giovedì 27 luglio 2017

Messico - Dall’EZLN: CompArte 2017 per l’Umanità in Chiapas e nella rete


Si sta svolgendo in Chiapas, Messico la seconda edizione del Festival CompArte per l’Umanità "Contro il capitale, i suoi muri: tutte le arti". Il Festival, che vede la partecipazione di messicani e internazionali, accompagnati da una ampia delegazione zapatista si svolge, nella sua prima parte, presso le strutture del Cideci a San Cristobal per poi spostarsi il 28 e 29 luglio nel Caracol di Oventic.

L’iniziativa non si fermerà qui: dal 1 agosto il CompArte viaggerà in rete in una edizione digitale come sfida e domanda sulla possibilità di un utilizzo radicalmente altro della rete, come proposto dall’Ezln con il comunicato Arte, resistenza e ribellione nella rete.

"È possibile un altro internet, cioè un’altra rete? Si può lottare anche lì? O forse quello spazio senza una geografia precisa, è già occupato, cooptato, legato, annullato, ecceterato? Non possono esserci, anche lì, resistenza e ribellione?


Si può fare Arte nella rete? Com’è quest’Arte? Si può ribellare?


L’Arte nella rete può resistere alla tirannia dei codici, delle password, dello spam come motore di ricerca predefinito, degli MMORPG delle notizie nelle reti sociali dove vincono l’ignoranza e la stupidità con milioni di like?

L’Arte nella, dalla e per la rete banalizza la lotta e la trivializza, o la potenzia e la intensifica, o “niente a che vedere, la mia è arte, non una cellula militante”?

L’Arte nella rete può graffiare i muri del Capitale e ferirli con una crepa o scavare e perseverare in quelle che già ci sono?

L’Arte nella, dalla e per la rete può resistere non solo alla logica del Capitale, ma anche alla logica dell’Arte “conosciuta” e dell’“arte reale”?

Il virtuale è virtuale anche nelle sue creazioni? Il bite è la materia prima della sua creazione? È creato da un essere individuale? Dov’è il superbo tribunale che, nella Rete, detta cos’è e cosa non è Arte? Il Capitale cataloga l’Arte nella, dalla e per la rete come ciberterrorismo, ciberdelinquenza?

La Rete è uno spazio di dominio, di domesticazione, di egemonia e omogeneità? O è uno spazio di disputa e di lotta? Possiamo parlare di materialismo digitale?"




Si allarga così il campo della ricerca e dello stimolo che gli zapatisti offrono a tutti noi per pensare l’alternativa.


Le scienze l’arte nel reale e nel virtuale sono strade e piste da percorrere per riflettere ed agire di fronte alla “tormenta” rappresentato dall’Idra capitalista, ovvero la moderna e multipla forma del potere.

Fuori da dogmi e retoriche scontate CompArte, così come ConCiencias, lo scorso dicembre sono spazi di possibilità: "camminare domandando" e soprattutto allargare il campo delle domande per trovare risposte non scontate, banali e ripetitive.

In questi primi giorni al Cideci musica, teatro, pittura, installazioni, incontri, documentari, arti visuali, arti circensi, si sono mischiate all’insegna della condivisione, dell’interazione , affrontando i temi della denuncia della militarizzazione e repressione in Messico e nel mondo, il dramma delle migrazioni, la necessità del cambiamento sociale, della resistenza e dei futuri percorsi, come la campagna per la candidata indigena del CNI alle elezioni presidenziali del 2018.


.. nei prossimi giorni ad Oventic saranno protagonisti gli zapatisti che giungeranno da tutti i Caracol e poi .. la parola passa alla rete.

mercoledì 19 luglio 2017

Messico - Arte, Resistenza e Ribellione nella rete


Convocazione all’edizione cibernetica del CompArte “Contro il Capitale e i suoi muri, tutte le arti”

Luglio 2017.

Compañeroas, compagne e compagni della Sexta:

Hermanoas, sorelle e fratelli, artisti e non, del Messico e del mondo:

Avatar, nickname, webmaster, blogger, moderatrici e moderatori, gamer, hacker, pirati, bucanieri e naufraghi dello streaming, usuari delle reti antisociali, antipodi dei reality shows, o come-si-chiami ognuno nella rete, il web, internet, il ciberspazio, la realtà virtuale o-come-si-chiami:

Vi convochiamo perché abbiamo alcune domande che ci inquietano:

