacanza scolastica così come continua ad allargarsi la solidarietà, come si è visto dopo l’attacco di poliziotti e paramilitari al blocco dei maestri di San Cristobal del 20 luglio scorso.

Al fianco dei maestri anche gli zapatisti. 

Negli ultimi comunicati l’Esercito di Liberazione Nazionale ha comunicato la decisione delle comunità indigene di devolvere ai maestri in lotta gli alimenti raccolti per permettere a centinaia di basi d’appoggio di partecipare al CompArte. 


L’iniziativa lanciata nei mesi scorsi fa parte del percorso a tutto campo aperto dagli zapatisti con il Seminario "Il Pensamiento critico contro l’Idra Capitalista", dello scorso maggio, di discussione per comprendere il presente e costruire alternative. La scelta dell’EZLN di sospendere la propria partecipazione trasformandola in solidarietà ai maestri non ha fermato lo svolgimento del CompArte che è in corso presso il Cideci e il 29 luglio si sposterà dopo l’invito dell’EZLN al Caracol di Oventic il 29 luglio.

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Blocco dei maestri San Cristobal
INCONTRO CON I MAESTRI DI SAN CRISOBAL
Il blocco dell’autostrada si estende per circa un chilometro.
Dai due lati all'inizio delle postazioni di avvistamento e poi il corpo centrale del presidio. Nelle tende si organizza la resistenza. Al blocco si cucina, si discute, si preparano le iniziative. I turni servono per coprire giorno e notte. La gente che porta solidarietà arriva ad ogni ora. Chi porta cibo, che serve anche per le famiglie dei maestri che non ricevono da tempo lo stipendio, chi attrezzature, chi si ferma a parlare ed a discutere.
Dopo l’aggressione del 20 luglio da parte di polizia e paramilitari che hanno distrutto tende, equipaggiamento e alimenti, il blocco è stato ricostruito e continua ad essere un punto di riferimento collettivo.

Blocco dei maestri San Cristobal

Intervista al portavoce del blocco


L’attacco di polizia e paramilitari del 20 luglio

La prima cosa che i maestri ci tengono a raccontare è l’attacco del 20 luglio. Come sia provato e dimostrato che l’aggressione al presidio con la distruzione e l’incendio di alimenti, attrezzature e materiali sia stato fatto ad opera di poliziotti e paramilitari.
Un operativo deciso dal governo locale e federale per cercare di intimidire la lotta.
Ma la violenza repressiva non è servita. La solidarietà intorno al blocco è cresciuta.

I maestri chiedono con forza al governo locale di mettere fine alle provocazioni, l’allontanamento del sindaco di San Cristobal, tra i responsabili dell’attacco, l’individuazione dei colpevoli dell’uccisione di , maestro ucciso nei mesi scorsi.


La solidarietà attorno alla lotta
La mobilitazione dei maestri è iniziata nel 2013, ma è in questi ultimi mesi che attorno alla loro lotta si è costruita una forte solidarietà non solo come risposta agli attacchi repressivi ma come riconoscimento di una battaglia che vale per tutti. Al presidio ci raccontano di come la popolazione di San Cristobal. famiglie, lavoratori ma anche piccoli impresari aiutino l’iniziativa con donazioni di alimenti e materiali ma anche partecipando alla mobilitazione.



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L’organizzazione della lotta e il confronto con il governo

Il cuore dell’organizzazione è la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE), che fa parte del più ampio Sindicato Nacional de Trabajadores de la Educación (SNTE) che i maestri definiscono corporativo e filogovernativo. La lotta è duplice contro la Riforma ma anche per la democratizzazione piena dell’intero sindacato. E’ la CNTE che coordina le lotte a livello nazionale e lancia le giornate di mobilitazione.
Al blocco ci spiegano chiaramente i punti irrinunciabili presentati dai maestri al governo: la revisione totale della Riforma e la fine della criminalizzazione del movimento. C’è la determinazione a continuare la lotta, nonostante le difficoltà dovute al blocco degli stipendi per gli insegnanti impegnati nella mobilitazione.



La precarietà dei diritti e la falsa autonomia sono alla base della protesta

Addentrandoci tra le tende del presidio una giovane insegnante ci spiega insieme alle sue colleghe uno dei punti centrali della protesta contro la Riforma Educativa. Si tratta della trasformazione della figura dell’insegnate da lavoratore stabile con dei diritti a figura precaria e flessibile. Il tutto avviene con dei test di valutazione.alquanto arbitrari, a cui gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti. Chi non passa viene lasciato a casa. al suo posto si vorrebbe assumere nuovi maestri già inquadrati in un quadro normativo privo di diritti. E’ il trionfo della precarietà per un lavoro che abbisogna di stabilità e di continuità.
Un altro punto molto discusso è il tema dell’autonomia. 


Il governo, come in tutto il mondo la presenta come un’occasione di innovazione. In realtà in un paese dove le diversità socio-economiche sono fortissime (in molte regioni le scuole sono carenti di ogni servizio) ben presto si assisterà, mancando fondi pubblici, alla fine la formazione nelle comunità più povere e deboli diventerà un lusso che pochi si potranno permettere.
La lotta dei maestri diventa così l’occasione per affermare diritti universali per tutti.



Restiamo al blocco per un paio d’ore, chiacchierando con le maestre e i maestri. Ci fanno assaggiare le tortillas arrivate dalle comunità zapatiste in solidarietà con la loro lotta. Da Tuxla attraverso il loro sistema di comunicazione giungono le notizie dell’iniziativa di blocco dell’aereoporto. Tutto bene. Dopo un breve momento di tensione, ora il blocco si è posizionato all'entrata. Ci raccontano come mantengono costanti le relazioni con i loro alunni, fornendo dei kit informativi per non far perdere l’anno ai ragazzi.
Nei prossimi giorni sono previste nuove iniziative. Ci allontaniamo dal blocco per raggiungere il Cideci e come molti altri partecipanti al CompArte saremo con i maestri in lotta, perché quello che stanno difendendo appartiene a tutti noi.


San Cristobal 25 luglio 2016


Carovana in Messico CompArte Estate 2016

lunedì 25 luglio 2016

Messico - Lettera aperta sull'aggressione al movimento popolare a San Cristóbal de las Casas

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO

21 luglio 2016

A chi sia ora il governatore in carica ed agli atri capoccia dello stato messicano sudorientale del Chiapas:

Signore (ha!) e Signori (doppio haha!):

Non vi mandiamo i nostri saluti.

