mercoledì 13 dicembre 2017

La voce di Ocalan risuona in America Latina


di Raul Zibechi

E' divenuto scontato dire che la lotta dei curdi della Siria del Nord abbia risonanze col movimento zapatista. Tuttavia il pensiero di Abdullah Ocalan, oltreché quanto sia accaduto nella regione del Rojava in anni recenti, è in linea con ciò che molti movimenti sociali dell'America Latina stanno facendo.


Si possono individuare almeno tre risonanze tra questi movimenti.

La prima si riferisce allo stato-nazione. Diversi popoli, come i Mapuche di Cile ed Argentina, i Nasa della Colombia meridionale, gli Aymara della Bolivia, i popoli indigeni dell' Amazzonia e dei bassopiani non si identificano con i loro stati, né cercano di ottenere posti nelle istituzioni statali. I nuovi movimenti neri in Colombia e Brasile stanno seguendo processi simili, il che fa in modo che stiano alla larga dal gioco politico scacchistico dello stato-nazione. Non è una questione ideologica. Per molti di essi, gli stati-nazione non fanno parte delle loro storie ed esperienze come popoli - essi concepiscono gli stati-nazione come un'imposizione del colonialismo e delle élite creole.

I curdi del Rojava non intendono costruire alcuno Stato. Ocalan ritiene lo stato-nazione la forma di potere propria della "civiltà capitalista". Per i curdi che condividono le sue idee, la lotta anti-statale è persino più importante della lotta di classe, che è considerata un'eresia dalla sinistra latinoamericana che ancora guarda al 19° secolo. Questa sinistra continua a ritenere lo Stato uno scudo che protegga i lavoratori.

Nel libro "Capitalismo. L'era degli Dei Senza Maschera e dei Re Nudi", il secondo volume del "Manifesto per una Civiltà Democratica", il leader curdo sostiene una tesi che è molto vicina alla pratica zapatista. Assaltare lo Stato, scrive Ocalan, "corrompe il rivoluzionario più fedele". Per concludere con una riflessione che suona appropriata per commemorare il centenario della Rivoluzione Russa: "Cento cinquant'anni di lotta eroica sono stati soffocati e si sono volatilizzati in un mulinello di potere".

La seconda risonanza è nell'economia. Gli zapatisti tendono a beffarsi delle "leggi" dell'economia e non mettono quella disciplina al centro del loro pensiero, come sembra evidente nella raccolta dei comunicati del Subcomandante Marcos. 
D'altra parte Ocalan enfatizza che "il capitalismo è potere, non economia". I capitalisti usano l'economia, ma il cuore del sistema è la forza, armata e non armata, di confiscare i surplus prodotti dalla società.

Lo zapatismo definisce l'attuale modello estrattivo (monoculture come la soia, attività minerarie a cielo aperto e grandi opere infrastrutturali) come la "quarta guerra mondiale" contro i popoli, a causa dell'uso e dell'abuso della forza per delineare le società. 
In entrambi i movimenti, c'è una critica frontale all'economicismo. Ocalan ricorda che "nelle guerre coloniali, laddove è iniziata l'accumulazione originaria, non c'erano regole economiche". I movimenti indigeni e neri in America Latina ritengono, da parte loro, di affrontare un potere coloniale, o una "colonialità del potere", un termine utilizzato dal sociologo peruviano Aníbal Quijano per descrivere il nucleo del dominio in questo continente.

In effetti, l'economicismo è una piaga che contamina i movimenti critici, che va a braccetto con l'evoluzionismo. Una legione di esponenti di sinistra ritiene che la fine del capitalismo sarà conseguita dalla successione di profonde crisi economiche più o meno forti. Ocalan si oppone a questa prospettiva e rifiuta la proposta di quanti credono che il capitalismo sia nato "come risultato naturale dello sviluppo economico". Gli zapatisti ed i curdi sembrano concordare con la tesi di Walter Benjamin che considera il progresso come un uragano distruttivo.