È possibile un altro internet, cioè un’altra rete? Si può lottare anche lì? O forse quello spazio senza una geografia precisa, è già occupato, cooptato, legato, annullato, ecceterato? Non possono esserci, anche lì, resistenza e ribellione? Si può fare Arte nella rete? Com’è quest’Arte? Si può ribellare? L’Arte nella rete può resistere alla tirannia dei codici, delle password, dello spam come motore di ricerca predefinito, degli MMORPG delle notizie nelle reti sociali dove vincono l’ignoranza e la stupidità con milioni di like? L’Arte nella, dalla e per la rete banalizza la lotta e la trivializza, o la potenzia e la intensifica, o “niente a che vedere, la mia è arte, non una cellula militante”? L’Arte nella rete può graffiare i muri del Capitale e ferirli con una crepa o scavare e perseverare in quelle che già ci sono? L’Arte nella, dalla e per la rete può resistere non solo alla logica del Capitale, ma anche alla logica dell’Arte “conosciuta” e dell’“arte reale”? Il virtuale è virtuale anche nelle sue creazioni? Il bite è la materia prima della sua creazione? È creato da un essere individuale? Dov’è il superbo tribunale che, nella Rete, detta cos’è e cosa non è Arte? Il Capitale cataloga l’Arte nella, dalla e per la rete come ciberterrorismo, ciberdelinquenza? La Rete è uno spazio di dominio, di domesticazione, di egemonia e omogeneità? O è uno spazio di disputa e di lotta? Possiamo parlare di materialismo digitale?

La realtà, reale o virtuale, è che sappiamo poco o nulla di questo universo. Ma crediamo che, nella geografia inafferrabile della rete, ci siano anche creazione, arte. E, chiaramente, resistenza e ribellione.

Voi laggiù che create, vedete la tormenta? la patite? resistete? vi ribellate?

Per cercare di trovare alcune risposte, vi invitiamo a partecipare… (stavamo per scrivere “da qualunque geografia”, ma crediamo che la rete sia dove, forse, il luogo importa meno).

Vi invitiamo a costruire le vostre risposte, a costruirle, o a decostruirle, con arte creata nella, dalla e per la rete. Alcune categorie con cui si può partecipare (sicuramente ce ne sono di più, e voi state già notando che la lista è corta, ma si sa che “manca quel che manca”), sarebbero:

lunedì 3 luglio 2017

Messico - Il potere de abajo

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di Raúl Zibechi
Non era mai accaduto, in América Latina, che decine di popoli e nazioni indigene decidessero di dotarsi di un proprio governo. La recente decisione del quinto Congresso Nazionale Indigeno (CNI) di creare un Consiglio Indigeno di Governo che si propone di “governare questo paese” avrà profonde ripercussioni in Messico e nel mondo. La decisione è stata presa sulla base della consultazione e dell’approvazione di 43 popoli.
Come segnala il comunicato “¡Y retembló!“, siamo di fronte a decine di processi di trasformazione radicale, di resistenze e ribellioni che “costituiscono il potere del basso”, che ora si esprimerà nel Consiglio di Governo. Allo stesso modo, quell’organismo avrà come portavoce una donna indigena, che sarà una candidata indipendente nelle elezioni del 2018.
È il modo che i popoli hanno trovato perché “l’indignazione, la resistenza e la ribellione figurino nelle schede elettorali del 2018”. In questo modo, pensano di poter “scuotere la coscienza della nazione”, per “demolire il potere dell’alto e ricostituirci, non più solamente come popoli ma come paese”. L’obiettivo immediato è fermare la guerra, creare le condizioni per organizzarsi e superare in modo collettivo la paura che paralizza e provoca il genocidio (da parte di quelli) in alto.
Nella parte finale, il comunicato sottolinea che questa potrebbe essere forse “l’ultima opportunità, come popoli originari e come società messicana, di cambiare in modo pacifico e radicale le nostre stesse forme di governo, facendo sì che la dignità sia l’epicentro di un mondo nuovo”.
Fin qui, per grandi linee, la proposta e il percorso da seguire per renderla realtà. Guardando a distanza, chiama l’attenzione che le discussioni da ottobre in poi si siano centrate sulla questione della portavoce indigena come candidata nelle elezioni del 2018, lasciando da parte un tema fondamentale come (credo sia) la formazione del Consiglio Indigeno di Governo. È evidente che non si può comprendere la nuova cultura politica che incarnano il CNI e l’EZLN con i paraocchi della vecchia cultura centrata su discorsi mediatici e sulle elezioni come forma pressoché unica di fare politica.

domenica 2 luglio 2017

Marocco - Le proteste del Rif si allargano a tutto il paese



Sono in sciopero della fame i portavoce della protesta del Rif, incarcerati dal Governo nelle scorse settimane per le manifestazioni che si susseguono dallo scorso dicembre dopo la morte di Mohssine Fikri, pescivendolo ambulante di Al Hoceima, triturato in un camion della spazzatura mentre cercava di recuperare i 500 chili di pesce spada confiscati dalla polizia.
La mobilitazione continua ad allargarsi come se il movimento della zona del Rif desse voce ad un malcontento che non riguarda solo le zone periferiche.
Come accade ovunque ed in particolare nel contesto mediorientale e nordafricano, le vicende sociali hanno molte sfaccettature. Per questo approfondire quel che accade è importante per non avere uno sgurado superficiale. 




