martedì 29 settembre 2009

Precipita la situazione in Honduras

91° giorno di resistenza

Decreto esecutivo calpesta le libertà individuali e collettive Ultimatum al Brasile ed agli altri paesi che hanno rotto relazioni con il governo di fatto

di Giorgio Trucchi

L’appello fatto dal presidente legittimo dell’Honduras, Manuel Zelaya Rosales, affinché la popolazione si concentri a Tegucigalpa per celebrare tre mesi di lotta e resistenza contro il colpo di Stato, ha scatenato la reazione del governo di fatto e dei poteri politici, economici e militari che l’hanno orchestrato, diretto ed eseguito, conducendo il paese verso un abisso. Un vicolo cieco che mette la parola FINE alle aspettative di un dialogo nazionale e che trascina il popolo honduregno verso uno scenario molto pericoloso di violenza e morte.

“Il 28 settembre compiremo tre mesi di resistenza contro il colpo di Stato militare ed in tutto questo periodo il popolo honduregno ha dimostrato la sua grande capacità di lotta – ha detto il presidente Manuel Zelaya durante una conferenza stampa all’interno dall'ambasciata del Brasile dove si è rifugiato la scorsa settimana –.

Manifestiamo che persiste un atteggiamento negativo da parte del regime di fatto di non volere ascoltare il nostro appello al dialogo, che ha l’obiettivo di riportare la pace e la libert nel paese.
La risposta al nostro appello – ha continuato Zelaya – è stata la repressione contro il popolo, contro di me e le persone che mi accompagnano in questa sede diplomatica.
Chiedo a tutto il popolo honduregno ed in modo speciale alle organizzazioni della resistenza, che il 28 settembre si manifestino in modo pacifico in tutto il paese”.

Verso l'abisso
La reazione inconsulta del governo di fatto non si è fatta attendere ed in meno di 24 ore sono state prese una serie di misure che hanno messo il paese sull'orlo di un abisso.
É stato presentato al governo brasiliano un ultimatum affinché entro 10 giorni definisca lo status del presidente Zelaya. Trascorso questo termine verranno rotte le relazioni con il paese sudamericano e non verrà riconosciuto come territorio straniero l'edificio che ospita la sede diplomatica, aprendo in questo modo la porta ad un possibile intervento militare.
Immediata la risposta del presidente brasiliano Inacio Lula Da Silva che ha qualificato il presidente di fatto Roberto Micheletti come “un usurpatore nel potere" ed ha detto di non volere minimamente rispettare un ultimatum emesso da dei golpisti.
Il governo di fatto ha inoltre sollecitato il personale diplomatico dell'Argentina, Messico, Venezuela e Spagna, paesi che hanno rotto le relazioni con l’Honduras, di togliere gli emblemi dalle sedi e consegnare le credenziali che li identificano come tali.
Allo stesso modo ha proibito l'entrata in Honduras agli ambasciatori di questi paesi ed ha posto come condizione agli altri ambasciatori che avevano abbandonato il paese di presentare nuove credenziali per essere accettati.
Momenti di tensione si sono vissuti all'aeroporto internazionale di Toncontín, quando quattro funzionari dell'Organizzazione degli stati americani, Osa, sono stati prima trattenuti e poi fatti risalire sull’aereo, impedendo loro l’entrata in Honduras.
Solamente a uno di loro è stata concessa l’entrata e la permanenza per un periodo molto limitato di tempo.
"Ció a cui stiano assistendo è l'intenzione del governo di fatto di creare un vero e proprio isolamento mediatico, affinché non si sappia ciò che accadrà lunedì e martedì in Honduras – ha denunciato Andrés Pavón, Presidente del Comitato per la difesa dei diritti umani in Honduras, Codeh –.
Hanno pianificato una grande repressione contro i manifestanti, arrestare ed uccidere come hanno fatto fino ad adesso. Non vogliono che la Osa o la Commissione interamericana dei dirtti umani, Cidh, vedano cosa accade.
Abbiamo già 15 persone uccise per motivi politici e questi delitti sono classificabili come delitti di lesa umanità, come è il caso della ragazza morta per i gas lacrimogeni che la polizia ha sparato durante lo sgombero della zona adiacente all'ambasciata del Brasile – ha concluso Pavón.
Wendy Elizabeth Ávila, 24 anni, è deceduta la notte del 26 settembre a causa di complicazioni respiratorie dopo vari giorni di agonia. Il suo corpo è stato velato da migliaia di persone nelle installazioni del Sindacato dei Lavoratori dell'Industria delle Bevande e Simili, Stibys.

Zero diritti individuali e collettivi
Come un’ennesima azione repressiva, il governo di fatto ha firmato un Decreto Esecutivo con il quale sospende a tempo indefinito le principali garanzie costituzionali del popolo honduregno.
Secondo il decreto vengono sospesi vari articoli della Costituzione e in questo modo "Si proibisce qualsiasi riunione pubblica non autorizzata dalle autorità poliziesche o militari", dando la facoltà a tali forze repressive di dissolverlea con la forza.
Prevede anche la proibizione di “Emettere pubblicazioni attraverso qualsiasi mezzo di comuniocazione parlato, scritto o teletrasmesso che offendano la dignità umana, i funzionari pubblici o attentino contra la legge, le risoluzioni governative, la pace e l'ordine pubblico”.
Con un atto di grave violazione alla libertà di espressione, che punta ovviamente alla chiusura dei mezzi di comunicazione che continuano a denunciare il colpo di Stato, come Radio Globo, Canale 36, Radio Progresso e le radio comunitarie, il decreto ha dato alla Commissione Nazionale dellei Telecomunicazioni, CONATEL, e alle Forze Armate l'autorizzazione a “sospendere qualunque stazione radio, canale di televisione o sistema via cavo che non adatti la propria programmazione alle presenti disposizioni”.

Infine, il decreto ordina “lo sgombero di tutte quelle installazioni dello Stato che sono state occupate illegalmente”, mettendo in serio pericolo le organizzazioni contadine e il Sindacato dei Lavoratori dell'Istituto Nazionale Agrario (SITRAINA), affiliato alla UITA, che da tre mesi hanno occupato questa istituzione.

La Resistenza risponde
Con una massiccia assemblea, il Fronte nazionale contro il colpo di Stato ed uno dei suoi principali leader, il dirigente sindacale Juan Barahona, hanno chiesto alla gente di non avere paura e di continuare con la lotta.
“Continueremo sotto il fuoco delle pallottole, il fumo dei gas lacrimogeni e gli stivali militari. Ci alzeremo e ci libereremo di questa dittatura, perché bisogna sconfiggerla – ha detto Barahona davanti alla folla ed alla bara di Wendy Elizabeth Ávila –.

Non possono essere più forti di un popolo che lotta con coraggio e dignità. Per questo motivo non possiamo retrocedere in questa lotta, perché oggi è Patria o Morte. Perché è una lotta di dignità dove esponiamo la cosa più preziosa che abbiamo e cioè la vita. Perché oggi il sangue dei martiri si trasformerà in seme di libertà”, ha concluso.

Oggi, 28 settembre, il Fronte nazionale contro il colpo di Stato, sfidando il decreto si riunirà davanti all’Università Pedagogica per marciare nuovamente e celebrare in questo modo i tre mesi di resistenza contro il golpe.

© (Testo e Foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua

Guinea: manganellate all’opposizione

Dispersa manifestazione contro la giunta militare

Sono almeno 11 le persone ferite oggi dalla polizia a Conakry. Società civile, sindacati e alcuni partiti protestavano per la ventilata candidatura del capitano Camara, capo delle giunta, alle presidenziali del 31 gennaio 2010.


Manganellate e candelotti lacrimogeni hanno lasciato sul terreno undici feriti. È accaduto questa mattina a Konakry, capitale della Guinea, quando un corteo di oppositori alla giunta militare è stato disperso dalle forze dell'ordine. La manifestazione era stata indetta da partiti, sindacati e società civile.
I manifestanti protestavano in particolare contro un'eventuale candidatura alle presidenziali del 31 gennaio 2010 del capitano Moussa Dadis Camara (nella foto), capo della giunta militare che ha preso il potere nel paese dell'Africa Occidentale il 23 dicembre 2008. I militari si sono impadroniti delle leve di comando nove mesi fa, poco dopo l'annuncio della morte del presidente Lantana Conté, alla guida della Guinea per 24 anni. Oltre alle presidenziali, il 2010 vedrà svolgersi il 26 marzo le elezioni per il rinnovo del parlamento.
La manifestazione di oggi era stata vietata per non turbare l'ordine pubblico all'approssimarsi delle festa dell'indipendenza dalla Francia, che cade il 2 ottobre e che quest'anno compie cinquantuno anni.Solo giovedì scorso almeno 30mila persone avevano manifestato a Labé, seconda città del paese e feudo dell'opposizione, contro la prevista visita del capitano Camara. Si è trattato della più grande manifestazione ostile alla giunta militare da gennaio ad oggi.

Tratto da:
Nigrizia

Clima, la Cina ci salverà?

Pechino annuncia obiettivi ambiziosi per il contenimento delle sue emissioni nocive. Ma i numeri raccontano un'altra realtà