Terzo, i movimenti latinoamericani difendono il Buen Vivir/Buena Vida (Buon Vivere / Buona Vita) che è un contraltare al capitalismo produttivista. Le Costituzioni dell'Ecuador e della Bolivia (approvate nel 2008 e nel 2009), enfatizzano la natura come "soggetto di diritti", invece di continuare a ritenerla un oggetto da cui ricavare ricchezza. Tra i movimenti, sta apparendo l'idea che stiamo affrontando qualcosa di più di una crisi del capitalismo, una crisi di civiltà. Il movimento curdo sostiene che il capitalismo conduca alla crisi della moderna civiltà capitalista occidentale. Questa analisi ci permette di superare l'ideologia del progresso e dello sviluppo, integra le varie oppressioni collegate al patriarcato ed al razzismo, la crisi ambientale e sanitaria, e presume una visione più profonda ed ampia della crisi in atto.

Una civiltà entra in crisi quando non ha più le risorse (materiali e simboliche) per risolvere i problemi che ha essa stessa creato. Ecco perché movimenti che sembrano geograficamente e culturalmente distanti l'uno dall'altro sentono che l'umanità sia sulla soglia di un nuovo mondo.

Su queste tre risonanze, troviamo una grande confluenza: le donne occupano il centro dei movimenti latinoamericani e formano il nucleo del pensiero di Ocalan. Centinaia di migliaia di donne che provano empatia e complicità con le loro controparti del Rojava sono state schierate nelle strade argentine da Ni Una Menos.

"L'uomo forte e calcolatore", specifica Ocalan, è all'origine dello Stato, un'istituzione profondamente patriarcale concepita dall'oppressione e per l'oppressione, che non può essere tramutata in uno strumento di liberazione.  

Tratto da TheRegion.org

Solidarietà tra Kurdistan e Messico

“Un mundo donde quepan muchos mundos”: solidarietà tra Kurdistan e Messico

Giovedì 7 dicembre 2017, con il sostegno dei compagni del CSOA Spartaco, abbiamo presentato la Brigata Sanitaria “Juntos para el derecho a la Salud” che partirà a metà dicembre per sostenere il Sistema di Salute Autonomo Zapatista nella zona del Caracol de La Garrucha.
Durante la serata sono intervenuti i compagni della Staffetta Sanitaria per il Kurdistan di Roma, che nello spirito di solidarietà internazionale tra esperienze di autonomia e autogoverno per la costruzione di un mondo più giusto, anticapitalista, descolonizzato e libero dal patriarcato, non solo hanno portato il loro saluto alla Brigata Sanitaria, ma hanno anche consegnato medicinali da portare in Messico come contributo materiale di solidarietà. Tra questi alcuni glucometri, antibiotici e altre medicine fornendoci anche di un manuale per la prevenzione e la cura del diabete realizzato da compagni medici solidari.


“...Al Movimento delle Donne del Kurdistan Komalên Jinên Kurdistan (KJK), Compagne e sorelle: Noi, donne delegate indigene originarie del Messico, le consigliere e la portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, dei popoli amuzgo, tojolabal, ñahñu/ñatho, nahua, wixárika, tzeltal, maya, tohono odham, totonaco, binniza, tzotzil, guarijio, kumiai, chol, purépecha, mayo, rarámuri, tepehuano, me´phaa, popoluca, zoque, cochimi, coca, cora, yaqui, mam, mazahua, tenek, chinanteco, na savi, cuicateco, mixe, triqui, ikoots, chichimeca y mazateco, riunite in assemblea del Consiglio Nazionale Indigeno, spazio che da 21 anni mette in connessione i popoli originari del Messico, vi inviamo un saluto fraterno e vi ringraziamo di tutto cuore per la lettera che ci avete fatto arrivare lo scorso giugno, con l’abbraccio e l’appoggio solidale e rivoluzionario che dai vostri territori manifestate verso di noialtre, le donne indigene, verso di noialtri, popoli originari del Congresso Nazionale Indigeno...”