Il Marocco è un paese in cui la monarchia ancora non è stata messa in discussione e il giovane sovrano Mohamed VI è riuscito fino ora a passare indenne, usando il bastone e la carota, attraverso l’onda delle cosiddette primavere arabe.
Ma corruzione, accentramento di ricchezze e poteri, squilibri sociali, mancanza di giustizia permangono esprimendosi in quel senso di insofferenza che viene chiamato “hogra” e che racchiude tutta la distanza e la mancanza di fiducia soprattutto dei giovani nel sistema. Esprimere il proprio dissenso, scendere in piazza oggi diventa ancora più difficile alla luce della crisi, della guerra, della percezione di paura che si vive in tutto il mondo e con le proprie particolarità in tutta la zona che va dal Marocco all’Iran.

Le proteste partite dal Rif, zona periferica del Marocco, sono state l’occasione per riprovare a scendere in piazza. Tutto non è lineare e facilmente leggibile, tanto è vero che numerosi articoli raccontano di come gruppi islamici radicali si siano inseriti dentro le proteste. Tutto questo in uno scenario in cui nelle scorse elezioni il partito dell’islam politico, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ha riottenuto la maggioranza trovando modo di convivere bellamente con la monarchia al di là della formale opposizione. Tanto è vero che oggi il paese è governato da una coalizione di sei partiti tra cui il Rassemblement national des indépendants, guidato da un uomo d’affari che i commentatori definiscono essere molto vicino al re.

Per approfondire quel che succede vi proponiamo alcuni articoli usciti negli ultimi mesi, nella convinzione che come sempre capire è importante anche per trovare le strade per sostenere chi realmente prova a cambiare le cose, e non chi lo fa strumentalmente per mantenere intatto il sistema, anche cambiandogli il vestito.


Il Rif

La protesta, partita all’indomani della morte del pescatore Mohssine Fikri, affonda le sue radici nella situazione del Rif: si tratta di una zona che ha sempre avuto dissensi col governo centrale, tanto è vero che il secolo scorso, durante la guerra coloniale con la Spagna, aveva proclamato una breve indipendenza sotto la guida berbera. È una zona dove più forti sono povertà ed emarginazione.
Il padre dell’attuale re Mohamed VI, Hassan II diceva che c’è un Marocco utile e un Marocco inutile. Ed è proprio a causa del suo passato secessionista che la regione del Rif non rientrava fra le zone territoriali che avevano il suo favore. Dopo i movimenti del 1984 lanciati dagli studenti, Hassan II aveva deciso di escludere la regione del paese dai piani di sviluppo.
Nelle montagne aride la popolazione vive soprattutto di coltivazione di cannabis. Dopo l’arrivo al potere, Mohamed VI aveva proclamato di voler avviare un piano di riconciliazione con gli abitanti di questa regione berbera, ma la realtà continua ad essere quella di una mancanza di risorse locali che fanno aumentare la frustrazione: il tasso di disoccupazione è del 21%, cioè il doppio di quello nazionale.


Cronaca

28 Ottobre 2016
Mohssine Fikri pescivendolo ambulante di Al Hoceima (città situata a Nord nella regione settentrionale del Rif), muore stritolato nel tritarifiuti del camion dell’immondizia mentre protestava contro la requisizione della sua merce confiscata ingiustamente dalla polizia. La tragica morte ripresa con un cellulare e postata sui social network, da il via ad una rivolta, le cui rivendicazioni affondano nella situazione di marginalità della regione, che si propaga viralmente nelle zone limitrofe, arrivando in pochi giorni ad attirare anche l’interesse della stampa internazionale.


10 Dicembre 2016
Durante la giornata internazionale per i diritti umani ad Al Hoceima si svolge una grande manifestazione che riempe le vie della città. Tra media locali, attivisti e manifestanti si calcola che ci fossero all’incirca 100 mila persone. Si protesta per chiedere autonomia, diritti e libertà reali.


Da dicembre ad aprile
Continuano presidi e iniziative in uno stato di mobilitazione continua. Il Governo risponde con lo stato d’emergenza e la militarizzazione della zona. La protesta trova appoggio in tutto il paese, diventando il simbolo della generale insoddisfazione. Nasser Zefzafi, un disoccupato della zona, viene descritto nei media come il portavoce della protesta ed in molte occasioni arringa la folla durante le iniziative, rilascia interviste non solo ai giornali nazionali. La sua immagine inizia a circolare anche all’estero.