Prima che vi venga in mente di inventare (come già sta facendo la PGR a Nochixtlán, Oaxaca) che la vigliacca aggressione contro l’accampamento di resistenza popolare a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, è stata orchestrato dall’ISIS, vi trasmettiamo, gratis, l’informativa che abbiamo raccolto:

Quelle che seguono sono le parole di un fratello indigeno affiliato ai partiti (PRI) di San Juan Chamula, Chiapas, Messico:

“Alle 9 del mattino (del 20 luglio 2016) hanno chiamato i Verdi a casa del governatore. E lì gli hanno detto di fare come quello che avevano fatto l’altro giorno.

(NOTA: si riferisce a quando un gruppo di indigeni del Partito Verde Ecologista si sono infilati dei passamontagna e sono andati a provocare disordini al picchetto di San Cristóbal e a Tuxtla Gutiérrez, capitale del Chiapas. Quando sono stati fermati dalla sicurezza della CNTE prima hanno detto di essere zapatisti (non lo erano, né lo sono, né lo saranno mai), poi hanno ammesso di essere affiliati ai partiti).

Ma che questa volta andassero a dialogare affinché quelli del blocco lasciassero passare i camion dei chamula che fanno affari a Tuxtla. Il presidente municipale (del Partito Verde Ecologista) ci ha messo le pattuglie e l’ambulanza locali. Quello di San Cristóbal la polizia. Il governo di Tuxtla altro in più. Di sicuro hanno fatto accordi con i poliziotti, cioè avevano già un loro piano. E quindi sono arrivati come quelli che vogliono dialogare e poi un gruppo si è infilato ed hanno cominciato a rompere tutto, a rubare e a bruciare, cioè hanno attaccato su due lati. Poi, siccome avevano armi, perché normalmente i Verdi girano armati, si sono messi a sparare come ubriachi e mariguanos. I poliziotti stavano lì ad appoggiarli. Non siamo d’accordo con quello che hanno fatto i Verdi. Perché adesso i turisti hanno ora paura di venire qui (a San Juan Chamula) e questo danneggia molto gli affari. Non è il blocco, ma sono quei maledetti verdi che stanno mandando tutto in malora. Andremo a protestare a Tuxtla perché caccino quell’imbecille del presidente. E se non lo fanno, allora se la vedranno con noi.”

Per quanto riguarda la rozza manovra di incappucciare dei paramilitari per presentarli come zapatisti (oltre ad essere una minestra riscaldata già usata dal Croquetas Albores), è un totale fallimento. Alla domanda se credevano che fossero zapatisti quelli che avevano sgomberato il blocco e fatto danni, così hanno risposto due persone del popolo, senza filiazione politica nota:

Un commerciante ambulante, di circa 60 anni risponde:

venerdì 22 luglio 2016

Messico - Quegli insegnanti messicani, così diversi dai docenti italiani

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di Claudio Dionesalvi

La prima cosa che ci colpì, fu che si poteva parlare coi detenuti, attraverso dei buchi scavati nel muro di cinta.
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Le bestiali condizioni di vita, all'interno, rendevano concreta la distopia dell’Edward Bunker di Animal Factory. Prigionieri erano parenti, amici e compagni delle persone che all'esterno presidiavano giorno e notte il carcere di Oaxaca: insegnanti e contadini arrestati durante le manifestazioni di quei giorni.
All’epoca, una decina d’anni fa, diedero vita a un vasto movimento che rivendicava dignitose condizioni lavorative per chi lavorava nelle scuole e nei campi.
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Fa sempre una certa impressione trovare una città circondata da barricate, aperta ai civili, perfettamente funzionante al suo interno, eppure interdetta alle divise dello Stato e liberata dai malgovernanti.
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Oaxaca è una frequentatissima località turistica del Messico. Quando entrammo, ci rendemmo subito conto di cosa possa essere un luogo liberato, retto da una democrazia deliberativa, sottratto alla prevaricante presenza dei poteri costituiti, gestito in prima persona da quanti lo abitano. Tornava alla mente la lezione della comune di Parigi e di infinite altre esperienze di liberazione temporanea e territoriale delle vite umane dal dominio del capitalismo in tutte le sue forme storiche e declinazioni possibili.
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Quel movimento diede vita alla Asemblea Popular del Pueblos (APPO) e riscosse la simpatia di docenti, scrittori e lavoratori agricoli di tutto il mondo. Solidali e partecipi furono soprattutto gli zapatisti dell’EZLN e in particolar modo le famiglie degli alunni e i promotores culturales delle escuelas autonomas rebeldes, basate su un Altro modo di fare scuola, costruire il presente, sognare il futuro.
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Nelle piazze di Oaxaca la gente si incontrava per discutere, amministrava i beni comuni, ballava e mangiava insieme, organizzava le manifestazioni del giorno dopo. Ogni tanto la Polizia Federale Preventiva attuava dei blitz, tentativi di sfondare le barricate o infiltrarsi. Nella maggior parte dei casi, queste incursioni erano respinte.
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Rimanemmo lì per una giornata intera. Poi ce ne andammo. Insieme ad altri attivisti dell’associazione Ya Basta, avevamo in programma la frequenza di un corso sul funzionamento del sistema educativo ribelle in Chiapas. E lì dovevamo recarci.
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Poco tempo dopo, venimmo a sapere che durante una delle ricorrenti spedizioni punitive della polizia contro i planton attuati a Oaxaca, un proiettile esploso da un agente aveva tolto la vita a Brad Will, reporter americano di Indymedia.
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Nel giro di poche settimane, poi, la comune fu repressa da arresti, cariche e tutti gli altri arnesi repressivi che in Messico, come in qualsiasi altra parte del mondo, i poteri costituiti adoperano per abbattere le esperienze di ribellione e di democrazia concreta.
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In questi giorni, quel movimento, che non si è mai spento completamente, si sta rifacendo vivo. Gli insegnanti sono tornati a riprendersi le piazze, nella lotta contro una riforma della scuola messicana, che somiglia a quella di recente approvata dal governo Renzi. È triste constatare che, in assenza dei diktat strategici emanati dai vertici delle minoranze interne al PD e da qualche sindacatino giallo, la classe docente italiana non si mobilita neanche se la mandano a lavare i cessi. (Con tutto il rispetto per coloro i quali nelle scuole già li lavano, pur percependo stipendi da fame).
(foto scattate da Loredana Caruso e Claudio Dionesalvi. Solo quella dell’omicidio di Brad Will è tratta da Indymedia)
Per comprendere meglio le manifestazioni di questi giorni a Oaxaca, è consigliata la lettura dell’articolo di Luis Hernández Navarro (“la Jornada”) tradotto e pubblicato su questo blog:
Messico, la maestra e la pedagogia della garrota

