sabato 31 gennaio 2015

Messico - Nuova intervista a Omar, uno dei portavoce degli studenti di Ayotzinapa.

A quasi una settimana dalla grande giornata internazionale di mobilitazione del 26.01 e la successiva conferenza stampa della Procura Generale della Repubblica messicana che ha dichiarato che i 43 studenti sarebbero morti e quindi per loro il caso è chiuso, #20ZLN
ha intervistato Omar Garcia per capire con lui le valutazioni a “caldo” ed il proseguimento della mobilitazione. 
Riportiamo l'audio originale e la traduzione a cura di #20ZLN che ringraziamo.


Ciao. Pensate che la conferenza stampa della Procura Generale della Repubblica è una risposta all’ Ottava giornata di mobilitazione globale per Ayotzinapa del 26 di gennaio?
La conferenza della Procura Generale della Repubblica è una cosa molto complessa, la PGR è dal 7 di novembre dell’anno scorso che dà la stessa versione, stavolta però la rinforza e aggiunge nuovi dati, dati di cui era già in possesso e che arrivano direttamente dai delinquenti al loro servizio, dagli assassini dei nostri compagni. La versione ufficiale non tiene conto delle nostre deposizioni, quelle dei testimoni delle vittime. Prendono il “meglio” di quello che gli conviene per costruire una verità. Un’operazione politica per risolvere il problema così da recuperare la credibilità politica e la governabilità persa in questi quattro mesi.

Come ha reagito la popolazione messica a questa falsa verità della PGR?
C’è stata una reazione che la PGR non si aspettava. Le persone hanno mantenuto ferma la loro posizione d’appoggio e solidarietà con noi e la nostra lotta. Allo stesso tempo, mentre la PGR alla conferenza affermava che i nostri compagni erano tutti morti, avvertivano che non avrebbero permesso nessuna nuova manifestazione. Anche stamattina ci è arrivato l’avviso che non si permetterà più nessuna manifestazione spiegando che non avrebbero permesso nuove violenze. Ciò a cui stiamo assistendo è un nuovo passa avanti nella politica repressiva, stanno cercando di creare una sorta di controffensiva non tollerando più il dissenso perché la loro verità è che i nostri compagni sarebbero già morti. Però noi non ci crediamo. Noi continuiamo a portare avanti la nostra posizione ovvero che i nostri compagni sono vivi e ci sono molte irregolarità nelle indagini.

mercoledì 28 gennaio 2015

Kurdistan - Comunicato ufficiale delle Unità di Difesa del Popolo per la liberazione di Kobane

La città di Kobanê in Rojava (Kurdistan Ovest) è stata oggi completamente liberata dai terroristi di Daesh (ISIS).
Per 134 giorni le nostre forze hanno espresso un'eroica resistenza contro il terrorismo di Daesh, e non hanno lasciato cadere le speranze del nostro popolo e dell'umanità. Le nostre forze hanno conseguito la promessa di vittoria, questo successo è una vittoria per la Rivoluzione della Rojava, una vittoria per una Siria democratica, una vittoria per l'umanità e una vittoria per la libertà contro la barbarie e la brutalità di Daesh.
Per 134 giorni i nostri combattenti delle Unità di Difesa del Popolo (YPG) / Unità di Difesa delle Donne (YPJ), uomini e donne del Kurdistan, amanti della libertà dalle quattro parti del Kurdistan e da altri paesi, hanno sostenuto una pesante battaglia e condotto una straordinaria resistenza contro il terrorismo di Daesh. Molti dei nostri combattenti, giovani uomini e donne, sono stati martirizzati durante questa resistenza, ma alla fine il loro spirito puro ha prevalso. Le Unità di Difesa del Popolo hanno provato ancora una volta che nessuno potrà mai conquistare la Rivoluzione della Rojava, hanno provato ancora una volta che è questa la forza autentica che difende il popolo curdo e gli altri popoli di questa regione.

lunedì 26 gennaio 2015

Kurdistan - Kobanê è libera!


Dopo 134 giorni di eroica resistenza agli attacchi di ISIS, oggi finalmente le forze di difesa del popolo YPG/YPJ hanno annunciato che la città di Kobanê nel Kurdistan occidentale, Rojava, è stata completamente liberata dalle bande del cosiddetto Stato Islamico. La popolazione di Kobanê ha iniziato a festeggiare, così come in altre città curde.
Questo è il risultato dell'eroica resistenza che ha visto la partecipazione di tutta la popolazione curda, donne, giovani, vecchi, bambini, e di volontari giunti a dare il loro contributo da tutte le parti del mondo. Le YPG/YPJ, in collaborazione con Burkan Al Firat e un contingente di peshmerga, non ha arretrato di un passo nonostante la grande disparità di armi e rifornimenti che vedevano l'ISIS in vantaggio: questo dimostra che quando un popolo si difende per la propria vita e per quello in cui crede, non è possibile sconfiggerlo.
Salutiamo dunque questo bellissimo risultato che ridà speranza a tutta la regione, ricordando che l'esperienza dei cantoni e dell'autonomia democratica cui i curdi hanno dato vita è ancora sotto attacco; occorre quindi tenere alta l'attenzione per liberare tutte le altre aree ancora a rischio e per chiedere che finisca l'appoggio che molti stati – inclusa la Turchia - continuano a dare a questi terroristi che non rispettano l'umanità.


Come Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia chiediamo ora a tutte le forze politiche, sociali, sindacali, alle organizzazioni della società civile in Italia e a tutti i singoli e i gruppi che hanno simpatizzato con la resistenza di Kobane, di adoperarsi con tutti i mezzi e secondo le proprie possibilità per ricostruire insieme la città.