di Alessandro Ursic

Ci siamo persi qualcosa? Fino a poco tempo fa, se si parlava di riscaldamento del pianeta, la Cina aveva il ruolo del cattivo: sempre più inquinata, senza intenzione di porre freni al suo sviluppo. Gli Usa di Obama, invece, promettevano di prendere l'iniziativa globale contro i cambiamenti del clima, rovesciando la voluta inenzia dell'amministrazione Bush. Ora, specie dopo il discorso del presidente Hu Jintao all'Onu, sulla Cina vengono riposte improvvisamente buona parte delle speranze per arrivare a un accordo sulla riduzione delle emissioni nel vertice di Copenaghen, che a dicembre avrà il compito di rimpiazzare il protocollo di Kyoto.
Che è successo? Non molto, e le descrizioni erano esagerate anche prima. La Cina è inquinata e lo sanno anche le autorità di Pechino, che devono fronteggiare un numero crescente di proteste locali contro fabbriche e centrali; le falde acquifere di vaste regioni del Paese sono contaminate, con ripercussioni sull'agricoltura e la salute dei cittadini. Il Paese ottiene l'80 percento della sua energia elettrica dal carbone, economico ma il più inquinante tra gli idrocarburi, e sta costruendo una nuova centrale termoelettrica ogni 10 giorni.
Per non parlare degli Usa in prima linea sul fronte ambientale. E' vero che nella Silicon Valley c'è la più alta concentrazione di aziende della new energy, e che Obama ha costantemente messo la lotta all'effetto serra tra le sue priorità. Ma si parte da lontano. Il carbone non lo usano solo i cinesi: metà dell'elettricità prodotta negli Usa è generata grazie a esso. E i consumi dei veicoli americani - che si "mangiano" il 70 percento del fabbisogno petrolifero nazionale - sono più elevati in media rispetto a quelli europei e... cinesi, grazie a restrittive leggi introdotte negli ultimi anni.Nell'ultimo anno, la Cina aveva già annunciato una serie di obiettivi per limitare le sue emissioni: il discorso di Hu a New York riprende molti di questi target (come il 15 percento di energia "verde" entro il 2020), ed è stato lodato perché per la prima volta un leader cinese li ha enunciati pubblicamente, per di più in una cornice così significativa. Da qui alla conclusione "la Cina prende l'iniziativa nella lotta al cambiamento climatico", il passo è stato breve.
Il potere centralizzato nelle mani del Partito comunista consente a Pechino di agire molto più velocemente di Washington, dove il Congresso - con tutti i suoi interessi locali e le lobby - annacqua spesso le linee guida date dal presidente. In un certo senso, la Cina ha le mani più libere. Ma come ha specificato più volte, non intende vedersele legate dai vincoli fissati da un trattato internazionale.Il nodo da risolvere per arrivare a un accordo sul clima è proprio questo. Il protocollo di Kyoto esentava la Cina (lo stesso discorso vale per l'India) dall'obbligo di ridurre le emissioni, in quanto Paese in via di sviluppo.
Oggi, gli Usa e l'Europa non firmerebbero nessun accordo se ciò non includesse limiti anche per la Cina, diventata l'anno scorso il primo Paese per quantità di emissioni nocive. Ma Pechino non vuole frenare la sua galoppante economia (il Pil crescerà di oltre il 7 percento anche in questo anno di crisi), temendo squilibri sociali e possibili rivolte in caso di rallentamento. Il concetto su cui puntano le autorità cinesi - e che lascia loro ampia scelta sul come e quando arrivarci - è quindi quello della "carbon intensity", ossia il consumo energetico per ogni unità di Pil.
Nel 2006, per ogni mille dollari di Pil, la Cina ha emesso 2,85 tonnellate di biossido di carbonio, oltre cinque volte la quantità degli Usa (0,52 tonnellate). E' evidente che il Paese può fare enormi progressi in tal senso, e Hu ha annunciato la volontà di ridurre quella cifra "di un margine notevole". Ma è naturale che i consumi pro-capite sono destinati ad aumentare man mano che i cinesi diventano più benestanti: al momento, ogni cinese "produce" 6 tonnellate di anidride carbonica l'anno, contro le 24 tonnellate di un americano.
Il problema è che - come ha calcolato lo studio "China's green revolution" del gruppo McKinsey - da qualunque parte la si guardi, le emissioni cinesi sono destinate ad aumentare comunque. Secondo il rapporto, se il Pil cinese continua a crescere del 7,8 percento annuo, il Paese raggiunge i suoi obiettivi di riduzione della carbon intensity, rispetta i target per la produzione di energia da fonti rinnovabili e allo stesso tempo migliora la sua efficienza energetica del 4,8 percento annuo... entro il 2030 avrà comunque raddoppiato le sue emissioni nocive rispetto al 2005.
Il pianeta può permetterselo? E' quello che si cercherà di stabilire da qui al vertice di Copenaghen.

Tratto da:
Peace Reporter

Il lavoro minorile a Gaza, tra povertà e assedio.

Mentre milioni di bambini nel mondo godono di un ambiente salutare, tra i loro famiglie e i loro compagni, trascorrendo una vita normale, centinaia di altri, nella Striscia di Gaza assediata vivono in condizioni tragiche, lavorando come ambulanti nelle strade.
La loro unica preoccupazione è vendere alcuni prodotti per aiutare le loro famiglie in gravi difficoltà, perché rimaste senza padre o perché questi è disoccupato o invalido a causa dell'assedio e delle bombe israeliane.

Shadi Mabruk, un bambino di dodici anni, abita nella città di Gaza. L’abbiamo incontrato mentre se ne stava sotto il sole cocente, con una scatola di gomme da masticare, all'incrocio di al-Saraya nel centro di Gaza. Gridava "gomma da masticare!" per attirare l'attenzione dei passanti: appena il semaforo diventa rosso, Shadi corre verso le auto per vendere le gomme agli automobilisti.
Ci siamo avvicinati a lui proprio con la scusa di comprarne un po’. Durante la nostra conversazione ci ha detto che egli esercita quest'attività da due anni e mezzo, dopo che il padre era rimasto disoccupato, poiché l'assedio israeliano imposto sulla Striscia di Gaza ha provocato la chiusura dello stabilimento dove lavorava. Shadi ci ha raccontato che si sveglia dalle prime ore del mattino, per uscire con la scatola delle gomme e cercare di vendere qualcosa per le strade e i vicoli della città di Gaza. Il suo posto preferito è l'incrocio di al-Saraya, perché è sempre affollato.
Il ragazzino ha raccontato di essere stato costretto ad abbandonare la scuola per cercare, con i suoi fratelli, di garantirsi il cibo, dato che in famiglia non vi è alcun’altra fonte di sostentamento oltre a ciò che essi guadagnano.
Il lavoro minorile si è incrementato notevolmente, negli ultimi tre anni, a seguito dello stretto assedio israeliano imposto da terra, mare e cielo, e che ha causato un incremento esponenziale del livello di povertà e di disoccupazione nella Striscia.

Cifre incredibili.
L'avvocato Sabiha ar-Rantisi, attiva nel campo dei diritti umani, ha spiegato che il numero di bambini che lavorano nella Striscia di Gaza ha raggiunto cifre incredibili, nonostante le convenzioni internazionali abbiano limitato l'età lavorativa nell'infanzia.
L'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha fissato l'età lavorativa in almeno quindici anni nei Paesi “sviluppati” e in quattordici anni per quelli “in via di sviluppo”.
Essa ha poi aggiunto: "La legge palestinese fissa il limite lavorativa a quindici anni, ma ci dovrebbe essere un controllo sull'età, sulle ore lavorative (4 al giorno, con una pausa) e sulle condizioni idonee; ma tutto questo vale veramente nella Striscia di Gaza?"

L’avv. ar-Rantisi ritiene che la responsabilità ricade sulle istituzioni pubbliche e sulla società civile: "Quando diciamo che esistono delle leggi, le parti competenti sono obbligate a controllare e a perseguire chi le viola, poiché i bambini sono quelli che rischiano di più".

La vittima è il bambino.
Da parte sua, il dottor Fadl Abu Hein, professore di psicologia presso l'Università di al-Aqsa, ha osservato che il tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza ha prodotto due tipi di persone nella comunità: il primo, negativo, si disinteressa a quello che succede intorno a lui; l'altro, preferisce rimanere a casa perché dal lavoro si ricava poco. I bambinim, invece, accettano gli impieghi che i grandi rifiutano.
Ha poi aggiunto che la crescita del lavoro minorile è dovuta al fatto che il minore fa mestieri che il padre non riesce a svolgere, riuscendo a coprire una parte dei bisogni della famiglia.
Ce ne sono alcune che preferiscono mandare al lavoro i loro figli: i piccoli sono dunque le vere vittime, in quanto deprivati dell'istruzione, delle cure e di un sostegno psicologico. I bambini finiscono così per fare dei lavori pericolosi che pregiudicano il loro futuro.
Invece, per quanto riguarda i problemi che derivano dal lavoro minorile, sia nell'immediato sia a lungo termine, il dott. Abu Hein ha affermato che il minore, durante il tragitto verso il posto di lavoro, apprende cattive abitudini, di conseguenza cambia la sua personalità; inoltre, quando il bambino si allontana dalla scuola, perde molte fonti di apprendimento che servirebbero per arricchire la sua personalità.
Egli ha sottolineato che il lavoro minorile può trasformarsi anche in una richiesta d'elemosina, e ciò ne danneggia la personalità, che, indebolendosi, può trasformarlo in un piccolo criminale. Abu Hein ha infine aggiunto che i ragazzini subiscono la povertà, lavorando sin dall'infanzia per guadagnare soldi: il loro obiettivo principale diventa perciò portare a casa denaro con qualsiasi mezzo, anche illegale. E ha concluso che tale dramma non deve essere gestito soltanto dalle famiglie, ma dalle istituzioni e dalla tutta la società.

tratto da Infopal

domenica 27 settembre 2009

“A 90 DÍAS DE LUCHA AQUÍ NADIE SE RINDE”


Comunicato n.24 del Frente Nacional de Resistencia Contra el Golpe de Estado

Alla comunità nazionale e internazionale:

  1. Denunciamo l'azione repressiva del regime 'di fatto' che in violazione dei diritti umani più elementari continua con l'imposizione di coprifuoco illegali, irruzioni nelle case, detenzione arbitraria di persone, compresi minori, torture fisiche e psicologiche, utilizzo di armi da fuoco per disperdere manifestazioni pacifiche, e continue provocazioni e sabotaggi ai media indipendenti.

  2. Chiediamo la libertà immediata delle 13 persone che stanno per essere processate illegalmente dagli organi di giustizia del paese, con l'intento di intimidire i membri della Resistenza.

  3. Denunciamo che durante lo sgombero violento dei e delle militanti della Resistenza che si trovavano nei dintorni dell'ambasciata del Brasile nella mattina del 22 settembre, militari e polizia hanno distrutto beni pubblici e privati. Atti che sono stati attribuiti ai militanti della Resistenza.

  4. Chiediamo che finiscano le provocazioni e gli attacchi alle persone che si trovano nell'ambasciata del Brasile, contro le quali sono state usate diverse armi da guerra, compresi dispositivi ad alta tecnologia per l'emissione di ultrasuoni e agenti tossici che potrebbero contenere particelle radioattive, come il cesio 132.

  5. Riconosciamo le iniziative dei nostri compagni e compagne in tutto il paese, che sfidano ogni giorno la repressione e i coprifuoco, con atti di disobbedienza civile che dimostrano la dignità irrefrenabile del popolo.

  6. Ribadiamo la posizione del Frente Nacional de Resistencia Contra el Golpe de Estado, di voler ristabilire il Presidente legittimo Manuel Zelaya Rosales, condannare i violatori dei diritti umani e istallare l'Assemblea Nazionale Costituente democratica e popolare.

A 90 DÍAS DE LUCHA AQUÍ NADIE SE RINDE”

Tegucigalpa, M.D.C. 25 de septiembre de 2009

Copenhagen: Azioni di disobbedienza

Sabato 26, azione di disobbedienza per chiudere la centrale a carbone. Verso il vertice sul clima COP15

2000 attivisti assediano la centrale energetica a carbone e invadono l'area. La polizia danese interviene: cariche e 150 arresti.

Updates and reports in italiano and in english from modkraft.dk:

ore 19.00 last news

Dopo aver cercato per alcune ore di sfondare i cordoni di protezione della polizia per entrare nella centrale energetica a carbone e fermare la produzione, gli attivisti sono tornati a Christianshavns Torv. Tannie Nyboe, portavoce della rete Shut It down dichiara:
"Siamo molto soddisfatti che così tante persone abbiano mostrato la loro opposizione alla produzione danese di energia derivata dal carbone ed ai suoi effetti devastanti sul nostro clima. Questo dimostra che ci sono moltissime persone che non sono disposte ad aspettare che siano i politici a fare qualcosa per risolvere i problemi. Oggi abbiamo mandato un segnale forte, non possono piu' far finta di nulla sui cambiamenti climatici. Devono subito intervenire, e fermare le centrali a carbone."
"Questo è solo l'inizio"- conclude - "Ci sono moltissime centrali a carbone in Danimarca che stanno distruggendo il clima. Non ci fermeremo adesso!"

Materiali video:

corteo e scontri

invasione dell'area

cariche

arresti di massa

L'intera cronaca della giornata

ore 18:54

La compagnia energetica svedese Vattenfall che possiede la centrale di carbone di Copenhagen ha dichiarato che la giornata "climate action" è stata uncomfortable sia per gli impiegati che per la compagnia.

ore 18:10

E' notizia confermata che 150 sono i manifestanti arrestati. Numerosi manifestanti stanno per essere "accompagnati" negli autobus della polizia, mentre altri stanno facendo resistenza passiva seduti in gruppi, ma circondati da poliziotti in assetto antisommossa.

ore 18.00

la situazione è caotica. La polizia ha cercato di disperdere i manifestanti e di effettuare numerosi arresti. Fonti non ufficiali parlano di almeno 100-150 arresti.

ore 17:45

C'è una situazione bizzarra nel campo sulla sinistra della centrale di carbone. Poliziotti e manifestanti si strattonano reciprocamente in cordoni. Come ci riferisce un giornalista di Modkraft sembra un tango collettivo.
Un manifestante è stato arrestato. Il camion con il soundsystem del corteo è ora circondato dalla polizia.

ore 17:44

5 blindati della polizia sono sopraggiunti all'entra di Amagerværket a Kraftværksvej. La polizia è scesa dai mezzi e sta attaccando un blocco di 3-400 persone che si trovano in quel punto. Scontri diffusi tra polizia e manifestanti. Molti possono essere arrestati.

ore 17:37

La polizia continua ad urlare: "Usate i manganelli! Manganellateli!!!" Più di 200 persone hanno invaso il campo vicino a Amagerværket e occupato l'area. "La situazione è nel caos" riporta un giornalista di 'Modkraft.dk'

ore 17:12

La polizia sta attaccando i manifestanti. La carica è violenta e stanno manganellando indiscriminatamente. "E' di una violenza inaudita" testimona un reporter di Modkraf.

ore 16:49

Il green-block ed il purple-block si sono adesso congiunti nella Vindmøllevej street.
Adesso sono quindi raddoppiati. Ci sono meno poliziotti nella Vindmøllevej, ci si aspetta quindi che il tentativo di sfondare i cordoni di polizia possa avvenire in questo punto a breve.

ore 16.34

Gli attivisti stanno tagliando le recinzioni. Ma non sono ancora dentro la centrale.

ore 16:25

Il green-block ha forzato il primo cordone di polizia. E' successo dopo lo slogan collettivo "Noi adessi ci muoviamo. Avanti!". C'è un'altro dispiegamento di polizia a 50 metri, dove la polizia sta aspettando con mezzi blindati. Ci sono anche poliziotti nel campo e sui tetti. Gli attivisti avanzano urlando: "It's not your business, not your business"
Il green-block sta strattonando i cordoni della polizia.

ore 16:24

La polizia ha caricato il purple-block il quale risponde muovendosi verso l'entrata principale. Circa un centinaio gli attivisti che fanno parte di questo gruppo. Un'altro gruppo di 50 manifestanti si è diretto invece verso la seconda entrata della centrale.
L'atmosfera è tuttavia calma, ma tesa.

ore 16:20

Il green-blocks adesso è di fronte alle recenzioni della centrale. La polizia ha avvisato i manifestanti di fermarsi e rispettare i divieti. I manifestanni stanno urlando "Shut it down, shut it down!!"

ore 16:17

Il purple-block è adesso a 50 metri dal cordone della polizia. La polizia dagli altoparlanti avvisa che se saranno rotte le recinzioni la polizia caricherà senza indugio.
La manifestazione si muove lentamente.

ore 16:07

La manifestazione si è ora divisa in alcuni gruppi. Il purple block corre verso la centrale dalla strada "Kraftværksvej" puntando all'entrata principale. Il green-block invece si dirige verso Forlandet, ossia puntando al lato sinistro della centrale stessa.ore 16:06

Il purple-block che costituisce la testa del corteo ha cominciato ad equippagiarsi con protezioni e maschere.

ore 16.00

Il corteo sta per arrivare in prossimità della centrale di carbone. I manifestanti si stanno dispiegando in gruppi di affinità dislocandosi nell'area intorno alla centrale. Stanno per cominciare le azioni di disobbedienza. La disposizione dei gruppi ricorda la tattica a 5 fingers già utilizzata a Rostock.

ore 15.18

Circa 1500-2000 attivisti stanno marciando verso la centrale di carbone.
La rete Shut It Down ha chiesto in una conferenza stampa alle forze di polizia danesi di non incrementare la tensione quando gli attisti provaranno a invadere la centrale.
"Chiediamo che la polizia non usi violenza e che non renda più tesa la situazione. Abbiamo annunciato pubblicamente che sarà organizzata un'azione pacifica di disobbedienza per interrompere la combustione di carbone nella centrale energetica, che sta danneggiando il clima" Dice Sophie Werenskiold della rete Shut It Down.

Ore 14.47

2 elicotteri della polizia stanno sorvolando la centrale Amagerværket. Gli elicotteri sorvolano tutte le imbarcazioni per controllare se ci siano attivisti a bordo.
Al concentramento di Christianshavns Torv ci sono tra i 500 ed i 1000 manifestanti in questo momento. Si susseguono interventi della rete Shut it Down che sostengono che le centrali energetiche a carbone minacciano il clima globale e che ogni azione di disobbedienza civile è legittima.

Circa 30 attivisti del cosiddetto purple-block si sono vestiti in tuta bianca e si stanno attrezzando con protezioni corporali per difendersi dalla violenza della polizia.

Anche il green-block è pronto a partire.

ore 14.01

5 attivisti del gruppo acquatico Shut It Down sono stati fermati dalla guardia costiera quando hanno tentato di raggiungere a nuoto la centrale da Refshalevej.
Altri 3 attivisti stanno raggiungendo via mare la centrale da Christianshavns Torv da dove parte la manifestazione. Sono attrezzati con mute ed attrezzature subacquee.

ore 13.46
La polizia ha completamente riempito l'area intorno alla centrale Amagerværket, compreso il mare. A poche centinaia di metri dalla centrale c'è una piccola nave e diverse imbarcazioni veloci della polizia.
La militarizzazione dell'area si fa sempre piu' serrata.

ore 13.30

4 pullman e numerosi blindati della polizia si sono concentrati all'entrata di
Amagerværket, la centrale di carbone. Ci sono circa 30 poliziotti per ogni mezzo che stanziano alll'ingresso mentre altri ufficiali muniti di cani e a cavallo presidiano l'area interna. Alcuni gendarmi sono piazzati anche sul tetto della centrale.
La centrale è controllata anche con elicotteri e a 100 metri dall'area è stata costruita una recinzione di ferro fissata su blocchi di cemento rivolti verso il mare in entrambi i lati della centrale. Questo per difendere la stessa da eventuali incursioni dal mare.

venerdì 25 settembre 2009

Copenhagen: Stop talking, Shut it down!

Sabato 26, azione di disobbedienza per chiudere la centrale di carbone

Verso il vertice sul clima COP15

Il carbone è il più pericoloso combustibile fossile dispobinibile sul pianeta. Emette più CO2 per unità di calore e le sue polveri implementano l'effetto serra attraendo radiazione solare aggiuntiva. Dobbiamo lasciare il carbone in situ invece di bruciarlo se vogliamo evitare la fusione dei ghiacciai in Groenlandia e ed in Antartide, ed una catastrofe climatica! Basta parlare, chiudiamo la centrale di carbone a Copenhagen! (Danish climate activists)

Con queste parole è cominciato il tam tam nelle reti danesi per promuovere Shut It Down!, la settimana di mobilit/azioni verso il vertice mondiale sul clima di dicembre, il COP15 (Conference Of Parties), che si terrà a Copenhagen il prossimo dicembre.
Lo hanno dichiarato pubblicamente dalle assemblee dentro la cittadella autogestita di Christiania:
"Sabato 26 chiuderemo la centrale di carbone di Copenhagen e a dicembre invaderemo le strade della città per fermare il vertice".




We are ready, the weather is with us!
Copenhagen 26th, Shut it down: la mappa delle azioni.
Shut It Down è un'azione di disobbedienza civile di massa che vuole chiudere il 26 ottobre la centrale di carbone a Copenhagen.SHUT IT DOWN claims:- market solutions produce profit, not better climate- climate justice for the global south now!- and STOP burning fossil fuels, ...bastards


Links Utili:
Shut It Down - official website
Climate Collective
climate justice action

No G20 Pittsburgh

Primi video dalla rete sugli arresti preventivi e le cariche da parte dei reparti speciali (S.W.A.T.) statunitensi.
Arresti e cariche anche all'università di Pittsburgh




La brutalità della dittatura stile XXI secolo.

Migliaia in strada dopo la repressione.

Il presidente ancora rinchiuso nell'Ambasciata Brasiliana. Dialogo con Bertha Caceres del Frente Nacional Contra el Golpe de Estado


Dopo il violento sgombero dei manifestanti ieri, l'esercito e la polizia honduregna hanno continuato con la repressione in quartieri e villaggi della capitale e in tutto il paese.
Migliaia di persone che hanno continuato spontaneamente a manifestare contro il colpo di stato, sono state oggetto di repressione e gli ospedali si sono riempiti di feriti, dei quali molti avevano segni di tortura.

Centinaia i detenuti in tutto il paese, mentre a Tegucigalpa sono stati condotti e ammucchiati nello stadio di baseball “Chochi Sosa”, nel migliore stile della notte buia cilena.
Le organizzazioni dei diritti umani continuano incessantemente il loro lavoro per la liberazione dei detenuti, l'assistenza ai feriti e la ricerca di conferme riguardo voci di vari morti.
Il presidente Manuel Zelaya, rinchiuso nell'ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, ha denunciato alla comunità internazionale la brutalità del regime golpista e di un piano per “suicidarlo”.

Gli edifici vicini all'ambasciata sono stati sgomberati e presi dalle forze di polizia ed esercito, mentre continua la rappresaglia contro le decine di persone che sono rimaste a fianco del presidente honduregno, con il taglio dell'acqua potabile, l'energia elettrica e serrato controllo dell'entrata delle persone per la consegna di cibo per i rifugiati.

“Siamo minacciati che assaltino l'ambasciata del Brasile. Ho informazioni che esiste un piano per assassinarmi ed è già pronto un medico legale per dichiarare che la mia morte sia stata un suicidio -ha detto Zelaya durante un'intervista a Radio Globo-.

Se dovesse succedere stiate certi che non sarà un suicidio, ma un assassinio premeditato, perché la mia aspirazione è di resistere e lottare fino alla fine”.

Il presidente Zelaya ha rifiutato anche la proposta di dialogo fatta alcuni minuti prima dal governo 'di fatto', nella quale accettavano di aprire un tavolo di negoziazione, ma alle condizioni che Zelaya rinunci alla sua pretesa di essere rimesso alla sua carica di presidente, riconosca subito la validità del processo elettorale e accetti di sottoporsi alle indagini per le accuse formulate dalla procura.

In queste ultime ore la tensione ha raggiunto livelli mai visti prima, e per cercare di analizzare cosa sta succedendo il sindacato Sirel ha intervistato Bertha Caceres, direttrice del Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras (COPINH) e membro della direzione del Frente Nacional Contra el Golpe de Estado.

In meno di 24 ore si è passati dall'euforia per il ritorno del presidente Zelaya alla dura repressione di Esercito e Polizia. Qual'è la tua opinione in merito a quello che è successo il 22 settembre?
Condanniamo questa nuova violazione dei diritti umani del popolo honduregno. Molti compagni e compagne sono stati arrestati illegalmente, accusati di sedizione e portati in centri di detenzione illegali. È un esempio in più di quello che sanno fare questi fascisti e la loro struttura economico-militare, e stanno dimostrando la loro ferma intenzione di restare al potere mediante una vera dittatura.

Il presidente Zelaya adesso è nel paese, come chiedeva la gente e lo stesso Frente Nacional Contra el Golpe de Estado, però il governo ha dimostrato di non voler cedere neppure di un centimetro del suo potere, e anzi prende in giro la comunità internazionale. Cosa farà adesso la Resistenza?
Siamo coscienti che non possiamo sottovalutare questo nemico del popolo honduregno, perché in qualsiasi momento è capace di piantare i suoi artigli senza far caso alle condanne nazionali e internazionali. Dobbiamo inventare nuove strategie senza perdere questa forza di mobilitazione di massa che ci ha caratterizzato in questi 87 giorni di lotta.
La resistenza ha richiesto la la restituzione del presidente nella sua carica e non solo il suo ritorno, per questo c'è ancora molto da fare. Chiediamo anche reazioni molto più incisive dalla comunità internazionale, perché al momento attuale la sua azione è stata molto debole e ha permesso ai golpisti e alla dittatura di assestarsi al potere e protrarre la soluzione di questa situazione.

Si parla della possibilità dell'arresto del presidente Zelaya con un'azione di forza nell'ambasciata del Brasile. Sarebbe un errore per il governo 'di fatto' o lo aiuterebbe a consolidarsi?
Sarebbe un grave errore perché genererebbe un terremoto, approfondirebbe la crisi e scatenerebbe una una grande reazione nel popolo. Inoltre sappiamo che questa gente è capace di pianificare un assassinio e per questo abbiamo avvertito che la vita del presidente Zelaya e dei suoi compagni è in pericolo. Questo aumenterebbe l'insurrezione popolare.

La resistenza ha qualificato come dittatoriale questo regime, sebbene il governo di fatto cerchi continuamente di presentarsi come legittimo e democratico. A che soggetto si sta opponendo realmente la popolazione in resistenza?
É una dittatura stile XXI secolo, che mantiene alcune caratteristiche delle dittature degli anni 70 e 80 e presenta nuove strategie per sembrare di essere democratica. In ogni caso nessuno può dubitare che si tratti di una dittatura che ha una struttura economica, politica e militare che controlla tutti i poteri dello stato e che ha l'obiettivo di colpire i processi di emancipazione del nostro continente.
Quello che ci deve preoccupare è che si tratta di una nuova tendenza che può essere ripetuta in qualsiasi momento, in qualsiasi paese del continente, ed è per questo che torna fondamentale finirla.

Siamo in un momento molto complicato e convulso. Quali sono gli elementi necessari per riuscire a reinstaurare la democrazia e tornare a riprendere la strada verso l'emancipazione del popolo honduregno?
Dobbiamo radicare l'insurrezione popolare e l'organizzazione del popolo senza sottovalutare il nostro nemico, premere perché la comunità internazionale sia più convincente e tagliare le fonti di finanziamento che continuano a rifornire i golpisti.
Video

di Giorgio Trucchi

giovedì 24 settembre 2009

Brasile - Nuovo attacco della destra al Movimento Sem Terra

Il MST divulga un “Manifesto in difesa della Democrazia e del MST”

Firma anche tu : oltre 2mila sottoscrizioni raccolte in difesa del Movimento


“ E’ bastato realizzare alcune giornate di lotta – chiedendo la realizzazione di alcune richieste presentate al Governo Lula nel 2005 – ed esigere l’attualizzazione degli indici di produttività agricola - come stabilisce la Costituzione - , perché si scatenasse la reazione. I settori più conservatori del Congresso e della società, guidati dalla senatrice Kata Abreu (DEM/TO) e i deputati federali Ronaldo Caido (DEM-GO) e Onyx Lorenzoni (DEM-RS), hanno cominciato ad orchestrare una nuova offensiva contro il MST”.

Così la Segreteria Nazionale del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST) inizia la sua lettera di denuncia della nuova offensiva della “Bancada Ruralista” che vuole creare una Commissione Parlamentare di Inchiesta (CPI) che indaghi sui fondi pubblici destinati alla Riforma Agraria.

“ Perché allora non viene fatta una CPI per investigare anche sui fondi pubblici destinati alla classe ruralista? Nonostante si sappia che la Confederazione Nazionale dell’Agricoltura (CNA), di cui la senatrice Katia Abreu è presidente, ha finanziato la sua campagna elettorale, fino ad oggi non ci sono state inchieste.” Replica la Segreteria Nazionale, che sottolinea come questo attacco abbia come fine la criminalizzazione del Movimento che, da due anni, vede la ripresa di una forte ondata repressiva, soprattutto negli stati a sud del Paese.

La richiesta di revisione degli indici di produttività rappresenta infatti una grande minaccia per i grandi latifondisti e le multinazionali, proprietari di migliaia di ettari incoltivati.
L’unico strumento di difesa e di tutela, sperimentato come efficace nei precedenti attacchi, è stato quello di attivare la rete nazionale e internazionale di appoggio al Movimento.
Per questo alcuni compagni hanno scritto un “Manifesto in difesa della Democrazia e del MST” che ha già raccolto oltre 2mila firme, tra le quali quella di Noam Chosky, Sebastião Salgado, Eduardo Galeano, Frei Betto, Leonard Boff, ma anche quelle di enti ed associazioni da tutto il mondo.

Per sottoscrivere il Manifesto basta collegarsi a Manifesto MST

mercoledì 23 settembre 2009

Esercito e polizia reprimono i manifestanti di fronte all'ambasciata del Brasile e minacciano di arrestare il presidente Zelaya - Video, foto

di Giorgio Trucchi

Alle 5 di mattina di ieri 22 settembre, centinaia di effettivi della polizia e dell'esercito hanno accerchiato il quartiere in cui è situata l’ambasciata del Brasile ed hanno brutalmente attaccato i manifestanti, che da quasi 24 ore presidiavano in modo pacifico il luogo in cui si è rifugiato il presidente Manuel Zelaya Rosales dopo il suo improvviso ed inaspettato rientro nel paese.
Gas lacrimogeni, pallottole di piombo e di gomma, violenti lanci di acqua mescolata con liquido urticante sono stati usati in modo indiscriminato per attaccare i manifestanti ed isolare totalmente il presidente Zelaya, in attesa di una quanto mai probabile invasione dell’ambasciata brasiliana.

"La gente è rimasta tutta la notte nel Boulevard Los Próceres e nelle strade vicine all’ambasciata e verso le 5 del mattino è iniziato il brutale attacco da parte dell’esercito e della polizia con mitragliatrici e gas lacrimogeni – ha spiegato alla Lista Informativa “Nicaragua y más” il corrispondente di Radio Globo, Carlos Paz –.

La moltitudine, composta soprattutto da donne con bambini e bambine, anziani e giovani, ha iniziato a fuggire verso il centro dalla capitale, inseguita da vari plotoni di soldati e poliziotti che hanno aferrato un feroce attacco da nord, tagliandogli la strada. Hanno anche usato camion da cui lanciavano violenti getti di acqua mischiata con liquido urticante e alla fine ci sono stati molti arresti e feriti”.

Secondo le prime denuncie del Comitato dei familiari delle persone scomparse in Honduras, Cofadeh, sarebbero più di cento le persone arrestate che in questo momento vengono mantenute in condizioni disumane nello stadio di baseball Chochi Sosa.

Il Cofadeh ha inoltre informato che durante la repressione e la caccia all’uomo iniziata in tutta la capitale, poliziotti motorizzati ed alcuni veicoli carichi di gendarmi sono arrivati minacciosamente davanti agli uffici di questa organizzazione particolarmente impegnata sul tema dei diritti umani ed hanno arrestato molte persone, lanciando anche lacrimogeni per le strade.
Con l’obiettivo di rendere impossibile la resistenza del presidente Zelaya e quella delle persone e giornalisti che l’accompagnano, vari soldati hanno attivato un potente stereo che diffondeva a tutto volume l’inno nazionale.

Durante varie ore all’ambasciata brasiliana è stata anche tolta l’acqua potabile e già da ieri è stata sospesa l’energia elettrica. Grosse difficoltà hanno inoltre dovuto affrontare le pesone che da fuori portavano il cibo alle decine di persone asseragliate. In molti casi è stato impedito loro l’accesso alla zona.
Per quello che riguarda i risultati della repressione della mattinata non è stata ancora confermata la notizia di almeno due morti durante gli scontri, mentre sono varie decine i feriti che sono stati curati nei vari ospedali della capitale.

Secondo Carlos Paz, l'intenzione del governo de facto sarebbe di incrementare la repressione e catturare il presidente Manuel Zelaya ed effettivamente ciò che è accaduto questa mattina e la presenza dei membri della Direzione di Investigazione Criminale, istituzione che ha l'ordine di eseguire la cattura del presidente honduregno, farebbero presagire un’azione drastica durante le prossime ore.

"Tutto fa pensare che il governo de facto incrementerà la sua azione repressiva, ma dopo 87 giorni di resistenza e lotta questo popolo ha preso coraggio e difende la democrazia nel paese. È probabile che le prossime ore saranno comunque molto difficili per il popolo in resistenza”, ha concluso il corrispondente di Radio Globo.

Continua la repressione
Durante tutta la giornata e fino a tarda serata, la polizia e l’esercito hanno represso le numerose manifestazioni sorte spontaneamente nei vari quartieri della capitale e in tutto il paese. Sono varie decine le persone ferite, alcune sembra gravemente e con segni di tortura.
L’ambasciata del Brasile è stata totalmente circondaata e le case vicine svuotate ed occupate dalle forze speciali dell’esercito e della polizia.
Il presidente Zelaya ha concesso un’intervista a Radio Globo durante la quale ha annunciato di essere stato informato di un piano per entrare con la forza nell’ambasciata e simulare un suo suicidio.

“Hanno già pronto un medico disposto a certificare che la causa della mia morte sarà il suicidio. Denuncio a livello mondiale questo piano e se questa notte avverrà ciò che da più parti mi stanno dicendo, sappiate che si sarà trattato di un magnicidio perché non ho intenzione di suicidarmi. La mia vocazione è di resistere e lottare fino alla fine. Preferisco morire in piedi piuttosto che inginocchiarmi davanti a questa dittatura”, ha dichiarato Zelaya.

Il presidente honduregno ha anche risposto negativamente alla proposta di dialogo presentata dal governo de facto, secondo la quale si pretende aprire un tavolo di trattativa sottoposto però alle condizioni di non prendere in considerazione il ritorno di Zelaya alla Presidenza, che il presidente legittimo dell’Honduras riconosca immediatamente la validità del processo elettorale in corso e accetti le cause penali iniziate contro di lui dal Pubblico Ministero.
Intanto il coprifuoco è stato nuovamente esteso fino alle 6 del pomeriggio di domani 23 settembre.

(Testo, video e Foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua)

India - La protesta dell'Indian Institute of Tecnology contro il nuovo sistema di gestione varato dal governo

Circa 1500 professori dell'Indian Institute of Tecnology (Iit) inizieranno giovedi uno sciopero della fame per protestare contro l'attuale sistema di promozioni e retribuzioni.L'Iit è l'istituto ingegneristico di eccellenza indiano, la struttura che negli ultimi anni ha sfornato una nuova classe di ingegneri richiesti in tutto il mondo e che hanno contribuito allo sviluppo record del paese.
Il ministro per lo Sviluppo delle Risorse Umane indiano Kapil Sibal ha lanciato un appello perché i professori cambino idea e rinuncino alla protesta: "noi non vogliamo che i nostri futuri premi Nobel vadano in sciopero della fame. Dovrebbero essere affamati solo di conoscenza".
La riforma del sistema di gestione dell'Istituto promossa di recente dal governo contiene, secondo i professori, delle anomalie inaccettabili che eliminano la meritocrazia nel sistema delle promozioni, minando la capacità dell'Istituto di mantenere livelli d'eccellenza.

Tratto da:
Peace reporter

martedì 22 settembre 2009

Zelaya finalmente in Honduras: y ahora?




In modo inaspettato e dopo 86 giorni di Resistenza contro il Colpo di Stato realizzato in Honduras il 28 Giugno 2009, il Presidente legittimo della Repubblica dell’ Honduras, Manuel Zelaya Rosales, rientra nel paese e si protegge nell’Ambasciata del Brasile a Tegucigalpa.

Secondo voci non confermate, il Presidente sarebbe ritornato nel suo paese natale, dopo 86 giorni di esilio forzato, nella notte di Domenica 20 Settembre 2009, però la notizia è stata fatta circolare solamente nella mattinata di ieri, Lunedi 21 Settembre, quando lo stesso Zelaya ha comunicato ai principali mezzi di comunicazione di trovarsi nell’Ambasciata del Brasile e di essere pronto a cominciare i dialoghi di pace per porre fine alla delicata crisi politica che l’Honduras affronta dal 28 Giugno 2009.

E’ solamente nel primo pomeriggio quando finalmente il golpista Micheletti trasmette una dichiarazione in una catena televisiva nazionale enfatizzando che Zelaya deve essere arrestato, che all’Ambasciata del Brasile, pur non avendo riconosciuto il governo de facto, è stato ‘concesso’ di rimanere in territorio honduregno, pertanto esortando le autorità brasiliane a consegnare Zelaya alla giustizia honduregna.

Intanto la manifestazione davanti all’Ambasciata dove si trova Zelaya continua a crescere, da tutto il paese sono sempre di piu’ le persone che cominciano a muoversi in direzione di Tegucigalpa per accogliere, proteggere e sostenere il Presidente legittimo che, dopo quasi 3 mesi, ha raggiunto il movimento di Resistenza che, senza sosta, non ha esitato a manifestare il suo dissenso a un governo dittatoriale, anti-democratico e repressore.

L’adrenalina della manifestazione è accompagnata dalla paura, in parte causata dal ricordo delle dittature degli anni 70 e 80 che tendevano a usare le forme più dure di repressione proprio quando sentivano di essere vicino alla fine. La paura aumenta al vedere quantità crescenti di militari e polizia anti-sommossa per le strade delle città, ascoltare informazioni su uomini incappucciati che minacciano le famiglie di giornalisti degli unici 3 mezzi di comunicazione che hanno trasmesso notizie contro il governo de facto e, in ultimis, il coprifuoco indetto dalle 16 del 21 Settembre alle 7 del 22 Settembre.

Però la paura non ferma la Resistenza. Un movimento nato il 28 Giugno e che ha dimostrato una tenacia ed una persistenza ammirabile si trova in un momento cruciale. Non sarà nè la polizia nè un coprifuoco a fermarla. Soprattutto oggi, con il proprio Presidente a pochi metri di distanza. Le minacce del Capo della Polizia in quanto alle consequenze per la trasgressione del coprifuoco non servono. Nè serviranno. Il popolo honduregno non si muoverà fino a che non otterrà la restituzione dell’ordine costituzionale.

Zelaya, dagli uffici dell’Ambasciata del Brasile, dialoga con membri della Resistenza ed effettua chiamate telefoniche ad attori della comunità internazionale in attesa dell’arrivo, nella giornata di domani 22 Settembre, del Secretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, accompagnato da Rappresentanti dell’ONU e dell’OSA. Nel frattempo, l’assemblea straordinaria dell’OSA approva la risoluzione di solidarietà con il rientro di Zelaya, approvando la missione d’urgenza in Honduras di Insulza, Secretario Generale, esortando il governo de facto a garantire le dovute misure di sicurezza nei confronti del Presidente Zelaya e persuadendo il popolo honduregno alla calma.

Zelaya, che aveva perso il ruolo protagonico posseduto nel primo mese del colpo di stato, è tornato ad essere una figura chiave però questa volta dovrà rispondere, con grande abilità, alle richieste di un popolo che ha lottato per 86 giorni non solo per la restituzione dell’ordine costituzionale ma per il cambio. Negli ultimi 30-40 giorni sono venute alla luce sempre di più le verità nascoste dell’Honduras, in particolare le dinamiche politico-economiche che hanno portato 10 famiglie a possedere e governare l’intero paese. Il popolo è stanco, ma non si stancherà di lottare per un futuro migliore. Allo stesso tempo, anche quel gruppo di alto-locati figli di papà, sostenitori dell’idea del colpo di stato come unico modo di frenare la fame di potere di Zelaya, si comincia a rendere conto che non è tutto rose e fiori, che c’è bisogno di cambi, che in fondo questo colpo di stato ha significato forti perdite economiche, anche per loro, ‘gli intoccabili’ della società honduregna. Però impera il fantasma chavista, che oscura la vista del gruppo ‘in’ e, rinchiusi nelle loro fortezze circondate da guardie di sicurezza private, aspettano a vedere quel che succederà.
Siamo dunque alle aspettative. La OSA, con l’eccezione del Nicaragua e del Venezuela, sostiene Zelaya per la firma dell’accordo proposto da Oscar Arias, presidente del Costa Rica, che, tra le clausole, propone elezioni a Novembre e che Zelaya rinunci a convocare un’Assemblea Costituente. Dall’altra parte i sostenitori di Zelaya non richiedono, pretendono l’Assemblea costituente come meccanismo di partenza del processo di cambio di cui ha bisogno l’Honduras. In più non si può tralasciare il fatto che per potenze mondiali come gli Stati Uniti e l’Unione Europea un nuovo Chavez della situazione non è visto di buon occhio ma legittimare un colpo di stato come questo potrebbe seriamente danneggiare l’equilibrio della regione.

La Resistenza ha dimostrato fino ad ora di cosa sia capace adesso, caro Zelaya, tocca a te!


Francesca D’Emidio

Honduras, il presidente legittimo Zelaya è rientrato a Tegucigalpa dopo 80 giorni di esilio forzato

Il governo decreta un nuovo coprifuoco

Si trova nell'ambasciata brasiliana, in attesa che il presidente Osa Insulza lo raggiunga e lo accompagni nella presa del potere contro i golpisti.

Il presidente legittimo dell'Honduras, Manuel Zelaya, detto Mel, costretto all'esilio forzato il 28 giugno scorso da un colpo di stato militare, è riuscito a rientrare nel suo paese e adesso si trova nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. L'intento è aspettare l'arrivo del segretario generale degli Stati americani (Osa), Miguel Insulza, dal quale ottenere l'appoggio ufficiale per il suo rientro e la sua ripresa del potere, da ottanta giorni nelle mani di Roberto Micheletti.

Sarà Insulza a quanto pare colui che tesserà il dialogo per riportare concretamente Zelaya al potere, un dialogo difficile, finora risoltosi in un niente di fatto e che, al contrario, ha reso i golpisti più spietati nella repressione. Molte manifestazioni di massa organizzata dalla maggioranza degli honduregni in appoggio a Zelaya sono finite nel sangue, con tanto di vittime al seguito.
Non è certo la prima volta che Zelaya tenta il ritorno, ma ogni volta la crudeltà della reazione del governo de facto lo ha costretto a rinunciare. Ma mai il presidente democraticamente eletto si è arreso. E oggi, senza preavviso, è riuscito a entrare nel paese e a raggiungerne il cuore, la capitale.

Ringraziando il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, per il gesto diplomatico, Mel ha incitato il popolo d'Honduars ad avvicinarsi all'ambasciata che lo sta ospitando e ad aiutarlo a recuperare il filo costituzionale. In una conferenza stampa ha quindi spiegato come ha fatto a eludere i severi controlli dei golpisti, lasciando intendere che qualcuno lo ha aiutato: "Ho percorso mezzo Honduras ... quasi 15 ore in differenti mezzi di trasporto. Ho avuto chi ha collaborato, ma non posso dire chi sia affinché nessuno venga molestato... alle Forze armate d'Honduras ... chiedo il buonsenso: la gente è disarmata e pacificamente sta gridando loro di consegnarsi, con allegria", ha spiegato Zelaya.

Parole di giubilo dalla moglie del presidente legittimo, Xiomara Castro de Zelaya, felice per il rientro del marito, ma dura e diretta nei confronti della stampa di regime, praticamente l'intera stampa honduregna, la quale fino all'ultimo ha negato persino la presenza di Mel nel paese. "Oggi ancora una volta sono venute fuori le bugie della stampa ... che ora sarò costretta a rettificare. Il presidente Zelaya è in Honduras", quindi ha aggiunto "sono molto felice perché il presidente della Repubblica, il presidente eletto da tutti gli honduregni è finalmente a Tegucigalpa. È qui e viene a cercare la pace del mio paese, del nostro paese, cerca di arrivare a un grande dialogo, a una concertazione, oggi siamo uniti per un nuovo paese, una nuova repubblica".

Intanto, la gente di Tegucigalpa sta rispondendo all'invito di Mel e sta radunandosi intorno all'ambasciata brasiliana. C'è felicità ed emozione. A testimoniarlo la corrispondente di TeleSur, Adriana Sivori, che ha precisato come Zelaya si stia riunendo da ore con i leader delle organizzazioni sociali e i rappresentanti della facoltà di scienze della formazione, tra i più attivi a tener viva la resistenza contro i golpisti. Che intanto tacciono.

di Stella Spinelli Peace Reporter

Afghanistan: un mistero risolto.

di Basir Ahang - Kabul Press

Fin dal principio l’Afghanistan non fu mai del popolo afghano.


Per la sua particolare posizione strategica, infatti, l’Afghanistan è sempre stato al centro di un forte interesse da parte di Europa, America e Unione Sovietica. La prima nazione ad "occuparsene", nel 1938, fu la Gran Bretagna, e ciò a causa della minaccia che l’Unione Sovietica rappresentava. Entrando in Afghanistan, infatti, essa avrebbe potuto impossessarsi delle colonie inglesi situate in India, Pakistan, Bangladesh e altri paesi confinanti. Le paure della Gran Bretagna erano tuttavia infondate: l’U.R.S.S., infatti, era interessata unicamente all’Oceano Indiano per la sua posizione strategica e per questo tentava talvolta di penetrare nel territorio afghano.

Il popolo afghano non tollerò l’invasione straniera e l’Unione Sovietica di nascosto rifornì di armi l’Afghanistan. La guerra terminò nel 1942 a seguito delle ingenti perdite dell’esercito inglese.
In seguito a tale guerra l’Afghanistan godette di un governo semi-autonomo controllato da Unione Sovietica e America. La popolazione poté finalmente vivere un periodo di pace, nonostante l’intrusione dei paesi stranieri nella politica interna del Paese. Sfortunatamente nel 1980 i sovietici entrarono in Afghanistan e la pace cessò.

Le potenze occidentali si sentirono minacciate dall’invasione sovietica. Jimmy Carter, allora presidente degli Stati Uniti, affermò che l’Unione doveva pagare per quest’aggressione. Gli Stati Uniti, attraverso Zbigniew Brzezinski consigliere della sicurezza nazionale americana, iniziarono a rifornire i fondamentalisti afghani (mujahidin) presenti in Pakistan di armi e denaro, affinché essi combattessero contro i sovietici. Più di 175 milioni di dollari vennero spesi a favore di tale causa. I mujahidin divennero così i figli adottivi di Jimmy Carter, che in quanto a libertà, diritti umani e democrazia evidentemente la pensavano allo stesso modo. Brzezinski con il supporto dell’intelligence pakistano si recò a Khaibar, al confine tra Pakistan e Afghanistan, e lì creò un vero e proprio campo di addestramento per mujahedin (chiamati anche signori della guerra o letteralmente “coloro che combattono la jihad”). Questo luogo divenne da allora la “capitale dei terroristi”, lo stesso Osama Bin Laden abitò in quel luogo per 14 anni assieme a diversi esponenti della Cia.

Davvero non sfiorò neppure le loro menti il pensiero che magari questi fondamentalisti una volta sconfitti i sovietici avrebbero potuto impossessarsi a loro volta del territorio, divenendo un grave pericolo per l’intera umanità?
La storia certo ne ha dato conferma. I fautori di questo gioco sapevano, ma vi erano delle priorità e degli interessi troppo grandi per rinunciare a una simile occasione.
Se per l’opinione pubblica gli americani armati di mitra e buone intenzioni esportavano pace e democrazia, per le vittime di questo gioco al massacro era lampante che essi in realtà mentre con le mani costruivano con i piedi distruggevano.
Per più di 20 anni i signori della guerra vennero aiutati dagli americani per distruggere il loro stesso paese.
In seguito alla caduta del Governo comunista presieduto dal Dott. Najibulla avvenuta nel 1992, i mujahedin iniziarono una lotta spietata per il controllo del potere suddividendosi in fazioni a seconda delle diverse etnie a cui essi appartenevano. Combattendo tra loro trasformarono Kabul in un bagno di sangue nel quale trovarono la morte più di 60 000 civili. In questo momento davanti alla morte di migliaia di innocenti, tra cui naturalmente migliaia di donne e bambini, il mondo tacque fingendo di non sapere, fingendo di non vedere.
Dov’era in quel momento il loro desiderio di esportare pace e democrazia? Evidentemente ancora non c’erano i presupposti utilitaristici per farlo nascere.

Ancora una volta, la situazione era a favore delle super potenze occidentali, che vedevano in un governo composto da mujahidin un’occasione per controllare facilmente l’Afganistan.
Ma i signori della guerra certo non volevano farsi comandare dagli americani, così quando essi si accorsero di non poter controllare la situazione cercarono qualcuno che potesse sconfiggere il nuovo nemico al posto loro. Questo qualcuno lo trovarono ben presto tra i talebani.
I mujahidin per contrastare i talebani cercarono e trovarono il sostegno dei russi. Cambiarono così i giocatori, ma non il gioco.

Durante il regime talebano, gli americani approfittarono della debolezza in cui verteva l’Afganistan per trasformare uno dei paesi più martoriati al mondo in una fonte di guadagno. Data la sua posizione strategica infatti, esso rappresenta una zona di transito tra Turkmenistan, Kazakistan, e gli altri paesi dell’Asia Centrale offrendo la possibilità di sfruttare giacimenti petroliferi e di gas.

I Paesi Occidentali e le Compagnie petrolifere cominciarono così a competere tra di loro per il possesso dei giacimenti. Due compagnie tra tutte: la UNOCAL (americana) e la BRIDAS (argentina), il cui presidente spesse volte si recò in Afganistan per dialogare con i talebani ed offrire loro soldi in cambio di un lasciapassare per il Pakistan (il petrolio, infatti, veniva prelevato dal Turkmenistan e l’Afghanistan era zona di passaggio obbligatoria per trasportarlo poi in Pakistan).

I protagonisti di questa triste vicenda, assunti dalla stessa UNOCAL per trasportare il petrolio furono:
Tom Simons ambasciatore americano in Pakistan, Charles Larson capo della marina militare nell’Oceano Pacifico, Donald Rise capo dell’aviazione militare americana durante il Governo di George Bush I, Henry Kissinger e Robert Oakley responsabile della succursale del reparto Asia nel ministro degli esteri americano. Preposte al dialogo con i talebani invece vi furono due donne: Robin Raphael e Laily Helms principessa afghana moglie di Roger Helms, nipote di Richard Helms ex capo della CIA.

Dal NY Daily News dell’Ottobre 2001: “talvolta la realtà è più sorprendente di qualsiasi sogno o favola: il rappresentante dei talebani in America è una donna: il suo nome è Laily Helms, afghana americana preposta all’organizzazione degli incontri tra i capi dei talebani ed i congressi,i responsabili delle Nazioni Unite e i rappresentanti dei media. E’ sorprendente inoltre il fatto che ella durante tali incontri si vesta come un uomo e non indossi alcun chador. Suo marito, Roger Helms lavora per la Chase Manhattan, una della banche più importanti al mondo”)
Mentre ogni giorno i talebani uccidevano centinaia di uomini, di bambini, sparavano sulle donne per strada, e tagliavano gole in pubblico le forze internazionali tacquero e nessuno ebbe niente da ridire.

Quando dopo l’11 Settembre 2001 Bush ordinò ai talebani di consegnare alla giustizia Osama Bin Laden essi rifiutarono, definendo Bin Laden loro fratello musulmano con diritto d’asilo in Afghanistan. Terminò così l’amicizia che legava i talebani agli Stati Uniti ed improvvisamente gli americani si interessarono alle sorti dell’Afghanistan.

Quando le forze internazionali si interessarono alle sorti dell’Afghanistan diffondendo nel mondo lo slogan della pace, della giustizia e la libertà per la popolazione fu un mistero, dato il disinteresse iniziale. Tuttavia il popolo accolse gli americani come degli ospiti graditi, come dei fratelli, credendo davvero che forse le loro sorti sarebbero finalmente potute cambiare. Tutti anelavano la pace, stanchi di una guerra decennale e si fidavano ciecamente delle belle parole che venivano costantemente propinate al mondo intero.

Memore della sconfitta dell’Unione Sovietica Il governo Bush chiese l’appoggio delle forze internazionali per attaccare l’Afghanistan e con la scusa di voler sconfiggere il terrorismo riuscì a riceverlo. Ebbe così inizio la Sua guerra, una guerra ipocrita per la quale si mandarono e ancora oggi si mandano a morire migliaia di militari ignari.
Il 99% del territorio era nelle mani dei talebani, ma in soli 27 giorni l’esercito americano riuscì a far crollare il regime. La domanda sorge spontanea: come mai ora in otto anni di guerra nessuno è riuscito ancora a sbrogliare questo nodo gordiano?

Tuttavia ciò che gli Stati Uniti malauguratamente si scordarono di fare fu far terminare la guerra tra etnie, i talebani infatti erano e sono pashtun, i governati e l’attuale presidente afghano è pashtun, tutti coloro che detengono il potere in Afganistan sono pashtun, senza considerare le restanti etnie che rappresentano il 65% della popolazione. A quanto pare le forze internazionali si sono scordate di una numerosa fetta di popolazione.

Gli Usa in seguito alla sconfitta dei talebani misero al Governo l’attuale presidente Hamed Karzai, seguito da una schiera poco fedele di ex signori della guerra, criminali di guerra, nonché di talebani stessi che ricoprono ora importanti ruoli governativi (infatti il presidente Karzai in una conferenza stampa del 2006 si lasciò andare a dichiarazioni semplicemente sconvolgenti, suddividendo i talebani in buoni e cattivi, chiamandoli pubblicamente figli e fratelli suoi e affermando di voler contattare Mullah Omar per renderlo partecipe della “ricostruzione del paese”).

In seguito al messaggio molto chiaro di Karzai, Mawlavi Wakil Ahmad Motawakil, ministro degli esteri del regime talebano , Mawlavi Abdussalam Raketi comandate dell’esercito talebano nel nord est Afghanistan e Padshah khan Zadran rappresentante dei talebani sul confine del Pakistan e molti altri estremisti sono arrivati armati di kalashnikov a Kabul per partecipare attivamente alla “ricostruzione del paese”. A loro arrivo karzai ha riservato un’accoglienza degna degli ospiti più illustri, assegnato a ciascuno una villa, dei bodyguard e svariate automobili rigorosamente con vetri antiproiettile. Attualmente essi risiedono a Kabul, liberi di organizzare attentati kamikaze, ed ogni sorta di rappresaglia.

Karzai costituì la “Commissione di Pace”, al cui capo pose Mujadadi, mullah estremista arabo-afghano, che risiede attualmente a capo del senato. Mujadadi si occupa contemporaneamente di consegnare mensilmente ai talebani 1000 dollari, una tessera della commissione che permette loro di viaggiare ovunque e di non avere problemi con le forze dell’ordine.

E l’America tace, nonostante Karzai sia sorvegliato costantemente da agenti della CIA e dal Governo americano stesso. E i 54 miliardi di dollari spesi per la “ricostruzione del paese” , dove sono andati a finire? E chi ridarà loro tutti questi soldi? Con che coraggio richiederanno indietro i soldi? Il debito dell’Afghanistan sale, ma di scuole, ospedali, strade e quant’altro non ve n’è traccia. Debito ed ipocrisia a parte, chi ripagherà invece le migliaia di morti innocenti? A chi è imputabile tutto ciò? E’ possibile massacrare in una missione di pace? E se la scusa dell’errore potesse realmente esser contemplata, si potrebbe credere ad una serie di errori tanto frequenti?
In Afghanistan sono attualmente presenti e coinvolti in questa “missione di pace”, gli eserciti di: Stati Uniti, Inghilterra , Italia, Canada, Australia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Danimarca, Belgio, Svezia, Austria, Finlandia, Norvegia, Romania, Turchia, Sud Corea, Slovacchia, Lituania, Estonia, Azerbaijan, Emirati Arabi, Lussemburgo, Georgia, Islanda, Croazia, Slovenia, Grecia, Singapore, Nuova Zelanda, Repubblica Ceca, Irlanda, Ucraina, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Ungheria, Macedonia, Albania, Polonia, Portogallo, Lettonia 42 Paesi coinvolti, 64 500 soldati in tutto, 15 mila talebani (secondo le fonti ufficiali, quindi il numero potrebbe essere inferiore) inspiegabilmente imbattibili. Siamo davvero sicuri che questa guerra non faccia comodo a qualcuno?

Ciò che molti cominciano purtroppo solo ora a chiedersi è: per quale motivo le forze internazionali sono presenti in Afghanistan?

1) Combattere il terrorismo internazionale?
La maggior parte di questi terroristi, nonostante non se ne senta mai parlare, provengono da paesi quali: Arabia Saudita, Cecenia, Marocco, Pakistan, Egitto, Emirati Arabi e molti altri paesi arabi. Per sconfiggere questi estremisti non occorre bombardare l’Afghanistan. I kamikaze non sono tutti afghani come vogliono farci credere. Il Pakistan in particolare è pregno di luoghi in cui i terroristi imparano l’arte del fanatismo e della guerra, ma stranamente le frontiere tra Pakistan e Afghanistan rimangono aperte, consentendo agli stessi di penentrare facilmente nel paese. Questo perché molte persone di etnia pashtun vivono sul confine e nessuno si sogna di scomodarli. E’ lì che esiste persino la sede di radio shariat (letteralmente: “voce della legge religiosa”) preposta ad impartire ordini e nozioni a talebani e kamikaze. Perché la sede di questa radio è ancora aperta? Persino il ricercatissimo Osama Bin Laden si suppone viva tranquillamente in una villa al confine tra Pakistan e Afghanistan. I campi di addestramento dei mujahidin sono ancora aperti ed attivi, occupati da talebani che rifiutano sia il governo afghano sia quello pakistano, chiamando la terra da loro occupata pashtunistan, terra dei pashtun.

2) Esportare pace, libertà e democrazia?
Fare la pace con la guerra è da sempre un paradosso inspiegabile se tale motivazione viene spacciata per veritiera. Di pace non ve n’è traccia, le persone ancora escono di casa senza sapere se vi ritorneranno. E se nella capitale Kabul, dove due giorni fa sei militari italiani hanno trovato la morte, è così figuratevi negli altri posti. Ogni settimana più di venti persone muoiono a Kabul in questo modo. Libertà poi in Afghanistan è ancora una parola che provoca un amaro sorriso considerando che: il ministro della cultura afghano in una conferenza stampa dichiarò democrazia e diritti umani affari dei paesi occidentali privi di valore per un paese che segue unicamente la legge islamica, un giornalista che aveva tentato di tradurre il corano in persiano venne condannato a 25 anni, un altro che in un articolo descrisse come la religione islamica violasse i diritti delle donne venne condannato prima a morte in seguito la pena fu commutata a 20 anni di prigione, così migliaia di altri esempi.

3) Cambiare la situazione delle donne?
Se ciò fosse vero risulta incomprensibile come sia ancora possibile che più di dieci donne vengano violentate ogni giorno (nel 2009 più di 35 bambine vennero violentate da esponenti del governo, una di loro aveva solo sei anni, stuprata dal figlio di un parlamentare nella regione di Sarepul nel nord Afghanistan. L’atto rimase totalmente impunito), e che Karzai il “presidente democratico” abbia promulgato una legge per la quale alle donne è proibito lavorare ed uscire di casa senza il coniuge o un parente maschio, per la quale è consentito lo stupro da parte del marito e la possibilità da parte di questo di privare la moglie del cibo se “disubbidiente”, che le bambine vengano vendute ad uomini anziani (nel 2006 una bambina di 11 anni venne persino venduta in cambio di un cane). Grazie a tutti voi per aver cambiato la situazione delle donne in Afghanistan, perché peggio di così non può certo diventare, nemmeno il regime talebano arrivò a tanto.

4) Fare giustizia?
Quest’anno un talebano si è candidato come presidente della repubblica, due vice di Karzai sono criminali di guerra che secondo Human Rights Watch dovrebbero ora essere in carcere e non al governo, altri invece sono ministri e parlamentari. Se l’opinione pubblica in Europa e in America venisse informata del fatto saremo ancora disposti a mandare i loro figli a morire in Afghanistan?

5) Per ricostruire l’Afghanistan?
Dopo otto anni di guerra il centro di Kabul è ancora privo di illuminazione e strade asfaltate. Nella regione di Bamyan nel 2008 più di 200 persone sono morte a causa della mancanza di ospedali. Alcune statistiche: l’80% della popolazione è perennemente in pericolo a causa della mancanza di ospedali, secondo world food program (WFP) il 10% della popolazione quest’inverno rischierà di morire di fame, il 60% degli studenti studia all’aperto, non essendoci di fatto scuole ma solo insegnanti, il 30% delle donne inoltre muore in gravidanza o durante il parto, il 15% dei bambini in assenza di vaccini vengono colpiti dalla poliomelite ed in seguito dalla paralisi. Se davvero queste forze armate fossero in Afghanistan per ricostruire il paese nessuno farebbe loro del male, ma ovunque verrebbero accolti con gioia, basti considerare le parole di Gino Strada in un intervista riportata il 17/09/2009 sull’Unità: “(...)Quanto ai soldi della cooperazione internazionale noi non abbiamo ricevuto una lira(..)Emergency lavora in afghanistan da dieci anni, abbiamo curato 2 milioni e 200 mila afghani, praticamente il 10% della popolazione(…) Per questo a Laskhargah (nota: una delle regioni più pericolose dell’Afghanistan) non è mai stato torto un capello al nostro personale internazionale(…)”

Ora traete le conclusioni..Davvero l’unico problema in questa guerra è cambiare strategia? Prima di cambiare strategia contate i talebani al governo, contate gli 80 000 morti del 2008 di cui solo il 5% talebani e considerate le mosse del presidente Karzai. Prima che una storia di estremismo religioso, prima che una storia di guerra perpetua la storia dell’Afghanistan è una storia di petrolio e traffici internazionali di droga. Adesso che come me conoscete la reale situazione in cui verte il paese avrete ancora il coraggio di mandare i vostri figli a morire per gli interessi economici dei soliti noti?

lunedì 21 settembre 2009

Eid di sangue: bombardamenti israeliani contro il sud e il nord della Striscia di Gaza.




Questa mattina all'alba, secondo giorno di 'Id al-Fitr, la festa che celebra la fine del mese di Ramadan, l'aviazione da guerra israeliana ha effettuato una serie di attacchi aerei contro le gallerie situate al confine tra Egitto e Striscia di Gaza, distruggendone diverse.
Le gallerie del "contrabbando" (di prodotti alimentari, medicine, combustibile, e solo in parte di armi), sono indispensabili alla sopravvivenza di una popolazione di 1,6 milioni di persone poste da tre anni a questa parte sotto feroce assedio israelo-egizio-internazionale.
Fonti palestinesi hanno reso noto che gli aerei da guerra, di tipo "F16", hanno lanciato 4 attacchi contro i tunnel, causando distruzione, ma senza provocare feriti.
Il raid giunge qualche ora dopo all'uccisione di due combattenti palestinesi, avvenuta ieri sera nel nord della Striscia.
Ieri sera, infatti, 2 palestinesi sono stati uccisi e altri 3 feriti a seguito di un bombardamento israeliano. Le due vittime sono state identificate come ‘Abd al-Hafez as-Silawi, 21 anni, e Muhammad Nasir, anche lui sulla ventina. Secondo il dott. Mu‘awiyya Hassanayn, capo dei servizi di emergenza e di ambulanza presso il ministero della Sanità di Gaza, il corpo di as-Silawi è giunto all’ospedale di Adwan insieme ai tre feriti, dei quali uno era grave.
Le Brigate al-Qassam, ala militante di Hamas, hanno dichiarato in un comunicato che le forze israeliane che operano nel nord della città avevano aperto il fuoco con i carrarmati. La notizia è stata poi confermata dall'esercito israeliano. Altri testimoni riferiscono di aver visto sette proiettili di carrarmato all’interno e nei pressi di Izbet Abed Rabbo, una cittadina a est del campo profughi di Jabaliyya considerata da due gruppi armati palestinesi il probabile bersaglio scelto dall’occupazione.
Da parte sua, un portavoce militare israeliano ha dichiarato che l’attacco è stato sferrato dopo che i soldati, intenti in quella che è stata definita "una pattuglia di routine", hanno scorto dei palestinesi mentre tentavanto di azionare un esplosivo vicino al passaggio di frontiera di Nahal Oz.
Nel suo comunicato, Hamas ha affermato che as-Silawi apparteneva a al-Qassam, mentre il portavoce israeliano lo considera un membro dei Comitati di Resistenza popolare.
Per quanto riguarda Nasir, sia Israele che il Fronte popolare per la liberazione della Palestina sono d’accordo nel sostenere che appartenesse al secondo. Più precisamente, come ha aggiunto il Fronte, era un membro delle Brigate Abu ‘Ali Mustafa.
Nella giornata di ieri, alcuni mujahidin hanno sparato due razzi artigianali dalla Striscia di Gaza in Israele, secondo fonti israeliane. L’area colpita sarebbe una zona disabitata vicina alla città di confine di Sderot: non si sarebbero riportati danni o feriti.
Un gruppo che dichiara di chiamarsi “membri della Sunna” ha in seguito rivendicato la responsabilità dei lanci, specificando di averli effettuati in risposta alle recenti notizie sugli abusi sessuali dei carcerieri israeliani nei confronti delle donne palestinesi prigioniere.

