venerdì 29 settembre 2017

Il capitalismo è potere, non economia

Suscita da tempo grande interesse il percorso teorico che ha cambiato in profondità il pensiero di Abdullah Öcalan, il leader storico del Pkk, detenuto in una condizione di isolamento disumano dal 1999 nell’isola-carcere turca di Imrali. Se è vero che la paranoica privazione di ogni diritto umano nei confronti del dirigente curdo è via via divenuta in Turchia l’ispirazione di un modello di repressione sempre più nefasto e generalizzato, è altrettanto vero che l’influenza dell’elaborazione di Öcalan ha paradossalmente conosciuto un allargamento, soprattutto nei movimenti antisistemici, ben più vasto di quello per decenni riservato all’ispirazione nazionalista per il suo popolo. L’articolo di Raúl Zibechi ne è un buon esempio, soprattutto per quel riguarda l’analisi economicistica del capitalismo, le riflessioni sullo Stato e il potere e l’impossibilità di sconfiggere il sistema con le stesse armi del nemico, sebbene poi ogni generazione debba scoprire le sue verità sulla base della propria esperienza
di Raúl Zibechi
La frase appartiene al leader curdo Abdullah Öcalan, tratta dal secondo volume del Manifesto per la Civilizzazione Democratica, che ha come sottotitolo “La Civilizzazione Capitalista. L’era degli dei senza maschera e dei re nudi”. L’opera, la cui traduzione in spagnolo vedrà la luce in questi giorni, costituisce parte della difesa del leader curdo, detenuto sull’isola Imrali, nel Mar Nero, in Turchia. Il pensiero di Öcalan è indomito: non si sottomette a gerarchie prestabilite né accetta dogmi universali. È il tipo di pensiero di cui abbiamo bisogno in questo periodo di caos sistemico, poiché le idee ereditate si stanno dimostrando di scarsa utilità per orientarci nella tempesta.
Del suo recente libro vorrei sottolineare tre aspetti, anche se non sono sufficienti a compendiare l’insieme dei contributi dell’opera. Il primo è la sua critica frontale all’economicismo, una delle peggiori piaghe intellettuali che stanno infestando i movimenti anticapitalisti. Questo capitolo inizia con una potente analisi sulla proposta evoluzionista che difende “la nascita del capitalismo come naturale risultato dello sviluppo economico”. Come si sa, coloro che sostengono questa tesi ritengono anche che la fine del capitalismo sarà prodotta dalla stessa evoluzione dell’economia che lo ha fatto nascere. Al contrario, Öcalan afferma che il capitalismo è figlio di una tradizione molto antica, che si regge sul potere militare e politico per usurpare i valori sociali, fino a trasformarsi, nel XVI secolo, nella formazione sociale dominante in Europa. Tra i valori sociali usurpati, sottolinea quello della “donna-madre da parte dell’uomo-forte e del gruppo di banditi e ladri che lo accompagnano”.
Criticare l’economicismo, comporta, sulla stessa linea, la critica dell’evoluzionismo, sia lineare che per salti. Una semplice affermazione getta luce su questo tema: “Nelle guerre coloniali, dove si è realizzata l’accumulazione originaria, non c’erano regole economiche.” Öcalan guarda da una prospettiva che si pone contro l’economia politica, che considera come “la teoria più mistificatrice” che “è stata creata al fine di coprire il carattere speculativo del capitalismo”.  In tutta la sua opera, ma in particolare nelle sezioni sul capitalismo, si poggia su Fernand Braudel, con cui concorda nel sottolineare che è la negazione del mercato attraverso la regolamentazione dei prezzi che impone i monopoli. In merito a questo, appare il secondo punto da sottolineare, quando sostiene che il capitalismo non si identifica con la produzione né con la crescita economica, perché non è economia. “Il capitalismo è potere, non economia”, assicura Öcalan. È evidente che esiste un’economia capitalista, ma il sistema capitalista è un monopolio del potere che si impone dal di fuori dell’economia, secondo quanto sostiene in questo capitolo chiarificatore. Il capitalismo usa l’economia, però è il potere, la forza concentrata, ciò che permette di confiscare il plusvalore e il surplus.