Allo stesso modo ringraziamo i compagni della Staffetta Romana per il Kurdistan perché con il loro gesto hanno reso concreta la solidarietà tra popoli e lotte e posto un mattoncino in più nella costruzione di “un mondo che contenga molti mondi”

La campagna è coordinata da:
Cooperazione Rebelde Napoli FB @cooperazionerebelde.napoli

Sostenuta da:
* Presidio di Salute Solidale - Napoli FB @presidiosalute.napoli
* Associazione Ya Basta - Caminantes FB @yaBastaCaminantes SITO www.yabasta.it
* Ya Basta Moltitudia Roma FB @yabasta.moltitudia

domenica 3 dicembre 2017

Honduras - Governo sospende garanzie costituzionali

La protesta cresce e già si contano morti e feriti

Protesta alla salita nord di Tegucigalpa (Foto G. Trucchi | Rel-UITA)


Tegucigalpa, 2 dicembre
L’Honduras brucia e solo adesso alcuni media internazionali se ne rendono conto.  Migliaia di persone in tutto il paese scendono in strada e bloccano le principali vie di comunicazione, i ponti, le piazze. Protestano contro le incongruenze di un processo elettorale falsato e che puzza di brogli. Delinquenti infiltrati per generare caos assaltano negozi e banche. 
Il governo decreta il ‘coprifuoco’ per 10 giorni.

Continua la protesta popolare contro le forti anomalie che hanno caratterizzato l’intero processo elettorale. Secondo l’Alleanza d’opposizione alla dittatura si starebbe letteralmente rubando la vittoria al proprio candidato, il presentatore televisivo Salvador Nasrallah, per favorire l’attuale presidente honduregno che vuole rieleggersi Juan Orlando Hernandez.

La protesta si è diffusa in più aree del paese mentre nella capitale si è spostata dai grandi viali ai barrios y colonias (quarteri popolari) dove la gente si è organizzata fin dai tempi del golpe del 2009. Quasi impossibile transitare per le principali vie di comunicazione che uniscono le regioni (departamentos) del Paese.

A San Pedro Sula e Tegucigalpa, vandali infiltrati hanno attaccato e saccheggiato negozi, centri commerciali e anche alcune banche, gettando la popolazione nel terrore.

Secondo dati non ufficiali, ci sarebbero già non meno di otto persone che hanno perso la vita durante la repressione dell’esercito e la polizia militare. Cinque a San Pedro Sula, tre a Tegucigalpa e una a Ceiba. Dozzine i feriti e più di cento le persone arrestate.
Secondo la versione fornita dall’Alleanza d’opposizione, la presenza di criminali infiltrati nella protesta farebbe parte di una strategia orchestrata dal governo, con il sostegno dell’esercito e della polizia, per creare il caos e giustificare così la sospensione delle garanzie costituzionali.

Un popolo impaurito dalla violenza e incapace di muoversi e protestare sarebbe lo scenario ideale per il partito di governo, proprio quando il Tribunale supremo elettorale, Tse, sta per annunciare la rielezione del presidente Hernández.

Una strategia machiavellica che avrebbe anche lo scopo di screditare i sostenitori dell’Alleanza a livello nazionale e internazionale. La stessa tecnica che è stata utilizzata durante il colpo di stato del 2009 per smobilitare la resistenza e la protesta popolare.

Detto e fatto
Alle 22 di venerdí, il presidente e candidato del partito di governo ha deciso di firmare un decreto con il quale limita, per un periodo di dieci giorni, le garanzie costituzionali previste dall’articolo 81 della Carta Magna.
Con questa decisione si proibisce la libera circolazione delle persone dalle 6 di sera alle 6 di mattina e ordina l’arresto di chiunque venga trovato in strada. Viene inoltre ordinato di procedere allo sgombero di tutte le strutture pubbliche, strade, ponti e altre strutture pubbliche e private che siano state occupate dai manifestanti.

Dal suo account Twitter, Salvador Nasralla ha condannato la violenza di Stato.
“Condanniamo la repressione contro il popolo honduregno e i morti provocati dal colpo di Stato perpetrato dal presidente, nonché candidato illegale e capo delle Forze armate, Juan Orlando Hernández, che ha perso le elezioni di domenica in Honduras “, ha scritto Nasralla.

L’alleanza chiede trasparenza
Secondo i dati ufficiali, con il 94,31% dei voti scrutinati, il candidato del partito di governo sarebbe in testa per circa 45 mila voti, cioè l’1,5%. Questo sabato il Tse dovrà realizzare un conteggio voto per voto di quei seggi i cui verbali finali presentano non meglio precisate ‘anomalie’.
Si tratta di uno scrutinio speciale di più di mille verbali, che corrispondono a circa 300 mila voti, che favorirebbero nettamente Nasralla. Per garantire la massima trasparenza, le missioni di osservazione della OEA e della UE hanno insistito per fare in modo che questo scrutinio si realizzi in presenza di tutte le forze politiche e degli osservatori internazionali.