Ufficio di Informaizone del Kurdistan in Italia

Messico - 26 gennaio 2015 - #AccionGlobalporAyotzinapa


Il 26 gennaio si scenderà in piazza a Città del Messico ed in altre 40 città, a 4 mesi dall’agguato di Iguala, costato la morte di 6 persone e la sparizione dei 43 studenti della Normal di Ayotzinapa.
Venerdì scorso i familiari degli studenti hanno tenuto una conferenza stampa in cui hanno accusato il Governo Federale di non mantenere fede all’impegno di informarli, prima dei giornali, dello stato delle investigazioni.
"Tutto tace" da parte governativa e questo significa che "stanno calpestando la dignità dei padri di famiglia. Stanno giocando con il nostro dolore".
Un atteggiamento confermato dalla vicenda del rapporto dell’Università di Innsbruck nel quale si dice che i resti trovati nella discarica di Cocula non contengono una quantità sufficente di DNA per fare le analisi e dunque la Procuraduría General de la República (PGR) ha approvato la realizzazione di un altro procedimento d’analisi, chiamato Massively Parallel Sequencing MPS. 
Peccato che tutto questo i familiari lo abbiano saputo dai giornali visto che, nonostante il 29 ottobre scorso il Presidente Pena Nieto abbia firmato un impegno a creare una commissione mista formata da PGR e Secretaría de Gobernación, il cui scopo avrebbe dovuto essere proprio quello di mantenere informati i parenti, tutto questo non stia assolutamente avvenendo. 
"Stanno rompendo l’accordo di rispettare le vittime e dare informazioni costanti ai parenti. Stanno creando altro dolore. Tutto questo ci parla di una modificazione per quanto riguarda la relazione con il governo federale". La stessa mancanza di informazione nei confronti dei familiari la si è vista per la notizia dell’arresto di Felipe Rodríguez Salgado, “El Cepillo”, appartentente ai Guerreros Unidos, gruppo narcos coinvolto nel massacro. Anche in questo caso la notizia è stata data ai giornali dalle fonti ufficiali ma non ai familiari.
Nella conferenza stampa, a dimostrazione dell’atteggiamento ostile del governo, è stato denunciato come in Guerrero stiano aumentando i posti di blocco militari, ulteriore segno del tentativo di reprimere la mobilitazione. L’avvocato dei familiari ha sottolineato come sia in atto una pesante militarizzazione di tutta la zona.
D’altronde la mano pesante è stata usata in maniera evidente lo scorso 12 gennaio quando i famigliari e gli studenti di Ayotzinapa sono stati aggrediti mentre manifestavano davanti alla sede del 27 Battaglione di Fanteria ad Iguala, chiedendo, come in altre Città del Messico, che i portoni della caserma di aprissero per verificare cosa succede all’interno. I manifestanti sono stati attaccati pesantemente a dimostrazione di come questo battaglione e l’intero esercito abbiano tanto da nascondere.
Ayotzinapa: le responsabilità dell’Esercito
JPEG - 44.4 KbLa conferenza stampa serviva soprattutto ad annunciare quella che viene chiamata megamarcha che si svolgerà a partire da 4 punti di concentramento nella capitale per confluire nello Zocalo. Al corteo, che avverrà in contemporanea con le mobilitazion in altre città del Messico e del mondo, hanno aderito numerose realtà sociali. 

"Continueremo la ricerca dei nostri figli, anche se il governo sta cercando di far credere, usando le dichiarazioni dei delinquenti, che sono stati inceneriti, Noi continueremo a cercarli"

Ha chiuso così l’incontro con la stampa De la Cruz, uno dei padri dei 43 desaparecidos, annunciando che la prossima settimana definiranno quali e quante caserme dell’esercito saranno al centro delle loro iniziative per verificare se i loro figli si trovano all’interno visto la denuncia che loro e i ragazzi sopravvissuti stanno facendo del legame tra l’attacco ai normalistas e l’esercito.
Intanto tra poche ore in Messico e nel mondo in tanti grideranno Ayotzinapa somos todos, come hanno fatto poche ore fa un gruppo di attivisti svizzeri a Davos.
Segui le mobilitazioni in twitter #AccionGlobalporAyotzinapa

domenica 18 gennaio 2015

Kurdistan - Comandante YPJ: Promettiamo alle donne di tutto il mondo che ce la faremo.


Comandante YPJ: Promettiamo alle donne di tutto il mondo che ce la faremo
Una delle comandanti delle YPJ di Kobanè, Gülistan Kobanî, ha valutato gli attacchi di ISIS sul Cantone, che hanno avuto inizio il 15 settembre 2014, dichiarando:Lo slogan delle YPJ contro questi attacchi è: ‘Anche se dovessero rimanere solo le YPJ, Kobanî non cadrà’. In quasi quattro mesi, le YPJ hanno tenuto fede a questo slogan”.

Ha aggiunto che Kobanî non è caduta e che le YPJ hanno impedito alle bande ISIS di avanzare in ogni area. “Le YPJ hanno dimostrato che né ISIS né qualsiasi altra forza trionferà contro il popolo curdo finché le YPJ sono presenti”, ha affermato.

Kobanî ha ricordato che le YPJ sono state istituite per combattere la mentalità del maschio dominante, e hanno inflitto colpi considerevoli all’ISIS. “La resistenza mostrata dalle YPJ contro le bande selvagge di ISIS ha generato la speranza tra le donne di tutto il mondo”, ha aggiunto.

La comandante delle YPJ ha aggiunto che esse hanno protetto l’onore e l’identità delle donne. “Gli uomini non avevano fiducia nelle donne, ma ciò è stato modificato dalla nostra resistenza. Le donne hanno combattuto eroicamente in prima linea contro l’ISIS, e i combattenti di sesso maschile che lo hanno visto hanno grande rispetto per le YPJ“.

Kobanî ha dichiarato che non hanno mai creduto che Kobanè sarebbe caduta. “Combattenti come Dicle, Delila, Hevi, Nuda e Arin Mirkan si sono rifiutate di lasciar passare il nemico e hanno eroicamente sacrificato la propria vita. Queste compagne sono diventate un simbolo di libertà per le donne curde e per le donne di tutto il mondo”.

“La percezione creata da ISIS è stata distrutta”
Kobanî ha affermato che le YPJ hanno iniziato a essere temute dalle bande ISIS, aggiungendo: “Né l’ISIS, né il freddo ci possono fermare. L’operazione per liberare Kobanè andrà avanti e Kobanè sarà liberata”. Ha concluso dicendo: “La nostra resistenza e lotta continueranno. Promettiamo alle donne di tutto il mondo, a nome dei nostri compagni caduti, che noi trionferemo”.

venerdì 16 gennaio 2015

Messico - E' giunta l'ora

di Gustavo Esteva

Si è chiuso il primo Festival Mondiale delle Resistenze e Ribellioni contro il Capitalismo senza che producesse quel piano per la rivoluzione di lunedì prossimo che alcuni si attendevano. Per loro grande delusione, non è stata data la linea. Tanto meno si sono presi accordi per la prossima marcia, la prossima manifestazione, il festival seguente. Si sono solo intessuti consensi sui piccoli e decisi passi che ancora restano da fare.