Di conseguenza, il leader curdo ritiene che l’opera principale di Marx, Il Capitale, “funziona come un nuovo totem che non è più utile per i lavoratori”, poiché delimita il capitalismo al campo delle “leggi” dell’economia, un punto condiviso da molto tempo da tutti i riformismi. Il terzo aspetto che mi sembra importante è il fatto di considerare lo Stato-nazione come la forma di potere propria della civilizzazione capitalista. Una breve parentesi: Öcalan dice “civilizzazione” capitalista perché la considera nella sua integralità, includendo tutte le variabili articolate, dall’economia e la cultura fino alla geopolitica e la società. Di conseguenza, dice che la lotta anti-statale è più importante che la lotta di classe; e questo è una specie di pugno in faccia per chi di noi si è formato su Marx. Per questa ragione, afferma che è più rivoluzionario il lavoratore che resiste all’essere proletario, che lotta contro lo status di lavoratore, perché “questa lotta sarebbe socialmente più significativa ed etica”.
Nelle pagine finali di questo volume, afferma che “in realtà i conflitti sorgono tra gruppi sociali; tra la società statale e le società democratiche”. In breve, lo Stato è uno dei nodi da sciogliere, non lo spazio di arrivo della lotta sociale.
Va oltre. Öcalan sostiene che Stato e potere sono cose diverse, che “il potere contiene lo Stato, ma è molto più che lo Stato”. Su questo punto avverte che il pensiero antisistemico ha la necessità di investigare a fondo le forme dello Stato e in particolare lo Stato-nazione, questioni che Marx non ha potuto o non ha voluto affrontare. Respinge la presa dello Stato perché corrompe i rivoluzionari e pensa che la crisi del movimento antisistemico non può essere separata dall’opzione statale. Respinge anche il concetto di egemonia. “L’essenza della civilizzazione statale -scrive – è l’egemonia sulla società”. Però l’egemonia implica il potere e questo presuppone dominio, “che non può esistere senza l’uso della forza”.
È molto interessante che giunga a questa conclusione in netta opposizione a pensatori come Gramsci, [concetto ] recuperato da una sfilza di intellettuali progressisti che fanno equilibrismi teorici per separare potere e dominio. I monopoli del potere (Stati), così come i monopoli economici (privati e statali) si impongono sulla società e la soffocano. Per questo bisogna allontanarsi da queste forme di relazione sociale. Nelle Conclusioni Öcalan scrive: “Alla fine si è capito che detenere il potere era quanto di più reazionario ci fosse nel capitalismo, contro l’uguaglianza, la libertà e la democrazia, ma già si era prodotta un’importante battuta d’arresto, era la stessa ossessione storica per il potere di cui aveva sofferto il cristianesimo”. Un pensiero critico, anticapitalista, anti-statale e anti-patriarcale centrato sul Medio Oriente, formulato dalla resistenza a suoi potenti nemici.
È impossibile vincere con le armi del nemico, ci dice Öcalan. Tuttavia, questa semplice convinzione non può essere accettata, semplicemente, come verità rivelata: ogni generazione dovrà scoprire le sue verità sulla base della propria esperienza. Per doloroso che sia.
Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo El capitalismo es poder, no economía
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