Ieri i delegati dell’Alleanza si sono rifiutati di prendere parte allo scrutinio, in quanto i magistrati elettorali non hanno voluto accettare 5 delle 11 petizioni presentate dall’opposizione. Tra di esse quella di realizzare una revisione di oltre 5 mila verbali che sono stati inseriti nel sistema senza la preseza dei partiti e degli osservatori (1,5 milioni di voti) e il riconteggio, voto per voto, di tre dipartimenti in cui la partecipazione della popolazione è stata esageratamente più alta della media nazionale.
Guarda caso si tratta di zone controllate storicamente dal partito di governo.

Nasralla ha denunciato che è sempre stato in testa di oltre il 5% e che improvvisamente è caduto il sistema di computo per quasi 24 ore. Quando ha ricominciato a funzionare la sua percentuale ha iniziato a scendere e quella di Hernández a salire vorticosamente fino a sorpassarlo.

“Siamo vittime di un furto e lo denuncio a livello internazionale. Nessun paese al mondo riconoscerà una vittoria illegale. Lo sanno tutti che una tendenza del 5% su Hernández con il 70% dei voti scrutinati è irreversibile, ci vogliono far credere che con solo il 30% che mancava si sia invertita la tendenza. È matematicamente impossibile. Qui è caduto il sistema, il server, è caduto tutto, abbiamo trovato verbali non firmati introdotti nel sistema. È assurdo”, ha detto  Nasralla.

Fonte: LINyM
Foto e altro su www.rel-uita.org
Di Giorgio Trucchi | Rel-UITA
Traduzione: Gianpaolo Rocchi e Giorgio Trucchi

mercoledì 22 novembre 2017

Messico - Dalle montagne del sud est messicano alle montagne del Kurdistan le donne indigene scrivono alle donne kurde

Dal Messico al Kurdistan, le donne indigene scrivono alle donne curdePubblichiamo la lettera scritta dalle donne del Consiglio Indigeno di Governo alle donne curde questo Ottobre, per sottolineare l’importanza degli scambi, dei legami e dei rapporti che si costruiscono tra questi due popoli in lotta.



Al Movimento delle Donne del Kurdistan Komalên Jinên Kurdistan (KJK),

Compagne e sorelle:

Noi, donne delegate indigene originarie del Messico, le consigliere e la portavoce del Consiglio Indigeno di Governo, dei popoli amuzgo, tojolabal, ñahñu/ñatho, nahua, wixárika, tzeltal, maya, tohono odham, totonaco, binniza, tzotzil, guarijio, kumiai, chol, purépecha, mayo, rarámuri, tepehuano, me´phaa, popoluca, zoque, cochimi, coca, cora, yaqui, mam, mazahua, tenek, chinanteco, na savi, cuicateco, mixe, triqui, ikoots, chichimeca y mazateco, riunite in assemblea del Consiglio Nazionale Indigeno, spazio che da 21 anni mette in connessione i popoli originari del Messico, vi inviamo un saluto fraterno e vi ringraziamo di tutto cuore per la lettera che ci avete fatto arrivare lo scorso giugno, con l’abbraccio e l’appoggio solidale e rivoluzionario che dai vostri territori manifestate verso di noialtre, le donne indigene, verso di noialtri, popoli originari del Congresso Nazionale Indigeno.


Questa lettera l’abbiamo letta in numerose delle nostre assemblee comunitarie, l'abbiamo condivisa con molte compagne e compagni, e vogliamo dirvi che conoscere la vostra lotta degna e la vostra solidarietà, ci ha permesso di rispecchiarci in voi e ci ha rafforzato. 

Siamo lontane geograficamente, però molto vicine nelle nostre idee e pratiche libertarie. 

Insieme a voi, diciamo che in questa guerra portata avanti contro l’umanità, noi, le donne dei popoli originari, stiamo alzando la nostra voce e ci organizziamo e mettiamo in cammino per la liberazione dei nostri popoli e di noialtre le donne, che rappresentiamo la metà della comunità umana.