giovedì 21 luglio 2016

Messico - La maestra e la pedagogia della garrota

di Luis Hernández Navarro
Per imporre la riforma dell’educazione scolastica, il governo messicano ha già fatto assassinare tre maestros, ha rinchiuso nelle carceri di massima sicurezza otto dirigenti di Oaxaca, ha licenziato più di 4 mila lavoratori, ne ha picchiati selvaggiamente centinaia e ha schierato nelle strade migliaia di poliziotti. Una riforma educativa fatta con il sangue, però, non può entrare nell’immaginario di chi insegna. E dunque, nonostante quella che Luis Hernández su la Jornada chiama la “pedagogia della garrota”, il ministro Aurelio Nuño non è riuscito a frenare le proteste né a tappare la bocca ai ribelli, come la maestra rurale Kendy Moreno. Con gli insegnanti, in Chiapas manifestano perfino agenti della polizia municipale, mentre a Oaxaca, dieci anni dopo la grande repressione sui maestros che diede vita all’Asamblea Popular del Pueblos (Appo) e poi alla Comune, per le strade sono tornate le barricate e i blocchi stradali
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La resistenza dei maestros della CNTE a Oaxaca, negli ultimi anni, non si è mai fermata con le minacce. Foto eluniversal.com.mx
Kendy Moreno Mercado è maestra rurale a La Laguna. E’ da otto anni in servizio come insegnante. Lavora alla scuola elementare Pablo L. Sidar, nell’ejido Santa Fe, dove i lavandini per bere non funzionano, gli utensili elettrici smettono di funzionare quando si accende l’aria condizionata e non ci sono campi sportivi.
Oltre ad essere maestra, Kendy è avvocata, nonché una donna molto agguerrita. Lo scorso 10 giugno ha tenuto testa al ministro dell’istruzione, Aurelio Nuño, in una riunione che il funzionario ha organizzato con un gruppo di docenti a San Buenaventura, Coahuila, feudo sindacale di Carlos Moreira – fratello del governatore –, per propagandare la bontà della sua riforma educativa.
La professoressa Moreno ha detto al ministro: “Sento davvero empatia per i miei compagni del sud e mi dispiace che il dialogo con loro sia sospeso; vivono con dignità quanto noi; lavoriamo in contesti differenti, molte delle nostre scuole del nord non sono in condizioni tanto pessime come quelle del sud e sarebbe molto arricchente tanto per voi come per noi maestri che dialogaste con loro”.
Nervoso, il funzionario le ha risposto con lo stesso mantra che intona da quasi un mese: per poter stabilire un dialogo i bambini devono tornare in aula e i maestri devono rispettare la Costituzione.
Anziché intimidirsi, la maestra rurale ha rilanciato: “Anche il diritto di protesta e la non retroattività sono nella Costituzione e vengono violati”.
Nulla è più importante del diritto superiore dei bambini all’istruzione, le ha risposto il ministro, mentre insisteva nel sottolineare il danno che i docenti della Coordinadora (cioè la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, ndt) stavano provocando.
Anch’io oggi ho lasciato soli i miei alunni per poter essere presente a questo incontro. Oggi i miei alunni sono rimasti senza istruzione, ha concluso la profe Kendy, evidenziando la doppia morale del ministro, che ammette che si sospendano le lezioni per realizzare riunioni di promozione personale.
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Kendy Moreno Mercado insegna in una scuola primaria rurale del Messico settentrionale
L’esempio della maestra Kendy Moreno Mercado è una dimostrazione del fallimento della politica autoritaria di Aurelio Nuño nei confronti degli insegnanti. L’atteggiamento della docente e la sua argomentazione articolata esprimono il sentimento di molti insegnanti di tutto il paese. Una riforma educativa fatta con il sangue non può entrare nell’immaginario dei professori. E il suo rifiuto si esprime in molte forme: dallo sciopero alla disobbedienza. Anziché prendere atto di questo rifiuto, ascoltare il profondo malessere che la riforma educativa ha generato e l’indignazione che la chiusura al dialogo da parte governativa ha prodotto, il ministro Nuño ha deciso di applicare la pedagogia della garrota. È proprio quello che ha appena fatto a Oaxaca.
Due date, a 10 anni di distanza, testimoniano la stessa resistenza. Il 14 giugno del 2006 il governatore di Oaxaca, Ulises Ruiz, ordinò lo sgombero violento di un picchetto di docenti nella capitale dello stato. L’11 giugno 2016 il governo di Enrique Peña Nieto ha arrestato due dirigenti della sezione 22 e represso selvaggiamente l’accampamento di professori e genitori di fronte agli uffici dell’Instituto Estatal de Educación Pública de Oaxaca (Ieepo).
Dalla repressione del 2006 nacque la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (APPO) e la Comune di Oaxaca. Davanti all’attuale offensiva governativa contro i docenti, i maestri e il popolo stanno articolando una vigorosa e inedita resistenza.L’arresto dei dirigenti e la violenza della polizia, anziché intimidire i docenti ed i loro sostenitori, hanno propiziato la rinascita delle barricate e dei blocchi stradali in diverse parti dello stato.
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La polizia federale arresta i maestros
Oaxaca non è l’unico luogo dove la repressione governativa ha colpito duro. Come se volessero commemorare a loro modo il giovedì del Corpus, lo scorso 10 giugno poliziotti antisommossa hanno represso duramente un gruppo di genitori della comunità chontal (popolo indigeno, ndt) Tamulté de las Sabanas, municipio del Centro, Tabasco, che bloccavano la strada Villahermosa-Frontera. Chiedevano di aprire un tavolo di negoziati sulla riforma educativa con il governo federale.
Anziché spegnere la protesta a Tabasco, la repressione l’ha estesa a otto comunità limitrofe. E’ stato falsamente riportato che 10 giornalisti sono stati sequestrati dalla Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE). Secondo il professor Julio Francisco Mendoza González, della direzione politica statale e nazionale della Coordinadora, i rappresentanti della stampa sono fuggiti di corsa quando la moltitudine indignata ha minacciato di legarli e sequestrarli. In realtà non sono mai stati sequestrati.
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La CNTE di Oaxaca brucia la propaganda elettorale governativa durante le elezioni tenute nei mesi scorsi
In Chiapas, assieme ai maestri, manifestano il Pueblo creyente (movimento cristiano di base, ndt), Los Parachicos (ballerini tradizionali nella festa grande di Chiapa de Corzo), marimbas, impresari, migliaia di genitori e persino membri della polizia municipale. La società del Chiapas è scossa fin dalle fondamenta.
E’ così scossa che lo scorso 12 giugno l’arcivescovo di San Cristóbal de Las Casas, Felipe Arizmendi, ha emanato il documento “Maestros, adelante con verdad y justicia (Maestri, avanti con verità e giustizia, ndt). Il documento riconosce il diritto e dovere dei docenti a manifestare per la difesa di quello che giustamente spetta loro, afferma che la riforma educativa non è integrale, ma solo amministrativa e di lavoro, e appoggia la lotta contro di essa.
Per imporre con il sangue la riforma educativa (e impedire le proteste per i 43 desaparecidos di Ayotzinapa), il governo ha assassinato tre maestri (Claudio Castillo, Antonio Vivar Díaz e David Gemayel Ruiz), detenuto in carceri ad alta sicurezza otto dirigenti di Oaxaca, mandato centinaia di avvisi di garanzia in varie parti del paese, licenziato più di 4mila lavoratori, picchiato selvaggiamente centinaia di essi, impedito il libero movimento e schierato nelle strade migliaia di poliziotti. Ma nonostante questa pedagogia della garrota non ha potuto frenare le proteste di massa né tappare la bocca a insegnanti come Kendy Moreno.
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Fonte: la Jornada
tratto da: comune-info

