martedì 31 marzo 2009

Il DTP è il partito di riferimento del sud-est della Turchia

UIKI-ONLUS
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia


Fino al 20 marzo l’AKP diceva di poter rappresentare i kurdi della zona del sud-est, ma la risposta del popolo kurdo forte, precisa e concreta era già arrivata alle celebrazioni del Newroz, facendo chiaramente capire chi è il vero ed unico rappresentante, confermandolo così con i voti di ieri, 29 marzo.
Per vincere l’AKP si è avvalso di tutte le possibilità ideologiche, economiche, politiche di cui una forza di governo può beneficiare, arrivando fino a puntare sulla carta dell’islamismo e dell’identità religiosa. Ormai, però non è più in grado di ingannare il popolo kurdo, ed insistendo sulle politiche di annientamento continuerà a perdere come è stato in quest’occasione.
In un clima di tensione, con una forte presenza militare (i militari sono stati chiamati a votare nei comuni in cui prestavano servizio), e almeno 100 persone arrestate, il DTP (Partito della democrazia del popolo) nella zona kurda si è attestato a più del 50% dei consensi, con il massimo ottenuto nel Botan (Hakkari 80%) ad Amed (Diyarbakir) ha ottenuto il 65%, riconfermando il Presidente dell’area metropolitana il sig. Osman Baydemir ed i sindaci di quasi la totalità dei suoi comuni.
Complessivamente il DTP si è aggiudicato 8 province, 51 grandi comuni e altri 40 di piccole dimensioni (meno di 30mila abitanti come Bostanici nell’area di Van).
Sono 13 le donne elette fra le candidate del DTP, considerato che sono state sedici quelle elette complessivamente in Turchia, il DTP si conferma come il primo partito a privilegiare la partecipazione delle donne, fatto che aveva già dimostrato alle elezioni politiche del 22 luglio.
Aggiudicandosi la maggioranza dei voti, nelle assemblee provinciali, e vincendo la presidenza di 8 province (Amed/Diyarbakir, Van/Wan, Batman/Heli, Siirt, Sirnak, Hakkari, Dersim/Tunceli, ed Igdir/Idir) sarà il DTP a parlare con tutti gli interlocutori nazionali ed internazionali rappresentando il popolo kurdo e le sue istanze, lavorando per una soluzione politica della questione kurda, per la pace e la democrazia in Turchia.
Il DTP e il popolo kurdo ringraziano gli osservatori italiani ed internazionali che si sono recati in Kurdistan prima e durante le elezioni ed ancora si trovano lì ad attestare la propria vicinanza e solidarietà con il popolo kurdo.
Il DTP, come dichiarato dal Presidente di Diyarbakir, Osman Baydemir, lavorerà non 8 ma 16 ore al giorno per servire il suo popolo, costruire la pace e favorire lo sviluppo dell’area. La sfida ora si rinnova per cinque anni di lavoro e sforzi non solo degli amministratori, ma della società civile tutta, e anche dei democratici italiani ed internazionali che continueranno a portare avanti progetti, percorsi e relazioni con l’area kurda della Turchia.

lunedì 30 marzo 2009

La nuova ondata. Un videoreportage e l'articolo di Fabrizio Gatti

Dal Niger quasi 10mila africani fuggono verso le nostre coste. La guerra per l’uranio e l’alleanza Gheddafi-Sarkozy favoriscono i trafficanti. E gli accordi Italia-Libia diventano così una beffa. In esclusiva, il film-inchiesta "Sulla via di Agadez"
Guarda: La videomappa Leggi: Maroni ci ripensa Interattivo: La via dei clandestini e la rotta dell’uranio