7 Aprile 2017
Il tribunale di prima istanza di Al Hoceima condanna con pene tra i cinque e gli otto mesi sette persone coinvolte nella morte di Fikri, ovvero gli agenti intervenuti durante la morte del pescatore. E’ una sentenza che fa ulteriormente crescere la protesta: è come se lo stato si fosse assolto dalle colpe, alla base di quel che è successo. Gli organizzatori delle proteste reclamano soprattutto miglioramenti economici e sociali. Dopo la sentenza un attivista dichiara: “stiamo chiedendo da mesi la costruzione di un ospedale specializzato nella cura del cancro, la creazione di un’università e l’abolizione del decreto del 1958 con il quale si considera Al Hoceima una zona militarizzata”.


14 Maggio 2017
Sei partiti della maggioranza di governo, capeggiati dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo ( partito islamico al potere) pubblicano un comunicato nel quale accusano chi protesta di “promuovere idee distruttive che seminano discordie” e peggio ancora di essere “separatisti”. Tutto questo è parte di una generale campagna di diffamazione che cerca di screditare chi protesta e nasconderne le profonde ragioni.


18 Maggio 2017
Viene convocato uno sciopero generale e migliaia di persone scendono in piazza con lo slogan: “Siete una mafia, non un governo”. Sei mesi dopo l’inizio delle proteste, la tensione non si placa.




Fine maggio 2017
Di fronte al permanere della protesta. Il Governo cerca di mostrare un volto conciliante.Una delegazione di ministri ed esponenti di istituzioni pubbliche si recano al Rif annunciando progetti sociali, educativi e nuove infrastrutture ma nessuna concessione politica e culturale. Promettono l’apertura di una sede distaccata dell’università di Tangeri ad Al Hoicema, la riqualificazione delle scuole, l’assunzione di 500 professori, la ristrutturazione e l’acquisto di un centro oncologico e annunciano la scelta da parte dello Stato di investire 900 milioni di euro nella regione.

Mentre il Governo vuole apparire conciliante a rompere il clima di pseudo tregua ci pensa il Ministro degli Affari Islamici, Ahmed Taofiq, che impone per la preghiera del venerdì a tutti gli imam di rimproverare i giovani ribelli, accusandoli di fomentare la “fitna”, ossia lo scontro tra musulmani.
All’ordine del Ministro gli imam obbediscono.

A Hoceim Nasser Zefzafi interrompe l’imam durante la preghiera del venerdì nella principale moschea della cittadina, accusandolo di utilizzare la religione a fini politici. Dopo essere duramente intervenuto, accompagnato da molti giovani, ritorna a casa.
Contro di lui viene spiccato un mandato di arresto . I reati sono l’aver ostacolato la libertà di culto, impedito al imam di parlare e aver insultato la religione, perturbando la tranquillità e sacralità del culto.
Nasser scappa da casa per fuggire all’arresto e diffonde un video sui social network assicurando che sta bene e appellandosi ai giovani perchè continuino in modo pacifico le manifestazioni.
Di fronte alle provocatorie accuse contro il portavoce della protesta, la tensione sale e ci sono scontri con la polizia, durante i quali vengono arrestati una ventina di ragazzi.

Nasser Zefzafi viene arrestato il 29 maggio. L’accusa è di minaccia alla sicurezza nazionale per aver interrotto il sermone dell’imam. Nel momento dell’arresto molte persone cercano di difenderlo. “L’imam stava parlando contro il nostro movimento. Ci accusa di destabilizzare il paese, di causare divisione. E Nasser ha preso parola per dire che dovrebbe dedicarsi a parlare di religione e non di politica. Stavano cercando un pretesto per arrestarlo”, dicono i manifestanti.
Le manifestazioni dopo gli arresti si fanno più dure.“Nasser, ti difendiamo con la vita e con il sangue”, gridano i manifestanti. A prendere il posto di Nasser come portavoce e simbolo della protesta è Nawal Ben Aissa, una giovane donna. Durante le manifestazioni cresce il numero delle donne che partecipano.

3 Giugno
Nel fine settimana la procura di Al Hoceima ordina l’arresto di un’altra ventina di attivisti. L’accusa per tutti è di “attentare alla sicurezza interna dello Stato, incitare a commettere delitti e crimini, umiliare i funzionari pubblici durante lo svolgimento del loro lavoro e commettere ostilità contro i simboli del Regno nelle riunioni pubbliche”. Proteste contro la repressione e a sostegno degli attivisti del Rif si svolgono anche in altre città del paese. 




11 Giugno 2017
Più di 10 mila persone manifestano a Rabat. La protesta è convocata dal movimento islamico illegale ma tollerato “Giustizia e Spiritualità”, vi partecipano anche partiti di sinistra e forze islamiche interne alla coalizione di governo.
Come spesso accade in piazza si ritrovano tutti quelli che hanno motivi di risentimento e protesta contro il governo, al di là delle rispettive appartenenze. Cosa questa per certi versi naturale ma foriera di grandi contraddizioni visto che il vecchio slogan "chi è nemico del mio nemico è mio amico" non sempre porta a grandi risultati,. Per cui nella stessa piazza ci sono islamici radicali, sindacati di sinistra e organizzazioni civili. Ci sono anche esponenti del Movimento "20 febbraio", ovvero quello che ha dato vita in Marocco alle proteste del 2011 durante la primavera araba. Uno di loro afferma “Quello che succede nella regione del Rif è di una gravità eccezionale visto il decreto di militarizzazione della regione e il decreto di emergenza. Non siamo più nel momento delle promesse del re del 2011".


Da metà giugno ad oggi
Il 14 giugno arriva la condanna a 18 mesi di carcere per i primi 25 attivisti. Una condanna dura se comparata ai 5 o 8 mesi dati a chi a partecipato alla morte di Mohssine Fikri. Ne seguiranno altre. Gli avvocati che difendono i manifestanti dichiarano “ la maggior parte dei condannati è accusato di aver manifestato senza autorizzazione gli ultimi giorni di maggio, dopo l’ordine di arresto di Nasser."
In occasione della conferenza stampa davanti al Tribunale l’avvocato di Nasser denuncia che il suo assistito ha subito violenze fisiche e morali, come il fatto che al momento dell’arresto, in modo dispregiativo sia stato definito “figlio di spagnoli”.
La notte le manifestazioni a Al Hoceima diventano più dure e viene proclamato uno sciopero generale per il fine settimana.

Un gruppo di detenuti inizia lo sciopero della fame in segno di protesta. Tra loro oltre a Nasser anche Mohamed Jellou, scarcerato da poco, dopo cinque anni di carcere per aver partecipato alle proteste del 2011.
Mentre nel paese la tensione cresce si svolge la visita del neo presidente francese. A Macron le organizzazioni dei diritti umani francesi inviano un comunicato per chiedere che venga condannata la repressione attuata dal governo marocchino. Alla conclusione della visita ufficiale Macron dichiara di aver visto il re molto attento a quel che succede, Ovviamente nelle dichiarazioni ufficiali non c’è traccia dei temi collegati ai diritti umani.
Proteste sono previste per la fine di giugno ed è stato convocato un nuovo sciopero generale.


NASSER ZEFZAFI

Quasi otto mesi fa, quando iniziarono le proteste per la morte del pescivendolo triturato in un camion della spazzatura, nessuno in Marocco conosceva Nasser Zefzafi. Era semplicemente un disoccupato, dopo essere stato strozzato dai debiti del fallimento di una piccola attività di riparazione di computer e telefoni.
Presente fin da subito nelle proteste, ne diventa il portavoce. Viene intervistato soprattutto dalla stampa internazionale, i suoi discorsi vengono ascoltati in piazza. Viene definito il leader del movimento. Diventa ancora più famoso quando a fine maggio interrompe il sermone dell’imam per denunciare quel che sta accadendo e viene denunciato ed arrestato.
C'è chi lo definisce un semplice disoccupato salito alle cronache, chi ne parla come appartenente a gruppi islamici radicali, chi addirittura lo definisce un provocatore al soldo degli spagnoli, chi semplicemente ne parla come un pazzo o un esagitato.


Proviamo a vedere cosa dice lui stesso in una lunga intervista realizzata da Diagonal lo scorso 4 aprile.