Riconosciamo, diamo valore alla vostra lotta, perché tutte le lotte di qualsiasi donna in qualsiasi parte del mondo ed in qualsiasi tempo della storia che lottano, si ribellano e propongono di costruire nuovi cammini di vita di fronte il mostro patriarcale capitalista che ci opprime, è una lotta degna che deve renderci sorelle. 
Crediamo fermamente nel recuperare l’importanza di fermarci noialtre le donne a partire dalla nostra comunità, non per scontrarci, ma per organizzarci con i nostri fratelli ed i nostri popoli.

Questo sistema capitalista patriarcale di morte ci colloca, a noi donne, nella posizione più infima, la più scomoda, la più dimenticata e la più repressa e non solo ci colpisce noialtre ma anche i nostri fratelli; però se la comunità è malata, lo è ancor di più per noialtre le donne. sia malata, ancora di più per noialtre, le donne.

lunedì 13 novembre 2017

Sud America - Perchè crescono le destre

Il ciclo progressista è finito, anche se ci sono ancora governi di centrosinistra che per restare in carica devono seguire una tendenza che vede crescere le destre, in modo particolare in Sudamerica. Il modello estrattivista ha trasformato le società che ora esprimono valori e relazioni sociali di conservazione, così come la società industriale ha generato in passato una potente classe operaia e valori di comunità e solidarietà. Dieci anni di governi progressisti hanno prodotto un naturale logoramento legato alla corruzione e alla cattiva gestione ma è il modello stesso che li ha segnati che depoliticizza e disorganizza una società che si articola solo mediante il consumo. È qui che le destre mordono. Il consumismo è l’altra faccia della società estrattiva. Anche i movimenti sono responsabili della situazione: invece di costruire guardando al lungo termine, preparandosi per l’inevitabile collasso del sistema, hanno preso spesso scorciatoie elettorali che li hanno portati a costruire alleanze impossibili con risultati patetici. Dobbiamo pensare agli insegnamenti che ci lasciano l’ascesa delle destre e la crisi dei movimenti. Non si può opporre resistenza alla società estrattiva della quarta guerra mondiale con la stessa logica della lotta operaia nella società industriale