tratto da Infopal

sabato 19 settembre 2009

Botte dalla polizia cinese, gravissimo l’artista Ai Weiwei

Manifestava per la libertà di informazione



Ai Weiwei, il grande architetto e artista visivo cinese, da tempo impegnatissimo nella denuncia delle violazioni ai diritti civili in Cina si trova in un ospedale di Monaco di Baviera, dove è stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico in seguito ad un'emorragia cerebrale.

A causarla - a un mese circa di distanza - una brutale aggressione della polizia cinese, in occasione di una manifestazione di protesta per il silenzio sulla morte di 5mila bambini nel terremoto di Sichuan del maggio 2008, a causa di difetti colposi nell'edilizia scolastica. L'artista si trovava a Monaco per preparare un'esposizione alla Haus der Kunst, quando ha avuto una crisi che i medici hanno ritenuto di arginare con intervento urgente

Vedi articoli:

Ai Weiwei: la Cina censura l'informazione? E noi boicottiamo internet

The Ai Weiwei Way

venerdì 18 settembre 2009

L'odiosa retorica

La guerra, la sua brutalità e concretezza, è di nuovo, forse non per molto, svelata, nuda.


L’odiosa retorica con cui lo stato tenta di difendersi dall’”effetto bare” è ormai solo un inutile rumore di fondo. Lo squarcio quei 150 chili di esplosivo non l’hanno prodotto solo sulle lamiere del blindato Lince della Folgore. La guerra, la sua brutalità e concretezza, è di nuovo, forse non per molto, svelata, nuda. Quello che le notizie (poche) e le immagini ( pochissime) delle stragi di civili, di bambini, di donne e uomini di tutte le età e di ogni condizione sociale compiute dalla Nato, dagli americani, dagli inglesi e anche dagli italiani, non riescono mai a fare, lo fanno, quando accade, le bare che tornano a riempire l’altare della patria.

La retorica le accoglie, impedisce che vengano sbattute sulla tavola aparecchiata dell’italiano medio, mentre si appresta a cenare. Le adagia piano piano in mezzo a corone d’alloro e bandiere, nasconde l’odore della morte, dei corpi fatti a pezzi, con quello della naftalina dei vestiti da parata dei corazzieri e dell’incenso delle chiese. Ma ogni volta, e i governi lo sanno bene, è sempre più difficile. E quel tempo che si apre, squarciato, tra una bara e l’altra, tra un funerale e un altro, perché così si scandisce il procedere di ogni guerra, è un tempo a rischio per chi comanda e impone la guerra.

Lascio i discorsi di cordoglio per i militari e le loro famiglie a qualcun altro, come quelli sulle missioni di pace per portare democrazia, o dall’altro versante quelli sull’imperialismo americano o sui combattenti della resistenza afgana. Roba da funerale, appunto, buona per chi ha già celebrato quello del suo cervello e della sua libertà. Invece credo che questo tempo, che durerà poco, vada riempito subito con una grande e rinnovata sfida alla guerra. Dagli stati uniti all’europa è il momento, di nuovo, di cogliere l’occasione e tornare a costruire mobilitazioni forti per delegittimarla e batterla. Per far ritirare i soldati e impedire che essa si prenda più spazio di quanto non abbia già sottratto alla democrazia vera, alla giustizia sociale, alla libertà e all’indipendenza.

Sono altresì convinto che con gli arnesi del ceto politico, anche quello post-noglobal, non andremo molto lontano. E’ necessario parlare a molti, a milioni di persone che in questo momento possono ascoltare, e per farlo bisogna mettersi nelle condizioni di essere parte, di contribuire, alla formazione di qualcosa di più grande di noi, fatto di tanti e diversi, accomunato temporaneamente da un desiderio comune, quello di fare qualcosa perché la guerra si inceppi.

Il far tornare a casa i soldati, tutti professionisti dei corpi d’elite, che fanno questo di mestiere e non per costrizione, di certo non farà cessare le atroci sofferenze che da almeno trentanni il popolo, o meglio i popoli che abitano i monti e le pianure chiamate Afghanistan, ininterrottamente devono subire. Li attende la barbarie delle bande e del fanatismo religioso, un miscuglio tra affari, sadismo e fascismo. Quelli che tagliano le dita a chi va a votare, o i signori della guerra e dell’oppio amici di Karzai, o i reclutatori di bambini schiavi, o i torturatori delle donne. Non ci sarà certo la fine della guerra per questa gente sfortunata, che ne combatterà una al giorno, o al minuto, per sopravvivere, anche dopo che l’ultimo soldato invasore se ne sarà andato. Ma il ritiro delle truppe occidentali, l’unica cosa su cui noi, da qui, possiamo incidere, può significare molto, anche al di là dell’interrompere la partecipazione della nostra parte di mondo alla carneficina diretta contro i civili, ciò che la guerra è nelle sue materiali conseguenze.

Ma appunto non è solo questo, anche se l’orrore deve bastare a motivarci. La guerra è oggi, come ogni azione strutturata a livello del comando globale, anche un enorme catalizzatore della crisi. A meno che non pensiamo che in fondo tutto cambia ma in realtà tutto resta sempre uguale, la crisi di sistema che da un anno e mezzo investe le strutture del capitalismo, ha modificato anche la guerra, la sua possibilità di utilizzo intensivo e progressivo nel governo del mercato e del pianeta. Se vogliamo forse è proprio negli apici di guerra, lì dove la sua geometria variabile mostra il massiccio impegno della macchina economico militare e il conto delle vittime è a sei zeri, che la crisi è stata anticipata, e se non provocata, di sicuro acuita e velocizzata.

Il fallimento dell’avventura iraquena di Bush, quanto ha inciso sul crollo delle banche d’affari di Wall Street? E viceversa, i sentori dell’imminente crollo della finanza, come hanno pesato sulle scelte politico militari? Sono domande che è legittimo porsi, vista anche la stretta connessione temporale degli accadimenti. E la risposta, al di là dei necessari approfondimenti, non può che portarci ad una stretta connessione tra guerra e crisi.

Se così è, lottare contro la guerra significa oggi anche impedire che le impotesi di exit strategy, dalla crisi e non dall’Afghanistan, propendano verso un utilizzo maggiore della guerra come elemento di stabilizzazione, o di riequilibrio, dell’economia globale. Lì dove non può il sistema finanziario, i cannoni sono sempre a disposizione. Non è certo passato inosservato, ad esempio, il comportamento bifronte di Obama nell’affrontare l’Iraq da una parte e l’Afghanistan dall’altra. Via armi e bagagli dal primo teatro, e aumento dei soldati, e due su tre oggi sono americani, nel secondo. Semplice furbizia del governante, oppure qualcosa di più complesso, legato proprio all’ipotesi che l’intensificazione dell’impegno militare in Afghanistan potesse essere volano di ripresa per l’economia americana, e soprattutto per le quotazioni americane nel borsino dei potenti del mondo? In ogni caso l’idea che l’aumento del tasso di guerra generale possa contribuire alla rimessa in sesto del ciclo finanziario globale, non è certo una novità.

La teorizzavano i neocon di Bush, ma anche molti esponenti di spicco democratici, giocando proprio sull’aspetto dell’aumento, tramite la guerra, del tasso di democrazia reale e subordinata ad un governo multipolare del pianeta. Ne abbiamo anche esempi nostrani, e non c’è qui bisogno di ricordarli. Vi è poi un secondo aspetto che interessa il binomio guerra/crisi, e che non è meno importante: il caos.

Pur essendo questa una crisi strutturale globale, non è catastrofica. Chi pensa che bisogna solo aspettare il crollo imminente del capitalismo, aspetti. In realtà questa crisi che è globale, profondamente annidata nei gangli più profondi del sistema, ma non è catastrofica, e non ha ancora conosciuto nessuna ipotesi di superamento capace di affermarsi senza entrare in crisi essa stessa, definisce una situazione di caos in cui tutto e tutti siamo immersi. Anche l’andamento della guerra, la sua crisi nell’affermarsi come strategia vincente e la sua impossibilità di produrre uno sviluppo, un’uscita, un avanzamento, è il caos. In questa situazione grandi sono le possibilità di affermare un altro mondo e modo possibile di vivere, ma grandi sono i rischi, perché tutte le opzioni sono in campo. Quella che tenta di uscire dalla guerra dispiegata, e quella che invece vorrà rilanciare, con nuovi scenari da aprire anche a noi geograficamente molto vicini. E’ meglio per tutti, e in primis per coloro che rischiano di essere bombardati, che vinca la prima ipotesi. E noi dobbiamo costringerla a vincere, e dobbiamo distruggere l’altra.

Abbiamo bisogno di tornare a costruire, a produrre lo spazio pubblico dell’opinione contro la guerra. Dobbiamo usarlo come motore e terreno di consenso, di egemonia, per poter esercitare la nostra azione contro la guerra. Per essere legittimati a delegittimare. E’ per questo che nei prossimi giorni e mesi è necessario esserci. Partecipare a tutto ciò che si muoverà contro la guerra, e determinare un nuovo inizio. Il tempo è una risorsa scarsa, e in questo caso è ancor più vero. Prima che si richiuda lo spazio che esiste tra un gruppo di bare in mostra sull’altare della patria e l’altro, dovremmo agire.

Luca Casarini