L’intervista parte dall’episodio scatenante, la morte di Mohssine Fikri. Nasser afferma: “Quello che è successo a Mohssine non è la prima, né non sarà l’ultima volta che accadrà (…) Ripeto, Mohssine è la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha portato le persone a combattere contro la hogra (…) Dalle prime indagini emerse come un fatto senza molta importanza. Questo invita a pensare che ci sia qualcosa di più grande, che implica personaggi importanti (...) Noi siamo manifestanti e come tali chiediamo un’indagine corretta. La gente che scende in piazza esige verità e che le indagini siano pubbliche per vedere chi si è sporcato le mani.”
Riferendosi al movimento di cui è portavoce e alla situazione attuale dice: “Chiediamo servizi pubblici, lo sviluppo della nostra economia, la fine della corruzione, che se ne vadano soldati e polizia. Quello che chiediamo non è diverso da quello che si chiede nel resto dello Stato. In questa terra (Rif) non si ha nulla, nè sviluppo economico, politiche che lo incentivino, università e nemmeno ospedali specializzati nell trattamento del cancro causato dalle armi chimiche spagnole nella guerra del 1921. Chiediamo questo per il Rif perché è dove viviamo e non c’è nulla, manca tutto”.
L’intervista continua con un giudizio sul comportamento del governo, che a parole si mostra condiscendente: “lo fanno per cercare di dare un esempio positivo e di rispetto per i diritti umani. Non dimentichiamoci che le mobilitazioni che stanno avendo luogo ora sono seguite in tutto il mondo e per quello non possono fare nulla (... )".
L’intervista termina con propositi sul futuro: “..possono incarcerarci e farci qualsiasi cosa, a me come alle altre persone che scendono in strada. (...) Se moriamo, che sia per la nostra terra e i nostri diritti”.


Nawal Ben Aissa

Casalinga di 38 anni, moglie di un tassista, madre di quattro figli. Una donna comune, che dopo l’arresto di Nasser viene indicata dai media come la nuova portavoce del Movimento Popolare.
Venuta a conoscenza della tragedia del pescivendolo tramite Facebook e interessata dall’impatto sociale delle proteste, inizia a studiare la storia e le rivoluzioni che hanno avuto luogo ad Al Hoceima. Decisa ad ascoltare i problemi dei rifeños (popolazione del Rif), scende direttamente nelle strade. Fa la sua prima apparizione pubblica l’8 Marzo, al fianco di Nasser.


Riportiamo brevemente le sue dichiarazioni in un’intervista realizzata da El Mundo lo scorso 12 giugno.
Inizia raccontando che “al principio si trattava di un movimento tranquillo e familiare, portavo anche i miei bambini”.
Parlando della sua istruzione dice: "Non ho avuto la possibilità di poter scegliere se studiare o meno. Qui alle bambine è già tanto se si arriva a mandarle alla secondaria ...".
Sono chiari nella sua testa i motivi che spingono la protesta: " costruire un’università, e dei programmi di inserimento per i lavoratori”.

A proposito dell’atteggiamento del governo dice: "Quando abbiamo iniziato le proteste, il governo si è dimostrato a favore delle nostre domande e si è impegnato a prendere in considerazione le nostre richieste. Poco dopo, senza che sapessimo il perché, hanno iniziato a detenere le persone in modo indiscriminato anche se non avevano niente a che vedere con il movimento.”
La giovane donna è stata accusata di essere parte di un gruppo indipendentista finanziato dal Fronte Polisario e dall’Algeria. Lei risponde: "Non è vero. Siamo patrioti e amiamo il nostro re, Mohamed VI, abbiamo la speranza che venga qui e veda che le nostre proteste sono pacifiche e riguardano tutto il Marocco, non solo il Rif."
Uno degli aspetti che più la preoccupa è il drammatico stato della sanità nella regione del Rif, dove il numero di patologie oncologiche è elevato. Lee cause risalgono al 1921 quando l’esercito spagnolo ha usato nella regione armi chimiche. La Spagna non ha mai negato di averle utilizzate, ma non l’ha mai riconosciuto ufficialmente.
Ad Al Hoceima c’è un ospedale oncologico molto piccolo, insufficiente per far fronte al problema. Nawal lo conosce molto bene, ha intervistato i malati facendo dei video e divulgandoli sui social grazie ai quali molta gente ha fatto offerte anonime per aiutare i malati a pagare i trattamenti.
“Non chiediamo l’ospedale più grande del mondo, o con le migliori tecnologie, vogliamo solo una struttura sanitaria adeguata”.

Nel chiudere l’intervista Nawal denuncia il clima di controllo: “il livello di repressione e la mancanza di libertà di espressione sono estreme. La cosa peggiore è che stanno soffrendo anche i miei figli, non vogliono che esca di casa perché non sanno se ritornerò”. 

mercoledì 21 giugno 2017

Messico - Kurdistan - Lettera del Movimento delle Donne del Kurdistan

Lettera del Movimento delle Donne del Kurdistan (KOMALÊN JINÊN KURDISTAN) a María de Jesús Patricio Martínez - portavoce del Consiglio Indigeno di Governo


Alla compagna María de Jesús Patricio Martínez, rappresentante della volontà del popolo indigeno del Messico e del Congresso Nazionale Indigeno.