mercoledì 20 luglio 2016

Il colpo di Stato fallito in Turchia e il piano anti-curdo di Erdogan

Il 15 Luglio 2016 in Turchia è avvenuto un tentativo di colpo di Stato senza riuscita . Anche solo in questa fase iniziale, il processo post-golpe avrà importanti conseguenze. È importante capire che questo processo è iniziato il 7 Giugno del 2015, quando Erdogan ha perso le elezioni e condotto un’operazione anti-democratica sui risultati. È importante fare un’analisi approfondita del colpo di Stato per capirne i potenziali risvolti.
Prima di tutto è fondamentale specificare che questo colpo di Stato non è stato intrapreso dai Gulenisti. Per via del conflitto tra l’AKP e i Gulenisti, i simpatizzanti di Gulen potrebbero aver preso parte al tentativo di colpo di stato. Ma dicendo “I gulenisti hanno organizzato il colpo di stato”, si sta cercando di creare una linea per reprimere ancora di più i sostenitori di Gulen. Nell’etichettare il colpo di stato come gulenista si sta cercando di ottenere l’appoggio per una vendetta verso i cospiratori del golpe. In altre parole si sta cercando di prendere due piccioni con una fava.
È evidente che questo tentativo è stato supportato e sostenuto da una larga parte dell’esercito. Se lo avessero pianificato ed eseguito in modo professionale ci sarebbe stata la possibilità di realizzarlo con successo. A tal proposito non si può dire che l’attentato è stato condotto dai gulenisti o da una minoranza: non c’è una presenza gulenista abbastanza grande nell’esercito per portare a termine un colpo di stato.
Forse molti degli organizzatori del golpe, tra i quali molti che stanno conducendo la Guerra contro i curdi in Kurdistan, non sono stati coinvolti a livello pratico, ma si è capito che molti generali nella regione hanno supportato il golpe. Sono stati cauti perchè la loro partecipazione avrebbe intralciato i loro sforzi nella guerra contro i curdi. Ad ogni modo, molti dei generali coinvolti nella guerra contro i curdi sono oggi detenuti come sostenitori del golpe.
L’insistenza nella guerra ha rafforzato i golpisti
Quando l’AKP non poteva risolvere la questione curda ha virato negli anni passati verso una guerra di distruzione contro il Movimento di Liberazione curdo. Specialmente tra la fine del 2014 e le elezioni del 7 Giugno del 2015, il meccanismo del golpe si era già stabilito ed espresso nel tentativo di una coalizione fascista. Quando Erdogan ha svoltato in direzione della guerra l’esercito è diventato l’attore principale. Tayyip Erdogan e l’AKP erano dipendenti dall'esercito nella guerra contro il Movimento di Liberazione Curdo.

martedì 19 luglio 2016

Colombia - Mobilitazione politica delle FARC provoca deliri alla destra oltranzista colombiana

Agli ormai consueti deliri via twitter del narco ex presidente Uribe, si aggiungono sempre più frequenti le farneticazioni del procuratore Ordoñez.

Quest'ultimo si è inventato di sana pianta che alcuni fronti tra i quali il 57 delle FARC-EP sarebbero contrari a quanto pattuito a L'Avana. In realtà solo alcuni singoli elementi appartenenti a una differente unità (Fronte I), si erano manifestati in tal senso, situazione che viene gestita internamente dalle FARC.

Il Comandante del Fronte 57, Olmedo Ruiz, ha smentito il chiacchiericcio e le false denunce con un video ad hoc. Peraltro i Fronti 57 e 36 operanti nel Blocco Efraín Guzmán delle FARC (nordovest della Colombia) sono impegnati in prima linea in due tra i più significativi progetti pilota avviati nel paese, di comune accordo con il governo. 
Uno di essi, ricalcando una vecchia proposta del Comandante Marulanda, individua nella sostituzione volontaria e concertata con le comunità contadine delle coltivazioni di foglia di coca con prodotti alimentari, la via maestra per ridurre l'impatto del narcotraffico nella società. 
Ovviamente nell'ambito di uno sviluppo integrale del territorio che contempli una forte spesa sociale in modo da costituire una alternativa di vita sostenibile per le popolazioni rurali finora escluse.
In questo modo si rende evidente ancora una volta che le FARC non hanno mai avuto nulla a che spartire col narcotraffico, ma hanno solo protetto dal terrorismo di Stato le comunità rurali nel cui grembo si sono formate. Risulta anche chiaro come le FARC abbiano sempre mantenuto la propria vocazione politica di partito, nonostante siano state da sempre costrette alla clandestinità. Ora che sembra si possano aprire, grazie ai dialoghi dell’Avana, quegli spazi democratici a lungo negati dallo Stato oligarchico, le FARC si apprestano a mobilitare tutto il proprio potenziale e le proprie strutture per proseguire la loro lotta sul terreno della politica aperta.
È contro questa prospettiva che chi vive di guerra ed esclusione popolare indirizza i propri attacchi, temendo di perdere privilegi e rendite.
La pace con giustizia sociale andrà costruita dal popolo colombiano combinando mobilitazioni democratiche, lotta di piazza e resistenza antimperialista.

tratto da ANC

lunedì 18 luglio 2016

Messico - La geografía? Oventik. Il calendario? 29 luglio 2016 - Comunicato EZLN

La geografía? Oventik


Il calendario? 29 luglio 2016

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO,

17 luglio 2016,

Alle artiste e agli artisti partecipanti nel CompArte:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

Sorelle e fratelli:

Compagne, compagni e compagnei:

Riceviate i nostri saluti. Vi scriviamo per comunicarvi quanto segue:

Vogliamo in qualche modo farvi sapere e sentire, a voi tutti, artiste e artisti che vi siete impegnati a partecipare al CompArte, non solo la nostra ammirazione e il nostro rispetto, ma anche, e soprattutto, la nostra convinzione che le ore oscure attuali, e quelle che verranno, richiedono il vostro ruolo e la vostra creatività per trovare il cammino che, come umanità, vogliamo, necessitiamo e meritiamo.