Di seguito l'articolo pubblicato da L'Espresso

Visto da Agadez, l’ultimo abbraccio tra il premier Silvio Berlusconi e il colonnello Muhammar Gheddafi è una beffa. In questa splendida città di fango rosso in mezzo al Sahara in Niger, l’accordo sull’immigrazione ratificato a Tripoli il 2 marzo scorso è già carta straccia. Da Agadez i camion e i fuoristrada stracarichi di emigranti africani che sperano di arrivare a Lampedusa, in Italia o in Europa hanno ripreso i loro viaggi verso la Libia. Il traffico è ripartito come ai tempi d’oro. Sotto lo sguardo indifferente e spesso interessato dell’esercito libico che controlla la pista di rocce e sabbia alla frontiera di Tumu, nel silenzio del deserto.
Gheddafi, a sud del Sahara, oggi è soltanto un esecutore di decisioni prese a Parigi. Per fermare o rallentare la marcia dei clandestini verso il loro futuro, Berlusconi dovrebbe piuttosto chiedere l’intervento del presidente francese Nikolas Sarkozy: perché la via ai trafficanti di uomini è stata riaperta proprio grazie alla guerra dei tuareg. Una guerra per l’uranio sostenuta dalla Francia nella regione di Agadez (vedi cronologia a pagina 36). Da novembre 2008 migliaia di persone sono passate dalla città rossa per andare a nord. Con un record di partenze tra gennaio e febbraio: quasi 10 mila ragazzi e ragazze in fuga dall’Africa occidentale. Dalla prossima estate capiremo se questa generazione di ventenni avrà trovato lavoro in Libia o apparirà nei telegiornali sui barconi alla deriva nel Mediterraneo. Il loro obiettivo, dicono, è arrivare in Italia o da qualche parte in Europa.
Il 24 febbraio Berlusconi ha incontrato Sarkozy. Ma non gli ha parlato di immigrazione. I due hanno discusso di ritorno all’energia nucleare in Italia. E di contratti per miliardi di euro da oggi al 2030 a vantaggio di Parigi. Areva, il colosso statale del nucleare francese, ha bisogno di nuovi clienti. Perché dal 2012 la società avrà così tanto uranio a disposizione che, per ammortizzare un investimento iniziale di 1,2 miliardi di euro, deve trovare subito qualcuno disposto a comprarlo. Altrimenti rischia di pagare cara la crisi finanziaria in cui è caduta. Tutto quell’uranio, però, non è ancora arrivato in Francia. Per il momento è in Niger, vicino ad Agadez: a Imouraren, sotto la sabbia nel mega-giacimento che comincerà a produrre fra tre anni, il secondo al mondo dopo McArthur River in Canada.
Quello che nella sua visita a Roma il 24 febbraio Sarkozy non ha detto a Berlusconi è che la Francia in Niger ha giocato una partita sporca. Come era abituata a fare in Africa ai tempi del generale Charles de Gaulle. E solo alla fine Areva è riuscita a strappare al Canada e alla Cina la concessione per il mega-giacimento di Imouraren. Ma Sarkozy nemmeno ha raccontato a Berlusconi che i tuareg, sostenuti dagli 007 francesi nei giochi di guerra, si sono rimessi a trafficare con gli emigranti che vogliono approdare in Italia. In fondo, si tratta sempre di energia e forza lavoro destinate ad alimentare l’economia europea. La differenza è che i minerali di uraninite trasformati in sali di uranio viaggiano protetti fino agli impianti di arricchimento in Francia. Gli emigranti sono invece sottoposti a ogni tipo di violenze e il 12 per cento muore prima di arrivare in Europa.
È italiano uno dei testimoni di questo gioco sporco francese. Un commerciante di Torino, T. P., 50 anni, fermato per immigrazione clandestina in Niger. Abitava ad Agadez. Ha trascorso qualche mese nel deserto con i guerriglieri tuareg. E quando ha tentato di lasciare il Niger è finito in commissariato. La polizia l’ha messo sotto torchio e lui che aveva il permesso di soggiorno scaduto, in cambio della liberazione ha dovuto raccontare quello che sapeva. Alla fine è stato espulso. Cittadino indesiderato. L’intreccio tra la via dei clandestini e la via dell’uranio va raccontato proprio da Agadez, dove il commerciante torinese aveva aperto un negozio e dove migliaia di ragazzi africani ora approdano con la certezza di sopravvivere al deserto che li aspetta. La città-monumento al tramonto si incendia di rosso. Non sembra però una comunità sotto assedio, né in guerra. A parte i pastori nomadi tamashek venuti ad accamparsi nelle vie del centro, lontano dalle piste infestate dalle mine e dalle imboscate. Sulla strada asfaltata davanti all’autogare, l’autostazione dove arrivano gli autobus e partono i camion del deserto, gli affari vanno al massimo. Centinaia di bancarelle sui due lati della via vendono di tutto. Dalle scarpe usate ai filoni di pane fresco. Sacchetti di datteri e biscotti. Barattoli di latte in polvere. Bidoni di olio ricoperti di cartone e canapa e riciclati come taniche d’acqua. Passano carretti spinti a mano. Persone ovunque. È il mercato dei poveri. Il posto di rifornimento di quanti aspettano la partenza e cercano di spendere il meno possibile. Perché ogni giorno di attesa è una piccola erosione ai 250 euro che servono per attraversare il Sahara fino in Libia. E, per chi li ha già a disposizione, ai 1.500 euro chiesti dai passatori libici di Al Zuwara per sfidare la vita fino a Lampedusa. Gli emigranti bloccati ad Agadez mangiano il meno possibile per non mettere a rischio il piccolo capitale necessario al viaggio. Spesso solo gari, un impasto energetico fatto con le radici di tapioca.
Ma questa strada è anche un mercato per ricchi. È la contraddizione di ogni guerra. Vicino alla moschea un commerciante vende auto argentee importate o contrabbandate dalla Nigeria. E la fila di negozi sotto i portici, una decina di locali un tempo abbandonati e invasi dalla sabbia, ora sono puliti. Non hanno insegne, non hanno manifesti pubblicitari appesi alle vetrine. Ma sono agenzie di viaggio. Broker, passeur, mediatori. Prendono in consegna gli emigranti in arrivo da Nigeria, Ghana, Liberia, Benin, Mali. E in questi mesi, per la prima volta, anche dal Senegal. L’età di questa generazione in fuga va dai 14 ai 30 anni. Hanno un progetto, un’idea, un sogno da realizzare. Sono i fratelli e le sorelle minori degli emigranti passati da Agadez tra il 2003 e il 2005. Sanno che le loro braccia si aggrapperanno sicuramente a un lavoro. Il passaparola e l’esperienza di quelli sopravvissuti prima di loro raccontano che è dura, ma qualcosa si trova. I clandestini come motore insostituibile della ricchezza sommersa. Soprattutto in Italia dove la produzione esentasse e in nero rappresenta il 23 per cento del Prodotto interno lordo.
Dentro il cortile dell’autogare centinaia di persone aspettano che tramonti anche questo giorno. Una postazione di soldati, con mitragliatrice pesante montata sul fuoristrada, sorveglia l’ingresso. A guardare bene ci sono soldati ovunque. Meglio non entrare. Ad Agadez oggi è vietato fare domande, fare fotografie, fare riprese filmate. Può capitare di essere visti o ascoltati dalle spie in borghese o da chiunque voglia mettersi in mostra con la gendarmeria in cambio di una soffiata. A fine febbraio il presidente del Niger Mamadou Tandja ha rinnovato lo stato d’allerta, proclamato il 25 agosto 2007 come risposta agli attacchi dei tuareg. Nella regione di Agadez la democrazia è sospesa e l’amministrazione è affidata all’esercito. Giornalisti locali e francesi mesi fa sono finiti in cella. E l’arresto è automatico per chiunque venga a fare indagini in città o nel deserto. Gli stranieri, se non sono emigranti in partenza o tecnici minerari, devono tenersi alla larga. E se passano, lo fanno a loro rischio.
La tensione appare già al posto di blocco alla periferia della città. Un ufficiale, sempre con gentilezza, vuole trattenere il passaporto. "Questa è la frontiera", dice: "Agadez in questo momento è come se non fosse in Niger. Qui comandiamo noi". Lasciare il passaporto ai militari significa però rischiare di perderlo. E dover poi affrontare l’ignoto della burocrazia di guerra. L’ufficiale accetta un compromesso: "Allora facciamo così. Stasera un ispettore di polizia verrà in hotel a interrogarla". I militari stanno raccogliendo davanti al loro piccolo ufficio gli emigranti in transito. Scendono dai pullman, dai minibus, dai camion. Oggi, come all’arrivo di ogni convoglio, sono più di 400. Se ne stavano seduti, in cima alla cupola di sacchi, teli e scatoloni. Devono pagare dieci dollari a testa come tassa di passaggio. E chi non ha i documenti in regola, 20 dollari. Già qui l’immigrazione per l’Europa è un affare.
Per arrivare ad Agadez c’è un solo modo. Bisogna unirsi ai convogli scortati dall’esercito. Partono a giorni alterni da Zinder, 431 chilometri di deserto a sud lungo la via dei clandestini. Un viaggio che dura una giornata. In pieno Sahara le dune rosa hanno già coperto la nuova strada asfaltata. I ragazzi dei camion devono scendere. Camminano oltre. Le grandi ruote alleggerite superano le onde di sabbia a tutta potenza. Qualche autista rallenta, ma non si ferma. E i suoi passeggeri devono correre per non rimanere a terra, per non finire abbandonati prima ancora di attraversare la parte più difficile del viaggio. I soldati scortano il convoglio sui loro fuoristrada Toyota armati di mitragliatrice. Dicono che rischiamo un attacco dei guerriglieri tuareg o dei banditi. Ma soprattutto, passando di qui fuori dai convogli, il vero pericolo è di finire impallinati da loro. L’esercito ha l’ordine di sparare a vista. È già successo. Alcuni emigranti sono stati uccisi con gli autisti nel deserto del Ténéré, prima che i militari potessero identificarli. Per arrivare in Italia avevano pagato il viaggio sbagliato.
"Dove li metterete tutti questi immigrati con la crisi che avete in Europa?", sorride un passatore tuareg di Agadez. Ovviamente non vuole essere filmato né fotografato: "Da novembre scorso è come se la Libia avesse dato il via libera. Ora che Gheddafi è stato eletto presidente dell’Unione africana, non può certo rimandare indietro i suoi concittadini africani. Abbiamo saputo che l’Italia investirà in Libia 5 miliardi di dollari. Apriranno cantieri, ci sarà lavoro. Avranno bisogno di manodopera e noi gliela portiamo. Se poi qualcuno vuole proseguire il viaggio in Europa, dal nostro punto di vista è normale. Grazie all’immigrazione clandestina potrebbe addirittura essere firmata la pace. È l’unico punto su cui esercito del Niger, esercito libico, ribelli tuareg e noi tuareg esterni alla ribellione andiamo d’accordo".
L’accordo sottobanco funziona dal novembre 2008. Il problema ora è la mancanza di camion. "Ne stiamo facendo arrivare dalla Nigeria. Abbiamo più gente disposta a partire che mezzi", racconta un altro broker ad Agadez: "A novembre i ribelli tuareg amici della Francia, i militari libici e nigerini e i trafficanti di tutto il Sahara hanno raggiunto un patto: tutti fanno finta di non vedere e incassano la loro parte. Gli autisti tuareg dicevano che senza lavoro, a causa della guerra, si sarebbero uniti alla ribellione. Così adesso l’esercito del Niger scorta i camion fino a Dirkou. I libici chiudono gli occhi. E i tuareg hanno il lavoro. Il limite è che anche per Dirkou bisogna muoversi in convoglio. Fuori convoglio i militari sparano a vista e c’è il rischio delle mine". Quelli di venerdì 13 marzo e martedì 17 marzo sono convogli giganteschi: una fila di decine di fuoristrada e 60 camion carichi di merci, sigarette di contrabbando ed emigranti. Le mine anticarro sono ovunque. In settembre a 40 chilometri dal confine con la Libia, l’esplosione improvvisa sotto le ruote di una camion ha ucciso cinque passeggeri tra cui un ragazzo di 19 anni. Ma l’affare vale il rischio: 10 mila emigranti per 250 euro fanno 2 milioni e mezzo di incasso.
Dirkou in questi giorni è un’oasi che non sa come sfamare i suoi ospiti in transito. Ci sono più stranieri che residenti: oltre 5 mila su 3 mila. Un abitante racconta al telefono che non c’è abbastanza da mangiare per tutti ed è scoppiata un’epidemia di meningite. Almeno 15 emigranti sono morti di fame e di sete negli ultimi giorni e i loro cadaveri sono stati visti dagli autisti di camion a sud di Tumu, la frontiera con la Libia. Forse sono stati abbandonati dai trafficanti, forse avevano deciso di proseguire a piedi.
La fuga dall’Africa è un dramma anche nelle città dove le generazioni più istruite si dissolvono lungo la rotta del deserto. Proprio in questi giorni una delegazione del ministero dell’Educazione della Nigeria è venuta ad Agadez a chiedere alle autorità di non lasciar passare i minori di 15 anni nigeriani. L’incubo sono gli spacciatori di sogni che avvicinano i minorenni davanti alle scuole: non vendono droga, ma un futuro impossibile. "I broker mandano loro emissari davanti alle scuole nigeriane", spiega un funzionario: "Raccontano che arrivare in Italia è facile. Ma una volta in viaggio i ragazzi vengono rapinati dei loro soldi. E le ragazze devono prostituirsi per pagarsi il resto del percorso". Irin, l’agenzia di analisi dell’ufficio Affari umanitari dell’Onu, ha raccolto testimonianze di camion attaccati dai banditi sulla rotta per Dirkou e di adolescenti rapite e scomparse nel deserto.
Tutto questo, dalla fine del 2005 all’autunno 2008, era stato fermato. L’esercito del Niger aveva bloccato il traffico di clandestini lungo la pista degli schiavi: 1.500 chilometri di deserto che attraversano il Ténéré e superata l’oasi di Dirkou salgono in Libia, la rotta che ha avuto il suo picco di emigranti e cadaveri nel 2003 con 15 mila passaggi al mese. Tutto questo non si sarebbe ripetuto se la guerra telecomandata dei tuareg non avesse destabilizzato la regione. A fine 2006 Agadez è ancora una città aperta al mondo e piena di turisti. Ma quelli sono i mesi in cui il costo del petrolio corre. E il prezzo dell’uranio anche. Il presidente Mamadou Tandja e il governo decidono che il Niger può finalmente puntare sulla risorsa strategica di cui è piena la regione di Agadez. Le concessioni per la ricerca dei minerali di uraninite, coffinite e pechblenda vengono messe a disposizione del miglior offerente. La diplomazia francese mugugna. Parigi ha sempre avuto il monopolio dell’uranio in Niger. Lo stabilisce già nel 1961 l’Accordo di difesa firmato tra i due paesi, in piena dominazione coloniale. Il colosso Areva chiede per sé i primi 35 permessi di ricerca. Tandja resiste e rilascia 15 concessioni a società canadesi, sete all’Australia, sei al Sudafrica, solo quattro alla Francia, tre all’India e due a Cina e Russia. In sospeso c’è ancora lo sfruttamento del giacimento di Imouraren, vicino ad Agadez: una quantità di uranio estraibile di 5 tonnellate all’anno per 35 anni che porta il Niger dal quarto al secondo posto tra i paesi esportatori al mondo. E che da solo equivale a tutta la produzione mondiale di Areva.
L’attacco alla postazione dell’esercito nell’oasi di Iferouane, a nord di Agadez l’8 febbraio 2007, è un’azione a sangue freddo. Un piano che ricorda la morte dei dieci soldati francesi massacrati il 19 agosto 2008 in Afghanistan. Da quel giorno di febbraio intorno ad Agadez muoiono padri di famiglia e ragazzi che hanno indossato la divisa in cambio di uno stipendio. Dietro l’assalto di Iferouane però non ci sono i talebani di Al Qaeda. C’è un gruppo minoritario di tuareg fino a quel giorno sconosciuto. Si fanno chiamare Mnj, Movimento dei nigerini per la giustizia, che nel giro di qualche settimana riceve armi e munizioni dalla Libia. A loro si unisce presto il capitano Mohamed Ajidar, comandante di un plotone del Fnis, la Forza nigerina di intervento e sicurezza, reparto dell’esercito costituito da tuareg. Il comandante Ajidar conosce da vicino gli interessi francesi nella regione. Sette mesi prima Areva gli ha affidato la sorveglianza di tre aree di concessione. E gli ha versato sul suo conto personale 56 milioni di franchi africani, 85 mila 365 euro, un capitale da queste parti. Perché tutti quei soldi? Tanto basta a far insospettire il governo che in pochi giorni caccia dal Niger l’ex colonnello Gilles de Namur, responsabile per Areva della sicurezza sul mega-giacimento di Imouraren. Una coincidenza: de Namur è addetto militare all’ambasciata di Francia a Niamey durante la prima rivolta tuareg sostenuta apertamente da Parigi. Il Mnj fa altri morti. E il governo ordina l’arresto e l’espulsione del direttore generale di Areva Niger, Dominique Pin. Nuova coincidenza: negli anni ’90 Pin, mentre de Namur lavora in ambasciata a Niamey, fa parte della sezione Africa dell’Eliseo dove il presidente François Mitterrand ha un consigliere che farà strada nell’industria strategica. Il consigliere è Anne Lauvergeon, attuale amministratore delegato di Areva. Il retroscena più delicato sulla presunta benevolenza tra la società statale di Parigi e i nuovi ribelli tuareg lo rivela senza volerlo il commerciante di Torino messo sotto interrogatorio in una camera di sicurezza a Niamey. Racconta che il vice presidente del movimento tuareg, Asharif Mohamed-Almoctar, poi ucciso in combattimento nell’estate 2008, chiama spesso la Francia con uno dei due telefoni satellitari rapinati il 20 aprile 2007 dal cantiere di Areva sul megagiacimento di Imouraren.
La cosa che stupisce la polizia di Niamey, secondo fonti investigative, è che mesi dopo, a fine 2007 e in piena guerra, Areva stia ancora rinnovando il credito dei due telefoni rapinati dai tuareg. Un curioso mistero mai chiarito. Così come resta un giallo la rivendicazione da parte di Al Qaeda del sequestro, tuttora in corso nel Sahara, dell’inviato dell’Onu in Niger: l’ex ambasciatore del Canada a Roma, Robert Fowler, monsieur Afrique nella politica estera di Ottawa, rapito il 14 dicembre a nord della capitale con il connazionale Louis Guay e il loro autista nigerino Soumana Mounkaila. Secondo i giornali del Canada, il paese che in Niger ha fatto il pieno di concessioni per l’uranio, Fowler e Guay si occupavano di miniere fuori dal mandato dell’Onu. Mouadibou Sisse, 19 anni, di Bamako, Mali, nemmeno immagina il risiko che si sta giocando sulla testa di questa terra in cima alle classifiche di povertà. Aspetta l’autobus per Agadez alla stazione di Niamey. Vuole arrivare in Italia per raggiungere la Spagna. È già stato espulso una volta da Madrid. Ma non s’arrende.

London Calling

di Nicola Montagna*

“G20 Chaos: London on Red alert”; “I’ll give you violence at G20 summit. University professor threatens mayhem”, “Roadwork rubbish around Whitehall (l’arteria dove ha sede il governo e downing Street) is cleaned up amid fear of G20 rioting”. Questi sono alcuni dei titoli che campeggiavano in questi giorni su alcune delle più diffuse testate inglesi e londinesi. Come si può vedere, c’è molta attenzione ed allarmismo intorno alle mobilitazioni di questi giorni contro il G20. Le autorità stanno facendo ripulire le strade dai lavori non solo per promuovere l’immagine di Londra di fronte ai G20, ed al seguito del circo mediatico, ma soprattutto per il timore che, pietre, mattoni, pezzi di cemento e tubi possano venire usati ‘impropriamente’ durante questi giorni di mobilitazione. Nel frattempo le banche e le istituzioni finanziarie hanno invitato i propri dipendenti a tenere un profilo basso, vestirsi in modo sobrio e non riconoscibile e se è possibile evitare di andare al lavorare nei giorni delle proteste. La polizia è in stato di allerta. Secondo fonti interne, questa sarà una delle operazioni più complesse che si sia mai trovata ad organizzare, sia per la scala delle proteste sia per la loro durata. Le ferie ed i permessi sono stati sospesi e migliaia di poliziotti sono stati richiamati da altre parti del paese. È previsto un numero aggiuntivo di 2500 poliziotti, tra cui unità anti-sommossa e servizi d’intelligence, per un costo di circa £10 milioni. In questi giorni due notizie hanno occupato la scena. La prima è di mercoledì scorso quando ad Edinburgo l’abitazione e la macchina di Sir Fred Goodwin, ex amministratore delegato della Royal Bank of Scotland, sono state prese d’assalto con un lancio di pietre da parte di sconosciuti. Goodwin è considerato uno dei responsabili del tracollo della RBS e della perdita di milioni di sterline dei risparmiatori inglesi e nelle ultime settimane ha fatto scalpore e suscitato rabbia la notizia che percepirà una pensione annua di circa £700.000. L’azione è stata rivendicata da un gruppo che in una telefonata all’Edinburgh’s Evening News ha dichiarato: "Siamo incazzati che i ricchi come lui diano a se stessi un’enorme quantità di soldi e vivano nel lusso, mentre le persone normali vengono licenziate, private dell’assistenza e trasformate in senza casa. Questo è un crimine. I capi delle banche dovrebbero essere messi in galera. Non è che l’inizio". La seconda sono state le dichiarazioni di Chris Knight, professore di Antropologia all’University of East London, uno degli epicentri della protesta, ed esponente di G20 Meltdown, un network di attivisti che sta organizzando alcune tra le principali mobilitazioni dei prossimi giorni, e la sua successiva sospensione dall’insegnamento. Secondo quanto riportato dalla stampa, Chris Knight avrebbe dichiarato: “Il messaggio alla polizia è questo: se voi premerete il vostro pulsante nucleare io premerò il mio. Se volete violenza, l’avrete”. Queste dichiarazioni sono state riportate con grande enfasi dalla stampa, che non ha ovviamente perso l’occasione iniziare una caccia all’untore titolando: “Uni professor behind riots” (Evening Standard) oppure “University professor threatens mayhem” (London Lite). Chris Knight ha successivamente aggiustato il tiro sostenendo che “farà il possibile affinché tutta la rabbia delle classi medie non si trasformi in violenza...saremo carini con i banchieri, ne bruceremo solo l’effige”. Le mobilitazioni contro il meeting dei G20 cominciano oggi con una manifestazione organizzata da ‘Put people first’, una coalizione di sindacati e di organizzazioni che lavorano nel campo dello sviluppo e degli aiuti umanitari, tra cui Act Aid, Oxfam, Save the Children. Ma l’epicentro delle proteste è previsto per i prossimi giorni. “Lost your home? Lost your job? Lost your savings or your pension? This party is for you!” Con questo invito gli attivisti e gruppi riuniti intorno a “G20 Meltdown” invitano a partecipare a quattro cortei/carnevali/party che Mercoledì 1 aprile partiranno alle 11.00 da differenti punti della città per convergere verso la City e la Banca d’Inghilterra e culmineranno in azioni dirette contro le istituzioni finanziarie. Nel pomeriggio avrà luogo l’Alternative G20 Summit. L’iniziativa si terrà presso Docklands campus della University of East London, il giorno precedente al summit ufficiale. Per le prime ore del mattino del giorno successivo, Stop the war coalition ha lanciato un’azione di disturbo presso gli hotels dove i G20 sono ospiti per “consegnare il nostro messaggio di un mondo oltre il capitalismo”.

* Lecturer in criminology alla Mddlesex University, Londra.

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Climate Camp G20! La natura non fa prestiti!

Alla vigilia del G20 a Londra, ecco arrivare nel cuore commerciale e finanziario della capitale britannica il Climate Camp 2009.
I giganti del mercato hanno già speculato sulle nostre case, il nostro lavoro e i nostri soldi e i risultati sono stati disastrosi. Ora stanno speculando sul nostro clima e sul futuro della terra – e ancora una volta i nostri governi sono lì ad appoggiarli. Con un intricato sistema di permessi e licenze sulle emissioni di carbonio, le imprese di combustibili fossili e le ditte commerciali hanno trovato il modo di proseguire indisturbati le emissioni di gas che stanno causando il surriscaldamento del pianeta, continuando così a incrementare i loro profitti. Allo stesso tempo, il governo inglese giustifica la costruzione di una terza pista di atterraggio a Heathrow e di una nuova centrale elettrica alimentata a carbone a Kingsnorth, sostenendo che i nuovi programmi di "carbon trading" saranno in grado di vanificare magicamente tutte le emissioni di carbonio.Stanno affidando il controllo del nostro clima agli stessi responsabili del collasso finanziario! E tutte le alternative possibili e sostenibili continuano ad essere ignorate. Dobbiamo fermare queste assurdità.
Ci siamo dunque mobilitati e abbiamo costruito azioni sotto l’egida di Campeggio climatico (Climate camp) sulla pista in costruzione ad Heathrow e contro la centrale elettrica di Kingsnorth. Adesso è il momento di agire contro il problema sovrastante: cioè la fede assoluta nel sistema del libero mercato e in una crescita economica illimitata! Il 1 di Aprile i leader del G20 arriveranno a Londra. In un periodo di crisi climatica le loro risposte al meltdown finanziario sono prestiti economici alle industrie automobilistiche, aumenti delle spese per incoraggiare i consumi, e salvataggi finanziari di quelle stesse imprese che sono responsabili del disastro in cui ci troviamo – esattamente ciò che peggiorerà ancora di più la crisi ambientale.
Non permettere che questo avvenga! Unisciti al Climate Camp nel distretto finanziario di Londra, appuntamento il 1 aprile 2009, alle 12.00 all’ European Climate Exchange, Hasilwood House, 62 Bishopsgate, EC2 4AW
Portate tende pop-up, sacchi a pelo, turbine a vento, cinema-mobile, idee e piani di azione…Immaginiamoci un altro mondo!Non lasciamo dettare le regole ai loschi padroni di finanza e idrocarburi!
Per aggiornamenti, informazioni e ulteriori dettagli sui piani d’azione:
The Swoop
Per rendere più efficace Climate camp bisogna raggiungere in contemporanea e da punti diversi il luogo e l’ora di ritrovo il 1 aprile. Un ritardo può costare la non partecipazione al camp.

Traduzione del testo a cura di Gloria Bertasi, giornalista precaria

Video "La degna rabbia. Un altro mondo un altro cammino, in basso a sinistra"

A cura di Associazione Ya Basta! - Margine Operativo

Il 26 dicembre a Città del Messico inizia il Primo Festival Mondiale della Rabbia Degna. Gli zapatisti convocano l’incontro sottolineando come “Dalla nostra apparizione pubblica, oramai quasi 15 anni fa, è stato nostro impegno l’essere ponte affinché le ribellioni passino da una parte all’altra. A volte ci siamo riusciti, a volte no. Ora vediamo e sentiamo non solo la ribelle resistenza che, sorella e compagna, continua ad essere al nostro fianco ed incoraggia i nostri passi. C’è ora qualcosa che prima non c’era, o che non riusciamo a vedere allora. C’è una rabbia creativa. Una rabbia che dipinge di tutti i colori le strade del basso e a sinistra nei cinque continenti...”
Durante le giornate a Città del Messico più di 200 comitati, movimenti, reti del Messico e del mondo danno vita alla Prima parte del Festival confrontandosi intorno alle quattro ruote del capitalismo: lo sfruttamento, disprezzo, repressione e l’espropriazione. Per tre giorni tra dibattiti, avvenimenti culturali ed esposizioni inizia una narrazione collettiva che arriverà in Chiapas per festeggiare l’anniversario del levantamiento zapatista nel Caracol di Oventic e poi continuerà la discussione presso l’Università della Terra a San Cristobal. Autonomia dei movimenti, autorganizzazione collettiva, costruzione di alternative profonde si confrontano avendo come filo comune la rabbia degna che accompagna il rifiuto di un sistema che nella sua crisi dimostra la necessità di un cambiamento radicale. Un Festival per condividere le differenze ed arricchirsi dalle riflessioni comuni, per camminare nella strada dei conflitti fuori dalle ricette preconfezionate.
Vai alla cronaca multimediale del Festival
Vedi i Sette Venti nei Calendario e Geografie in basso
Galleria fotografica
Per 10 giorni, itinerante e nomade per il Messico, si è svolto il Primer Festival Mundial de la Digna Rabia proposto e costruito dalle donne, uomini, bambine, bambini, anziani dell’EZLN – Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale - a cui hanno partecipato tantissim@ attivisti/ribelli/artisti/ esperienze di lotta da tutto il pianeta terra.
Il video “La degna rabbia” realizzato da Riot Generation Video / Margine Operativo racconta il magma incandescente di visoni e di lotte che ha attraversato il festival. Narra l’anomalia di un festival autonomo e indipendente creato da una molteplicità di linguaggi, di conflitti, di codici artistici che si collocano per scelta in basso e a sinistra. 10 giorni densi, straordinari che hanno tracciato un calendario e una geografia delle lotte e delle prospettive che attraversano i movimenti nel mondo, e che hanno disegnato una mappa del possibile.
Di nuovo rivolgiamo la nostra parola. Questo vediamo, questo guardiamo. Questo giunge al nostro udito, arriva al nostro cuore scuro.

Associazione Ya Basta promuove progetti di cooperazione internazionale dal basso in Messico, Ecuador, Argentina, Brasile, Palestina organizzando carovane di conoscenza e solidarietà, promuove il commercio autonomo importando il caffè rebelde zapatista e organizza brigate sanitarie appoggiando il sistema sanitario autonomo zapatista.
Margine Operativo è un progetto artistico multidisciplinare indipendente. Agisce su più livelli: crea spettacoli teatrali e performance, costruisce eventi multimediali e realizza video, format televisivi e live set video. Riot Generation Video è il progetto visuale di Margine Operativo.

Elezioni in Turchia

Il DTP (partito della società democratica) conquista il 5% al livello nazionale, riconfermandosi nell’area metropolitana di Diyarbakir (dove amministrerà 14 dei 17 comuni), si aggiudica 7 province (Hakkari, Batman, Igidir, Siirt, Sirnak, Tunceli, Van), e complessivamente 48 comuni (secondo i dati disponibili alle 22.00 di domenica).
Ad Hakkari provincia il DTP vince con il 78,97% e si aggiudica tutti e tre i suoi comuni: Cukurca (77,64%), Semdinli (61,30%) e Yuksekova (89,59%).
A Sirnak quando sono state scrutinate 82 sezioni su 89 vince con il 53,41% aggiudicandosi 5 su 6 comuni con percentuali superiori al 70% (Cizre, Idlil, Silopi, Uludere, Baytussebap).
Il DTP riconquista la provincia di VAN con il 53 % a 462 sezioni scrutinate su 602, vincendo in tre dei suoi comuni Baskale con il 59,34% (definitivo), Muradiye con il 55 (definitivo) ed Ozalp con il 51,14% (definitivo).
Osservatori italiani nella città di Beytussebap (provincia di Sirnak) denunciano gravi atti di violenza da parte di sostenitori del AKP contro militanti del DTP.