In primo luogo, vogliamo mandare alla nostra sorella messicana il nostro più profondo rispetto e il nostro saluto rivoluzionario dalle montagne del Kurdistan fino alle catene montuose della Sierra Madre oltreoceano. Nonostante i fiumi, le montagne, i deserti, le valli, i canyon e i mari che ci separano, siamo fratelli e sorelle indigene, non importa in che parte del mondo stiamo. La nostra lotta, la nostra resistenza contro l’occupazione e il colonialismo, il nostro sogno per una vita libera è comune e in questo senso, come Movimento di Liberazione del Kurdistan, dichiariamo che consideriamo la lotta per l’autodeterminazione, l’auto-amministrazione e l’autodifesa dei popoli indigeni del Messico organizzati nel Congresso Nazionale Indigeno (CNI) come nostra e la sosteniamo basandoci sui principi della solidarietà rivoluzionaria. I popoli indigeni sono le vene attraverso le quali i principi e i valori culturali e sociali dell’umanità vengono trasmessi dai primi momenti della socializzazione fino ai giorni nostri. Senza dubbio nessun popolo è superiore ad un altro, ma in un momento in cui la modernità capitalista vuole distruggere ogni valore collettivo, i popoli indigeni sono la dimostrazione del tessuto sociale di tutta l’umanità. Migliaia di anni di memoria collettiva risorgono nelle nostre canzoni, nei nostri rituali, nelle nostre preghiere, nei nostri tatuaggi, nelle nostre danze e nelle nostre tradizioni. La lotta per un’identità propria, contro i tentativi della modernità capitalista di cancellare le radici e la memoria dei nostri popoli, si trasforma quindi nella più preziosa delle resistenze. Sia in America Latina che in Kurdistan, le donne guidano questa resistenza. Nei nostri paesi, che sono stati le culle di migliaia di anni di cultura della dea madre, la donna e la vita, la donna e la libertà, la donna e la terra, la donna e la natura sono indissolubilmente vincolate.

In Kurdistan esprimiamo questa realtà con il nostro motto “Jin Jîyan Azadî”, che significa “Donna Vita Libertà”. Il corpo e l’anima della donna sono il riflesso dell’universo sulla terra. Migliaia di anni fa, durante la Rivoluzione Neolitica, furono le donne tramite la loro organizzazione sociale a guidare tutti i cambiamenti che resero possibile lacoltivazione della terra e l’inizio di una vita sedentaria in armonia con la natura. Questa è la ragione per la quale la civilizzazione patriarcale dello stato, che si è manifestata sotto forma di una controrivoluzione basata sul dominio, sullo sfruttamento e l’occupazione, ha schiavizzato innanzitutto le donne. Parallelamente al dominio delle donne è andato accelerando il dominio della natura. È stato attraverso il dominio della prima natura che è nata la seconda, entrambe sono state trasformate nelle pinze che la modernità capitalista ha usato per spremere con forza la società storica e poterla così distruggere. Il dominio attuale esercitato contro i nostri popoli è il risultato di questa mentalità. La resistenza nata in nome dell’autogoverno, dell’autodeterminazione e dell’autodifesa, rappresenta quindi la lotta più importante che possa essere esercitata per la libertà.

Noi in Kurdistan abbiamo sviluppato la nostra difesa contro le forze capitaliste moderne e gli attacchi degli stati colonialisti che occupano il nostro territorio, illuminati dalle lotte dei popoli indigeni dell’America Latina. Vogliamo che sappiate che riceviamo un’ispirazione costante e speciale dalle vostre esperienze di autogoverno, di buon governo e di comunitarismo. Speriamo che le nostre esperienze e i nostri successi nella lotta rappresentino allo stesso modo, anche per voi, delle fonti d’ispirazione. Una delle principali conquiste del nostro movimento è l’uguaglianza di partecipazione e di rappresentanza delle donne. È il risultato di grandi sacrifici e lotte intense portate avanti dalle donne, ma alla fine abbiamo ottenuto la nostra partecipazione paritaria in tutti gli organi decisionali. Non come individui, ma come rappresentanti della volontà organizzata e collettiva del Movimento di Liberazione delle Donne del Kurdistan, stiamo prendendo il nostro posto in ogni aspetto della lotta. Con il nostro sistema di co-presidenze, stabilite dal basso verso l’alto, rappresentiamo la volontà delle donne in ogni decisione e sviluppiamo una politica democratica contro le forme centralizzate e patriarcali della politica tradizionale. Ma per questo è stato necessario diventare definitivamente una forza organizzata. Essere organizzate è il criterio più importante per raggiungere la vittoria. Nella misura in cui saremo organizzate, riusciremo a resistere contro il sistema colonialista e dominante e di costruire la nostra alternativa di governo. In tal senso, l’organizzazione è la nostra arma principale di autodifesa. In passato molti popoli e movimenti non sono riusciti ad ottenere i risultati sperati perché non erano sufficientementeorganizzati. Non è stato possibile trasformare alcuni momenti storici in grandi vittorie proprio per questa mancanza di organizzazione. Forse non è stato capito fino in fondo il significato di questo fatto, ma oggi siamo in un’altra epoca. Ci troviamo di fronte al dovere di moltiplicare i nostri sforzi per aumentare il livello di organizzazione di fronte a questa nuova opportunità di vittoria, in un momento in cui il sistema capitalista moderno sta attraversando una profonda crisi nei suoi aspetti più determinanti. La storia ci chiede questo. Voi come Congresso Nazionale Indigeno siete stati capaci di riconoscere questa realtà, dichiarando le elezioni presidenziali in Messico come un’istanza chiave nel processo che porterà a un aumento del vostro livello di organizzazione.