E quando parliamo di oscurità, non ci riferiamo soltanto all’orrore che salta e distrugge in qualsiasi punto della già dolente geografia mondiale. Ma anche al mercantilismo politico ed economico che, senza tenere in maggior conto le morti e le disgrazie,si lancia sui cadaveri ancora tiepidi delle vittime, e cerca di trarre guadagno e vantaggio.

Se il sistema impone questa logica perversa in cui ogni dolore non indigna bensì impermeabilizza, forse possono essere le Arti a ricordare all’umanità che la persona non soltanto distrugge e ammazza, impone e sottomette, disprezza e dimentica, ma che è anche capace di creare, liberare e produrre memoria. Non palpitano forse la vita e la libertà persino nelle creazioni artistiche più dolenti e strazianti?

Che bella cosa, pensiamo, sentiamo, crediamo come zapatisti che siamo, che ci siano artisti che sapranno cogliere, dal più profondo del calendario più oscuro, una luce di umanità.

Perché se non è ora, allora quando?

Non vogliamo farvi sentire di dovere qualcosa a nessuno, né sottomissione, né accodamento, né incondizionalità. Non cerchiamo i vostri voti né i vostri veti. Vogliamo soltanto dirvi che, in questo mondo che avvistiamo dalla coffa di vedetta, vi guardiamo. O meglio ancora, guardiamo le vostre creazioni.

Così pensiamo. Senza dubbio, vediamo che le nostre idee e i nostri sentimenti non arrivano a esprimersi interamente nemmeno con queste parole.

E’ per questo che noi zapatiste e zapatisti ci impegniamo in silenzio in un nuovo sforzo che ora vi vogliamo comunicare.

Vogliamo salutarvi e omaggiarvi come ciò che siete. Non come militanti delle cause che con differenti colori e simboli popolano il mondo. Ma come il passaggio nel quale pronostichiamo un domani più umano, più degno, migliore.

Noi zapatiste e zapatisti, non guardiamo verso l’alto.

venerdì 15 luglio 2016

Messico - Alla maestra, con affetto. Comunicato EZLN

Luglio 2016.

Alle maestre del magistero in resistenza:

Alla Sesta Nazionale e Internazionale:

Agli assistenti e partecipanti del CompArte in tutto il mondo:

Compagni, fratelli, hermanoas eccetera:

Ricevano tutte, tuttie, tutti, i nostri saluti e il nostro rispetto. Ci auguriamo che stiano bene di salute e di spirito.

Scriviamo per presentare alcuni video e altri contributi che le basi di appoggio zapatiste avevano preparato per il CompArte.

Sono due video dedicati alle donne in basso e a sinistra, e in particolare alle maestre che lottano. Vediamo:

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“BALLARE UN PENSIERO”

Questo primo video che vi mostriamo è del Caracol de La Garrucha. Si tratta di un ballo chiamato “I Diritti delle Donne”. Come quasi tutto da queste parti, è stato preparato collettivamente sia da uomini che da donne, giovani formati nel sistema d’istruzione autonoma zapatista. Lo hanno creato, provato e preparato le basi di appoggio zapatiste per il CompArte. La spiegazione della maestra della cerimonia dice tutto. Se finite per ripetere il ritornello, è normale. Ma vi diciamo una cosa: quando sarete in grado di, come dice la compagna maestra della cerimonia,”ballare un pensiero”, allora forse riconsidererete l’idea che le Arti vengano solo dall'alto e che in basso si trovi solo “l’artigianato”.

Il valore della danza non è solo quello che vedranno e sentiranno, ma è nella sua genealogia: la zona della Selva Tzeltal, la cui Giunta di Buon Governo si trova ne La Garrucha, è stata l’ultima a inserire le donne in incarichi organizzativi. E, così come dice la danza o la coreografia o come si chiami, cominciarono alcune (due o tre, se non ricordiamo male). Le altre compagne si sono aggiunte in tutti gli incarichi dopo, sì, ma non perché gliel’hanno detto gli uomini, o per ordine delle autorità, o per la consapevolezza che una volta hanno cercato di imporre, quando eravamo “famosi”, vari gruppi femministi. Sono state le stesse donne zapatiste a spiegare, convincere e unirsi.

Quindi questa è la sfida: ballate un pensiero e poi ne parliamo.

Il video è del mese di aprile del 2016, ed è stato prodotto da “Los Tercios Compas”. Copyleft: Giunta di Buon Governo eccetera.