Messico - Manu Chao: ospite indesiderato in Messico

Il Governo Messicano fa marcia indietro dopo le voci di divieto di entrata per il cantante impegnato nella Campagna di denuncia dei fatti di Atenco
Nei giorni scosi era circolata la voce che il Governo Messicano avrebbe avuto intenzione di vietare l’ingresso nel paese a Manu Chao, dopo le sue dichiarazioni di denuncia della violenza delle forze dell’ordine a Salvador Atenco.
Manu Chao durante la selezione di Cinelandia al Festival Internacional de Cine, a Guadalajara, aveva denunciato il caso delle donne assasinate a Ciudad Juárez, e aveva riaffermato il suo impegno nella "Campaña Nacional e Internacional: Libertad y Justicia para Atenco" dicendo: “Stiamo preparando molte iniziative per porre fine all’ingiustizia e perchè si capisca quello che è successo ad Atenco. Si è trattato di terrorismo di stato."
Alla notizia dell’intenzione del Governo Messicano di sanzionare Manu Chao immediatamente a livello internazionale si è mobilitati.
La "Secretaría de Gobernación" si è vista costretta ad emettere un comunicato in cui afferma di non aver avuto nessuna intenzione di applicare sanzioni al cantante.
Di seguito:
Articolo de La Jornada
Agenzie di stampa sulla notizia

venerdì 27 marzo 2009

Elezioni in Turchia, le aspettative dei kurdi

di Delphine Strauss e Funja Guler Financial Times, 24 marzo 2009

Diyarbakir – I pennacchi di fumo dei fuochi accesi per celebrare la tradizionale festa del Newroz si levano dai campi attorno a Diyarbakir, nel sudest kurdo della Turchia. Sotto un tramonto primaverile, le famiglie hanno banchettato e i danzatori hanno ballato in cerchio, mentre sul palco, davanti a una folla di centinaia di migliaia di persone, sono saliti dei cantanti kurdi. La celebrazioni pacifiche dimostrano quanto sia cambiata la regione rispetto ai primi anni novanta, quando la violenza tra l’esercito e i separatisti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) era al suo picco e il Newroz rappresentava un pretesto per scontri tra dimostranti e forze di sicurezza. Diyarbakir è diventata uno dei campi di battaglia elettorale più caldi della Turchia. Il Partito di giustizia e sviluppo (Akp) al governo sta combattendo per rimuovere il sindaco kurdo del Partito della società democratica (Dtp) durante le elezioni locali di questo fine settimana. Entrambe le parti affermano che il risultato (elettorale) potrebbe accelerare gli sforzi per porre fine al conflitto.“La Turchia è sulla strada giusta… ma sta procedendo lentamente”, dice Galip Ensarioglu, presidente della Camera di commercio di Diyarbakir. Negli ultimi mesi, la televisione di Stato turca ha iniziato a trasmettere in lingua kurda, un tempo proibita; un passo importante per una minoranza che ammonta a quasi un quinto dei 70 milioni di abitanti della Turchia. L’Akp si è impegnata a pompare denaro nella logora economia del sudest. Il Pkk sta combattendo un'azione di retroguardia dai nascondigli nelle montagne Qandil, in nord Iraq. Per tre mesi, non vi sono state violenze in Turchia. I rapporti migliorati con l’Iraq potrebbero condurre a una svolta. Abdullah Gul, il primo presidente turco a visitare Baghdad dopo oltre trent’anni, questa settimana ha rotto un tabu facendo riferimento alla “amministrazione regionale del Kurdistan” in nord Iraq. Jalal Talabani, presidente iracheno ed egli stesso kurdo, ha fatto appello ai ribelli perché abbandonino le armi o lascino l’Iraq. I leader kurdi iracheni convocheranno presto una conferenza di sicurezza che potrebbe fare appello per una amnistia e per la fine della lotta armata del Pkk. Ma prima, il governo turco dovrà convincere i kurdi di essere in grado di garantire i loro diritti meglio dei ribelli, e rassicurare al tempo stesso gli altri elettori di non stare cedendo al terrorismo. La campagna elettorale per le municipali nel sudest si sta combattendo su un livello più alto che i semplici servizi cittadini. Una vittoria dell’Akp nel sudest potrebbe “aumentare le possibilità per Ankara di... chiarire le sue intenzioni”, specialmente per quanto riguarda il momento e l’opportunità di un’amnistia per i membri del Pkk, sostiene l’opinionista Yavuz Baydar. Ma il Dtp sembra pronto a mantenere le sue roccaforti. Molti a Diyarbakir sono frustrati dal fatto che l’Akp, timoroso di provocare l’opposizione, non ha usato la sua maggioranza in Parlamento per fare le modifiche costituzionali che avrebbero concesso diritti più ampi alle minoranze e reso più facile per i deputati kurdi di vincere seggi. “Cosa stanno aspettando? Non hanno bisogno del sostegno di nessuno”, dice Sezgin Tanrikulu, un avvocato per i diritti umani. Tuttavia, una vittoria convincente del Dtp potrebbe rafforzare il partito, minacciato di chiusura per legami con il Pkk, come alternativa politica alla violenza. Osman Baydemir, sindaco di Diyarbakir, dice di essere intenzionato a spingere gli altri politici a prendere più sul serio i deputati del Dtp, ostracizzati a partire dalla loro elezione in Parlamento nel 2007. Ma il Dtp non sembra avere né la volontà né la capacità di spingere i ribelli del Pkk ad abbandonare la loro lotta per una madrepatria. Leyla Zana, che ha passato anni in prigione per i suoi accesi discorsi, ha suscitato il riso della folla, sabato, quando ha rimproverato Talabani per avere proposto il disarmo, e ha detto che un’amnistia dovrebbe costituire l’ultimo passaggio del processo. Ad Ankara, politici in tenuta elegante hanno sobbalzato di fronte ai fuochi del Newroz che segnalavano l’accettazione ufficiale di una festa considerata un tempo sovversiva. Ma a Diyarbakir, il candidato locale dell’Akp, Kutbettin Arzu, avrà vita dura nell’ottenere i voti. Gli uomini di una fumosa sala da tè nei sobborghi della città sono decisi a sostenere il Dtp. “Non vogliamo votare per nessun altro partito”, dice Abidin, il cui villaggio è sopravvissuto alle tattiche di terra bruciata dell’esercito negli anni novanta. E non nascondono la loro simpatia per i combattenti del Pkk. “Se vai sulle montagne Qandil – dice il cameriere – saluta i nostri amici”. (Traduzione di Carlo M. Miele per Osservatorio Iraq)

Turchia, Erdogan va al voto: vincerà, ma perderà consensi

di Geries Othman Asia News, 26 marzo 2009
Ankara - Mancano ormai pochi giorni alle elezioni amministrative in Turchia. Un appuntamento elettorale cruciale per il governo di Recep Tayyip Erdogan. Quarantotto milioni sono gli elettori chiamati a rinnovare i consigli provinciali e ad eleggere sindaci e consiglieri delle amministrazioni di ben 2.941 comuni. Un vero e proprio test per constatare la tenuta dell’Akp, che attualmente detiene ben dodici delle sedici metropoli più importanti del Paese, comprese Istanbul e Ankara. Benché diciannove siano i partiti in lista, quattro sono quelli in maggiore competizione. L’Akp, Partito della giustizia e dello sviluppo, attualmente al governo per la seconda volta consecutiva sotto la guida del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Il Chp, Partito repubblicano popolare, erede della tradizione kemalista e principale partito all’opposizione. Il Mhp, ovvero la destra nazionalista spesso identificata con i Lupi Grigi, e il Dtp, Partito della società democratica, forte soprattutto nel sud est del Paese con in mano l’amministrazione della città di Diyarbakir, roccaforte dei curdi. La Turchia arriva a queste elezioni amministrative con una situazione economica disastrosa, con accuse di corruzione da tutte le parti, con un negoziato per l’ingresso in Europa che va a rilento e una serie di promesse di maggior democrazia e sviluppo non realizzate. Nonostante questi temi scottanti sul tavolo, i dibattiti elettorali, però, sono stati animati da scontri tra partiti privi di veri e propri programmi per venir fuori da questo stallo e senza reali progetti futuri di rilancio del Paese. Il primo ministro Erdogan, che vuole vincere a tutti i costi, è sceso in campo di persona ed è un continuo apparire in televisione e sui giornali davanti a bagni di folla e inaugurazioni di ogni tipo. Dall’inizio della campagna elettorale ha partecipato a 70 tra manifestazioni e comizi, visitando 67 province su 81 e quasi tutti i giorni è stato impegnato a inaugurare di tutto: ospedali, centri culturali e sportivi, scuole, la nuova linea bus veloce che collega la parte europea a quella asiatica di Istanbul e il mini-prolungamento della metropolitana nella moderna Costantinopoli. Benché secondo recenti sondaggi il 46 per cento di coloro che lo votarono rimpianga l’Erdogan riformista del suo primo mandato e il 48 per cento accusi l’Akp di aver abbandonato le sue idee progressiste, questo partito di ispirazione islamica, conta comunque su una solida base che secondo un sondaggio effettuato dall’agenzia A&G per conto della Cnn è del 39,8 per cento, percentuale certo in calo rispetto alle elezioni del 2007 quando Erdogan è risultato trionfatore con il 46,6 per cento dei voti, ma comunque non disprezzabile. E il premier è sicuro di vincere la sfida di domenica prossima. Del resto tale possibile successo non sarebbe solo merito dell’abilità ammaliante di Recep Tayyip e della sua squadra, ma soprattutto colpa della mancanza di una vera alternativa politica. Eppure il partito di governo deve fare i conti con numerose ombre oscure messe in luce contro di lui. Prima fra tutte le accuse di corruzione di alcuni suoi membri e ancor più lo scandalo che mesi fa ha colpito la Deniz Feneri, associazione benefica turca processata a Francoforte per aver versato parte dei proventi raccolti dai turchi residenti all’estero nelle casse dell’Akp anziché destinare i fondi ai poveri. Poi le polemiche sullo stanziamento di 50 milioni di euro per gli “aiuti sociali” del governo distribuiti soprattutto nel sud est del Paese, a maggioranza curda e fra le aree più povere della Turchia. Potenziali elettori “omaggiati” con elettrodomestici ultimo modello nuovi di zecca, come frigoriferi, televisori e condizionatori d’aria. Come se non bastasse il Dtp ha denunciato numerose irregolarità nella registrazione dei votanti. Secondo questo partito, il governo, che punta a guadagnare le amministrazioni comunali dell’est, avrebbe favorito l’attribuzione di indirizzi falsi a 1630 soldati, 1200 insegnanti e 2000 cittadini di Adana che risulterebbero residenti in alcune cittadine curde solo per poter avere diritto di voto in quelle zone. E altri atti illegali nei registri dei votanti sono stati comunicati dalla Dicle News Agency. Del resto, a danneggiare la credibilità del processo democratico, secondo Fuat Keyman docente di Relazioni internazionali all’Università Koc di Istanbul, è anche l’aumento improvviso dei votanti registrati, cresciuti di ben 6 milioni. “Se è vero che le elezioni dimostrano che in Turchia esiste una democrazia – prosegue Keyman – ciò non implica necessariamente che questa democrazia sia vitale e in salute”. E lo sanno bene le segreterie dei partiti che, per evitare brogli elettorali, da sempre molto diffusi, hanno organizzato un vero e proprio esercito di osservatori da impegnare nei seggi per controllare il regolare svolgimento delle operazioni di voto. Lo stesso Akp collocherà in ogni seggio un rappresentante e nove osservatori per una spesa complessiva di circa 1,3 milioni di euro. Anche il Chp utilizzerà tre osservatori per seggio, mentre il Mhp conterà su una folta schiera di simpatizzanti e il Dtp fornirà un osservatore per seggio.