Come Movimento di Liberazione delle Donne del Kurdistan vogliamo esprimere il nostro sostegno a questa decisione, basandoci sulla convinzione che questo obiettivo sarà raggiunto e portato a un livello ancor più alto a partire da queste elezioni e dalle strategie sviluppate a tal proposito. Il nostro leader Abdullah Öcalan, che dal 1999 è incarcerato in durissime condizioni di isolamento dallo stato colonialista turco, ha fatto un’analisi molto importante rispetto a tutto ciò verso la fine del XX secolo. Il nostro leader Apo, ha previsto che il XXI secolo sarebbe stato il secolo della liberazione delle donne se noi come tali fossimo state capaci di crescere e determinare i nostri modi e meccanismi di organizzazione. La ragione di questa conclusione è l’evidente crisi strutturale del sistema patriarcale, basato sulla nostra schiavitù. Il sistema patriarcale pretende di superare questa crisi aumentando i suoi attacchi contro le donne fino a portarli al livello di una guerra sistematica. Concentrando i suoi attacchi contro le donne di tutto il mondo con mezzi e metodi diversi, il sistema cerca di spezzare il cammino che abbiamo inaugurato verso la liberazione. Gli assassinii delle donne nel vostro paese hanno raggiunto il livello di un genocidio e le uccisioni di leader donne in America Latina sono indicatori ancor più concreti di questa realtà.

Vogliamo che sappiate che consideriamo tutte le donne e le leader dei popoli indigeni che sono state assassinate dalle braccia che agiscono per il sistema dominante, come nostre martiri e lottiamo anche per far diventare realtà i loro sogni e le loro speranze. Per noi i martiri non muoiono. In loro troviamo la forza e loro rinascono in ogni lotta che iniziamo. In questo contesto, la decisione del popolo indigeno messicano di nominare una compagna come rappresentante della propria volontà e farne la propria candidata alle prossime elezioni presidenziali, è molto significativa. A tal proposito, la compagna Marichuy non è solo la portavoce degli indigeni del Messico, ma allo stesso tempo di tutte le donne del mondo. Consideriamo molto importante e preziosa la candidatura della compagna Marichuy come rappresentante dei popoli negati, delle donne schiavizzate e delle migliaia di anni di saggezza ancestrale che la modernità capitalista vuole far sparire.

Come Movimento di Liberazione delle Donne del Kurdistan dichiariamo tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà alla compagna e al Congresso Nazionale Indigeno, non solo in questo momento di congiuntura elettorale, ma per tutta la lotta che il suo Movimento sta portando avanti. Sappiamo che non è rilevante di per sé il risultato delle elezioni, visto che è solo uno dei sentieri che i popoli indigeni del Messico hanno aperto in questo processo e in questa fase particolare della lotta. In questo senso la vittoria è già data. Perché il sistema capitalista moderno si alimenta delle divisioni delle forze e della disorganizzazione dei popoli e della società che vuole dominare; voi però avete già costruito il terreno per il successo formando la vostra unità organizzata. D’ora in avanti è importante non perdere di vista questo obiettivo, che non è altro che quello di crescere organizzandosi. Il vostro successo sarà il nostro. La nostra lotta è la vostra. Siamo il popolo fratello delle montagne che sono nate dalle stesse acque profonde. Persino dalle nostre lingue diverse condividiamo gli stessi sogni, ci innamoriamo delle stesse utopie e resistiamo in onore dello stesso amore. Da qui vi mandiamo tutta la forza necessaria ad affrontare questa nuova tappa, vi salutiamo con i nostri sentimenti rivoluzionari più genuini e vi abbracciamo con tutta la nostra solidarietà e tutto il nostro cameratismo.

Viva la fratellanza dei Popoli!

Viva l’Internazionalismo Rivoluzionario!

Donna Vita Libertà! Jin Jîyan Azadî

Coordinamento del Movimento delle Donne del Kurdistan 
Komalên Jinên Kurdistan (KJK)