giovedì 21 settembre 2017

Messico - Messaggio del Congresso Nazionale Indigeno e del Consiglio Indigeno di Governo

La Commissione di Coordinamento del Consiglio Indigeno di Governo ha raccolto un primo aiuto economico dalle basi di appoggio zapatiste attraverso la Commissione Sexta dell’EZLN per le comunità, quartieri, nazioni, tribù e popoli originari colpiti dai cicloni, uragani e terremoti in Chiapas, Oaxaca, Puebla, Guerrero, Morelos, Stato del Messico, Veracruz e Città del Messico.

MESSAGGIO DEL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO E DEL CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO

20 settembre 2017

Al popolo del Messico:

Ai popoli del Mondo:

Alla Sexta Nazionale e Internazionale:

La Commissione di Coordinamento e seguimento del Consiglio Indigeno di Governo ha raccolto un primo aiuto economico delle basi di appoggio zapatiste attraverso la Commissione Sexta dell’EZLN, la cui destinazione, ci chiedono, sia alle comunità, quartieri, nazioni, tribù e popoli originari colpiti dai cicloni, uragani e terremoti in Chiapas, Oaxaca, Puebla, Guerrero, Morelos, Stato del Messico, Veracruz e Città del Messico.

Per questo, il CNI ed il CIG si stanno organizzando per contattare i nostri fratelli e sorelle originari che hanno subito le conseguenze di queste catastrofi naturali e fare arrivare gli aiuti nei nostri centri di raccolta, e per istituire un fondo per la ricostruzione che permetta alle famiglie colpite di riparare o ricostruire le proprie case.

I centri di aiuto e raccolta del CNI per i popoli originari si trovano a:

– Assemblea dei Pueblos Indígenas en Defensa de la Tierra, sito a Fraccionamiento IVO Tercera calle, Juchitán Oaxaca.

– Radio Comunitaria Totopo, nel Barrio de los Pescadores, Calle Ferrocarril 105, esq. Avenida Insurgentes, séptima sección en Juchitán, Oaxaca.

– Centro de Derechos Humanos Digna Ochoa A. C. in Calle 1 de mayo No 73, tra Granaditas e Churubusco. Col. Evolución, Tonalá, Chiapas.

– Local de Unios, in Dr. Carmona y Valle # 32, colonia Doctores, Del. Cuauhtémoc, cd. de México. C.P. 06720

– Rincón Zapatista / Cafetería Comandanta Ramona, a Città del Messico, in Zapotecos #7, Col. Obrera. Delegación Cuauhtémoc. Cd. de México. C.P. 06800.

Successivamente comunicheremo il numero di conto corrente bancario per effettuare i versamenti solidali per il fondo di ricostruzione indigeno.

In questi momenti, delegate e delegati del CNI e del CIG sono in contatto con le nostre sorelle e fratelli per conoscere delle loro necessità, e la loro possibilità e capacità di aiutare chi ne ha più bisogno.

“Per la Ricostruzione Integrale dei Nostri Popoli”

“Mai Più un Messico senza di Noi”.

Distintamente.

Commissione di coordinamento e seguimiento del

Consiglio Indigeno di Governo

Congresso Nazionale Indigeno.


traduzione Maribel-Bergamo

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/09/20/mensaje-del-cni-y-el-concejo-indigena-de-gobierno/

martedì 12 settembre 2017

Messico - Comunicato del CNI per la solidarietà con le popolazioni colpite dal sisma



Alla Sexta Nazionale e Internazionale

Ai mezzi di comunicazione liberi

Al popolo del Messico

Noi popoli, nazioni, tribù e quartieri indigeni del Congresso Nazionale Indigeno esprimiamo il nostro appoggio e la nostra solidarietà con le compagne e i compagni dei popoli fratelli della regione dell’Istmo di Tehuantepec, Oaxaca, così come con i nostri fratelli e sorelle della costa del Chiapas, dinanzi al sisma avvenuto la notte del passato 7 settembre, che ha lasciato distruzione, feriti e compagni morti delle nostre comunità.

Sappiamo che, come è costume dei malgoverni, essi si prenderanno gioco della nostra sofferenza, si faranno una fotografia sulle macerie e lucreranno sul dolore delle popolazioni in disgrazia, ragione per cui chiamiamo gli uomini e le donne di buon cuore, i collettivi della Sexta Nazionale e Internazionale e tutto il popolo del Messico, a solidarizzare e a concentrare coperte, alimenti non deperibili e medicinali in appoggio alle popolazioni di quelle regioni, nel domicilio del Consiglio Indigeno di Governo (CIG) del Congresso Nazionale Indigeno, ubicato in via Dr. Carmona y Valle No. 32, colonia Doctores, a Città del Messico, a un isolato e mezzo dalla stazione della metro Cuauhtémoc; allo stesso modo chiamiamo ad aprire centri di raccolta lungo tutta la geografia nazionale, facendo in modo di canalizzare il sostegno attraverso il CIG, perché arrivi direttamente alle popolazioni colpite. A tale scopo si mette a disposizione l’indirizzo ufficiale di posta elettronica comunicacion@congresonacionalindigena.org.