martedì 24 marzo 2009

"Fosforo su Gaza" - Incontro e Proiezioni il 27 marzo


India, Nano rosso sangue

La sanguinosa repressione delle proteste dei contadini indiani contro la fabbrica della Nano

La casa automobilistica indiana Tata ha lanciato la vettura più economica al mondo: la Nano, che in India verrà venduta a soli 1.500 euro. Tra un paio d’anni sbarcherà anche sul mercato europeo, ma costerà 5 mila euro perché equipaggiata per rispondere alle norme di sicurezza e inquinamento del Vecchio Continente."Grazie alla Nano, anche i poveri dell’India e del mondo intero potranno permettersi un’auto", ha annunciato raggiante il presidente della compagnia, Ratan Tata. Una prospettiva ambientalmente terrificante, visto che la Nano base ha un motore a benzina altamente inquinante.L’unico vero scopo del signor Tata è fare grandi profitti giocando sui grandi numeri del mercato indiano. Purtroppo per lui, però, la domanda potrà essere pienamente soddisfatta solo tra almeno un anno. La produzione infatti sarà molto limitata per il 2009 a causa dei ritardi nella costruzione della fabbrica nel Gujarat, dove la Tata ha dovuto trasferire lo stabilimento inizialmente impiantato nel Bengala Occidentale, dove nel 2007 i contadini locali si erano ribellati all’esproprio dei terreni. Una protesta repressa con una violenza inaudita dalle autorità locali.Un anno fa la nostra rivista aveva pubblicato un reportage su questi drammatici eventi, ignorati dalla stampa italiana per non creare imbarazzi alla Fiat...

Un anno fa a Singur, distretto di Hoogly, nello stato del Bengala Occidentale, viene trovato in una fossa, semicarbonizzato, il cadavere di Tapasi Malik, una giovane contadina. La polizia statale si affretta ad archiviare il caso come ‘suicidio’. Tapasi si era distinta nella lotta contro gli espropri dei terreni richiesti dalla multinazionale indiana Tata Motors, che a Singur pretende mille acri per impiantare una fabbrica di utilitarie a basso costo con la collaborazione della Fiat.
Come atto di terrorismo contro la resistenza dei contadini, la giovane è stata sequestrata di notte, strangolata e bruciata. Prima di essere uccisa, Tapasi è stata violentata in gruppo dai suoi assassini. Per questo crimine la polizia federale ha fatto arrestare il responsabile locale del Partito comunista indiano marxista (Cpm) che è al potere in questo stato. L’uomo non è nemmeno stato sospeso dal suo partito. A Nandigram, distretto di East Medinipur, sempre in Bengala Occidentale, la notte tra il 6 e il 7 gennaio 2007 squadracce del Cpm assaltano con bombe e armi da fuoco i contadini che difendono i loro campi dal tentativo d’esproprio a favore della multinazionale chimica indonesiana Salim. I morti accertati sono tre, ma molte persone risultano disperse. Alcuni contadini hanno denunciato che in precedenza erano stati marchiati a fuoco sulle mani come ‘nemici del Cpm’. La forte resistenza dei contadini e la loro esasperazione hanno portato all’espulsione dai villaggi di Nandigram dei quadri del principale partito nel governo bengalese.
Ne è nato un conflitto che trascende gli interessi economici, che vanno dallo sviluppo industriale alle prebende ottenibili dai quadri del Cpm e, in subordine, dalle loro squadracce. Un conflitto per stabilire chi gestisce il potere sul territorio. Questo conflitto, inizialmente tra i contadini di Nandigram da una parte e il Cpm dall’altra, si è arricchito di nuovi protagonisti. Innanzitutto il Trinamool Congress Party, una scheggia bengalese staccatasi dal Congress Party e che contesta il potere al fortissimo Cpm. Poi gli eredi del movimento naxalita che dal 1967 per circa sei anni oppose braccianti, contadini poveri e popolazioni tribali ai poteri politici centrali e locali (compresi i governi di sinistra del Bengala Occidentale). Il bilancio della repressione fu di 10 mila morti e lo sterminio di pressoché tutti i dirigenti naxaliti. Ma è un movimento che, oltre ad aver sostanzialmente vinto nel confinante Nepal, è da tempo in ripresa anche in India, diviso in due rami: da una parte i partiti marxisti-leninisti, che sono usciti dalla clandestinità (e che da noi potrebbero forse essere definiti di ‘sinistra radicale’), dall’altra i movimenti maoisti che praticano la lotta armata controllando migliaia di villaggi. Apertamente appoggiato dal Trinamool Congress Party e implicitamente dai Naxaliti, si è formato il Comitato di resistenza contro lo sfratto dalle terre, che coordina le lotte contro gli espropri. Recentemente si è inserito anche un terzo incomodo: il fondamentalismo islamico.
Nandigram ha una maggioranza di popolazione musulmana. Tuttavia non ci sono mai stati problemi comunitaristici e i contadini musulmani e indù si sono uniti strettamente per combattere gli espropri. Tanto è vero che l’accusa del Cpm, per giustificare la strage di gennaio, che a Nandigram operavano fondamentalisti musulmani non è stata recepita nemmeno dai suoi alleati del Left Front. Ma alla fine dell’anno scorso si è fatta viva una componente fondamentalista del tutto esterna al movimento di resistenza contadina, mettendo a soqquadro Calcutta con slogan che mischiavano una vaga difesa dei contadini musulmani di Nandigram con l’attacco al governo in quanto reo di aver dato asilo politico alla scrittrice Taslima Nasreen, in esilio dal Bangladesh perché rincorsa da una fatwa per aver "offeso" l’Islam. I tentativi del Cpm di riprendere il controllo politico di Nandigram raggiungono un picco il 14 marzo 2007 quando su pressione del governo la polizia statale cerca di occupare i villaggi. Respinta dalla popolazione con lanci di oggetti, la polizia decide di sparare ad altezza uomo (coadiuvata in modo documentato da elementi delle squadracce del Cpm). I morti sono 14 e i feriti 150.
Le denunce di stupri compiuti da singoli o da interi gruppi di poliziotti aumentano nei giorni seguenti. Medha Patkar, la nota attivista sociale indiana, visita nell’ospedale di Nandigram una bambina di 10 anni che è stata seviziata con il lathi (il manganello di bambù in uso nelle forze di polizia indiane). Ma il primo ministro bengalese Buddhadeb Bhattacharjee, detto il ‘Buddha Rosso’, ribadisce che non ha niente di cui discolparsi. Non è dello stesso parere il governatore del Bengala Occidentale, Sri Gopalkrishna Gandhi, nipote del Mahatma, che dopo aver dichiarato di provare "un orrore agghiacciante" per i fatti di Nandigram ed essere andato a visitare i feriti, censura l’operato del Left Front (il Fronte delle Sinistre capeggiate dal Cpm che governo questo stato) domandandogli "a quale pubblico interesse giovi lo spargimento di tutto questo sangue umano". La domanda di Gopalkrishna Gandhi intende mettere il governo delle Sinistre con le spalle al muro: infatti il Left Front, per poter espropriare i contadini, sta utilizzando una legge coloniale britannica (il Land Acquisition Act del 1894 ) che prevede l’esproprio a fini di ‘pubblica utilità’ e non, come in questo caso, per dare terreni a imprese private.
Ma nemmeno la strage di marzo è riuscita a piegare i contadini. Perché? La legge prevede un indennizzo a prezzi di mercato per i proprietari. Punto e basta. Ma moltissimi contadini proprietari sanno che il loro futuro non sarà per nulla roseo se passano le requisizioni. Singur e Nandigram sono terre fertilissime che danno dai tre ai cinque raccolti l’anno, di vari prodotti. Le terre che essi potrebbero acquistare in alternativa, con molta verosimiglianza non potranno essere della stessa qualità, sia per la crescente scarsità di terre da mettere a coltura (se non a costi esorbitanti), sia per la spinta speculativa del prezzo dei terreni dovuta alla riconversione della loro destinazione d’uso. Inoltre la maggior parte dei contadini non può nemmeno esibire un titolo di proprietà: le donne, innanzitutto, pur potendo per legge ereditare, sono solitamente costrette dai pregiudizi patriarcali della loro società a rinunciare a favore dei membri maschi della famiglia; poi i braccianti, che ovviamente non hanno nessun titolo di proprietà, così come i fittavoli e i mezzadri. Senza contare i proprietari non registrati a causa delle lacune del catasto indiano e chi si guadagna da vivere con le attività ancillari, come il piccolo artigianato e il piccolo commercio. Decine di migliaia di famiglie vedono perciò come destino più probabile quello di andare a ingrossare le baraccopoli di Calcutta e delle altre grandi città indiane. Le ricadute occupazionali dei nuovi insediamenti industriali sono ben esemplificate dalle recenti dichiarazioni di Debasis Ray, responsabile comunicazioni della Tata Motors, riguardo alle possibili assunzioni alla Tata di Singur dei contadini rimasti disoccupati a causa dell’esproprio: "Per ora non siamo in grado di fare promesse, ma di sicuro alcune persone di quell’area potranno essere assunte".
Lo scorso novembre il Cpm decide che deve a tutti i costi ‘risolvere’ la questione Nandigram. Dopo alcune riunioni interne dove si lanciano gli slogan ‘uccidi o vieni ucciso’, ‘noi o loro’, il partito invia le sue squadracce alla riconquista dei villaggi di Nandigram. Nessuno ancora sa cosa sia successo. A lungo è stato impedito ai giornalisti di accedere alla zona. I pochi che ci sono riusciti hanno letteralmente testimoniato che "c’era sangue da tutte le parti". Alla fine, per sedare gli scontri, il governo federale ha deciso di inviare la Central Reserve Police Force, che peraltro si è lamentata della non collaborazione della polizia locale. Gli attivisti del Comitato di resistenza contro lo sfratto dalle terre non osano tornare nelle loro case per paura di ritorsioni. E come al solito la violenza sulle donne si è rivelata una pratica regolare. Nandigram è ‘riconquistata’. Ma ormai il danno politico per il Cpm e il Left Front è fatto. Il 14 novembre 2007, Calcutta ha ospitato un’enorme manifestazione di protesta di intellettuali, registi, scrittori, commediografi, docenti, cioè di quella intellighenzia progressista che fin dai tempi del Raj britannico contraddistingue la capitale del Bengala come la città-laboratorio dell’India intera.
L’India contemporanea ci viene presentata in continuazione come un’occasione da non perdere per i nostri investimenti industriali, commerciali, finanziari e nei servizi. Assieme alla Cina, l’India è il paese in cui tuffarci per condividere assieme alla sua dominante classe media le gioie di un crescente sviluppo che in Occidente invece ristagna. Per molti versi è così. E tuttavia il quadro è largamente incompleto e parziale. Se la classe media indiana rappresenta circa 270 milioni di persone, le statistiche ufficiali del 2007 parlano di 836 milioni di persone che vivono con meno di mezzo dollaro al giorno. Lo sviluppo indiano, come avviene in tutto il mondo, è fortemente polarizzato, disarticola assetti sociali, mina le possibilità di esistenza di milioni di persone, spreca risorse, foreste, acqua, terreno agricolo. In una società dove la maggioranza della popolazione vive di agricoltura, i piani di conversione di milioni di acri ad usi non agricoli (impianti industriali, strade, infrastrutture, edilizia) saldano la devastazione del territorio a quella sociale per la gloria di uno sviluppo di cui beneficeranno i pochi e che emarginerà i molti. Questi piani sono parte di una guerra di ‘autocolonializzazione’, come è stata definita recentemente dalla scrittrice Arundhati Roy. Una guerra che non può più essere messa sotto silenzi. Nel Bengala Occidentale, il 2007 è stato caratterizzato da un violento conflitto tra contadini e governo del Left Front (Fronte delle Sinistre), capeggiato dal Partito comunista indiano, che ha ammesso esplicitamente di considerare conclusa la stagione delle riforme agrarie e di puntare tutto, in chiave capitalistica, su industrializzazione e terziario. Una chiave per cui l’agricoltura contadina è vista come una sorta di residuo semifeudale destinato a scomparire, con le buone o con le cattive. E le cattive significano bastonate, sevizie, stupri e massacri.
E in Italia, coinvolta in questa vicenda tramite la Fiat, cosa si dice di queste violenze? Silenzio assoluto. Il responsabile comunicazione del gruppo Fiat, sollecitato ad esprimersi sui fatti di Singur, ha risposto: "Da dove arrivano (le auto) e come vengono fatte non ci riguarda". Possiamo azzardare che questa dichiarazione non sembra proprio in linea con gli impegni di ‘responsabilità sociale’ sottoscritti dalla Fiat. Ma in Italia si ragiona per sillogismi: denunciare e criticare il governo del Bengala Occidentale vuol dire criticare i nostri investimenti e accordi di business bengalesi. Criticare i nostri investimenti e accordi di business bengalesi, vuol dire criticare la politica del nostro establishment economico e del governo. Conclusione: non si può fare. Semplicemente non c’è lo spazio per farlo.
Da noi deve andar di moda la ‘Shining India’, quella del boom economico, quella del software avanzato. Da noi deve farsi strada l’idea di un’India con cui concludere affari o anche accordi culturali che tengano però alla larga le decine di migliaia di intellettuali che protestano in nome della democrazia. D’altronde, non è forse l’India ‘la più grande democrazia del mondo’. E allora cosa c’é da protestare?Ci è richiesto di recepire unicamente un’immagine dell’India che, soprattutto, tenga ben lontano da noi lo spettro inquietante delle centinaia di milioni che non ce la fanno, delle donne stuprate e a cui tagliano i seni, delle decine di milioni di tribali con la vita devastata dagli espropri, dalle violenze e dalle miniere d’uranio a cielo aperto. Ma ciò che è più importante è evitare che le persone si accorgano che lo sviluppo indiano è lo specchio, non deformante ma fedele, della deformità del nostro stesso sviluppo.
Scritto per Peacereporter da Piero Pagliani