giovedì 14 luglio 2016

Patagonia - Il filo di lana e quello spinato

Da venticinque anni la famiglia Benetton è il più grande latifondista straniero della Patagonia e dell’Argentina. Ha comprato un territorio immenso, quasi alla fine del mondo, per soli cinquanta milioni di dollari. Non è mai riuscita a comprare, però, la gente che lo abita da secoli. I Mapuche hanno resistito ai conquistadores spagnoli all’esercito argentino deciso ad impadronirsi del “deserto” e oggi resistono al colonialismo di imprese multinazionali insaziabili e decise a impossessarsi della terra e dell’acqua con qualsiasi mezzo, dalla repressione di uno stato compiacente alla manovra “culturale” che tende a considerare gli indigeno gente da museo. Quello dei Mapuche, però, è un popolo che non si lascia imbrogliare né piegare, come dimostra la leggendaria resistenza diventata vittoriosa due anni fa della famiglia di Rosa Nahuelquir e Atilio Curiñanco e quella opposta ancora nei primi giorni di luglio di quest’anno a uno sgombero inaspettato e di inaudita violenza. Un reportage racconta gli ultimi mesi di una lotta che dura da 130 anni
di Patrizia Larese
No es meno raro el hecho de que se hable siempre del territorio y no de los habitantes , como si la nieve y la arena fueran más reales que los seres humanos”. (Jorge Louis Borges, Clarin, 1982)
“Ė singolare il fatto che si parli sempre del territorio e non dei suoi abitanti, come se la neve e la sabbia fossero più reali degli esseri umani” (Jorge Louis Borges,Clarin, 1982)
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Arrivo verso le 20 al terminal dei pullman di Puerto Madryn, sono in anticipo per il bus che, dopo una notte di viaggio, mi porterà ad Esquel, ai piedi della Cordigliera delle Ande, nel cuore della Patagonia argentina, terra aspra, dura, affascinante e misteriosa. In queste zone è in atto da anni un conflitto legale tra la comunità Mapuche, una delle comunità native del Sud America, e la multinazionale Benetton per il recupero delle terre ancestrali. La multinazionale Benetton da più di venticinque anni possiede il 10% del territorio della Patagonia argentina, un’estensione paragonabile alla nostra Umbria.
Nel 2002 la famiglia mapuche Curiñanco-Nahuelquir intentò una causa legale contro i Benetton per “recuperare” 535 ettari a Santa Rosa di Leleque, località che si trova a circa 100km da Esquel e, dopo anni di sgomberi forzati, lotte legali, durante le quali è intervenuto a difesa dei nativi Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace 1980, la famiglia è riuscita a ritornare a vivere nelle terre degli antenati, rivendicando un diritto riconosciuto ai popoli nativi.
L’agenzia “El Bolson” il 12 novembre 2014 pubblicò il verdetto della sentenza:
“…l’Istituto Nazionale degli Affari Indigeni (INAI) consegnerà i documenti ufficiali del rilevamento territoriale dove si riconoscono i diritti della comunità Santa Rosa/Leleque. Secondo la notizia di ieri, l’INAI – nell’ambito della legge di rilevamento territoriale- “ ha riconosciuto la comunità Mapuche possessore del territorio reclamato da più di dieci anni nei confronti dell’azienda multinazionale Benetton”.
Rosa Nahuelquir e Atilio Curiñanco affermarono: ”Oggi lo Stato argentino ammette che siamo una comunità pre-esistente, riconoscendo il possesso di questo territorio nell’ambito della legge n° 26.160 applicata in diversi punti del paese. Questi anni di residenza e resistenza sul territorio non sono stati vani
La storia dei coniugi Curiñanco ha portato all’attenzione della cronaca mondiale la condizione in cui versano i popoli nativi in Centro e Sud America. Le organizzazioni internazionali e locali che si occupano della difesa dei diritti umani, i mezzi di comunicazione, i partiti politici hanno iniziato ad interessarsi delle problematiche che coinvolgono le popolazioni indigene: dai conflitti per il recupero delle terre ancestrali al razzismo, alla richiesta di riconoscimento di uguali diritti.
Da anni è in atto “il risveglio indigeno”, un fenomeno che riguarda il ritorno di molte comunità all’affrancamento della propria identità, alla rivendicazione della propria cultura tradizionale e delle terre avite. Gli indigeni reclamano il proprio diritto come abitanti originari e sollevano il velo delle violenze che hanno subìto.
La storia della conquista da parte degli Europei è disseminata di stragi, deportazioni, stermini delle tribù Mapuche, Tewelche, Seikman, Yamana, Ona e molte altre e purtroppo è tuttora in atto una colonizzazione da parte di multinazionali straniere e ricchi latifondisti.
La storia di queste terre risale alla fine del 1800 quando, durante la Campañia del Desierto (1878-1895), furono sottratte ai popoli nativi. La Campaña del Desierto fu una campagna militare sanguinosa guidata dal generale Julio Argentino Roca (1847-1914) che conquistò i territori a sud della provincia di Buenos Aires, uccidendo e deportando come schiavi le popolazioni che vivevano in pace nelle regioni patagoniche. Roca è celebrato ancora oggi sulle banconote da 100 pesos, nei testi scolastici e con monumenti, a lui sono state dedicate piazze e strade in tutto il Paese.
Per comprendere la complessità della lotta dei popoli indigeni occorre ricordare il trattamento che le tribù native hanno sofferto a partire dalla fine del 1800 e rivedere la storia dell’Argentina. Dopo la Conquista del Deserto, l’Argentina diventò una grande potenza agricola a scapito delle popolazioni indigene. Le terre in questione furono donate dal Presidente Uriburu a proprietari inglesi, come forma di pagamento per le armi che avevano fornito per la Campaña del Desierto. Gli Inglesi, in seguito, trasferirono questi territori alla società ‘The Argentine Southern Land Company Ltd’, conosciuta anche con la sigla TASLCo, fondata nel 1889 e creata per realizzare attività commerciali in Patagonia. La Company aveva sede a Londra ed uffici a Buenos Aires per poter amministrare le proprietà dei latifondisti inglesi nel Paese sudamericano.
La TASLCo ottenne così quasi un milione di ettari nel nord della Patagonia, 10 estancias (fattorie) di quasi 90.000 ettari ciascuna per lo sviluppo della ferrovia che servì per esportare la produzione del bestiame. La Company sfruttò queste terre per quasi un secolo producendo, importando ed esportando bestiame senza pagare dazi o altri tipi di tasse.
Nel 1975, la “Great Western”, società con sede in Lussemburgo, acquista il pacchetto azionario della TASLCo che in quel tempo era passata nelle mani di impresari argentini. In questi passaggi è contenuta una doppia violazione della Costituzione argentina, la quale vieta donazioni per più di 400 mila ettari e, al contempo proibisce la vendita degli stessi terreni a fini di lucro da parte di chi ha precedentemente goduto delle donazioni. Nel 1982, al tempo della Guerra delle Malvinas, gli azionisti durante una riunione decidono di cambiare la ragione sociale in “Compañia de Tierras del Sur Argentino” e integrano la classe dirigente con un 60% di direttori argentini.