A tutti loro, il nostro appoggio rispettoso.

Denunciamo la continuità della guerra capitalista per saccheggiare i nostri popoli. In particolare, la comunità autonoma tepehuana e wixárika di San Lorenzo Azqueltan, nel municipio di Villa Guerrero, Jalisco, sta affrontando il saccheggio delle sue terre da parte di presunti piccoli proprietari, e aggressioni alle proprie autorità agrarie. In date recenti si sono intensificati i saccheggi di terre comunali e le aggressioni alle autorità agrarie da parte del Presidente Municipal Aldo Gamboa Gutiérrez, che ha istigato alla violenza, al saccheggio, all’aggressione e alle minacce contro i comuneros, regalando bestiame a persone estranee alla comunità perché si impossessino dei terreni comunali e minaccino di morte le autorità comunitarie, come per le minacce ricevute il passato lunedì 21 agosto di quest’anno, proprio all’uscita della presidenza municipale, in cui si erano riunite con il presidente per cercare di fermare le aggressioni. A ciò è seguita la negazione dei servizi municipali ai figli dei comuneros, come il trasporto dalla comunità al capoluogo municipale, dove studiano, e la persecuzione poliziesca contro le autorità agrarie.

Per quanto sopra, responsabilizziamo il presidente municipale di Villa Guerrero, Jalisco, Aldo Gambóa Gutiérrez, dell’integrità e sicurezza delle autorità e dei comuneros di San Lorenzo Azqueltán, ed esigiamo che cessi il saccheggio di terre ai loro danni.

Ripudiamo gli atti di violenza suscitati il passato 3 settembre del presente anno nella comunità Ikoot di San Mateo del Mar, Oaxaca, dove dei pistoleros incaricati dal cacicco Jorge Leoncio Arroyo Rodríguez, hanno sparato contro la popolazione che aveva terminato di eleggere le autorità municipali attraverso i propri usi e costumi, attacco che ha lasciato feriti vari compagni.

Cordialmente

Il 9 settembre 2017

Per la Ricostituzione Integrale dei Nostri Popoli

Mai più un Messico senza di Noi

Congresso Nazionale Indigeno



Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

venerdì 1 settembre 2017

Messico - Possiamo chiamarci indigeni?