Mille e trecento delegati del Congresso Nazionale Indigeno hanno partecipato al Festival, da 34 villaggi indigeni; duemilanovecentoquattro aderenti alla Sexta; duemilacentosessantotto persone da quasi tutti gli Stati della Repubblica (Messicana); settecentosessantasei da 49 paesi. Molti altri hanno seguito a distanza attentamente ciò che succedeva.

Presenti e assenti hanno riconosciuto, insieme al subcomandante Moises, che la cosa più urgente è la verità e la giustizia per Ayotzinapa. Non c'è priorità più grande. “Succede a volte che la storia ci ponga di fronte qualcosa che ci unisce...Ayotzinapa è stato il punto che ci ha unito. Direttamente dai parenti dei 43 abbiamo sentito che Ayotzinapa non è nello stato messicano di Guerrero, ma in tutto il mondo che sta in basso”.

giovedì 15 gennaio 2015

Messico - Dal #FestivalRyR verso La Realidad e la Garrucha


Alla conclusione della partecipazione al Primo festival Mondiale delle Resistenze e Ribellioni contro il capitalismo, partiamo in gruppo per raggiungere il Caracol de La Realidad e de La Garrucha. 
Il viaggio nella Selva oggi è più spedito, la strada asfaltata arriva fino a Guadalupe Tepeyac, inoltrandosi nella vallata in cui ogni luogo è costellato dalle storie di resistenza degli zapatisti.
Nelle vicinanze della Comunità 24 dicembre che ha resistito alle provocazioni dell’esercito oggi c’è una posto di salute autonoma e una tienda comunitaria, passiamo poi per El Chayavez, comunità che abbiamo conosciuto durante i progetti che abbiamo appoggiato per garantire l’acqua potabile nella zona. Poi San Josè del Rio con la prima clinica autonoma dell’intera zona ed ancora Guadalupe Tepeyac, la comunità invasa dall’esercito nel 1995 e ricostruita a partire dal 2001.
Arriviamo a La Realidad, la sede del Caracol, luogo dell’attacco dei paramilitari della CIOAC-H (Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica) lo scorso maggio costato la vita a Galeano, compagno, zapatista.
Un’episodio che ha messo in luce la violenza con cui, attraverso il supporto a determinate organizzazioni si cerca costantemente di provocare ed attaccare l’autonomia e l’autogoverno zapatista.
Aggressioni e provocazioni che vanno di pari in passo con i progetti finanziati dal governo che mirano a comperare famiglie e comunità per allontanarle dalla partecipazione all’organizzazione zapatiste.
Soldi facili, erogati come programmi "di sostegno" per la costruzione della casa, l’acquisto del bestiame, il supporto alla famiglia.
I conponeti della Giunta de La Realidad, appena insediati, ci accolgono nel Caracol, che è stato teatro delle mobilitazioni seguite all’omicidio di Galeano. 
La risposta a questa inaccettabile provocazione è stata la mobilitazione di massa, la ricostruzione della Clinica e della Scuola distrutta nell’attacco di maggio.
La Realidad è certo diversa da quella che in molti hanno conosciuto in questi anni, l’accampamento "storico" degli internazionali oggi non c’è più, al suo posto nelle immediate vicinaze del Caracol sorge il Campamento Civil de Paz en La Realidad, coordinato dal Centro de Derechos Humanos FRAYBA. Nella comunità si respira la tensione degli ultimi mesi. Ma se le cose sono cambiate, non è cambiata la determinazione che troviamo nell’incontro con la Giunta del Buongoverno.

venerdì 9 gennaio 2015

Messico - Pronunciamento finale del Primo Festival Mondiale delle Resistenze e Ribellioni contro il Capitalismo (in italiano)

Ai popoli del mondo.

Dal Chiapas, Messico, ci rivolgiamo alle donne e uomini dal basso, delle campagne e delle città, in Messico e nel mondo, a coloro che seminiamo resistenze e ribellioni contro il capitalismo neoliberale che tutto distrugge.

Ci siamo riuniti i giorni 21, 22 e 23 dicembre nella comunità ñahtó di San Francisco Xochicuautla, Stato del Messico; i giorni 22 e 23 dicembre nella comunità nahua di Amilcingo, Morelos; i giorni 24, 25 e 26 dicembre, nella sede del Fronte Popolare Francisco Villa Indipendente, a Città del Messico; i giorni 28 e 29 dicembre nella comunità di Monclova, Campeche; i giorni 31 dicembre e primo di gennaio nel caracol Zapatista di Oventic, Chiapas; i giorni 2 e 3 gennaio al CIDECI di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. 

Ci siamo incontrati per fare condivisioni, che significa non solo condividere, ma imparare e costruire insieme. Condivisioni nate dal profondo dolore che è nostro e dalla rabbia che è nostra, per la sparizione ed assassinio degli studenti della Normale Rurale Raúl Isidro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero. 

Un atto criminale che è a sua volta il riflesso della politica di morte che i malgoverni ed i capitalisti hanno proiettato in ogni angolo del paese e del mondo, perché loro, quelli che ci mancano, sono i nostri desaparecidos e noi, che siamo della Sexta Nazionale ed Internazionale, del Congresso Nazionale Indigeno, dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, non smetteremo di lottare fino a trovarli.

I capitalisti ed i loro tirapiedi dei malgoverni hanno lasciato distruzione nel nostro cuore come individui ed hanno lasciato una grande distruzione nel nostro cuore collettivo di popoli, di genitori dei giovani che ci hanno strappato e di organizzazioni solidali decise a ricostruire la vita dove i potenti hanno seminato lutto e morte.