domenica 22 marzo 2009

Turchia: Un milione in piazza a Diyarbakir, per il Newroz e per sfidare Ankara

di Orsola Casagrande
Se le celebrazioni del Newroz, il capodanno kurdo, dovevano essere lette anche come indicazione di voto alle prossime amministrative (in Turchia si vota domenica prossima), allora sul risultato non ci sono dubbi. Un milione di persone sono scese in strada ieri a Diyarbakir per festeggiare. Un'immensa manifestazione, che è da leggere anche come un messaggio di sostegno al Dtp, il partito della società democratica che porta avanti, tra arresti, censure, processi, le istanze dei kurdi. Ma soprattutto la richiesta di dialogo. Un dialogo che porti a una soluzione negoziata del conflitto che dal 1984 insanguina la Turchia. “Il popolo kurdo - ha gridato Leyla Zana - è innamorato della pace, non delle armi”. Leyla Zana, che in carcere ha passato dieci anni per aver pronunciato in kurdo in parlamento (da rappresentante eletta democraticamente dal popolo) parole di fratellanza, oggi ribadisce quello che disse quasi vent'anni fa, “noi vogliamo la pace”. Nel suo discorso davanti a una folla come da anni non si vedeva, tra migliaia di bandiere, e i colori del Kurdistan, il rosso, il giallo e verde, Ahmet Turk, il presidente del Dtp, ha ribadito che la libertà e la pace per questo paese “passa anche attraverso la pace di Abdullah Ocalan”, il leader del Pkk che da dieci anni si trova, unico detenuto, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Imrali. Un'isola fortezza da dove il presidente del partito dei lavoratori del Kurdistan ha mandato un messaggio al suo popolo tramite i suoi avvocati. In particolare Ocalan ha parlato della conferenza di pace di cui si discute sempre più insistentemente. La conferenza potrebbe tenersi nel Kurdistan iracheno già a fine aprile o maggio. La proposta di una conferenza che riunisca le organizzazioni kurde delle quattro parti in cui il Kurdistan è diviso e partiti e governi dei quattro paesi (Turchia, Iran, Siria e Iraq) è stata avanzata inizialmente proprio dal Dtp. I kurdi iracheni l'hanno fatta propria e rilanciata. Il presidente iracheno, Jalal Talabani ha parlato di data imminente per la conferenza lasciando intendere che si aspettava solo la risposta dei rappresentanti del Pkk. In realtà quello che lo stesso Ocalan ha ribadito nel suo messaggio è che non ci possono essere precondizioni per nessuno. Come il processo di pace nordirlandese insegna, se ci siede attorno al tavolo tutte le parti in causa devono avere parità di diritti e trattamento. Nel caso specifico kurdo, così come fu per l'Ira, si chiede che il Pkk deponga o consegni le armi, come precondizione per sedere al tavolo delle trattative. Ma è evidente che questa imposizione non fa che bloccare qualunque avvio di un qualunque processo di dialogo. Intanto la campagna elettorale per le amministrative è entrata nella sua ultima settimana. Abdullah Demirbas, candidato sindaco per il distretto di Sur (uno dei distretti di Diyarbakir) era già stato sindaco di Sur. Ma è stato destituito dopo aver pubblicato anche in kurdo, oltre che in turco, arabo, inglese materiali informativi sui servizi offerti dal comune. Contro di lui è stato aperto un processo e lui è stato destituito. Oggi si ricandida e ribadisce che se sarà eletto continuerà a pubblicare anche in kurdo il materiale del comune. “Il partito del premier di Erdogan - dice Demirbas - ha cercato di delegittimarci, ma il popolo kurdo dirà la sua alle urne”. Demirbas sottolinea i rischi di brogli alle elezioni. Ma questa consultazione dimostrerà “se a essere premiato sarà l'approccio dello stato, amami o lasciami - come lo definisce - o l'approccio dei kurdi, ama, vivi in pace e in democrazia”. Demirbas sottolinea anche il doppio standard usato dal governo sulla lingua e le trasmissioni in kurdo. Da una parte c'è la televisione di stato in kurdo, aperta per “la propaganda dell'Akp”, dall'altra c'è “la quotidianità di persone processate perché parlano in kurdo”.

Ecuador - Restituita la personalità giuridica ad Accion Ecologica

La ong ha vinto la sua battaglia sostenuta dalla mobilitazione internazionale.
La mobilitazione dei movimenti e dell’opinione pubblica internazionale ha piegato il governo del Presidente Correa e lo ha costretto a sospendere il decreto che condannava al silenzio la Ong ecuadoriana. In una nostra video-intervista realizzata al Forum alternativo dell’acqua di Istanbul, il sottosegretario all’Acqua del governo ecuadoriano, Jorge Jurado, accusa Accion Ecologica di atteggiamenti eccessivamente radicali. Un documento che mostra l’evidente difficoltà, anche dei governi vicini ai movimenti, di sopportare denunce e posizioni critiche sugli impatti ambientali di uno sviluppo economico basato sul petrolio e sulle estrazioni minerarie.
Tante mail e adesioni provenienti da tutto il mondo hanno funzionato: il governo Ecuadoriano ha restituito la personalità giuridica ad Accion Ecologica dopo un braccio di ferro durato circa due settimane. Il decreto killer era stato giudicato intimidatorio, liberticida, e spiegato con il solo intento di mettere freno alle posizioni critiche che la stessa Ong aveva più volte manifestato nei confronti delle politiche governative sull’estrazione mineraria intrapresa dalle multinazionali in Ecuador. Poi l’appello di Accion Ecologica e le seguenti adesioni di migliaia di associazioni, forze politiche, intellettuali e semplici cittadini provenienti da tutto il mondo hanno dato i suoi frutti.
Riportiamo di seguito il comunicato di Accion Ecologica e la nostra video-intervista realizzata a Istanbul, al sottosegretario all’Acqua del governo Ecuadoriano, Jorge Jurado.
Vedi la Video intervista a Jorge Jurado

Querid@
A tutti coloro che con le loro parole e la loro adesione hanno contribuito alla lotta che ci ha permesso ancora di continuare con il nostro lavoro, grazie.
Nella solidarietà di ognuno di voi troveremo la via che aprirà lo spazio per tutti noi. Vogliamo ringraziarvi per la vostra risposta rapida perchè ci dice che siete lì vicino, malgrado la distanza e i diversi percorsi. Perché le vostre lettere di appoggio hanno significato un grande abbraccio e la condivisione di lotte, che per il loro profondo significato, continueremo a fare. Grazie anche per aver convertito la perplessità in impegno, questa coscienza che cerchiamo di costruire ognuno di noi nei nostri Paesi e nelle nostre lotte, e per fare di questa solidarietà un nuova forma di noi stessi.
2009-03-19

Restituita in via provvisoria la personalità giuridica ad Accion Ecologica.

Ieri ci è stata notificata la decisione del Ministro de la Salute di sospendere provvisoriamente l’esecuzione dell’accordo ministeriale che ha determinato la revoca della nostra personalità giuridica. Questa delibera vale per un periodo massimo di dodici mesi (art 175-2 dello Statuto del regime giuridico e amministrativo della Funzione Esegutiva) per ratificare il ricorso e notificare il ricorso che abbiamo sollevato. Confidiamo nella restituzione definitiva della nostra personalità giuridica, in particolare dopo che il passato 14 Marzo il Presidente della Repubblica ha confermato che la nostra associazione ha assolto tutti gli obblighi legali. E inoltre il Presidente, in qualità di massima autorità dell’esecutivo, ha dichiarato di voler risolvere la situazione attraverso la sottoscrizione di un accordo interministeriale tra i Ministeri della Salute e dell’Ambiente, una via che poteva essere percorsa anche prima.
Per noi è importante chiarire che siamo d’accordo con l’organizzazione interna delle differenti competenze ministeriali – sapendo che ciò si tradurrà in una maggiore e più efficace dinamica di protezione e garanzia dei diritti fondamentali - però sosteniamo fortemente che un tale lavoro debba continuare con grande rispetto dei diritti delle cittadine e dei cittadini dell’Ecuador.
Con la restituzione provvisoria della nostra personalità giuridica, continueremo le attività in difesa dei diritti del Buon-vivere, della Natura, della salute, del patrimonio naturale e degli ecosistemi.
Vogliamo mostrare la nostra gratitudine per la solidarietà ricevuta da parte di centinaia di persone, comunità, organizzazioni sociali e non governative, autorità parlamentari, personalità, agenzie, accademici e scrittori del nostro paese e dei cinque continenti, coloro che sono scossi dalla grave situazione ambientale del pianeta, che sostengono la nostra organizzazione e in generale tutti coloro che agiscono in difesa dei diritti della Natura e della Vita.
Con le vostre parole e adesioni ci sentiamo più vicini a questa grande onda, ogni volta sempre più universale, di difensori della vita e della Natura, che trova una spiaggia nella lotta di ognuno di noi.
Ivonne Ramos, Presidente Acción Ecológica y el colectivo de Acción Ecológica
Istanbul, 21 marzo 2009
da Yaku

sabato 21 marzo 2009

Militarizzazione in America Latina

Entrevista a Ana Esther Ceceña

Yásser Gómez - Rivista Mariátegui

América Latina vive tiempos de cambio con gobiernos de izquierda y el protagonismo alcanzado por el movimiento indígena. Sin embargo, la geopolítica nos dice que aún no hemos derrotado al imperio. Porque los EE.UU. están militarizando la región con la excusa de construir megaproyectos de infraestructura, para apoderarse de los recursos naturales y mantener el control político con una guerra preventiva. Para analizar este tema Upsidedownworld entrevistó en Perú a Ana Esther Ceceña, doctora en Relaciones Económicas Internacionales de la Universidad de Paris I – Sorbona, miembro del Instituto de Investigaciones Económicas de la UNAM (México) y Coordinadora del Observatorio Latinoamericano de Geopolítica, quien estuvo en Lima dictando el seminario: Emancipaciones en un Contexto Militarizado.