Dopo la Guerra delle Malvinas, la legislazione argentina esige la nazionalizzazione delle imprese straniere.
Nel 1991, tramite la “Edizioni Holding International N.V.”, la famiglia di Luciano Benetton acquista il pacchetto azionario della Compañia per soli 50 milioni di dollari diventando il maggior azionista ed il più grande latifondista straniero in Argentina. Un affare perfetto: oggi un ettaro è valutato intorno ai 2 milioni di pesos.
In questa corsa al “land grabbing”(arraffa terra) i popoli nativi subiscono continuamente l’espropriazione dei territori ancestrali, impedimenti e divieti per il libero accesso alle sorgenti di acqua dolce.
La lista dei latifondisti stranieri è molto lunga ma la famiglia Benetton occupa il primo posto con 900.000 ettari, pari a 4.500 volte la superfice di Buenos Aires, seguita dai miliardari Douglas Tompkins (morto nel dicembre 2015) che fece la sua fortuna con il marchio sportivo ‘The North Face’ ed ‘Esprit’, proprietario di circa 500.000 ettari; Ward Lay, il re delle patatine fritte, proprietario dell’omonima compagnia, l’inglese Charles Lewis, magnate della catena Hard Rock Café possiede 8.000 ettari nella zona del Lago Escondido, tra San Carlos de Bariloche ed El Bolsón, ma proibisce agli indigeni l’accesso al lago; Ted Turner, il fondatore del network multimediale CNN, parte della sue terre circa 45.000 ettari si trovano all’interno del Parco Nazionale Nahuel Huapi, dove scorre uno dei fiumi incontaminati della Patagonia. Da quando questi territori sono di sua proprietà, l’accesso al fiume è stato limitato.
Henry Kissinger, l’ex-segretario di Stato, rimase stregato dalle incantevoli distese patagoniche che acquistò a prezzi favorevoli. Ed ancora gli attori Christopher Lambert , Silvester Stallone, Jeremy Irons, Tommy Lee Jones, Bruce Willis, John Travolta. Altri divi di Hollywood: Richard Gere, Robert Duvall, Matt Damon che hanno acquistato terre nelle province nord di Tucuman, Salta e Jujuy. Alcuni Paperoni nazionali, dal noto presentatore tv Marcelo Tinelli all’uomo più amato dopo Maradona, il calciatore Gabriel Batistuta, detto Batigol, posseggono immensi territori in questa regione leggendaria alla fine del mondo diventata un paradiso per miliardari. Grandi gruppi vinicoli francesi, spagnoli e italiani si sono stabiliti a Mendoza, ai piedi della Cordigliera delle Ande, dove la terra ed il clima sono favorevoli per la cultura della vite. Bill Gates, uno degli uomini più ricchi del mondo, è proprietario di miniere di oro e argento.
Da alcuni anni anche la Cina ha iniziato a espandere la sua presenza in Sud America investendo non solo nelle miniere e nel petrolio ma anche nei prodotti agroalimentari soprattutto colture di soia diventando uno dei più grandi investitori in Argentina. Ha fatto molto discutere il caso dei 200 mila ettari di terra nella regione di Río Negro acquistati dall’impresa cinese di alimenti Beida Yuang per coltivare soia, grano e colza.
In un articolo di BBC Mundo del 2011 si legge che da un’indagine eseguita dalla FAO (Food and Agriculture Foundation), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della povertà nel mondo, e da più di 40 associazioni raggruppate nella Coalizione Internazionale delle Terre (CIT Coalición Internacional de Tierras), si evince la grande preoccupazione per il fenomeno di land grabbing che coinvolge non solo l’Argentina ma ben 17 Paesi dal Centro al Sud America. Un responsabile tecnico della Commissione delle Relazioni Politiche della Società Rurale Argentina ha confermato in un’intervista sempre a BBC Mundo che non esistono dati precisi sulle terre vendute o in vendita a stranieri.
Mapuches
La volentissima repressione a Cushamen dello scorso 4 luglio. Foto Marcha
Il referente della comunità mapuche di Esquel, Martiniano, mi racconta che l’anno scorso è stato costruito un piccolo presidio (Lof) per il recupero delle terre ancestrali mapuche. Mi propone di andare a incontrare i ragazzi che vivono al Lof, impegnati nella lotta per la “recuperación de la tierra”, così amano definirla i Mapuche, per riappropriarsi di 150 ettari che si trovano nell’estancia di Leleque, all’interno della proprietà Benetton.
Mi reco al Lof in compagnia di Chele e Daniela, una coppia di coniugi di origini mapuche-tewelche che fanno parte della Rete di Appoggio al Lof (“Red de apoyo a las Lof en resistencia Departamento Cushamen”). Il presidio mapuche si trova a circa 100 chilometri da Esquel nel Dipartimento di Cushamen. Resto impressionata dal fatto che da Esquel al Lof la strada è delimitata da ambo i lati dai recinti delle proprietà Benetton e durante il percorso attraverso ben dieci corsi d’acqua, di proprietà della multinazionale italiana.
La “recuperación” di questa parte dei territori ancestrali mapuche è iniziata il 13 marzo 2015, per recuperare territori che si trovano vicino al fiume Chubut. La comunità non può accedere alla fonte d’acqua dal momento che i Benetton non lo permettono, adducendo come pretesto il fatto che non esistono documenti che attestino l’autenticità della proprietà alla comunità mapuche. 
Il Lof si trova all’incrocio della Ruta 40 con la Ruta provinciale per El Maitén. Sul recinto che corre all'infinito ci sono degli striscioni che annunciano “Recuperación Mapuche, Fuori i Latifondisti, i Petrolieri, i Winka (i Bianchi).”
Con Chele e Daniela mi metto in attesa e, dopo alcuni minuti, arriva un giovane incappucciato che, nascosto, sta di vedetta in una specie di garitta, nel caso in cui si presentino visite inaspettate e soprattutto indesiderate. Ci accoglie con un “Mari, mari”, il tipico saluto in lingua mapudungún (la lingua mapuche) e, dopo aver abbracciato Chele e Daniela, mi stringe vigorosamente la mano. Passa un po’ di tempo ed arriva un altro ragazzo anche lui a volto coperto che ci fa strada addentrandosi nel terreno ricoperto di arbusti bassi, duri e spinosi, tipici delle distese patagoniche. Giunti in mezzo alla pampa ci troviamo di fronte ad una abitazione, un po’ più di una baracca, costruita sulla nuda terra con tronchi e lamiere di latta, la loro dimora.
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Ci sistemiamo fuori sotto un pergolato, ricavato con un grande telo a difesa del sole implacabile di questa terra, mentre sul focolare sta cuocendo in un grosso pentolone una zuppa di verdura che emana un profumo intenso ed appetitoso. Ci sediamo su panche e pezzi di legno, o su piccoli barili, nel gruppo anche una bimba di otto-nove anni, membro orgoglioso del gruppo.