Nelle nostre comunità indigene, i colpi del sistema capitalista si subiscono col sangue e col dolore dei nostri figli che sono l’unico futuro possibile per questo pianeta che chiamiamo Terra, nel quale in mezzo alle distanze ed ai differenti colori che ci rendono quello che siamo e ci fanno esistere, manteniamo la certezza che è nostra madre e che è vivo, e che affinché continui ad essere così, la giustizia è una domanda che si intesse con le azioni e le convinzioni di coloro che appartengono al mondo del basso, quelli che non aspirano a governarlo ma a costruirlo.

Messico - Chiusura del #FestivalRyR

Si è chiuso dopo due giornate di dibattito, il Primo festival Mondiale delle resistenze e ribellioni contro il capitalismo. Ad ospitare la chiusura dei lavori il Cideci, Università della Terra, un’esperienza inedita di formazione per giovani indigeni e di approfondimento teorico, che si trova alla periferia di San Cristobal.

Le due giornate iniziano nell’auditorio gremito ancora una volta con i parenti e gli studenti di Ayotzinapa. 

A parlare per prima Berta Nava, madre di Julio César Ramírez Nava, assassinato il 26 settembre ad Iguala che racconta il dolore dell’identificazione del figlio e conclude ringraziando l’EZLN per aver voluto cedere a loro il posto centrale nel Festival, Mario Cruz, zio di Benjamín Ascencio Cruz, desaparecido, denuncia come il governo cerchi di addossare la responsabilità alla "delinquenza organizzata" ma aggiunge "noi diciamo che è il governo la delinquenza organizzata". Parlano poi Bernabé Abraján, padre di Adán Abraján de la Cruz e Óscar García Hernández, fratello di Abel García Hernández che chiedono giustizia per le tante Iguala che ci sono in tutto il Messico.

Arriva all'improvviso un’intervento telefonico. E’ Mario Luna dal carcere di Sonora. Il portavoce del popolo Yaqui è in carcere da settembre insieme ad un suo compagno. La loro colpa: lottare in difesa del territorio e dell’acqua contro i progetti di privatizzazione elle risorse idriche nel nord del paese. Sono uno dei tanti casi, denunciati in questi giorni dalle organizzazioni dei diritti umani, in cui attivisti politici e sociali vengono arrestati sulla base di accuse false e pretestuose. Dal penale di Sonora Mario saluta l’EZLN e il CNI e fa un appello a continuare la lotta. Non sarà questo l’unico intervento dal carcere, infatti anche i detenuti de La Vox de l’Amate interverranno telefonicamente il giorno dopo.

A chiudere gli interventi di Ayotzinapa sono Lambertino Cruz e Omar García, studente della Normal Rural.


Da quel momento inizia la lunga lettura dei riassunti degli interventi che si sono svolti nelle tre tappe precedenti a San Francisco Xochimilco,Amalzingo e Monclova.


Poi si apre la discussione che dura con un fiume di interventi anche il giorno dopo. Come spesso succede in queste occasioni si mischiano interventi di realtà collettive, quelle indigene del CNI e delle urbane della Sexta, con interventi di singoli. Molti interventi sono dedicati alla proposta di boicottare le elezioni locali del 2015 di fronte alla impresentabilità trasversale dei partiti messicani, altri descrivono lotte e mobilitazioni, parlano anche alcuni internazionali. A tutti viene lasciata la parola. Il che trasformerà la relazione di riassunto degli interventi per certi versi in una babele di temi.

La parte conclusiva si apre con un intervento del CNI che riafferma a nome anche dell’EZLN, come ci sarà scritto anche nel testo conclusivo degli organizzatori del Festival che viene letto alla fine tra applausi e slogans, che resterà deluso chi si aspettava un programma su come fare la rivoluzione "domani". 

sabato 3 gennaio 2015

Messico - Discorso dell’EZLN nel 21° anniversario dell’inizio della guerra contro l’oblio.

31 Dicembre 2014 e 1° Gennaio 2015

Compagne e compagni familiari degli studenti di Ayotzinapa uccisi e fatti sparire dal malgoverno di questo sistema capitalista:

Compagne e compagni del Congresso Nazionale Indigeno:

Compagne, compagni e compañeroas della Sexta del Messico e del mondo:

Compagne e compagni Basi di Apoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazióne Nacionale:

Compagne e compagni comandanti e comandante, cape e capi del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comandancia Generale dell’ EZLN:

Compagne e compagni miliziane e miliziani:

Compagne e compagni insurgentes e insurgentas:

Compas:
Per mia voce parla l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Ricevete tutte, tutti e todoas, sia siate qui presenti o che non siate qui presenti, il saluto degli uomini, donne, bambini, bambine, anziane e anziani zapatisti.

Sia benvenuta la visita, la voce, l’ascolto, lo sguardo, il cuore collettivo dal basso e a sinistra.

Abbiamo qui come invitati d’onore i famigliari di chi ci manca in Ayotzinapa, nel Messico e nel mondo.

Siamo felici di cuore dell’onore che ci fate ad essere qui tra il nostro popolo zapatista.

Ci onorano anche i vostri silenzi e le vostre parole.

Ci unisce e accomuna il vostro dolore e la vostra rabbia.

Noi, zapatisti e zapatiste, non perdiamo di vista né ci tappiamo le orecchie di fronte al dolore ed al coraggio di Ayotzinapa che dimostrano e di cui ci parlano i familiari.

Il dolore per le morti e le scomparse. Il coraggio dei malgoverni di nascondere la verità e negare la giustizia.

Ciò che sappiamo e ricordiamo in questa lotta di Ayotzinapa è che solo come popoli organizzati possiamo trovare la verità.

Non solo la verità scomparsa ad Ayotzinapa, bensì tutte le verità che sono state sequestrate, incarcerate e assassinate in ogni angolo del pianeta Terra.

Su questa verità ora ancora assente potremo costruire la giustizia.

Perché noi, zapatiste e zapatisti, crediamo che non si possa più avere fiducia dei malgoverni che esistono in tutto il mondo.

Questi malgoverni che solo servono i grandi capitalisti.

Questi malgoverni che altro non sono che i dipendenti del capitale. I capoccia, maggiordomi e caporali della grande impresa capitalista.

Questi malgoverni non fanno nulla di buono per il popolo.

Non importa quante parole possano dire, questi governi non comandano perché il mero comando è quello del capitale neoliberale.

Per questo non bisogna credere a nulla dei malgoverni.