- ¿Qué significan la IIRSA (Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana)y el Plan Puebla Panamá para América Latina?

- Son dos megaproyectos que se articulan entre sí, incluso geográficamente y que son similares, porque son dos proyectos de construcción de infraestructura. Están estructurados bajo la idea de canales o líneas de comunicación, en las cuales no solamente se está pensando en que sean vías de comunicación para mercancías y personas. Sino también vías de construcción de líneas de electricidad, energéticas, oleoductos, gasoductos. Incluso en el caso del Plan Puebla Panamá (PPP), está pensado también estas mismas líneas como carreteras de información. La IIRSA(Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana) está mucho mejor planeado con canales interoceánicos para conectar los dos océanos y entonces con eso agilizar la salida hacia Europa, Asia y EE.UU.. La idea es tener vías de llegada al más importante mercado que son los EE.UU. que en sus dos costas tiene características económicas diferentes. El propósito es la extracción de recursos en América Latina y trasladar la mercancía que hay hacia estos mercados. No están tan pensados como apertura de mercado interno. Por eso la IIRSA se proyecta desde el corazón de Sudamérica hacia fuera, hacia las dos costas. Y el PPP está pensado desde Panamá hacia el norte. De manera que las rutas, los canales corren en ese sentido.

- ¿El Plan Mérida es la complementación del Plan Puebla Panamá en México? ¿Cuán avanzado está este?

- El Plan Mérida (PM) si es la complementación del Plan Puebla Panamá, pero en realidad el P.P.P. en sí mismo ya se transformó en Proyecto Meso América incorporando a Colombia y muy explícitamente la dimensión de seguridad. Ya el propio Plan Puebla Panamá asumió las dos cosas, la integración energética que era la parte económica más importante que tenía y la integración de seguridad. Y en ese sentido, ya no es que requiera del Plan Mérida, sino que es un eslabón más que permite que el PM que está en México se concrete de manera muy natural, sin necesidad de mucha bisagra con el Plan Colombia. Porque el Plan Mérida corresponde directamente al Plan Colombia, es el mismo proyecto adaptado a las circunstancias tanto geográficas como temporales. Porque ya se asume toda la experiencia tenida con el Plan Colombia y la estructura es similar, ayuda para seguridad y una muy pequeña para desarrollo, que es como avanzan varios de los proyectos del Plan Colombia. Y entonces tienes una superposición del Plan Mérida en la parte norte, proyecto Meso América enlazando esa parte norte con Colombia, Plan Colombia en Colombia y Perú. Además hay la ASPAN (Alianza para la Seguridad y Prosperidad de América del Norte) que es un proyecto también de seguridad y energético, pero difiere en el sentido de que es más la creación de un bloque regional, lo que está implícito en este plan.

- Después de realizadas las fases de invasión denominadas Plan Colombia y Plan Patriota. por parte de los EE.UU. en Colombia ¿Qué es lo que sigue?

- La expansión del Plan Colombia hacia dos partes del continente, una es el norte, bueno que se está logrando con el Plan México y con estas acusaciones que se hacen después del ataque de Colombia a Sucumbíos, Ecuador se arma un poco el escenario de que, en México está la oficina internacional de las FARC y que en esa medida, eso justifica el Plan México y digamos, las mismas políticas que en Colombia. Luego el otro derrame es hacia el sur y este se ha intentado por varias rutas. La que más se ha intentado es la de Paraguay como si extendiera un brazo del Plan Colombia hasta la Triple Frontera, que por supuesto, eso lo que hace, es que cubre el área boliviana, pero además permite colocarse en un lugar geográfico que es de gran interés, que es, esta Triple Frontera encima del Acuífero Guaraní y además como epicentro de la parte digamos conosureña, rioplatense de América del Sur. Esto también se intentó en el 2006, se hizo este montaje de que se había secuestrado a la hermana del ex presidente y que entonces, esto indicaba que había células y campos de entrenamiento de las FARC en Paraguay. Y con esta argumentación tan precaria, se estaba pretendiendo montar un operativo Plan Colombia ahí, pero también se ha intentado y de hecho se ha logrado involucrar a Perú desde hace tiempo con el Plan Colombia, porque los recursos del Plan Colombia no son sólo para Colombia, sino para el área. Entonces si los recursos son para el área, incluidos Perú y Ecuador, si los está incluyendo también los está comprometiendo, esta ayuda siempre es con contraparte, esa es como otra ruta de expansión. Pero, lo que se ha puesto en juego hoy después del Plan Patriota, justamente lo que se inaugura con el ataque a Sucumbíos, que es la posibilidad de que los EE.UU. a través de un tercer país, pueda echar a andar una política de guerra preventiva. Y digo EE.UU. porque el operativo de Sucumbíos lo diseñaron en gran medida desde Manta y los operadores en gran parte fueron norteamericanos. Entonces, se inaugura el hecho de que ellos actúen desde Colombia directamente, pero también la posibilidad de que Colombia, emulando la política norteamericana se lance también en una –si se quiere más limitada regionalmente– guerra preventiva, en una defensa de sus intereses, fuera de su territorio, en territorios de otras naciones. Esto marca pautas, que de no haber sido por esa reacción tan fuerte del gobierno ecuatoriano, realmente estarían perfilando ya como la intervención directa en cualquier país del continente.

- En el tablero geopolítico de la región ¿Qué importancia tiene el Perú en los planes hegemónicos de los EE.UU. que intenta establecer una base militar en la región surandina de Ayacucho?

- Se está hablando de dos bases en Perú desde hace tiempo, del área de Chiclayo y también ahora, más recientemente la de Ayacucho. Incluso por ahí, hay alguien quien dice que tal ves, es en la zona de Quinua (Ayacucho), donde se quiere establecer. Pero con bases de nuevo tipo, muy flexibles, eficaces, pero también más pequeñas, realmente bases más adecuadas a lo que son las condiciones de la actuación militar en este momento de la guerra. Pero también del simple trabajo del monitoreo y vigilancia. Entonces cuando nosotros vemos la posición geográfica de Perú y evaluamos la situación política y geopolítica del continente, realmente la posición de Perú es inmejorable como para tener una posibilidad de acceso más directo y más variado hacia algunas regiones que están preocupando mucho como la de la zona sur de Bolivia, la zona gasífera. La zona norte de Argentina que es petrolífera, entonces, está en términos de los recursos, pero también en términos de su potencial rol en la desestabilización de gobiernos que se consideren convenientes. La base de Ayacucho está en línea recta hacia La Paz, de manera que, de acuerdo con los radios de acción –incluso mínimos– que tienen los aviones de guerra actuales, La Paz quedaría bajo el alcance de la base de Ayacucho sin ningún problema. Y lo de Chiclayo apunta más hacia la zona amazónica, la veo como una oportunidad, por un lado, de garantizar la entrada por el río hacia Iquitos y la zona Amazónica, pero también de mantener vigilado a Ecuador por los dos flancos. Porque, pues Colombia está garantizado, pero Ecuador ya no va a tener una base y además se ha rebelado, ha elevado a rango constitucional la idea de que Ecuador es un territorio de paz y por eso, no admite la presencia ni de bases militares extranjeras, ni de tropas extranjeras en su territorio. Entonces, allí les cerró una posición y esa posición parece estarse trasladando simultáneamente hacia arriba y hacia abajo. Hacia abajo sería lo de Chiclayo y seguramente también Ayacucho, porque queda en esa misma línea de alcance. Y hacia arriba, hacia la costa colombiana, posiblemente en la costa del Chocó. Los dos ejes que están moviendo esas nuevas posiciones, el diseño de cómo será mejor establecer estas nuevas posiciones y que están haciendo pensar en Perú son fundamentalmente el de garantizar el acceso a los recursos naturales estratégicos y el del control de la insurgencia o el control de la posible formación de coaliciones contrahegemónicas. Estas dos cosas están perfiladas en el corazón de América del Sur, de manera que el hecho de tener posiciones en Perú o de tener una situación más permisiva para el arribo de tropas y la movilización de tropas. Por un lado, les facilita la entrada a los recursos naturales peruanos, que son muchos, muy valiosos y a los recursos de los países vecinos, pero les facilita también y quizás esto, coyunturalmente es lo más importante, el flanqueo de Bolivia y desde ahí una línea de acceso más directo por el centro a Venezuela.

Yásser Gómez es Periodista, Corresponsal de Upsidedownworld en Perú y Editor de Mariátegui. La revista de las ideas. / mariategui(a)riseup.net

Messico - Uomini di mais, transgenico

Articolo di Matteo Dean

Il Messico è la culla del mais. Con le sue 60 varietà autoctone e oltre 2000 adattate detiene un patrimonio enorme. Non per nulla i messicani, soprattutto in ambito indigeno, si definiscono «le donne e gli uomini di mais». Eppure, questa ricchezza nazionale e culturale sembra interessare poco ai governanti del paese.

Già nel 2001 ricercatori di diverse istituzioni andavano denunciando la presenza di mais transgenico in certe regioni (soprattutto nello stato meridionale di Oaxaca). Pochi gli facevano caso, a cominciare dal governo che li segnalava come provocatori. Poi nel marzo 2005 il Congresso messicano ha approvato la nuova Legge di Biosicurezza di Organismi Geneticamente Modificati. Esplosero le polemiche, soprattutto tra le organizzazioni contadine e ambientaliste messicane, che la chiamarono «legge Monsanto».
La normativa, che permetteva la sperimentazione di coltivazioni transgeniche in suolo messicano, ha subito importanti modifiche lo scorso 6 marzo, con un nuovo regolamento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della federazione.
Le nuove norme trasformano il «Regime di protezione speciale del mais» da strumento giuridico, quindi vincolante, a strumento informativo e dunque non obbligatorio. Inoltre, la legge che permette la sperimentazione prevede anche i programmi sperimentali siano sempre e comunque sovvenzionati dal governo. In pratica, ora chiunque potrà seminare mais transgenico senza doversi sottomettersi alle restrizioni di legge, e a spese dell’erario pubblico.

Via libera dunque alla sperimentazione transgenica anche sul mais. Le conseguenze e i rischi sono molti. Da un lato, denunciano le Ong del settore e le organizzazioni dei contadini, vi sono i rischi per la salute. Spiegano che non vi sono studi sufficientemente ampli ed approfonditi che garantiscano l’assenza di rischi, non solo per il mais commestibile, ma anche per quello che già da anni si utilizza per la fabbricazione di plastiche biodegradabili e antibiotici. Un altro aspetto, spiegano i ricercatori della Unione degli scienziati impegnati con la società, è che «il governo federale garantisce l’impunità a coloro che contamineranno con semi transgenici i campi del paese e mette in serio pericolo la sovranità alimentare del Messico». Così inoltre si aprono le porte alla multinazionali del settore, denunciano, visto che in Messico l’85% dell’agricoltura è in mano ai piccoli produttori.

Appare chiaro dunque che la strategia delle multinazionali, oltre a far approvare leggi a loro favorevoli, è quella di deruralizzare il paese, ovvero obbligare i contadini e piccoli produttori a usare i loro semi, magari contaminando i campi nel paese (a oggi, sono 6 gli stati messicani in cui si è potuto trovare mais transgenico). Ma in un panorama in cui, tra Trattato di Libero Commercio (Nafta) e mancanza quasi assoluta di qualsiasi sussidio all’agricoltura, i contadini messicani sono già la prima categoria produttiva del paese ad affollare le liste di migranti verso nord, questa nuova iniziativa del governo in appoggio alle multinazionali dell’alimentazione rischia di sancire una volta per tutte il monopolio dell’industria agricola multinazionale sulla produzione locale di mais.

È per questo che Elena Alvarez Buylla, dell’Unione degli Scienziati, avverte il governo messicano: «Se non si impone una moratoria sul mais transgenico, non solo si pongono in pericolo le varietà autoctone, ma si relegherà i piccoli produttori a essere parte di lucrativi affari delle imprese private».

Francia - Ridateci quello che ci spetta!

Intervista alla fisolofa Judith Revel sulle manifestazioni del 19 marzo
Tre milioni di persone in piazza contro le politiche del presidente Sarkozy. La crisi si fa sentire e i francesi non stanno in silenzio. Per la seconda volta, nel giro di due mesi, 219 manifestazioni bloccano il paese. Intervista a Judith Revel filosofa, collaboratrice del "Centre Foucoult" e docente universitaria

Partiamo dall’immagine di questa giornata che più ti ha colpito?
Rispetto alla giornata del 19 marzo, credo chela cosa più strepitosa, oltre alla questione numerica, è l’estrema novità della composizione sociale che è scesa in piazza. A Parigi eri di fronte ad un enorme corteo, composto da un enorme massa di gente: da coloro che hanno un posto a tempo indeterminato a coloro che faticano ad arrivare alla fine del mese, gli studenti, i lavoratori del pubblico e del privato. Tre milioni di persone unite per battersi per la medesima cosa: un libero accesso all’economia dei saperi. Una novità per la Francia è stata proprio la presenza dei settori della pubblica amministrazione, della sanità e dei privati con tutte le piccole e medie imprese che stanno chiudendo.
In Francia è raro che al fianco di una singola identità corporativa del settore pubblico vi possano essere altre componenti.
Quello che si è visto è che in piazza c’erano varie componenti del pubblico e del privato. Il dato che emergente è che la falsa opposizione tra pubblico e privato, non può più tenere. Siamo molto al di la del pubblico e del privato. Il settore del privato ha sicuramente prodotto dei disastri, ma che il pubblico è soltanto gestione dello stato non regge più.
La gente era in pizza per dire: “la vita è mia, i saperi sono miei, la sanità, i trasporti, il lavoro è mio!”. Per dire in sostanza che tutto appartiene alla gente e deve essere ridato. Questa determinazione devo dire che in Francia è la prima volta che la vedo .

Questo è il secondo sciopero che paralizza la Francia e in queste settimane abbiamo visto anche la ripresa dei movimenti studenteschi, qual’è ilo clima?
Partendo dagli studenti devo dire che tutto mi sembra molto diverso rispetto allo scorso anno in cui eravamo di fronte ad un realtà in cui l’unica modalità pratica di azione politica era il blocco.
Ora, i francesi hanno poca esperienza dei movimenti in generale e vanno subito al blocco. Questa cosa aveva avuto come risultato di paralizzare l’università e di esaurire le forze degli studenti che tenevano i picchetti. E’ evidente che quando si tiene un blocco 24h su 24h alla fine non si produce più niente. Quindi c’era stata una scarsità di discorsi di rivendicazione politica. Soprattutto mancavano due enormi componenti: quella del precariato universitario e quella degli insegnanti.
In quel caso l’assenza di reazione di queste componenti è stata palese e anche molto pesante politicamente.
Oggi siamo invece di fronte a tutte quelle componenti che vanno dai presidenti delle università (che in Italia sono i rettori) fino al personale tecnico amministrativo. Questo è un primo punto che va analizzato. Dal 29 gennaio scorso l’altro elemento che si è aggiunto elemento è anche una radicalizzazione delle forme di protesta. All’università, stiamo entrando alla settima/ottava settimana di sciopero. La dinamica del blocco, che aveva caratterizzato il precedente ciclo di lotte, ha lasciato il posto ad una dinamica di cogestione della didattica, che sullo sfondo vede una sospensione totale di tutta la catena organizzativa degli atenei.
Sicuramente quanto accaduto in Guadalupe con i 42 giorni di sciopero, che hanno messo alle strette il governo e le industrie, costrette a concedere i 200 euro di aumento di stipendio per tutti hanno dato slancio alle dinamiche di movimento universitario, che hanno preso quella lotte a simbolo, introducendo la consapevolezza di questa enorme e nuova soggettività o composizione di classe, che vediamo esprimersi in questi giorni.

Spiegaci meglio le particolarità di questa nuova soggettività.
La Francia è un paese strano perché ha una lunga tradizione di un servizio pubblico di welfare, cosa che per esempio è assente in Italia. Per cui in realtà per un francese il servizio pubblico è un diritto, non è un favore. Così è stato per decine di anni, producendo un attaccamento al pubblico e all’impegno statale che è molto superiore all’Italia. Questa fede nel pubblico ha però spesso bloccato gli spazi di mobilitazione.
Oggi,questo non vuol dire che bisogna continuare a chiedere più servizi (alloggi, scuole, trasposti, sanità..), però quello che è ormai diventato evidente è che l’opposizione tra pubblico e privato è ormai una falsa opposizione. Chi ci frega oggi facendoci pagare questa crisi, che non è la nostra, sono ovviamente la banche, i sistemi privati e la finanza, ma è anche lo stato, perché è la sua stessa struttura a permettere in questa situazione. In Francia per la prima volta, non c’è solo una sfiducia, ma una nuova consapevolezza politica della necessità di oltrepassare la figura del pubblico.
Ad esempio nelle università per la prima volta si sta facendo strada il ragionamento, che questa deve essere della comunità universitaria, cioè, di tutti quelli che la fanno vivere rendendola capace di produrre saperi, che appartengono a chi li produce. Quindi non è con questi che la crisi può essere pagata.
Questi sono discorsi che in Italia circolano, molto più che in Francia, ma che rappresentano qui una novità.

Una differenza tra Italia e Francia la fanno i numeri di piazza, perché?
Effettivamente è così ed è una cosa molto strana. In Italia assistiamo ad una sorta di permanenza dei movimenti. A parte la parentesi degli anni 80 che, è stata pesante per tutti, sono sempre i movimenti ci sono sempre stati stati, certo con varie intensità, ma ci sono sempre stati ed hanno prodotto una loro storia in Italia.
In Francia questa storia non c’è, però paradossalmente quando i movimenti partono, partono sul serio.
Lo abbiamo visto per il Cpe. Dopo la rivolta nelle Banlieu,era evidente che se non lo avessero ritirato, sarebbe scoppiato tutto. Niente poteva fermare quello che si era messo in moto. La domanda che tutti ci facciamo, davanti a queste esplosioni, è come mai è incominciato?
Non si sa mai quando incomincia. In mezzo però, a quelle enormi esplosioni, in Francia assistiamo a grandi vuoti. In Italia mi pare che lo schema sia il contrario. Una permanenza dei movimenti molto vivace, forte e lunga accompagnata da un qualcosa che è capace di scavare in profondità e non mollare. Per esempio l’Onda o meglio ancora i No dal Molin.
Questa forma di permanenza forse è meno vistosa ha effetti di costruzione di soggettivazione politica che sono fortissimi e che forse in Francia ancora mancano.
Siamo di fronte ad una accumulazione delle lotte che in Francia non c’è.
Quando da voi, a giungo, finirà la cassa integrazione credo che ci sarà di aver paura, ci sarà da soffrire e credo che in quella fase si vedrà anche un’ esplosione di sommosse e movimenti.
In Francia al contrario, anche se pochi, ci sono gli armonizzatori sociali, ma non c’è la famiglia. Al diminuire degli armonizzatori non vi è quindi quella dimensione di cuscinetto “ familiare” che in Italia ha dato vita a quella dimensione “dell’arte di arrangiarsi”. Da noi quando uno perde il lavoro o la casa è solo. Il livello di violenza di questa crisi, nonostante quel poco di welfare che ci rimane, mi sembra più duro in Francia. Questo, probabilmente, spiega la mobilitazione attuale.
C’è un livello di disperazione che io non ho mai visto così sviluppato. Non è più il marchio delle figure fragili, ma riguarda tutta la classe media.

Francia 19 Marzo, sciopero da record

di Marina Nebbiolo*

Il governo di Sarkozy ha battuto un record, quello della partecipazione agli scioperi.

Tre milioni di lavoratori, la partecipazione alle 219 manifestazioni che hanno mobilitato la Francia per la seconda volta dall’inizio dell’anno.
Lavoratori e disoccupati ’a metà tempo’ del settore privato hanno aderito in massa, disoccupati a tempo pieno, infermieri, ferrovieri, impiegati disabili, pensionati, l’intero arco delle categorie salariate del settore pubblico si è ritrovato in piazza come lo scorso 29 gennaio, considerata data storica dai sindacati.
A questa seconda giornata di paralisi nazionale, il primo ministro François Fillon ha risposto al telegiornale delle 20 con un laconico "nessun piano supplementare oltre le misure adottate durante il summit sociale con l’insieme dei rappresentanti sindacali il 18 febbraio".
Come in un gioco di domino, il piano sociale adottato dal governo per affrontare la crisi ha forzato la federazione patronale dell’industria e delle imprese francesi (Medef) a ricentrarsi per rispondere alle pressioni dei ministeri dell’economia e degli affari sociali che chiedono ai padroni che licenziano di rinunciare ai ’bonus’ astronomici, ma nessuna misura concreta è stata fin’ora proposta come complemento ai 2,6 miliardi di euro messi a disposizione da Sarkozy dopo lo sciopero del gennaio scorso. Annunci tanti, e quotidiane promesse per una primaverile ripresa, ma nessun piano per rilanciare ulteriormente l’economia del paese.

I rappresentanti sindacali con il pallottoliere in mano per contare le presenze ai cortei sfilano dietro lo striscione "Insieme affrontiamo la crisi, difendiamo il lavoro, il potere d’acquisto e il servizio pubblico", 350 mila persone a Parigi, 300 mila a Marsiglia, 100 mila a Bordeaux, Tolosa, Lione, Nantes, Rennes... alle dichiarazioni per un prossimo primo maggio "rivendicativo" al posto della festa del lavoro, tantissimi manifestanti rispondono con "un nuovo Maggio 68" e chiedono "La Comune", due mesi di insurrezione parigina nel 1871.
Intanto all’Eliseo, come nei corridoi della Versailles di allora, si considera che dallo scorso dicembre tutto è stato sufficentemente predisposto e studiato per far fronte alla cupa congiuntura che travolge l’economia mondiale. Cosa hanno pensato i milioni di cittadini che alla fine di un’altra giornata di sciopero generale hanno ascoltato un primo ministro commentare "Aspettiamo il 2010, sono sicuro che i francesi capiscono"? Sei settimane dopo la prima manifestazione, l’inadeguatezza politica si è generalizzata, centomila disoccupati in più hanno reso il clima sociale rovente, l’80% della popolazione è solidale contro la solidarietà del governo ai padroni e il sostegno delle banche, le teste insanguinate non cadono più nel paniere ma il bersaglio resta il capo dello stato con i suoi ministri dell’educazione, e dell’università e della ricerca che covano lo stato di crisi in silenzio mentre i capitalisti meglio renumerati di Francia spiegano "che non è il momento di esaminare la questione dei salari".

* Laboratorio Morion (Venezia)

Vedi anche:
Parigi - Lo sciopero allargato report di Serena D’Andria