domenica 1 febbraio 2009

La metafora dell’Amazzonia. Dalla crisi globale alla crisi ambientale, alla crisi di civiltà.


di Luis Hernández Navarro - La Jornada (pubblicato su Carta)

Il dibattito sulla sorte della foresta evidenzia le differenze tra movimenti e governi in America latina. Questo articolo è stato pubblicato da La Jornada di Città del Messico giovedì 29 gennaio: Luis Hernandez Navarro è l’inviato al Fsm del quotidiano messicano.
Dalla crisi globale alla crisi ambientale, alla crisi di civiltà. L’Amazzonia come esempio vivo e scottante del livello raggiunto dalla distruzione dell’ambiente. E’ stata questa la questione centrale di oggi all’ottavo Forum sociale mondiale. In diversi tavoli di lavoro si è andati elaborando una diagnosi: l’Amazzonia è lo scenario di una doppia domanda. La prima coinvolge movimenti ambientalisti di tutto il mondo che lottano per la preservazione della foresta, con i governi della regione che rivendicano la loro sovranità. La seconda mette di fronte i popoli indigeni e i contadini che vivono nel territorio, e giganteschi progetti stradali e energetici promossi da quegli stessi governi. Dietro queste questioni si trovano sia le differenze e contraddizioni esistenti tra movimenti popolati e governi progressisti dell’America latina, sia la disputa per un altro modello di sviluppo o di civiltà.
L’Amazzonia è una metafora dei dilemma che attraversano la sinistra, dilemmi grandi quanto la stessa regione. L’America latina è cresciuta negli ultimi anni esportando materie prime. I governi progressisti hanno intercettato risorse straordinarie per i loro programmi favorendo lo sfruttamento petrolifero, minerario e forestale, dando anche facilitazioni alla produzione estensiva di soia, Ma l’espansione di queste attività ha provocato forti conflitti con comunità indigene e contadini.
Il Rio delle Amazzoni è il fiume più lungo e ricco del pianeta. Insieme con il Canada è la maggiore riserva di acqua dolce del pianeta. Nasce sulle Ande del sud del Perù e sbocca nell’oceano Atlantico. Ha più di mille fiumi tributari di una certa importanza. Attorno al fiume cresce la maggiore selva tropicale del pianeta, estesa su 5,5 milioni di chilometri quadrati in Brasile [60 per cento], Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Surinam, Venezuela e Guyana francese. La ricchezza della sua biodiversità è complessa ed esplosiva, ma il suo equilibrio è molto fragile: in parte della foresta lo strato di humus non oltrepassa i 30 o o40 centimetri.
La pressione privata su questa terra e queste risorse naturali è enorme. Si cerca di costruire grandi dighe idroelettriche, espandere l’estrazione mineraria e l’agro-business, seminare soia e ingrassare bovini. Secondo il Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana [Coiab], «l’Amazzonia ha perduto negli ultimi trent’anni 80 milioni di ettari di foresta a causa di attività di sviluppo non durevole». Il rischio che la foresta si trasformi in una savana, in modo irreversibile, è reale.
L’umanità intera deve essere preoccupata per l’Amazzonia, dice il teologo Leonardo Boff, secondo il quale «il Forum mondiale deve fare pressione sul governo brasiliano perché elabori una politica chiara, esplicita e oggettiva per conservarla. Non lo ha fatto. Ci sono politiche occasionali per risolvere conflitti sulla terra e impedire lo smantellamento di alcune zone, ma non molto di più». Secondo Boff, l‘Amazzonia è il banco di prova del nuovo paradigma di civiltà che occorre costruire, basato su una diminuzione dei livelli di consumo. Bisogna ridurre, riciclare e riutilizzare, dice.
Le voci che nel Forum mettono in guardia sul pericolo che incombe sull’Amazzonia sono molteplici e diverse. Tra molte altre, si trovano quelle dei contadini del Movimento Sem Terra del Brasile, di ambientalisti e di scienziati. Ci sono, anche, gli attivisti vegetariani, che insistono sul fatto che dietro ogni hamburger che mangiamo c’è un albero in meno. «Consumando carne, voi state finanziando la devastazione dell’Amazzonia. Non siate complici di questo crimine. Diventate vegetariani», dice la loro propaganda. Che offre come dimostrazione il fatto che, tra il 1990 e il 2006, la quantità di capi di bestiame allevati in questa regione sia aumentata del 180 per cento, da 26 milioni di animali a 73 milioni.
Lungo il Rio delle Amazzoni vivono 135 popoli originari, Rappresentanti di molti di essi si trovano al Forum, e hanno dedicato una parte molto grande dei loro sforzi a mettere in guardia circa i pericoli di pendono sui loro habitat. Vestiti con i loro tipici abbigliamenti e con il corpo dipinto di rosso e di nero hanno invocato lo spirito degli antenati per salvare la foresta. «Veniamo ad alzare la voce dei popoli indigeni che non vogliono che le loro terre e le loro acque siano trasformate in merci da vendere», ha detto la aymara Viviana Lima. Il fatto è che, come ha detto Jorge Nancucheo, rappresentante del Coordinamento andino delle organizzazioni indigene, «soffriamo dell’avanzata delle multinazionali che arrivano e calpestano i nostri territori, saccheggiando la nostra acqua, i nostri boschi, le nostre risorse naturali. Prima avevamo una economia in cui non esisteva la fame, nella quale i nostri bambini non morivano. Oggi noi indigeni siamo i più poveri dei poveri. Questo modello è in crisi, ma non è morto».
L’avanzata della modernità selvaggia sulla foresta minaccia anche le terre di indigeni, contadini, estrattori di caucciù e pescatori. La situazione è così grave che il governo di Lula ha dovuto ingoiare il boccone amaro delle dimissioni di Marina Silva, ministra dell’ambiente e riconosciuta ambientalista, stanca di dover affrontare praticamente da sola i voraci interessi delle grandi compagnie. «Il governo di Lula – dicono i Sem Terra – ha appoggiato l’avanzata di questo modello predatorio in Amazzonia». Come esempio di questo c’è la denuncia fatta da analisti sociali, rappresentanti dei popoli indigeni e attivisti rurali contro l’impresa multinazionale Vale do Rio Doce, colpevole della devastazione della foresta amazzonica. In origine era una compagnia statale, ma Henrique Cardoso [precedente presidente brasiliano, ndt.] la privatizzò nel 1997. E’ l’impresa mineraria più grande dell’America latina e la seconda nel mondo. Il cuore delle sue operazioni è un vasto territorio nell’Amazzonia centrale conosciuto come Carajàs.

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!