Tutto quello che vogliamo come popolo dobbiamo costruirlo tra di noi.

Proprio come stanno facendo i famigliari degli assassinati e desaparecidos di Ayotzinapa che costruiscono la ricerca di verità e giustizia.

Così come stanno costruendo la loro stessa lotta.

Vogliamo dire ai padri ed alle madri dei compagni scomparsi di non stancarsi di lottare e non abbandonare la lotta per la verità e la giustizia per i 43.

La lotta dei famigliari di Ayotzinapa è l’esempio e lo stimolo per chiunque vuole verità e giustizia in tutti i paesi del pianeta.

Vogliamo seguire l’esempio dei padri e delle madri che hanno lasciato la loro casa e famiglia per lavorare e incontrarsi con altre famiglie che condividono lo stesso dolore, rabbia e resistenza.

La speranza non sta in un uomo o una donna individualmente, come vorrebbero farci credere quelli che ci dicono “Vota per me” oppure “entra in questa organizzazione perché noi vinceremo”.

Così dicono.

Ma, quale lotta? Noi sappiamo che quello che vogliono loro è il Potere per poi dimenticarsi di tutto e tutti.

Per questo è meglio che prendiamo l’esempio dei famigliari di Ayotzinapa e ci organizziamo.

Bisogna costruire e far crescere l’organizzazione in ogni luogo in cui viviamo.

Immaginare come potrebbe essere una nuova società.

Per questo dobbiamo studiare come stiamo in questa società nella quale viviamo.

Noi zapatiste e zapatisti diciamo che viviamo in una società dove siamo sfruttati, repressi, disprezzati ed espropriati da molti secoli da padroni e leader, e fino ad oggi, alla fine del 2014 e inizio del 2015, questa società continua così.

Ci hanno sempre ingannato dicendoci che loro, quelli che stanno in alto, sono i più forti e invece noi non serviamo a nulla.

Che siamo stupidi e stupide, così ci chiamano.

Dicono che loro sono capaci di pensare, immaginare, creare e che noi siamo solo i peones che eseguono.

“Fanculo tutto questo!”. “Ora Basta!”, così abbiamo detto noi zapatiste e zapatisti nell’anno 1994, e adesso ci governiamo autonomamente.

La vediamo così noi zapatiste e zapatisti, lo sforzo e la lotta colma di ribellione, resistenza e dignità dei famigliari dei compagni studenti desaparecidos ci stanno esortando ad organizzarci affinché non continui tutto nella stessa maniera.

Per lo meno sapere cosa fare prima che tutto continui nella stessa maniera.

O cosa fare affinché non succeda più a nessuno quello che è successo a causa di questo sistema in qui viviamo.

L’hanno spiegato molto bene i famigliari di Ayotzinapa. Come dei buoni maestri, i famigliari hanno spiegato che il responsabile del crimine è il sistema attraverso i suoi capoccia.

Il sistema, veramente, ha le scuole per i suoi capoccia, maggiordomi e caporali, queste scuole sono i partiti politici che vogliono solamente cariche e poltrone sempre più importanti.

Lì è dove si preparano i servi dei malgoverni. Lì imparano a rubare, a ingannare, a imporre e a comandare.

Da lì escono quelli che fanno le leggi, quelli che diventano legislatori.

Da lì esce chi ci obbliga a seguire quelle leggi con la violenza, quelli che diventano presidenti grandi, medi e piccoli, con i loro eserciti e polizia.

Da lì esce chi giudica e condanna chi non obbedisce a quelle leggi, quelli che diventano giudici.

Non importa se questi capoccia, maggiordomi o caporali sono uomini o donne, se sono bianchi o neri, gialli, rossi, verdi, azzurri, color caffè o di qualsiasi altro colore.

Il lavoro di quelli che stanno in alto è non lasciare respirare quelli che stanno in basso.

Talvolta chi manda ad uccidere ha lo stesso colore della pelle di chi viene ucciso.

Talvolta l’assassino e la vittima hanno lo stesso colore e la stessa lingua.

Non importano né il calendario né la geografia.

Quello che ci ha fatto pensare La lotta dei famigliari e dei compagni di Ayotzinapa ci fa pensare che chi sequestra, assassina e mente sono sempre gli stessi.

Chi non cerca la verità è chi dice menzogne.

Chi non fa giustizia è chi impone l’ingiustizia.

Noi pensiamo che questo non può continuare sempre così, in qualsiasi parte e a qualsiasi livello.

Questo è proprio quello che ci insegnano i famigliari di Ayotzinapa, ovvero che è meglio che noi cerchiamo e incontriamo chi subisce questa malattia chiamata capitalismo.

Insieme ai famigliari di Ayotzinapa cerchiamo le desaparecidas che abbiamo in tutti i nostri mondi.

Perché le donne scomparse e assassinate tutti i giorni e in qualsiasi ora ed in ogni luogo sono la verità e la giustizia.

Grazie ai famigliari dei 43 capiamo che Ayotzinapa non è nello stato messicano di Guerrero, ma è in tutto il mondo del basso.

Grazie a loro abbiamo capito che il nemico comune in campagna ed in città è il capitalismo, non solo in questo paese ma in tutto il mondo.

Ma questa guerra mondiale del capitalismo, in tutto il mondo incontra persone che si ribellano e che resistono.

Queste persone che si ribellano e che resistono si organizzano secondo i propri modi di pensare, secondo il luogo, secondo la storia, a modo loro.

Così, con le loro lotte di ribellione e resistenza si conoscono e fanno accordi per raggiungere quello che si vuole raggiungere.

Si conoscono ma non si giudicano tra loro.

Non si mettono in competizione per vedere chi è il migliore. Non si chiedono chi ha fatto di più, chi è più avanti, chi è avanguardia, chi comanda.

Insieme si chiedono se c’è qualcosa di buono in quello che fa il capitalismo.

Iniziando a farsi domande scoprono che NON c’è nulla di buono, anzi, proprio il contrario, fa del male in mille modi quindi è logico che ci siano mille modi di rispondere a questo male.

E allora la domanda è: come ribellarsi contro il male? Come resistere per far sì che il male del capitalismo non distrugga? Come ricostruire quello che viene distrutto, in modo che non torni tutto come prima, ma che sia meglio? Come si rialza chi cade? Come si ritrova un desaparecido? Come si libera un prigioniero? Come vivono i morti? Come si costruiscono la democrazia, la giustizia e la libertà?

Non c’è un sola risposta. Non esiste un manuale. Non esiste un dogma. Non c’è un credo.

Ci sono molte risposte, molti modi, molte forme.

Ognuno guarda i propri risultati e impara dalla sua e dalle altre lotte.

Mentre quelli in alto si arricchiscono con i soldi, quelli in basso si arricchiscono con esperienze di lotta.

Sorelle e fratelli, noi zapatisti e zapatiste diciamo che abbiamo appreso guardandovi e ascoltandovi, e anche guardando e ascoltando il mondo.

Non è stato, non è e non sarà un individuo o individua a regalarci la libertà, la verità e la giustizia.

Perché, amici e nemici, ci risulta che la libertà, la verità e la giustizia non sono un regalo, ma diritti che si devono conquistare e difendere.

E si possono raggiungere solo collettivamente.

Siamo noi, i popoli, le donne, gli uomini, gli otroas, abitanti delle campagne e delle città che dobbiamo prendere per mano la libertà, la democrazia e la giustizia per una nuova società.

Questo è quello che stanno facendo i padri e le madri dei compagni desaparecidos.

In mille maniere dobbiamo lottare per conquistare una società nuova.

Dobbiamo partecipare tutti, con diversi gradi d’impegno, alla costruzione di questa nuova società.

Tutti dobbiamo sostenere la lotta dei famigliari di Ayotzinapa nella ricerca di verità e giustizia, con purezza e semplicità perché questo è il dovere di chiunque sia in basso a sinistra.

Diciamo sostenere perché non si tratta di guidarli, di manipolarli, di usarli, di disprezzarli.

Si tratta di lottare insieme a loro.

Perché nessun essere umano onesto può approfittare di questo dolore e questa rabbia, questa ingiustizia.

Fratelli e sorelle famigliari degli assenti di Ayotzinapa:

Le zapatiste e gli zapatisti vi appoggiano perché la lotta è giusta e vera. Perché la vostra lotta deve essere di tutta l’umanità.

Siete stati voi e nessun altro ad aver inserito la parola “Ayotzinapa” nel vocabolario mondiale.

Voi con la vostra parola semplice. Voi con il vostro cuore addolorato e indignato.

Quello che ci avete mostrato ha dato molta forza e coraggio alle persone semplici in basso e a sinistra.

Lì fuori si dice e si grida che solo le grandi menti sanno come fare, e solo con i leader e caudillos, solo con i partiti politici, solo con le elezioni.

E così se la cantano e se la suonano senza ascoltarsi e senza ascoltare la realtà.

Poi è arrivato il vostro dolore e la vostra rabbia.

Poi ci avete insegnato che era ed è il nostro stesso dolore, che era ed è la nostra stessa rabbia.

Per questo vi abbiamo chiesto di prendere il nostro posto in questi giorni durante il Primo Festival Mondiale delle Resistenze e delle Ribellioni contro il Capitalismo.

Non solo desideriamo che si raggiunga il nobile obiettivo del ritorno in vita di chi oggi ancora manca. Ma continueremo ad appoggiarvi con le nostre piccole forze.

Noi zapatisti siamo sicuri che i vostri assenti, che poi sono anche nostri, quando saranno di nuovo presenti non si meraviglieranno più di tanto del perché i loro nomi hanno assunto diverse lingue e geografie.

Tanto meno del perché i loro volti hanno fatto il giro del mondo. E nemmeno che la lotta per la loro riapparizione in vita è stata ed è globale. Neanche che la loro assenza ha fatto crollare le menzogne del governo e denunciato lo stato di terrore creato dal sistema.

Ammireranno invece la statura morale dei propri famigliari che non hanno mai fatto cadere nel dimenticatoio i loro nomi. Senza arrendersi, senza vendicarsi, senza tentennare hanno continuato a cercarli fino a trovarli.

Quindi quel giorno o quella notte i vostri assenti vi daranno lo stesso abbraccio che adesso vi diamo noi zapatiste e zapatisti.

Un abbraccio affettuoso, con rispetto e ammirazione.

Così vi diamo 46 abbracci per ognuno degli assenti.

- Abel García Hernández
- Abelardo Vázquez Peniten
- Adán Abraján de la Cruz
- Antonio Santana Maestro
- Benjamín Ascencio Bautista
- Bernardo Flores Alcaraz
- Carlos Iván Ramírez Villarreal
- Carlos Lorenzo Hernández Muñoz
- César Manuel González Hernández
- Christian Alfonso Rodríguez Telumbre
- Christian Tomás Colón Garnica
- Cutberto Ortiz Ramos
- Dorian González Parral
- Emiliano Alen Gaspar de la Cruz.
- Everardo Rodríguez Bello
- Felipe Arnulfo Rosas
- Giovanni Galindes Guerrero
- Israel Caballero Sánchez
- Israel Jacinto Lugardo
- Jesús Jovany Rodríguez Tlatempa
- Jonás Trujillo González
- Jorge Álvarez Nava
- Jorge Aníbal Cruz Mendoza
- Jorge Antonio Tizapa Legideño
- Jorge Luis González Parral
- José Ángel Campos Cantor
- José Ángel Navarrete González
-José Eduardo Bartolo Tlatempa
-José Luis Luna Torres
-Jhosivani Guerrero de la Cruz
-Julio César López Patolzin
-Leonel Castro Abarca
-Luis Ángel Abarca Carrillo
-Luis Ángel Francisco Arzola
-Magdaleno Rubén Lauro Villegas
-Marcial Pablo Baranda
-Marco Antonio Gómez Molina
-Martín Getsemany Sánchez García
-Mauricio Ortega Valerio
-Miguel Ángel Hernández Martínez
-Miguel Ángel Mendoza Zacarías
.-Saúl Bruno García
.- Julio César Mondragón Fontes
.- Daniel Solís Gallardo
.- Julio César Ramírez Nava
.- Alexander Mora Venancio
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Compagni tutti, tutte e todoas:

Sono qui con noi le sorelle e i fratelli dei popoli originari che lottano nel grande consesso che si chiama Congresso Nazionale Indigeno.

Da oltre 500 anni abbiamo cercato come popoli indigeni le strade della ribellione e della resistenza.

Da oltre 500 anni abbiamo incontrato dolore e rabbia, giorno e notte, sul nostro cammino.

Da oltre 500 anni è stato nostro impegno conquistare libertà, verità e giustizia.

Da oltre 18 anni ci incontriamo come Congresso Nazionale Indigeno nel nome della scomparsa Comandata Ramona.

Da allora abbiamo cercato di essere allievi della loro saggezza, della loro storia, del loro esempio.

Da allora abbiamo rivelato, insieme, la marcia della tetra carrozza del capitalismo sulle nostre ossa, il nostro sangue, la nostra storia.

Abbiamo citato sfruttamento, saccheggio, repressione e discriminazione.

Abbiamo nominato il crimine e il criminale: il sistema capitalista.

Non solo, con le nostre ossa, con il nostro sangue e storia abbiamo dato nome alla rivolta ed alla resistenza dei popoli originari.

Con il Congresso Nazionale Indigeno abbiamo dato valore al degno colore della terra, quello che siamo.

Con il Congresso Nazionale indigeno abbiamo imparato che dobbiamo rispettarci, che tutto noi abbiamo un nostro posto e nostre domande.

Capiamo che adesso la cosa più importante è la verità e la giustizia per Ayotzinapa.

Oggi la cosa più dolorosa e indignante è che non siamo qui con i nostri 43.

Non vogliamo che domani possa accadere anche a noi, per questo ne parliamo nei nostri villaggi, nazioni, quartieri e tribù.

Abbiamo invitato le nostre comunità a non permettere che continuino ad ingannarci con miserabili pochezze, solo per tenerci in silenzio e che i grandi Capi continuino ad arricchirsi a spese nostre.

Abbiamo unito le nostre rabbie organizzandoci e lottando degnamente senza venderci, senza arrenderci, senza tentennare per i nostri prigionieri politici che sono rinchiusi in carcere per aver lottato contro le ingiustizie che subiamo.

Come popoli originari lottiamo per i nostri diritti, sappiamo come fare, come ci hanno insegnato i nostri bisnonni che non sono riusciti a distruggere come popoli originari di queste terre.

Per questo esistono ancora tante lingue, perché i nostri antenati sapevano come non farsi distruggere, ed ora tocca a noi fare lo stesso.

Tutti devono dire NO alle multinazionali.

Nelle nostre comunità, nazioni, quartieri e tribù tutti dobbiamo pensare cosa dobbiamo fare, come dobbiamo far sapere quello che ci fanno i malgoverni.

Dobbiamo organizzarci e avere cura di noi.

Perché ci vorranno comprare, vorranno darci le briciole, ci offrirano poltrone.

Troveranno tutte le maniere per dividerci e farci litigare e farci ammazzare tra di noi.

Ci vorranno dominare e controllare con idee diverse.

Ci spieranno e ci intimidiranno in mille modi.

Metteranno mille trappole per farci cadere e farci abandonare la lotta per il nostro popolo.

Vogliamo permettere altri 520 anni a farci trattare come spazzatura?

Vogliamo solamente vivere in pace, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, chiediamo parità tra uomini e donne, rispetto per il diverso, e poter decidere insieme il nostro destino ed il mondo che vogliamo nelle campagne e nelle città.

Sicuramente lo stile di vita migliore che noi chiediamo è diverso da quello che ci impongono.

Noi zapatiste e zapatisti chiediamo alle popolazioni originarie del Congresso Nazionale Indigeno di abbracciare i famigliari di Ayotzinapa ed accoglierli nei loro territori.

Chiediamo che invitino le loro storie ed i loro cuori.

Chiediamo per loro l’onore della vostra parole e del vostro ascolto.

Grande è la saggezza racchiusa nel cuore delle popolazioni originarie, e crescerà ancor di più nella condivisione del dolore e della rabbia di queste persone.

Come guardiani e guardiane della madre terra sappiamo bene che il nostro passo è lungo e ha bisogno di compagnia.

C’è ancora molta strada da fare e non possiamo fermarci.

Così continuiamo a camminare.

Come popoli originari conosciamo bene la terra, lavoriamo la madre terra e viviamo con quello che ci dà, senza sfruttarla.

Curiamo, amiamo e riposiamo in pace con la terra.

Siamo le guardiane ed i guardiani della madre terra.

Insieme a lei possiamo tutto, senza di lei si muore inutilmente.

Come popoli originari è la nostra ora, adesso sempre.
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Compagne, compagni e compañeroas della Sexta nazionale e internazionale:

In questi giorni, presenti o no, si è svolta la condivisione che non è altro che uno dei passi che dobbiamo fare insieme come Sexta, ognuno nel proprio paese di lotta, con le sue modalità e con la propria storia.

Ci sono momenti in cui la storia ci unisce, indipendentemente dalla geografia nel nostro sogno e indipendentemente dal calendario della nostra lotta.
Ayotzinapa è un punto dove ci siamo riuniti.

Non basta.

Lavoriamo, organizziamoci e lottiamo per i/le nostr@ compagn@ desaparecid@s e lottiamo per i/le nostr@ prigionier@ politici.

Formiamo un ciclone nel mondo, affinché ci ridiano in vita i nostri scomparsi.

Facciamolo insieme. Insieme siamo essere umani, ma ci sono bestie che non muoiono, sono i capitalisti.

Formiamo una sola onda e travolgiamo questi animali, e anneghiamo questi malvagi che tanti danni fanno nel mondo.

Facciamolo, come ci stanno insegnano i famigliare di Ayotzinapa.

Senza sosta, come loro, senza sfruttare la situazione per vantaggi o altri interessi.

Compagne e compagni. rimuoviamo dalle nostre menti il significato cattivo della parola “sfruttare”.

Pensiamo al significato buono della parola, sfruttiamo il nostro bene comune. Abbiamo già vissuto il male che fanno quelli che hanno approfittato per sfruttarci.

E ancora ci fanno sparire, ci torturano, ci incarcerano.

Libertà, giustizia, democrazia e pace sono il nostro destino.