Lavoratori dell’industria mineraria in Uruguay. Foto: http://www.mineria.com.uy
di Raúl Zibechi
I cicli politici non sono capricciosi. Stiamo vivendo un periodo di crescita delle destre, in particolare in Sudamérica. Il ciclo progressista è terminato anche se continuano a esistere governi di questo colore, ma non potranno più sviluppare le politiche che hanno caratterizzato i loro primi anni perché si impone una svolta conservatrice, sebbene i discorsi possano dire qualcosa di diverso.
Un buon esempio di questa ironia può essere l’Ecuador: un governo di Alianza País che realizza un aggiustamento conservatore. A meno che non si opti per la peregrina tesi del “tradimento”, Lenin Moreno dimostra che anche i progressisti devono compiere una svolta a destra per poter continuare a governare.
Diciamo che i cicli sono strutturali e i governi congiunturali. Il ciclo progressista si è contraddistinto per gli alti prezzi delle esportazioni delle commodities in un generale clima di crescita economica, per un forte protagonismo popolare e per le pressioni per una maggiore giustizia sociale. Dalla crisi del 2008, i tre aspetti si sono indeboliti. Adesso soffriamo una forte offensiva della destra in ogni settore.
Nonostante i cattivi risultati economici e un’elevata conflittualità sociale, nella quale risalta la sparizione forzata di Santiago Maldonado, il governo di Mauricio Macri ha conseguito una schiacciante vittoria nelle recenti elezioni argentine. Il macrismo non è una parentesi, ha conseguito una certa egemonia che si basa sui cambiamenti economici dell’ultima decade, sul logoramento del progressismo e sulla crescente debolezza dei movimenti.
La prima questione da tenere in considerazione è che il modello estrattivo (della soia e minerario) ha trasformato le società. 
L’edizione argentina di Le Monde Diplomatique di settembre, contiene due interessanti analisi di José Natanson e di Claudio Scaletta, che dipanano i cambiamenti produttivi del complesso della soia e le sue ripercussioni sociali.
Il primo sostiene che la mappa della soia coincide “quasi matematicamente” con i territori in cui vince Macri. Sottolinea che il settore è sempre più collegato con il settore finanziario, con l’industria e i grandi media, e che i latifondisti e i braccianti, che sono stati i protagonisti del periodo oligarchico, adesso convivono, tra gli altri, con i tecnici, gli affittuari, gli agronomi, i veterinari, i meccanici dei macchinari agricoli e i piloti addetti alle fumigazioni. 
La tecnologia è persino più importante della proprietà della terra 
che i “pool delle sementi” affittano, mentre i coltivatori, connessi al mondo globalizzato, tengono d’occhio i prezzi della borsa di Chicago, dove i cereali vengono quotati.
Il secondo sostiene che ci troviamo di fronte a una crescente complessità delle classi medie rurali e all’emergere di nuove classi “rurali-urbane”. Di conseguenza, il conflitto con il settore rurale che il governo kirchnerista ha sostenuto nel 2008 non è stato la classica contraddizione oligarchia-popolo.
A partire da questo momento, si è reso visibile un conglomerato di attori più complesso e con una base sociale molto più ampia, che rifiuta le politiche sociali perché sente la povertà urbana come una realtà molto lontana. È questo blocco sociale che ha portato Macri al governo e che lo sostiene.
La società estrattiva genera valori e relazioni sociali conservatrici, così come la società industriale ha generato una potente classe operaia e valori di comunità e di solidarietà. Nelle grandi fabbriche, organizzandosi per resistere ai padroni, migliaia di operai si sono trasformati in classe.
Al contrario, l’estrattivismo non genera soggetti interni, ossia all’interno della trama “produttiva”, perché è un modello finanziario speculativo. Le resistenze sono sempre esterne, dove in genere i protagonisti sono le persone colpite.
La seconda questione è il logoramento del progressismo dopo una lunga decade di governo. Qui compaiono due elementi. Uno: il naturale logoramento interno o per la corruzione e la cattiva gestione, e la combinazione di entrambi. Due: perché il modello stesso depoliticizza e disorganizza la società che si articola solamente mediante il consumo. È qui che le destre mordono.
Il consumismo è l’altra faccia della società estrattiva. Una società che non genera soggetti, né identità forti, con valori vincolati al lavoro degno, ossia produttivo, bensì solo “valori” mercantili e individualisti non si trova nella condizione di potenziare progetti di lungo respiro per la trasformazione sociale.
La terza questione che spiega l’auge delle destre è la debolezza del settore popolare, che colpisce a partire dai movimenti fino alla cultura del lavoro e delle sinistre. Le società estrattive creano le condizioni materiali e spirituali di questa anemia dell’organizzazione e delle lotte. Ma c’è di più.
Le politiche sociali del progressismo, soprattutto l’inclusione mediante il consumo, hanno moltiplicato gli effetti depredatori in termini di disorganizzazione e depoliticizzazione. Nello shopping scompaiono le contraddizioni di classe, comprese quelle etniche e di genere, perché in questi “non luoghi” (Marc Augé) il contesto fa scomparire l’umanità delle persone.

Il presidente argentino Mauricio Macri festeggia
Ma anche i movimenti sono responsabili per le scelte che hanno preso. Invece di costruire guardando al lungo termine, preparandosi per l’inevitabile collasso sistemico, hanno preso la scorciatoia elettorale che li ha portati a costruire alleanze impossibili con risultati patetici. Alcuni movimenti argentini che hanno scelto di allearsi con la destra giustizialista, possono fare un bilancio sui disastrosi risultati che hanno ottenuto, e non mi riferisco alla scarsa raccolta di voti.
Infine, dobbiamo pensare agli insegnamenti che ci lascia l’ascesa delle destre e la crisi dei movimenti. Non si può opporre resistenza alla società estrattiva della quarta guerra mondiale con la stessa logica della lotta operaia nella società industriale. Non esiste una classe che la diriga. I soggetti collettivi devono essere costruiti e sostenuti ogni giorno. Le organizzazioni devono essere solide, cesellate per il lungo termine e resistenti agli attacchi istituzionali.
Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo Del fin de ciclo a la consolidación de las derechas
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo