venerdì 18 marzo 2011

Italia - No al Nucleare - Conferenza stampa nazionale del Comitato Vota Sì per fermare il nucleare


No nucleare Questa mattina si è svolta a Roma la conferenza stampa di presentazione della campagna del "Comitato Vota SI per fermare il nucleare", formato da oltre 60 associazioni

Ascolta il resoconto di Luca Tornatore, astrofisico - Associazione Ya Basta Italia 


E' stata una conferenza stampa molto lunga perchè è evidente che la cronaca impone di problematizzare ulteriormente la questione del nucleare. Tragicamente abbiamo la possibilità, anche mediatica, di essere umani.
Quello che i nuclearisti in questi giorni stanno facendo è dire: "Non bisogna essere emotivi".
Noi rispondiamo "Ma come? Le emozioni sono ciò che distinguono gli esseri umani dai vampiri! Come fai a dire che non devi essere emotivo di fronte a migliaia e migliaia di persone che rischiano la vita, che devono essere evacuate, di fronte ad un rischio la cui entità non è ancora stata stabilita, che sta crescendo e che rischia di essere una catastrofe nucleare?"
L'emozione è esattamente quello che permette di fare delle scelte umane.
Nel confronto puramente tecnico - seppur importantissimo perchè il nucleare rimane tecnicamente insensato e dannoso - c'è sempre il tranello che la scelta sembra sostanzialmente neutra rispetto alla realtà in cui poi va ad inserirsi, in cui va ad agire.
Questo è proprio il caso in cui non è così.

Il nucleare? Non è una tecnologia sicura!

Parla l’ingegnere Alex Sorokin: «I reattori non si spengono, il problema è il calore di decadimento. E' questo il tallone d’Achille delle centrali quando saltano i sistemi».
No al nucleare - Giappone 4


Alex Sorokin, ingegnere nucleare, russo, ha lavorato per decenni dentro le centrali nucleari e da giorni analizza le informazioni che arrivano dal Giappone producendo previsioni che finora si sono dimostrate drammaticamente accurate.
D. Dott. Sorokin qual’è, secondo le informazioni in suo possesso, la situazione nella centrale nucleare di Fukushima?
Ci sono un numero di reattori con il nocciolo parzialmente fuso per mancanza del liquido di raffredamento.
D. Perchè manca il liquido di raffreddamento?

Italia - Acqua o nucleare, la logica è la stessa

di Ugo Mattei
dal manifesto del 18 marzo 2011
Sovente ripetiamo che per poter essere difesi i beni comuni devono essere riconosciuti come tali e che per riconoscerli occorre praticare il pensiero critico. Per esempio, tutti diamo per scontato che la terra sia ferma perché è proprio la terraferma ad averci garantito la possibilità di sviluppare il nostro modello di vita stanziale. La sismicità è rimossa dalla collettività, ma chi ha responsabilità di governo del bene comune «territorio» deve necessariamente tenerne conto. Male gestisce i beni comuni chi miri al profitto o alla concentrazione del potere, ed è per questo che essi devono essere governati in modo partecipato e diffuso da quanti ne assorbono i benefici e ne subiscono i costi. In questo modo, i beni comuni non rispondono alla logica della produzione ma, guardando alla sostenibilità di lungo periodo (ossia anche all' interesse delle generazioni future) devono rispondere alla logica della riproduzione: la logica eco-logica che è qualitativa e non quantitativa.
Chi mira al profitto e alla concentrazione del potere investe in modo sostanziale nell'occultamento dei beni comuni, proprio perché profitto privato e potere politico si soddisfano entrambi nel loro saccheggio. È interesse convergente tanto del potere economico quanto di quello politico, che ne è sempre più servo, indebolirne le difese democratiche (come per esempio il referendum). I beni comuni divengono molto più facilmente riconoscibili quando posti a rischio letale e la loro emersione pubblica ne facilita enormemente la difesa. In questi momenti , il potere mette in campo, disordinatamente, ogni possibile tattica per occultare la verità.

lunedì 14 marzo 2011

Sulle guerre - Scambio epistolare tra Luis Villoro ed il Subcomandante Marcos su Etica e Politica


ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO
Gennaio-Febbraio 2011

Per: Don Luis Villoro.
Da: Subcomandante Insurgente Marcos.


Dottore, La saluto.
Speriamo davvero che stia meglio in salute e che accolga queste righe non solo come uno scambio di idee, ma anche come un abbraccio affettuoso da noi tutti.
La ringraziamo per aver accettato di partecipare a questo scambio epistolare. Speriamo che da questo sorgano riflessioni che ci aiutino, qua e là, a tentare di comprendere il calendario che patisce la nostra geografia, il nostro Messico.
Mi permetta di iniziare con una specie di bozza. Si tratta di idee, frammentarie come la nostra realtà, che possono seguire una loro strada indipendente o intrecciarsi (l’immagine migliore che ho trovato per “disegnare” il nostro processo di riflessione teorica), e che sono il prodotto della nostra inquietudine per quanto sta attualmente accadendo in Messico e nel mondo.
E qui iniziano questi veloci appunti su alcuni temi, tutti loro in relazione con l’etica e la politica. O piuttosto su quello che noi riusciamo a percepire (e a patire) di loro, e sulle resistenze in generale, e la nostra resistenza in particolare. Come c’è d’aspettarsi, in questi appunti regneranno la schematicità e la riduzione, ma credo che bastino a tracciare una o molte linee di discussione, di dialogo, di riflessione critica.
E si tratta proprio di questo, che la parola vada e venga, scavalcando posti di blocco e pattugliamenti militari e di polizia, del nostro da qua fino al Suo là, anche se poi accada che la parola se ne vada da altre parti e non importa se qualcuno la raccoglie e la rilancia (è per questo che sono fatte le parole e le idee).
Sebbene il tema su cui ci siamo accordati sia Politica ed Etica, forse è necessaria qualche deviazione, o meglio, avvicinamenti da punti apparentemente distanti.
E, dato che si tratta di riflessioni teoriche, bisognerà iniziare dalla realtà, quello che gli investigatori chiamano “i fatti”.
In “Scandalo in Boemia“, di Arthur Conan Doyle, il detective Sherlock Holmes dice al suo amico, il Dottor Watson: “È un errore capitale teorizzare prima di avere dati. Senza rendersi conto, uno comincia a deformare i fatti affinché si adattino alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti“.
Potremmo cominciare dunque da una descrizione, affrettata e incompleta, di quello che la realtà ci presenta nella stessa forma, cioè, senza anestesia alcuna, e ricavare alcuni dati. Qualcosa come cercare di ricostruire non solo i fatti ma la forma con la quale prendiamo conoscenza di essi.
E la prima cosa che appare nella realtà del nostro calendario e geografia è una vecchia conoscenza dei popoli originari del Messico: La Guerra.

Italia - ACQUA, FUOCO, ARIA E TERRA: UNITI PER DIFENDERE I BENI COMUNI

Il prossimo sabato 26 marzo si svolgerà a Roma la manifestazione “Vota sì ai referendum per l’acqua bene comune - Sì per fermare il nucleare, per la difesa dei beni comuni, dei diritti, della democrazia.”, lanciata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ad un anno di distanza dal corteo che, con oltre duecentomila partecipanti, rivelò nei fatti l’esistenza nel nostro Paese di una diffusa sensibilità e disponibilità a mobilitarsi su questi temi.
Da allora oltre un milione e quattrocentomila cittadine e cittadini hanno sottoscritto i quesiti referendari per sottrarre alla privatizzazione la gestione del servizio idrico ed eliminare da essa la logica del profitto. Nonostante i tentativi del Governo Berlusconi di limitare la partecipazione popolare, entro il prossimo 15 giugno i referendum saranno sottoposti al voto e la vittoria dei SI’ rappresenterebbe una straordinaria occasione per segnare una vera e propria inversione di tendenza rispetto a tre decenni di politiche neoliberiste che, su scala globale e nazionale, sono le principali reponsabili dell’attuale crisi ambientale, economica e sociale.
Invitiamo a partecipare in tante e tanti a questa manifestazione.
Lo facciamo, pronunciando chiara e forte la parola ACQUA, perché proprio la battaglia affinché l’acqua sia considerata e riconosciuta come bene comune, diritto universale della persona umana e quindi gestita in forma pubblica e partecipata dalle comunità locali, ha aperto la strada in questi ultimi anni ad una rinnovata centralità dell’idea di beni comuni, siano essi disponibili in natura o prodotti della cooperazione umana, esauribili o rinnovabili, della loro difesa e della loro condivisione, come terreno cruciale di conflitto nella ricerca di alternative sociali e politiche alla crisi attuale e alla sua gestione di parte capitalistica.
Lo facciamo, pronunciando chiara e forte la parola FUOCO,

giovedì 10 marzo 2011

Libia - Parlare chiaro

di Rossana Rossanda

Al manifesto non riesce di dire che la Libia di Gheddafi non è né una democrazia né uno stato progressista, e che il tentativo di rivolta in corso si oppone a un clan familiare del quale si augura la caduta. Non penso tanto al nostro corrispondente, persona perfetta, mandato in una situazione imbarazzante a Tripoli e che ha potuto andare - e lo ha scritto - soltanto nelle zone che il governo consentiva, senza poter vedere niente né in Cirenaica, né nelle zone di combattimento fra Tripoli e Bengasi.
Perché tanta cautela da parte di un giornale che non ha esitato a sposare, fino ad oggi, anche le cause più minoritarie, ma degne? Non è degno che la gente si rivolti contro un potere che da quarant'anni, per avere nel 1969 abbattuto una monarchia fantoccio, le nega ogni forma di preoccupazione e di controllo? Non sono finite le illusioni progressiste che molti di noi, io inclusa, abbiamo nutrito negli anni sessanta e settanta? Non è evidente che sono degenerate in poteri autoritari? Pensiamo ancora che la gestione del petrolio e della collocazione internazionale del paese possa restare nelle mani di una parvenza di stato, che non possiede neanche una elementare divisione dei poteri e si identifica in una famiglia?

mercoledì 9 marzo 2011

Italia - No all'election day, ricorriamo alla Consulta


logo 2 sì per l'acquadi Alberto Lucarelli e Ugo Mattei

Il dibattito sullo scandaloso rifiuto dell'election day ha sortito l'effetto di far emergere per un giorno sui principali media nazionali il fatto che i referendum verranno celebrati. Tale è stato il silenzio che ha accompagnato fin qui la nostra battaglia che ancora la scorsa settimana un esperimento su una classe universitaria di circa 200 studenti in giurisprudenza ci ha rivelato che soltanto dieci fra loro sapevano che si sarebbe votato sull' acqua. Il cammino verso il quorum è davvero difficile, anche se la campagna sta cominciando a decollare. Il Comitato «2 sì per l'acqua bene comune», per esempio, ha approntato un bellissimo «kit dell'attivista», scaricabile dal web e contenente materiali e informazioni essenziali per diffondere il nostro messaggio.
Presto inoltre saranno disponibili bandiere referendarie da appendere ai balconi, una forma di diffusione del messaggio estremamente importante nel silenzio assordante dei media. Da questo punto di vista, ci sembra che perfino le un po' ambigue «invasioni di campo» di Di Pietro, che comunque gode di una visibilità mediatica che come movimento non abbiamo, abbiano comunque il pregio di far sapere che i referendum ci sono, cosa forse più utile, in questa fase, rispetto al rivendicarne la paternità.
Occorre continuare a governare la campagna elettorale accogliendo i contributi di tutti in un cammino che deve trasformarsi in una grande marcia capace di coinvolgere cittadini di ogni estrazione e credo politico. Il dibattito sull'election day e sui soldi sperperati al fine di far saltare il quorum ci ha mostrato che il popolo sovrano è ancora capace di indignarsi. Non possiamo accontentarci di aver sollevato politicamente la questione. Si tratta ora di dare veste giuridica ad un'istanza di ragionevolezza che coinvolge tutti e che non può non vincolare il governo. Che fare?

lunedì 7 marzo 2011

Costa d'Avorio - Nel caos

La situazione è da guerra civile. Gli scontri non si fermano tra le forze dell’ex presidente e quelle di Ouattara, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Centinaia i morti. L’inerzia della comunità internazionale. Il monito dell’Acnur: 200 mila gli sfollati ad Abidjan; oltre 70 mila gli ivoriani scappati in Liberia. 
 
Giovedì 3 marzo, 6 donne sono rimaste uccise colpite da armi da fuoco (tiri di mitraglia), e molte altre ferite, nell'ormai famoso e popoloso quartiere a nord-ovest della città, Abobo, un feudo di Alassane Ouattara, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale come il vincitore del ballottaggio del 28 novembre e a tutt'oggi rinchiuso a l'Hotel du Golf, protetto e alimentato dalle forze dell'Onu dell'operazione Onuci. Le donne manifestavano in favore di Ouattara.

Colombia - Morte e distruzione a peso d'oro


Una multinazionale vuole trasformare in miniera un ecosistema tipico latinoamericano, che regge l'intera offerta idrica di due milioni di persone. Che si oppongono al progetto.
 
Il Páramo è un ecosistema neotropicale, situato in altura, tra le foreste che si formano a oltre tremila metri di altitudine e le cime innevate dei cinquemila metri. A costituirlo sono vallate e pianure con una gran quantità di laghi, torbiere e praterie umide, punteggiate da arbusti e macchie di foresta. Circa il 57 percento di questo particolare ecosistema si trova concentrato in Colombia. Fra questi, c'è il Páramo di Santurbán, che produce e regola l'offerta idrica per due milioni di esseri umani delle aree urbane di Bucaramanga e Cùcuta e di altri 21 comuni, tutti situati nei dipartimenti di Santander e Norte de Santander. Un vero tesoro ecologico, sul quale sta posando gli artigli una multinazionale mineraria che già sta pregustando di estrarre l'immane ricchezza che nasconde, a cominciare dall'oro. Si tratta della Greystar Resources  che ha già ricevuto il benestare del governo Santos per il suo progetto minerario di Angostura. Ma le migliaia di abitanti che ne subiranno le devastanti conseguenze non ci stanno, e sono scese in piazza a Bogotà, di fronte al ministero dell'Ambiente per urlare in faccia ai governanti il proprio dissenso.

India - La BKU lancia la protesta contadina

India Bhartiya Kisan Union (BKU)La Bhartiya Kisan Union (BKU) ha minacciato di lanciare una grande offensiva il 9 marzo, bloccando tutte le strade nazionali per isolare Delhi dagli altri Stati.
Rohtak: Il malcontento che ribolle tra i contadini indiani contro le politiche del governo, si appresta a riversarsi sulle strade dato che la Bhartiya Kisan Union (BKU – Unione degli Agricolltori Indiani) ha minacciato di lanciare una grande offensiva il 9 marzo, bloccando tutte le strade nazionali per isolare Delhi dagli altri Stati.
La BKU è arrabbiata per il continuo abbandono del settore agricolo da parte dei governi Centrale e statali e per le politiche che si sono rivelate disastrose per le condizioni economiche degli agricoltori. I contadini si sono opposti all'acquisto di terreni fertili e hanno reclamato l’attuazione delle raccomandazioni della relazione della commissione Swaminathan.

Stati Uniti - La natura colpisce ancora: Amaranto Inca divora OGM della Monsanto

Amaranto IncaLe piante inca amaranto kiwicha invadono le piantagioni di soia transgenica della Monsanto negli Stati Uniti come in una crociata per fermare queste dannose imprese agricole e passare un messaggio al mondo.

 
In quello che sembra essere un altro esempio di saggezza della natura, aprendo la strada, la specie  amaranto Inca nota come "kiwicha"  è diventata un incubo per la Monsanto. Curiosamente, questa azienda nota per il suo male ("Mondiablo") si riferisce a questa erba sacra per gli Inca e gli Aztechi, come pianta infestante o  erba maledetta. Il fenomeno di espansione della amaranto nelle colture in oltre venti stati degli Stati Uniti non è nuovo, ma merita di essere salvato, forse anche per celebrare le capacità e l'intelligenza di questa pianta guerriera che si è opposta al gigante delle sementi transgeniche. Dal 2004 un agricoltore di Atlanta ha notato che i focolai di amaranto hanno resistito al potente erbicida "Roundup" a base di glifosato e divorato campi di soia GM, nel suo sito web la Monsanto raccomanda gli agricoltori di mischiare glifosato con erbicidi come 2,4-D, vietato in Scandinavia perché  correlato con il cancro.

venerdì 4 marzo 2011

Messico - A dieci anni dalla Marcia del colore della Terra

L’immagine delle migliaia di basi d’appoggio lungo la strada di San Cristóbal de Las Casas nella nebbia dell’alba che salutano la corriera con i comandanti in partenza per la capitale insieme a tutti noi “internazionali”, penso sia qualcosa che non dimenticherò facilmente. Un saluto dietro cui c’era una scommessa collettiva: il mettersi in gioco per parlare a molti, per partire dalle proprie comunità, dal proprio vissuto per affrontare altri mondi ed altre realtà. Per mettere a disposizione la propria resistenza perché intorno ed oltre ad essa si possa costruire qualcosa di più grande, qualcosa comune.

Italia - Referendum per l'acqua e contro il nucleare - Il governo ha paura del voto degli italiani


Elezioni
Il ministro Maroni vuole far votare i referendum il 12 giugno, a scuole chiuse, per evitare il quorum.

 Il ministro Maroni ha dichiarato oggi che al prossimo consiglio dei ministri proporrà il 12 giugno come giorno per lo svolgimento dei referendum.
Come è noto, si tratta dell’ultima data consentita dalla legge (che prevede che i referendum si svolgano tra il 15 aprile e il 15 giugno), altrimenti avremmo potuto anche rischiare di dover andare a votare a ferragosto.
E’ chiaro infatti che la scelta non è casuale: il 12 giugno le scuole saranno già chiuse e l’inizio della stagione estiva rappresenterà per chi può permetterselo un incentivo ad andarsene fuori città.  Questo almeno nei desiderata del ministro e del governo di cui fa parte, che evidentemente teme che questa volta i referendum possano raggiungere il quorum  e i sì vincere.
I timori del governo sono fondati - anche se non giustificano la decisione presa -  come dimostra il 1.400.000 firme raccolte per i quesiti sulla ripubblicizzazione dell’acqua, un risultato mai ottenuto prima.
Per questo Maroni  ha scelto la strada del boicottaggio, consapevole che la normale dialettica politica fra sostenitori del sì e del no lo vedrebbe perdente.

giovedì 3 marzo 2011

One two tre merci Sarkozé


Foto Benghazidi Gabriele Del Grande
Viaggio a Benghazi, 21 marzo 2011
“No all'ingresso degli stranieri”. È scritto di rosso su uno sfondo bianco con su disegnata una montagna di teschi neri sorvolata da un elicottero da guerra. È il manifesto più grande sotto il tribunale di Benghazi. Oggi in piazza sono in migliaia e l'hanno sistemato bene in vista, perché finisca dentro l'inquadratura del cameraman di Al Jazeera, che dal terrazzo del palazzo di fronte filma i manifestanti il giorno dopo il bombardamento degli alleati. I manifestanti non vogliono l'occupazione militare, sanno bene cos'è diventato l'Iraq. Quegli stessi manifestanti però nella stessa piazza sventolano la bandiera francese cantando a squarciagola slogan sgrammaticati tipo: “One two tre, merci Sarkozé!” oppure “Shukran marra thania lil Faransa wal Britania!”. Ovvero “Un due tre, grazie Sarkozy”, e “Grazie due volte alla Francia e all'Inghilterra”. E tra la folla c'è addirittura qualcuno che pronuncia frasi impensabili fino a pochi giorni fa, del tipo: “Ringraziamo dio e gli Stati Uniti d'America!”.
Forse non piacerà ai tanti che in Italia credono giustamente alla cultura della pace e che quindi si oppongono per principio all'uso della guerra come strumento per la controversia dei conflitti internazionali. Ma queste sono le parole della piazza di Benghazi, e che ci piacciano o meno, vanno raccontate. Per capire da dove nasca questo improvviso amore per Francia, America e Gran Bretagna, basta fare una gita fuori porta. Ci accompagna Gheif sul suo fuoristrada. Parla un ottimo inglese, è tornato a Benghazi da quattro mesi, dopo il suo master in business all'università di Manchester. La località dove ci porta si chiama Jarrutha e si trova a una ventina di chilometri dal centro. È qui che hanno bombardato i francesi la notte di sabato e la mattina di domenica. La strada è paralizzata dal traffico. Centinaia di ragazzi di Benghazi sono venuti a vedere i carri armati colpiti dai missili per farsi una foto e portare a casa qualche ricordo di guerra
Quando riusciamo a farci largo tra la gente, vediamo davanti a noi un paesaggio surreale. Il fumo si leva ancora da quel che resta delle gomme dei camion. I carri armati sono aperti in due. E dei camion delle munizioni non resta che il telaio attorcigliato su se stesso dalla botta dei missili. Altrove invece le macchine e i camion sono soltanto bruciati, come da una nube di calore, ma senza segni evidenti di esplosione, né sui mezzi né sul terreno agricolo intorno, dove l'erba è ancora verde.
Lungo un'area di pochi chilometri, contiamo 26 carri armati, sette camion lanciamissili Grad, due pickup lanciarazzi, 19 camion, una batteria antiaerea, tre autocisterne, cinque autobus, 45 macchine, e un lanciamissili attrezzato di radar. Tutti esplosi e ridotti in cenere dalle fiamme. La domanda della gente è una sola: “E se fossero entrati a Benghazi?”. Sì perché erano questi i rinforzi destinati a stanare “i ratti” della rivoluzione, “casa per casa”, “vicolo per vicolo”, “senza pietà”, come gridava da giorni infuriato in televisione il colonnello Gheddafi. A sfondare le inconsistenti linee difensive dei ragazzi ci avevano provato già sabato scorso. Una battaglia urbana devastante, durata tutta la mattina e costata la vita a almeno 94 ragazzi dell'armata popolare. I segni di quella battaglia sono ancora scritti sulle facciate dei palazzi che affacciano su Sharaa Tarabulus, la strada che porta a Tripoli. I muri sono crivellati di colpi e le pareti sfondate dalle granate. Con il senno di poi, la strategia di Gheddafi era facilmente intuibile. Giocare di forza opponendo l'artiglieria pesante all'agilità dei due o tremila ragazzi dell'armata popolare. Una volta portati i carri armati e i lanciamissili in città infatti, l'aviazione francese non avrebbe potuto bombardarli, perché troppo vicini ai centri abitati. E gli squadristi dei Lijan thauriya avrebbero potuto seminare il terrore.
La prima fase del piano è stata bloccata dal bombardamento. La seconda invece sembra essere andata comunque in porto. Almeno a giudicare dalle sparatorie che abbiamo sentito nelle ultime due notti in pieno centro. Si muovono quando fa buio, arrivano in macchina a tutta velocità e sparano qualsiasi cosa si muova. Sono gli squadristi delle falangi di Gheddafi. In arabo si chiamano Lijan thauriya, che tradotto in italiano suona tipo i comitati rivoluzionari, ma che di fatto sono corpi speciali di polizia segreta che dai tempi delle riforme del 1977, con l'istituzione del governo delle masse, la Giamahiriya, sono stati incaricati prima di terrorizzare e reprimere gli oppositori, quindi di controllare il paese e di conseguenza ricoprire i ruoli che contano nei gangli del potere. Secondo fonti bene informate, nella sola città di Benghazi potrebbero contare su almeno mille persone. Le loro caserme sono state tutte distrutte e date alle fiamme dai ragazzi del movimento del 17 febbraio. Inizialmente il consiglio transitorio aveva lanciato un appello via radio in nome della riconciliazione e della pace, offrendo loro l'amnistia in cambio della dissociazione dal regime di Gheddafi.
Ma da quando i Lijan thauriya sono tornati in forze e hanno iniziato a sparare sui ragazzi della rivoluzione, ad esempio durante la battaglia di sabato scorso contro le milizie di Gheddafi, il consiglio ha deciso per le maniere forti. E allora oggi hanno lanciato loro un ultimatum. Chi non consegnerà le armi entro le prossime 24 ore sarà tratto in arresto. E insieme a loro, prima o poi, sarà arrestato anche Gheddafi. Questa è la speranza di tutti. Nessuna negoziazione. Lo ha detto in conferenza stampa anche il portavoce del consiglio nazionale transitorio, Abdelhafid Ghoga: “Con Gheddafi non si discute. Deve essere processato per ogni singola goccia del sangue che ha versato. Per rispetto dei martiri della rivoluzione, ma anche per tutti i martiri degli anni Ottanta e Novanta”.
Mentre pubblico questi pezzi, in Italia si manifesta contro la guerra in Libia, nel nome della cultura della pace. Non prendetemi per un interventista, perché non lo sono, ma il mio lavoro è raccontare quello che vedo, anche quando è diverso da quello che vorrei vedere. E la piazza di Benghazi usa parole diverse da quelle dei pacifisti italiani. Dove stia la verità non lo so. E probabilmente sono troppo vicino ai morti di Benghazi per saperlo. Ma ascoltare questa piazza credo serva a tutti, anche a chi ritiene inamovibili le proprie posizioni. Chiediamoci seriamente cosa possiamo fare, al di là del no alla guerra. Ieri a Misratah, con la città sotto assedio, la popolazione è scesa in piazza per una manifestazione. Gli hanno sparato addosso i miliziani di Gheddafi. Quaranta morti, 180 feriti e una città allo stremo, senza acqua e elettricità da una settimana. Di nuovo, chiediamoci seriamente cosa possiamo fare in queste ore. Lo dobbiamo al coraggio di questa gente

Tratto da:
http://fortresseurope.blogspot.com

Libia - Stallo somalo

Foto desertodi Giampaolo Calchi Novati
Partendo dalla constatazione - e relativa ipotesi interpretativa - che le sollevazioni nel Nord Africa giunte a un primo punto fermo sono state animate e sostanzialmente decise da una coalizione impropria fra giovani e militari, si può capire meglio perché in Libia il meccanismo si è inceppato. Sia in Tunisia che in Egitto la «piazza» ha avuto il suo epicentro nella capitale e la buona coesione nazionale e sociale ha conferito di per sé alla protesta della gioventù di Tunisi e del Cairo una rappresentanza generale. In Libia si è mossa prima Bengasi mentre Tripoli sembra ancora in mano agli uomini e alle forze di Gheddafi. La rivolta rischia di essere percepita o di diventare la «rivolta della Cirenaica» e non della Libia. In Libia l'esercito non ha la stessa funzione di surroga a livello istituzionale per la mancanza di una tradizione statale garantita o impersonata dalle forze armate.

mercoledì 2 marzo 2011

Gino Strada: “Bisognava pensarci prima. La guerra? Non si deve fare mai”

Libia - Tornado21 / 3 / 2011
L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Intervista di Wanda Marra
Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia? Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.Dunque, lei è contrario? Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione? Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.Ma qual è la soluzione?A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.Che cosa pensa della posizione italiana?Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.A Roma eravamo tre milioni.E adesso dove sono quei tre milioni? Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace. Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce. Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.
Tratto da:   Micromega

Emergency condanna la guerra in Libia

Emergency cielo21 / 3 / 2011
Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è "contro Gheddafi": ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria.
 Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. "La guerra umanitaria" è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l'umanità.

Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.

Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.

Ai governanti che vedono la guerra come unica risposta ai problemi del mondo, rivolgiamo di nuovo l'appello del 1955 di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro Manifesto:
 
«Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?»

Come ha scritto il grande storico statunitense Howard Zinn: «Ricordo Einstein che in risposta ai tentativi di "umanizzare" le regole della guerra disse: "la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire". Questa profonda verità va ribadita continuamente: che queste parole si imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e degli aerei».

Emergency è contro la guerra, contro tutte le guerre. Ce lo impongono la nostra esperienza, la nostra etica e la nostra cultura, la nostra umanità prima ancora che la nostra Costituzione.

Chiediamo che tacciano le armi e che si riprenda il dialogo, anche attraverso l'invio degli ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della comunità internazionale; chiediamo l'apertura immediata di un corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica.

Libia - Dall’alba della Pace alla notte della Guerra. In Italia migranti nei campi di confinamento

Libiadi Fulvio Vassallo Paleologo

21 / 3 / 2011
Gli attacchi delle forze della coalizione internazionale che stanno martellando tutta la Libia rischiano di produrre effetti diversi da quelli auspicati nella Risoluzione n.1973 delle Nazioni Unite, nella quale si stabiliva “un divieto su tutti i voli nello spazio aereo della Jamahiriya araba” al fine di proteggere i civili, perseguendosi dunque l’interesse di salvaguardare le popolazioni vittime dei “crimini contro l’umanità” commessi da Gheddafi e dalle sue forze, tra le quali un numero crescente di mercenari. Anche il Consiglio della Lega degli Stati arabi del 12 marzo 2011 aveva chiesto “l’istituzione di una zona di non volo sull’aviazione militare libica e di stabilire aree sicure in luoghi esposti al bombardamento come misura precauzionale che permette la protezione del popolo libico e cittadini stranieri che risiedono nella Giamahiria araba libica”.
Si corre adesso il rischio che l’intervento militare, assai tardivo, dopo settimane di divisioni causate dai divergenti interessi politici ed economici delle grandi potenze mondiali, non riesca a fermare i massacri delle truppe di Gheddafi già penetrate nelle città ribelli e adesso all’assalto di Bengasi e Misurata.
D’altra parte il massiccio attacco aereo su Tripoli, addirittura per colpire direttamente Gheddafi, sembra addirittura ingenuo, se non del tutto sconsiderato, perché legittima nuovamente il dittatore agli occhi del proprio popolo e di quegli stati africani che per lungo tempo lo hanno mantenuto alla presidenza dell’Unione Africana. Se le truppe, i velivoli e i carri armati di Gheddafi, andavano fermati e tenuti fuori dalla città, e se la zona di divieto di volo avrebbe dovuto essere imposta da settimane, il lancio di missili Tomahawk e Cruise verso Tripoli, con il prevedibile contorno di scudi umani e di vittime civili, rischia di delegittimare i ribelli e di consegnare l’intera regione ad una condizione di instabilità politica e militare che potrebbe mettere a rischio l’autodeterminazione dei popoli ed i processi democratici appena avviati in Tunisia ed in Egitto.
Occorre quindi che il Consiglio di Sicurezza ritorni ad esaminare con urgenza la situazione in Libia, e definisca in modo rigoroso il mandato delle forze militari della coalizione che devono intervenire per mettere in sicurezza le popolazioni civili delle città assediate dalle forze di Gheddafi. Infatti nella Risoluzione n.1973 si legge chiaramente che il Consiglio autorizza gli Stati membri che ne avevano fatto richiesta “a prendere tutte le misure necessarie, in deroga paragrafo 9 della risoluzione 1970 (2011), per proteggere i civili e aree popolate civili sotto la minaccia di un attacco in Giamahiria araba libica, tra cui Bengasi, pur escludendo una forza di occupazione straniera di qualsiasi forma, su qualsiasi parte del territorio libico”. Misure necessarie anche “per far rispettare la conformità con il divieto di voli”, che sarebbero state poi sottoposte al controllo ed al riesame da parte dello stesso Consiglio di Sicurezza. I bombardamenti massicci su Tripoli, e non soltanto su installazioni militari o convogli di carri armati, rischiano di stravolgere il senso di quella risoluzione e di mettere la pietra tombale sulle speranze di rivoluzione civile che, come in tutti i paesi arabi, anche in Libia sembrava potersi affermare.
In questo quadro il ruolo giocato dall’Italia è risultato prima troppo vicino all’alleato Gheddafi, che non andava “disturbato” nella soluzione delle sue questioni interne, poi -anche troppo rapidamente- Berlusconi e il governo, con la rottura eclatante della Lega, si è allineato alle posizioni più aggressive delle potenze occidentali, addirittura fino al punto da configurare, nelle dichiarazioni del ministro della difesa La Russa, la possibilità di un intervento militare diretto. Varie ragioni avrebbero invece consigliato maggiore prudenza, anche nella concessione delle basi, sia per la collocazione geografica dell’Italia, che per i preesistenti rapporti con Gheddafi, con diversi accordi dal 2004 al 2009, contro i quali in Italia si sono battute sparute forze, e che oggi in tanti fanno finta di ignorare o di considerare carta straccia, salvo a ripescarne le parti che riguardano l’immigrazione, auspicando, comunque vada a finire, la ripresa dei respingimenti collettivi dei migranti verso la Libia.
Nel “Trattato di amicizia” firmato nel 2008 da Gheddafi e Berlusconi si prevedeva che “Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite. Ed all’art. 4 si aggiungeva il principio di “non ingerenza negli affari interni”, con le previsioni che:
1. Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato.
2. Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l’Italia non userà, ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia.
Il trattato è stato solo “sospeso” e non “denunciato” dall’Italia, come si sarebbe dovuto fare da anni, per i gravissimi abusi commessi dai libici ai danni dei migranti e degli oppositori politici. Nel quadro della Risoluzione dell’ONU n.1973, e della sua prima attuazione, l’atteggiamento interventista e bellicista del governo italiano, dopo i ritardi iniziali, rischia adesso di aggiungere altri danni sul piano internazionale. Ed è singolare come negli ultimi tempi siano state proprio l’Italia e la Francia i principali fornitori di armamenti in favore della Libia. Per queste ragioni l’Italia avrebbe fatto bene a mantenersi al di fuori dell’intervento militare deciso dalle Nazioni Unite, senza concedere le basi militari “a scatola chiusa”.
Nel frattempo, sul piano interno, le scelte del governo italiano, tra allarmi di “invasioni bibliche” e tentativi di nascondere l’inconsistenza del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo, hanno reso insostenibile la situazione a Lampedusa, e stanno dimostrando come, di fronte ad una emergenza umanitaria, ancora una volta il governo Berlusconi sia capace soltanto di inviare reparti militari in missione di ordine pubblico e trattare la materia dei cd. sbarchi, in realtà salvataggi in alto mare, con i consunti strumenti della “lotta all’immigrazione clandestina”. Insomma una accoglienza dietro le sbarre o sotto la sorveglianza di pattuglioni di polizia in assetto antisommossa.
Occorre che il governo adotti al più presto un provvedimento che stabilisca la possibilità di rilasciare permessi di soggiorno per motivi umanitari o per protezione temporanea ex art. 20 del D.Lgs 286/98, nei confronti di coloro che stanno arrivando dalla Tunisia e che potrebbero presto arrivare anche dalla Libia. I migranti rinchiusi a Lampedusa devono essere evacuati con un ponte aereo e la loro accoglienza va praticata in tutte le regioni italiane, senza “campi di raccolta” come si annuncia quello di Mineo.
Le scelte del governo in materia di politica internazionale, e le modalità meramente repressive di “gestione” di un emergenza sbarchi, creata ad arte con il concentramento di diverse migliaia di profughi in luoghi simbolo come Lampedusa e Mineo, ormai sulla linea di un confine di guerra, stanno dimostrano come l’Italia sia governata da politici che badano solo al proprio vantaggio elettorale ed alla difesa di tutte le zone più ricche e di tutte le sacche di privilegio. Anche a costo di scatenare una “guerra tra poveri”, tra i migranti e le popolazioni delle aree più deboli del paese. Contro questa classe di governo, che si avvantaggia di una opposizione parlamentare sempre più debole, occorre costruire giorno per giorno nuove reti di solidarietà dal basso, aprire nuovi canali di comunicazione autogestiti e costruire soggetti politici che siano capaci di aggregare sui territori tutte le forze dell’opposizione sociale

Odissey Dawn

Odissey Dawndi Augusto Illuminati

21 / 3 / 2011
Il piccolo Satana Gheddafi, falliti incoraggiamenti e aiuti a Ben Ali e alla sua sciampista, si è dedicato con zelo feroce a soffocare la propria rivolta interna. La coalizione occidentale-saudita (Lega Araba ma non Unione Africana), il grande Satana, cerca ora di schiacciare o deformare l’intero e inarrestabile movimento che percorre tutto il Medio Oriente e il Nord Africa e lo fa proprio nel momento in cui la catastrofe giapponese segna i limiti del nucleare e rende preziose le risorse di gas e petrolio. Una nuova guerra coloniale (francese e inglesi, insieme ai sauditi, in primo piano, americani più defilati) è perfetta per cercare di riguadagnare il controllo, calmierare il gas russo, tener lontani dall’Africa i cinesi, svalorizzare energie alternative e biogas. Con il che abbiamo anche spiegato le riserve sull’intervento di Russia, Cina, Germania e Brasile. E l’Italia? Cornuta e mazziata, compromessa prima con Gheddafi e troppo tardi con i ribelli cirenaici, rischia di perdere tutti i vantaggi del passato collaborazionismo e di subire in prima linea l’impatto dei migranti, per esorcizzare il quale si era addivenuti ai più vergognosi accordi con il raìs di Tripoli. Non basteranno 8 miseri Tornado per risalire la china. Che poi il keynesismo militare (cioè la distruzione bellica in funzione anticiclica) sia uno strumento tradizionale per dilazionare la crisi economica è un vecchio espediente. Andiamo con ordine e ignorando i finti dilemmi in cui si macera la sinistra, al riparo della risoluzione 1973 Onu e di Napolitano, che sta surrogando un governo lacerato e ansimante. Ancor più trascurando i (n)eurodeliri di Repubblica che sogna una rivincita della Ue sul bushismo.
Non per teorizzare corsi e ricorsi storici, ma anche il primo cinquantenario dell’Unità d’Italia, marzo 1911, saldò la sua retorica celebrativa al fervore patriottico che accompagnò l’impresa libica dell’ottobre 1911. Lo sventolìo tricolore bi-partisan del 17 marzo sta sfociando in analoghe tentazioni, con il controcanto rissoso e provinciale di una Lega timorosa soltanto del prevedibile afflusso di nuovi disperati e asilanti sulle nostre coste. La Russa e Casini sembrano, in questo inopportuno centenario coloniale, la parodia dei concordanti impulsi nazionalisti e cattolici degli inizi Novecento, mentre purtroppo alla logica di conquista della Banca di Roma corrisponde oggi a rovescio il rischio di estromissione dal gioco di Unicredit, Finmeccanica ed Eni, compromessi con Gheddafi e scalzati dal vivace interventismo anglo-francese (ovvero di altri poli finanziari, della Total e di BP).
Anche lo scenario più ravvicinato suggerisce evidenti analogie. Il meccanismo è sempre quello: un tiranno (dalle origini rivoluzionarie) che controlla un’area strategica rilevante e risulta un ostacolo alle pretese economiche e geopolitiche occidentali e del blocco più conservatore dei paesi arabi (a guida saudita). Ieri Saddam, oggi Gheddafi. Per certi versi funzionò così per l’ex-comunista poi nazionalista serbo assatanato Milosevic in Jugoslavia. Si trae partito da odiose pratiche oppressive (i Kurdi, la Cirenaica, il Kosovo) e si esporta la democrazia bombardando e frammentando il paese. In tutti questi casi l’opposizione all’intervento egemonico “umanitario” ha dovuto prescindere da qualsiasi simpatia per una vittima politica, indifendibile –contro Gheddafi, anzi, i movimenti si erano scagliati quando era ben in auge alla corte di Berlusconi (o Berlusconi alla sua). Aggiungiamo qui che, se nella vicenda italiana il servilismo del Papi nazionale era particolarmente osceno (essendo il raìs libico il suggeritore del copione bunga bunga), non dimentichiamo che i “nobili” Blair e Sarkozy erano altrettanto ammanigliati e il secondo pare avesse pure ricevuto sostanziosi contributi elettorali. Che poi l’invio dei Mirages serva a rilanciare la campagna elettorale francese per il 2012 è di tutta evidenza, complementare alla sostituzione della filo-benalista Alliot-Marie con il rodato e bellicista Juppé e al recupero degli “umanitari” Kouchner e Bernard Henry-Lévy.
Come valutare allora questa guerra e il complesso degli effetti che scatena? E perché, a parte gli scontati temporeggiamenti dell’Onu, si è deciso di scatenarla con tanto ritardo rispetto al momenti in cui è apparso chiaro che la vicenda libica non seguiva lo stesso percorso di Tunisia ed Egitto, ma si invischiava in un conflitto tribale con palesi prospettive di separatismo territoriale (e pur minime tracce di fondamentalismo senussita)? La decisione di intervenire all’ultimo minuto, ammanettando quindi gli insorti sconfitti alla causa occidentale e saudita, è stato probabilmente dettata da due ordini di fattori: la presa d’atto, dopo il collasso delle centrali atomiche giapponesi, delle buie prospettive di una politica energetica nucleare, che ha rivalutato in automatico l’importanza del controllo sulle risorse di gas e petrolio, la paura per il diffondersi dei tumulti in tutto il mondo arabo, in particolare nello Yemen e ai margini dell’Arabia saudita (Bahrein, Oman), tanto più insidioso in quanto spesso sotto il segno di una rivolta sciita sostenuta dall’Iran. I bombardamenti sulla Libia suonano anche da ammonimento a Teheran e sono una boccata d’ossigeno per Israele. Che poi la no-fly zone sarebbe opportuna anche per Gaza e che bisognerebbe arrestare l’invasione saudita in Bahrein o le stragi nello Yemen resta, in termini geopolitici, un mero auspicio, ma pur sempre un’efficace replica al moralismo con cui la stampa italiana condisce la brutalità della guerra.
Il tardivo e ondivago sostegno italiano alla guerra (dall’iniziale «non disturbiamo Gheddafi» del compagno di merende Berlusconi e del suo Leporello Frattini alla successiva offerta delle soli basi agli ardori bombaroli del maestro di sci che ci ritroviamo agli Esteri e di La Russa per l’occasione in sahariana) rientrerebbe nella peggior tradizione nostrana del cambiar casacca, se non rivelasse alcune contraddizioni significative. La più vistosa è quella del rapporto fra Pdl e Lega; quest’ultima si è dissociata con argomentazioni demagogiche e odiose (ci rubano il petrolio –cosa vera– e ci riempiono di immigrati che il resto d’Europa non vuole prendersi), ma si è dissociata. Scegliendo, contro Inghilterra e Francia, una linea “tedesca”. Badate bene, non solo privilegiando un principio di precauzione sull’intervento, ma aderendo alla scelta di fondo della Merkel sulle energie alternative. La retromarcia di Tremonti sul nucleare è nettissima: se puntiamo sul sole e sul vento, è insensato combattere per il controllo del petrolio e ci risparmiamo le spese per lo smantellamento delle centrali atomiche e lo smaltimento delle scorie, correggendo così i confronti internazionali sui deficit e sui Pil. Per un Berlusconi sempre più inviso agli Usa e ormai aggrappato solo al “neutrale” Putin non è un bel segnale, sebbene il chiasso giapponese e libico e il clima emergenziale di guerra possano servire nel breve periodo a distrarre gli italiani dagli scandali di Arcore e dai processi. Sull’interventismo “legale” della sinistra sarebbe carità tacere, se non per rimarcare come il suo tardivo patriottismo “costituzionale” (ma l’art. 11?) torni a gravitare sull’asse anglo-americano più che tedesco –a differenza dalla guerre balcaniche– e non prometta alcuna unità interna del Pd. In realtà chi più si avvantaggia dell’eclettico consenso bi-partisan a doppia colonna sonora (Mameli e Nabucco) è il centro di Fini e Casini. Corsi e ricorsi storici, ancora: la guerra di Libia del 1911-12 fece confluire cattolici e nazionalisti e indusse Giolitti al patto Gentiloni per strappare un parziale consenso agli elettori cattolici...Ironie sempre della signora storia: allora il Banco di Roma, da lunga pezza colluso con il corrotto Giolitti, promosse la conquista della Libia, oggi, confluito in Unicredit, vede una bella presenza di capitale libico (e personale del clan Gheddafi) che orienterà le scelte future del governo...
Che fare? Lasciamo alle anime belle l’illusione che si tratti di un intervento mirato e di breve periodo. Questa è solo l’alba di una lunga Odissea. Occorrerò una mobilitazione antagonista di ampio respiro. Il no alla guerra coloniale e il sostegno agli insorgenti di Benghazi, Sana’a e del Bahrein, ai moti di Algeria e Marocco, agli oppressi in Palestina e alle contraddizioni tuttora aperte in Egitto e Tunisia, devono entrare organicamente nel discorso sullo sciopero generale del 6 maggio e sui referendum di giugno, così come una drastica revisione della politica delle quote e dei permessi di soggiorno, la più solidale accoglienza ai migranti (altro che blocco di Lampedusa, Cie e terrorismo leghista!), la definizione giuridica del diritto d’asilo e il blocco della deportazione degli asilanti nel villaggio di Mineo nonché un’effettiva estensione della cittadinanza secondo il diritto del suolo devono costituire parte integrante di una politica alternativa al governo attuale e a quelli futuri di centro-destra. Questi sono i contenuti del nostro tumulto, della risposta della costa nord a quanto avviene sulla costa sud-est del Mediterraneo. La cooperazione delle lotte contro l’intervento degli aerei e delle cannoniere, un modello moltitudinario contro la velleitaria riproposizione di logiche sovrane e coloniali, una via di uscita dalla crisi che non sia la spesa militare a perdere e il controllo delle fonti di energia.

Libia, il gran ballo degli alleati

LibiaLega Araba, Turchia, Cina e Russia si dicono scettiche sui bombardamenti che continuano.

di Christian Elia

21 / 3 / 2011
Il secondo giorno delle operazioni militari sui cieli della Libia (dibattito aperto sul nome: Odissea all'alba o Alba dell'odissea?) passa tra il frastuono delle bombe e nella bulimica ricerca di notizie dei media generalisti.
Prigionieri della propaganda. Misurata, per esempio. Durante l'avanzata furiosa delle truppe lealiste, nei giorni scorsi, la città libica era scomparsa dalle cronache, superata dal conto alla rovescia del cammino verso Bengasi capitale dei ribelli. Data per conquistata dagli uomini di Gheddafi, si scopre oggi che si combatte ancora, il governo di Tripoli la proclama oggi di nuovo conquistata. Una situazione spinosa, un ginepraio dove è difficile riconoscere la verità.
Un effetto immediato, e temuto, è la reazione della popolazione di Tripoli e, in generale, della Tripolitania. Migliaia di persone, armate nei depositi lasciati aperti dai militari di Gheddafi, sono in piazza, pronti a difendere il loro leader dall'invasione esterna. Un classico, da queste parti. Non sarà facile bombardare zone chiave, sapendo di colpire tutti, anche civili con un kalashnikov.
Un altro effetto delle bombe, previsto anche questo, è la sequela dei distinguo. Comincia la Lega Araba che, pur partecipando alla riunione di ieri di Parigi, oggi scopre di non aver votato proprio un bombardamento sulla città. Di cosa hanno discusso, allora? Hanno atteso che Amr Moussa, candidato presidente in Egitto e attuale segretario generale della Lega, andasse in bagno per votare? Non basta, arrivano anche gli scetticismi di Cina e Russia. Astenuti in Consiglio di Sicurezza e oggi scettici. Ma allora per quale motivo non hanno posto il veto quando si votava la risoluzione 1973?
Una risposta arriva dalla Turchia, da anni impegnata a ridisegnare il suo ruolo geopolitico, volto a diventare da uno stato satellite dell'Occidente un attore protagonista, ponte tra mondo islamico ed Europa. Il governo di Ankara, oggi, ha chiesto di rivedere le regole d'ingaggio.
Un bel problema, dopo soli due giorni di bombardamenti. Come se qualcuno si fosse illuso che una no fly zone sia un pranzo di gala. L'ammiraglio Mike Mullen, coordinatore del comando interforze Usa, annuncia oggi che i presupposti per l'imposizione della no fly zone sono stati già raggiunti. Finita, quindi? Evidentemente no, al punto che gli alleati sono un po' sorpresi. Come sono stati colti di sorpresa gli stessi statunitensi, bruciati sul tempo dal primo attacco francese.
Gheddafi minaccia e, intanto, gioca le carte da prestigiatore che lo hanno sempre caratterizzato. Annuncia fuoco e fiamme, ma mentre si nasconde proclama il cessate il fuoco unilaterale e chiede una riunione d'urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Puntando alle divisioni interne agli alleati, mettendoli in imbarazzo come sempre di fronte alla parola 'guerra' e sapendo che - come tutti gli interventi militari della guerra umanitaria - il diritto internazionale avrebbe moto da dire a riguardo.
Lo stesso presidente italiano Napolitano, oggi, ha dato il via al balletto delle definizioni imbarazzanti per non usare la parola 'guerra', come in un gioco di società. Il governo, nel dubbio, va alla guerra e i primi caccia bombardieri italiani muovono per prendere parte ai bombardamenti mentre un pezzo importante dell'esecutivo, la Lega Nord, rende la peggior immagine del provincialismo italiota preoccupandosi dei migranti e del suo elettorato.
Un natante italiano, intanto, è stato sequestrato da un gruppo di libici armati, dopo essere arrivati in Libia per un servizio di assistenza alle compagnie petrolifere. Nessuno sa dov'è, nessuno dove fa rotta e dove si dirige.
La sensazione è che la crisi non sarà di breve durata. La mancanza dell'opzione dell'attacco via terra rende i tempi lunghi. Anche annichilita la contraerea di Gheddafi e dei suoi mezzi d'assalto, la guerriglia sul terreno può durare mesi, pur sapendo che i ribelli - appena si saranno riorganizzati e magari verranno riarmati dagli alleati - proveranno a riprendere le posizioni perdute.
Christian Elia

Tratto da:    PeaceReporter

Italia - Comunicato dall'isola - Lampedusani e immigrati ridotti all’esasperazione dal governo italiano