Adesso è ora che noi, i poveri del mondo, iniziamo a costruire un mondo diverso, più giusto, dove le nuove generazioni saranno preparate a non permettere più che ritorni il capitalismo neoliberale selvaggio.

Ascoltiamo il grido dei 43 compagni giovani studenti che ci dicono “Cercateci e trovateci, non permettete che soffochino il nostro grido, noi 43 siamo come voi, ci hanno tolto la libertà, sappiamo se lotterete per noi e se non lotterete, significa che non lotterete per quelo che potrebbe succedere a voi.”

Il grido dei 43 compagni ci dice “Aiutateci, supportateci, lottate, organizzatevi, lavorate, muovetevi insieme ai nostri famigliari, li stanno ormai lasciando soli perché si stanno avvicinando le elezioni, questo è quello che stanno facendo quelli che si dimenticano di noi.”

Sommiamo alle nostre lotte, la lotta per i desaparecidos e desaparecidas. Nominiamo gli assenti. Denunciamo chiaramente il crimine. Denunciamo il criminale.

I famigliari di Ayotzinapa hanno alimentato la nostra forza ribelle e di resistenza, ci hanno fatto aprire ancor di più gli occhi ed hanno fatto crescere la nostra degna rabbia.

Ci stanno indicando un cammino e ci stanno dicendo che non gli importa di morire, se è necessario, per i loro desaparecidos.

Ci dimostrano come sia necessario che si organizzi chiunque ha degli scomparsi, e anche chi per ora non ha desapercidos perché li avrà se non si organizza, visto che qui continua il narco-governo.

Ci dimostrano che bisogna lottare, che non importa se si ha visibilità sui mezzi di comunicazione prezzolati, ciò che importa è la vita e non altre morti o sparizioni.

Ci dimostrano che è ora di organizzarci.

E’ ora che decidiamo noi stessi del nostro destino.

Così semplice e così complicato.

Per questo dobbiamo organizzarci, lavorare, lottare, ribellarci e resistere.

Solo con il movimento e l’organizzazione quelli in basso potranno difendersi e liberarsi.
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Compagne e compagni dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale:

E’ stato un anno difficile.

Continua la guerra contro il nostro animo di pace.

Il Capo continua a voler uccidere la nostra libertà.

Continua la menzogna che vuole nascondere il nostro impegno.

Il nostro sangue e la nostra morte continuano a scorrere nelle nostre montagne.

Ormai da tempo, il dolore e la morte che prima erano solo per noi, ora si estendono ad altre parti e raggiungono altre, altri, otroas nelle campagne e nelle città.

L’oscurità si fa più lunga e fitta nel mondo che tocca ad ognuno.

Questo lo sapevamo.

Questo lo sappiamo.

Per questo ci siamo preparati per anni, decenni e secoli.

Il nostro sguardo non guarda solo vicino.

Non guarda solo all’oggi e nemmeno solo al nostro territorio.

Guardiamo lontano nei calendari e nelle geografie, così la pensiamo.

Sempre di più ci unisce il dolore ma anche la rabbia.

Perché adesso, e anche da un po’ di tempo, vediamo che in tanti angoli del mondo si accendono luci.

Luci di ribellione e resistenza.

A volte piccole come la nostra.

A volte grandi.

A volte flebili.

A volte sono un fulmine che si spegne rapidamente.

A volte continuano e continuano senza spegnersi nella memoria.

In queste luci si avvicina il domani che sarà molto diverso.

Questo lo sappiamo da 21 anni, da 31 anni, da 100 anni, da 500 anni.

Per questo sappiamo che dobbiamo lottare tutti i giorni, ad ogni ora in ogni luogo.

Per questo sappiamo che non ci arrenderemo, che non ci venderemo e che non tentenneremo.

Per questo sappiamo che manca quello che manca.
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Compas tutti, tutte, todoas:

Nei prossimi giorni, settimane, mesi, usciranno altre nostre parole su quello che pensiamo e su come vediamo il mondo piccolo ed il mondo grande.

Saranno parole e pensieri difficili perché sono semplici.

Vediamo chiaramente che il mondo non è quello di 100 anni fa e nemmeno lo stesso di 20 anni fa.

Come zapatisti, quindi piccole e piccoli, studiamo il mondo.

Lo studiamo nei vostri calendari e nelle vostre geografie.

Il pensiero critico è fondamentale per la lotta.

Teoria si dice del pensiero critico.

No al pensiero vago, che si accontenta di quello che c’è.

No al pensiero dogmatico, che si fa comando ed imposizione.

No al pensiero ingannevole, che argomenta le menzogne.

Sì al pensiero che domanda, che critica, che dubita.

Non si deve abbandonare lo studio e l’analisi della realtà nei momenti difficili.

Lo studio e l’analisi sono le armi per lottare.

Ma non solo la pratica, non solo la teoria.

Il pensiero che non lotta, non è altro che rumore.

La lotta che non pensa, ripete gli errori e non si risolleva dopo la caduta.

E lotta e pensiero si uniscono nelle guerriere e nei guerrieri, nella ribellione e nella resistenza che oggi scuote il mondo benché il suo suono sia silenzio.

Gli zapatisti e le zapatiste lottano e pensano.

Pensiamo e lottiamo nel cuore collettivo che siamo.
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Compagni, compagne, compañeroas:

Non esiste un solo cammino.

Non esiste una sola direzione.

Non ha le stesse pratiche chi cammina e lotta.

Non è solo chi cammina.

Sono diversi i tempi e i luoghi e molti sono i colori che brillano in basso e a sinistra nella terra che soffre.

Ma il destino è lo stesso: la libertà, La Libertà, LA LIBERTA’.

Compagni, compagne, compañeroas:

Sorelle e fratelli:

21 anni dopo l’inizio della nostra guerra contro l’oblio, questa è la nostra parola:

VERITÀ E GIUSTIZIA PER AYOTZINAPA!
VERITÀ E GIUSTIZIA PER IL MESSICO E IL MONDO!
MUOIA LA MORTE CHE IL CAPITALISMO IMPONE!
VIVA LA VITA CHE LA RIVOLUZIONE CREA!
PER L’UMANITA’ E CONTRO IL CAPITALISMO!
RIBELLIONE E RESISTENZA!

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comandancia Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés


Messico, Gennaio 2015