Come prima cosa i giovani mapuche si scusano di presentarsi a volto coperto, non possono neppure dirmi i loro nomi perché costretti a nascondersi per una persecuzione politica, sono stati giudicati terroristi da tre procuratori ed un giudice. Mi spiegano che si sono insediati qui per difendere il loro territorio, la terra dei loro avi da cui traggono la loro energia e la loro cultura. Vivere qui in mezzo al nulla è molto duro, non esiste elettricità e nei mesi invernali la temperatura può raggiungere i 20 gradi sotto zero. L’abitazione è dotata soltanto di un enorme focolare ed è arduo difendersi dal vento patagonico che la fa da padrone. Poco lontano scorre il ruscello che consente loro di poter vivere e persistere nella lotta per la loro terra. Mi dicono che anche se la situazione è dura e difficile tuttavia sono felici perché sanno che stanno portando avanti una lotta giusta per se stessi e per il futuro del loro popolo, in nome dei diritti violati di tutte le popolazioni native. Mi ringraziano per essere andata a trovarli da così lontano e si meravigliano che qualcuno conosca la loro storia anche a migliaia di chilometri.
Dopo un excursus su Gramsci, Marx , Cuba e Syriza, per nulla casuale, ma con il preciso intento di comprendere quali siano i miei orientamenti al riguardo, mi spiegano che la soluzione di questo conflitto è una questione politica la cui origine risale a molto lontano, alla fine del XIX secolo fin da quando i loro nonni e bisnonni patirono sulla loro carne le atrocità della Campaña del Desierto. Sono fieri di essere i loro discendenti, non hanno paura di continuare una lotta che il loro popolo porta avanti da più di 130 anni perché sanno che agiscono in nome della loro tradizione e della cultura del loro popolo da sempre legato alla terre ancestrali della Madre Terra (la Pacha Mama).
Uno dei giovani incappucciati mi spiega che la riforma della Costituzione include l’articolo 75 dove al punto 17 si riconosce la pre-esistenza etnica delle popolazioni native ed il rispetto della tradizione delle terre che i Mapuche e i popoli indigeni occupavano precedentemente.
La Costituzione però non viene rispettata ed essi non hanno altra scelta che far sentire la loro voce con la recuperación. La Terra, più precisamente il territorio, è la base dello sviluppo della loro cultura, è la continuità storica della loro gente e della conoscenza è il bene più grande da cui ricevono non solo sostentamento ma forza ed energia per la vita perché la Terra è tutto per i Mapuche (Mapu=Terra e Che=Uomo): il Popolo della Terra.
Affermano che non possono permettersi il lusso di aspettare altri 20 anni di trattative burocratiche per trovare una soluzione per la loro gente ridotta in miseria ed alla fame con conseguente deterioramento della qualità della vita. Coloro che non riescono a sopravvivere in campagna, perché impiegati nei grandi latifondi con miseri salari, emigrano in città ma finiscono per andare a vivere nei quartieri più poveri dove la qualità della vita è ancora peggiore, se possibile, che in campagna. Le conseguenze dell’inurbamento indigeno sono evidenti in termini di degrado e abuso di alcool. Questi ragazzi sentono di essere un’etnia che rischia di estinguersi e per questo si battono con forza, per sopravvivere. Rivendicano la rivisitazione dei fatti storici che provocarono la deportazione e la morte dei loro antenati ed il riconoscimento che la Campaña del Desierto fu un enorme massacro, che il generale Roca non sia più celebrato come un eroe ma che passi alla storia come un atroce etnocida.
I giovani continuano il racconto dicendo che l’intervento dello Stato fino ad ora è stato soltanto repressivo. La polizia è intervenuta con molti militari che hanno sparato a bruciapelo ad altezza uomo pallottole di piombo, con un assedio impressionante. Pensavano che sparassero pallottole di gomma invece hanno le prove, erano pallottole vere ed è stata solo una casualità se fino ad ora non ci sono state vittime.
Il governo teme che possano verificarsi altre forme di protesta in altre parti del Paese, con ripercussioni anche in Cile dove i Mapuche subiscono incarcerazioni e torture solo per rivendicare ciò che è giusto.
Chele e Daniela mi raccontano che durante la notte del 18 agosto dell’anno scorso la popolazione di Esquel, dopo aver compreso che la polizia, con camionette ed in assetto antisommossa, stava per intraprendere un’incursione violenta al Lof di Cushamen, si è mobilitata in massa ed è riuscita ad evitare un vero e proprio massacro.
Un altro ragazzo continua la storia affermando che dopo l’inizio della “recuperación” del 13 marzo 2015 Benetton presentò una denuncia per “usurpazione”. Si aprì un’altra causa giudiziale dove i cinque portavoce della comunità, fra cui tre donne, furono imputati secondo la legge di antiterrorismo. Era la prima volta che la Giustizia Provinciale applicava la Legge Antiterrorismo in Chubut. Mi raccontano che non possono circolare da soli per le vie di Esquel altrimenti rischiano di essere catturati dalla polizia e sottoposti a violenti interrogatori, come già successo ad alcuni di loro. Da Chele e Daniela vengo a sapere che quando i ragazzi hanno qualche problema di salute sono costretti ad evitare le cure mediche ufficiali e l’ospedale, esiste sempre il rischio che possano essere riconosciuti ed arrestati. Così quando si ammalano ricorrono all'assistenza di due medici che, di nascosto e di notte, si recano al Lof per prestare le cure di cui hanno bisogno, mettendo a rischio la propria carriera nel caso in cui venissero scoperti.
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Quella del popolo della terra non è gente da museo
Il 27 maggio scorso alle 7.30 del mattino, la polizia ed i GEOP (Groupo Especial de Operaciones Provinciales), le forze speciali di operazioni della provincia, sono intervenute con violenza al Lof di Cushamen per uno sgombero forzato. Secondo la radio comunitaria FM Kalewche l’azione violenta della polizia è stata motivata dall'ordine di cattura internazionale che pende nei confronti di Facundo Jones Huala, uno dei ragazzi mapuche, accusato di terrorismo.
A causa di ciò l’intervento delle forze dell’ordine si è svolto con brutalità con gas lacrimogeni e grosse armi: dall'anno scorso i giovani per la giustizia sono terroristi. Sono state incarcerate sette persone, dopo alcuni giorni sei di esse sono state rilasciate, mentre per Facundo Jones Huala, è stata richiesta l’estradizione in Cile. Se ciò avvenisse la situazione si aggraverebbe enormemente dal momento che la legge antiterrorismo in Cile, quella voluta da Pinochet negli anni ’70 ed ancora in vigore, è ancora più dura e repressiva di quella argentina. “Al Lof sono rimaste due donne con quattro bambini circondate dalla polizia- dice Martiniano, il referente della Comunità – per questo motivo abbiamo bisogno che questi fatti vengano diffusi il più possibile”.
I Mapuche sono un popolo fiero e guerriero. Nel 1641 furono gli unici nativi che costrinsero i soldati della Corona di Spagna alla firma del trattato di Quillin e imposero all’invasore il riconoscimento dell’autonomia territoriale della Nazione Mapuche, la Wall Mapu, a sud del fiume Bìo-Bìo. Leggendo le ultime notizie che giungono da Esquel mi vengono in mente le parole del giovane del Lof che mi disse con forte determinazione quel giorno del novembre scorso: “Abbiamo forza sufficiente per proseguire questa lotta. Siamo convinti che queste terre, usurpate dalla famiglia Benetton, un giorno torneranno ad essere nostre.”