La proposta lanciata dal Consiglio Indigeno di Governo e dagli zapatisti, in occasione della candidatura di María de Jesús Patricio Martínez alla presidenza del Messico, non è certo rivolta alla competizione per ottenere voti. Intende portare all’attenzione di tutti le condizioni in cui vivono i popoli indigeni e contribuire a una ricostruzione politica sociale smantellando gli apparati marci dello Stato, spiega Gustavo Esteva. Riapre, però, anche alcuni aspetti della grande questione dell’ identità indigena: gran parte di coloro che fanno parte di popoli indigeni non si definiscono come tali, soprattutto in relazione al significato coloniale della parola, cioè “originario del Paese in questione”. A partire dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine ‘indigeno’ ha cominciato a essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo, non necessariamente dipendente dalla nascita o dall’affiliazione. Il Consiglio Nazionale Indigeno non è stato creato infatti come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati. Inoltre, nel Consiglio Indigeno di Governo potrà entrare qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale. Ma che fare con gli altri? Chi sono i “non indigeni”?
Foto Massimo Tennenini
di Gustavo Esteva
La proposta del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e degli zapatisti è un appello molto ampio che viene rivolto all’intera società e che esige risposte chiare e impegnate.
Ci chiama innanzitutto a prestare attenzione alla situazione dei popoli indigeni, alla costante aggressione a cui sono sottoposti, alla dignità di cui danno prova sul fronte dell’attuale guerra a cui sono stati condotti. Imparare a vedere con chiarezza quello che si sta verificando con loro è anche un modo per approfondire la comprensione della situazione attuale, che riguarda tutte e tutti. Siamo chiaramente in un momento di pericolo, e prestare l’orecchio al richiamo del CNI è un modo per svegliarci.
L’appello è molto esplicito: non è rivolto soltanto ai popoli indigeni. Anche il Consiglio Indigeno di Governo non è soltanto per loro. Cercano alleanze con persone e gruppi molto diversi, con l’immensa gamma di scontenti che sono emersi e in particolare con quelli che condividono la loro scelta anticapitalistica e lottano come loro dal basso e a sinistra. Non si mettono a competere con nessuno per i voti, perché il loro obiettivo è quello di mettere in luce le condizioni attuali dei popoli indigeni e di contribuire alla ricostruzione sociale e politica, smantellando gli apparati marci dello Stato.
La proposta riaccende innanzi tutto vecchi dibattiti sull’identità indigena, che possono essere appassionanti e produttivi, ma anche destabilizzanti e pericolosi.
Bisogna riconoscere, prima di tutto, che la maggior parte di coloro che appartengono a popoli indigeni non definiscono se stessi come ‘indigeni’.Associano la loro identità fondamentale alle loro matrie [declinazione al femminile del termine patriarcale ‘patria’], ai luoghi della Madre Terra a cui appartengono e ai popoli di cui fanno parte. Sono zapotechi del Rincón o triquidi Chicahuaxtla, o più chiaramente sono ciò che dicono nelle loro lingue quando esprimono ciò che sono stati e sono “gli uomini della vera parola”, ad esempio. Non si chiamano indigeni.
Il termine indigeno ha cominciato ad essere utilizzato quando si è riconosciuto che ‘indio’ era un’espressione peggiorativa, ma questo non ha eliminato il carattere coloniale dell’etichetta applicata ai popoli assai diversi che esistevano nel territorio invaso dagli spagnoli. La Reale Accademia mantiene le accezioni peggiorative di ‘indio’ e mette in luce l’equivoco coloniale di ‘indigeno’: “originario del Paese in questione”. I popoli di qui esistevano prima del Paese…
Anche a causa di queste difficoltà ed equivoci, e per evitare le etichette coloniali, si è cominciato ad usare l’espressione ‘popoli originari’ o ‘nativi’, con cui si intende sottolineare il loro carattere autentico, la loro esistenza precedente alla costituzione dello Stato-nazione. Ma non è un’espressione popolare e comunemente diffusa, e risulta insufficiente.
8 marzo 2017, anche in Messico la piazza è delle donne. Foto http://www.vanguardia.com
Da anni, e in particolare dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine ‘indigeno’ ha cominciato ad essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo (1). In questo senso viene utilizzato nella convocazione del Foro Nazionale Indigeno e più ancora nel documento con cui è stato costituito il Congresso Nazionale Indigeno, che ha potuto dichiarare con fermezza: “Mai più un Messico senza di noi”, con il noi chiaro e fermo di tutti quei popoli originari. Il CNI non è stato creato come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati.
Il CNI ha segnalato che accetterà al suo interno o nel Consiglio Indigeno di Governo qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale.
Ma che fare con gli altri?
Chi sono i non indigeni?
Come si costituiscono o si identificano, al di là di categorie astratte come quella di uomini o donne, messicane o messicani?
L’esigenza di organizzarsi riguarda anche loro, perché possano costituire dei noi reali, capaci di autonomia e di autogoverno. Rolando Vamos propone che si ‘indigenizzino’, se il termine è inteso come il legame con un luogo. Se infatti gli individui sradicati costruiti dal capitalismo e dallo Stato nazione abbandonano questa condizione di oppressione e mettono radici in un luogo fisico e culturale, se costruiscono matrie a cui decidono liberamente di appartenere, starebbero contribuendo alla ricostruzione della società.
Tutto questo richiederà molte demarcazioni, sia a livello di mentalità che nella pratica. C’è inevitabilmente bisogno di tracciare delle linee, perché nella lotta che conduciamo e che si intensifica giorno dopo giorno è importante sapere chi è chi. Non stiamo lottando nel vuoto. Viviamo in guerra. Se non è chiaro da quale parte ciascuno milita, si può trovarsi a collaborare con il nemico. Queste distinzioni saranno sempre più necessarie, indipendentemente dalle identità che derivano dalla nascita o dall’affiliazione.
Fonte: la Jornada
Traduzione a cura di Camminardomandando