LampedusaDall’Associazione culturale ASKAVUSA di Lampedusa
21 / 3 / 2011

In questi giorni a Lampedusa stiamo assistendo al più completo fallimento politico in materia di immigrazione di questo governo e alla manifestazione di uno stato di polizia che è vicino ad una dittatura militare. Quando cominciarono ad arrivare i primi ragazzi tunisini sulle coste della nostra isola, il governo invece di aprire il centro di primo soccorso e accoglienza pensò bene di fare alloggiare i migranti in strutture alberghiere, nel silenzio assoluto dell’amministrazione locale.
Quando addirittura in molti furono costretti a dormire in banchina al freddo, il ministro Maroni in tutta la sua "Cattiveria" non aprì il centro ed anche lì il silenzio delle istituzioni locali fu assordante. Quando migliaia di ragazzi tunisini furono costretti a vivere per le strade di Lampedusa, con tutta la solidarietà di noi isolani ma con nessun tipo di considerazione da parte del governo anche lì l’amministrazione locale non fu chiara. Anzi sembrò che il problema fossero i Tunisini per strada e non l’inadeguatezza delle azioni del ministro Maroni.
Quando il centro fu finalmente aperto, era ormai tardi , erano troppi i migranti sull’isola, e dunque non fu sufficiente, i ponti aerei avvenivano a singhiozzi, fino a scomparire del tutto. Ci dicono a proposito che non c’è spazio in Italia, invece su un isola di 22 km quadrati lo spazio si trova. Dopo migliaia di ragazzi tunisini per le strade, una convivenza all’inizio tranquilla, ma chi vive senza aver garantito il minimo dell’umanità è ovvio che sta male, e chi non ha più la propria vita , non per colpa dei tunisini, ma per colpa di una situazione divenuta insostenibile, situazioni igieniche precarie, barche ovunque nel porto, a fianco allo stadio locale.
Intanto chiedevamo trasferimenti più veloci, per garantire a noi e ai migranti una situazione dignitosa, ma niente, la risposta del governo, è assenza dal territorio ed imposizione delle proprie scelte con la forza.
Intanto noi lampedusani cadiamo sempre più nel nervosismo, tra visite di Borghezio e Le Pen, amici della senatrice leghista e vicesindaco dell’isola Angela Maraventano, da noi contestati e difesi dalle nostre forze dell’ordine. Ma poi difesi da cosa da qualche striscione che inneggiava alla fratellanza ? Certo questo è un crimine per il governo, bisogna avere paura degli "invasori". Tra queste visite, l’assenza del governo, l’assenza dell’amministrazione, apprendiamo che il piano del governo per l’immigrazione è fare una tendopoli a Lampedusa, questo scatena sentimenti profondi di rabbia di angoscia, di abbandono, e spingono molti di noi a occupare l’area marina protetta, e poi a fare un corteo che culminerà con l’azione di non fare attraccare la vedetta con a bordo i migranti nel porto , noi ci dissociamo da questa azione, perche crediamo che ancora il valore dell’umanità non può levarcelo nessuno, neanche un governo che vuole provocare questo, si perche la stagione turistica è compromessa, la nostra vita sull’isola è compromessa, ma la nostra umanità è la cosa più importante a cui possiamo aggrapparci ed è la cosa che non vogliamo compromettere, ma queste azioni sono dirette conseguenze di un disegno di questo governo che mira a questo: mettere i lampedusani contro i migranti, creare tensioni tra noi lampedusani, schiacciarci con la loro arroganza, quando si sa che trasferire quattromila persone per lo stato italiano dovrebbe essere semplicissimo, e se ci sono queste difficoltà, si dimettano subito perchè non si può lasciare sulle spalle di seimila persone un peso cosi grave.
Oggi poi siamo al culmine, ci siamo opposti al montaggio di una tendopoli sull’isola, facendo il blocco della nave, per molte ore, il sindaco viene a calmare gli animi e a mediare con il governo, mentre i poliziotti in assetto antisommossa sbarrano l’entrata del porto, come se i criminali fossimo noi e non questo governo, che sta commettendo crimini enormi sull’umanità, questo governo che ricatta seimila persone già allo stremo delle forze, non imbarcando il pescato dei pescatori, perchè i vigliacchi si comportano cosi, ricattano, mandano avanti le forze dell’ordine, che poi di quale ordine, in Italia non c’è più nessun tipo di ordine, abbiamo criminali al governo,incapaci e pericolosi, la Lega si fa la sua campagna elettorale sulla pelle dei lampedusani e dei migranti, VERGOGNA. Ora l’ultima è che ci faranno porto franco, basta che noi facciamo scendere le tende, questo ci dice il sindaco, il dramma è che qualcuno ancora ci crede.
In questo clima esasperato, dove l’unica presenza viva e che ha avuto un comportamento umano nei confronti della nostra comunità è il vescovo di Agrigento, dove le istituzioni si deteriorano sempre di più,dove i migranti sono tenuti come bestie,i lampedusani trattati come cittadini di seri c, dove la richiesta di collaborazione per l’accoglienza a tutta l’Italia e l’Europa cade inascoltata noi facciamo un appello a tutti coloro che non tollerano questo atteggiamento del governo nei confronti di Lampedusa e dei migranti, che liberati da una dittatura ne trovano nel paese di arrivo un’altra.
CHIEDIAMO di organizzare manifestazioni davanti al Parlamento Italiano , al Quirinale,alla Regione Sicilia, alla Provincia di Agrigento, e ovunque si possa far ascoltare il grido di due popoli che vivono lo stesso dramma che è il governo italiano.
Chiediamo inoltre le dimissioni del vicesindaco Angela Maraventano e del sindaco Bernardino De Rubeis, perchè li riteniamo anche colpevoli di questa situazione.

Associazione culturale ASKAVUSA di Lampedusa


Tratto da:   

No alla guerra - Luca Casarini sulla Libia


Trascrizione intervento
In questi momenti, in queste ore stiamo cercando di capire che significato dare alle parole.
Sulla questione della guerra in Libia la prima parola da pronunciare, a cui dobbiamo ridare un senso è l'essere “contro la guerra”.
Dobbiamo dire “no alla guerra”, sempre e comunque come dato storico , strutturale profondamente legato ad un sistema di gestione del mondo, delle relazione che ha immediatamente a che fare con la vita che ci è imposta in termini globali. La guerra non è un fatto episodico in questo mondo, è connaturata alla assenza di sovranità dei popoli, è connaturata ad un elemento autoritario di governance, è connaturata alle ingiustizie su cui questo mondo si regge.
Il “no alla guerra” è sempre e comunque, anche in questo caso della Libia.
Tutte le disquisizioni sul fatto che la “no fly zone” si fa in un maniera o nell'altra sono considerazioni che lascerei agli strateghi militari. E' abbastanza ridicolo mettersi noi a discutere se una “no fly zone è giusta se sta ad una certa altezza o è sbagliata se parte da terra”.
I fatti ci parlano di guerra, cioè un intervento militare dispiegato che ha le caratteristiche di una guerra.
Vicino al nostro “no alla guerra” dobbiamo anche saper dire che è tutto diverso rispetto alle guerre che abbiamo conosciuto.
Non è la guerra dell'Iraq, non è la guerra del Kossovo. Ci sono differenze profondissime non fosse altro che per il fatto che siamo in un mondo oggi completamente diverso dal punto di vista della crisi. Questo è il mondo della crisi strutturale delle dinamiche capitalistiche dove è messa in gioco qualsiasi ipotesi di ordini mondiali presistenti o prefigurati.
E' diversa dalla guerra in Iraq o Kossovo perchè anche l'elemento di polizia internazionale o d i guerra preventiva o di guerra umanitaria è giocato in maniera totalmente diversa a partire dal fatto, per esempio, che questa intervento non era pianificato.
Gheddafi chi era?
Gheddafi era l'uomo dell'occidente, ed in particolare dell'Italia, sia per quanto riguarda il controllo di un'area di grande produzione petrolifera sia per quanto riguarda, soprattutto, il controllo del Mediterraneo dal punto di vista del flusso dei migranti.
Il più grande alleato dell'Occidente che faceva da argine alla dinamica fondamentalista islamica, che costruiva nella tortura e nel terrore la possibilità di governare e contenere i flussi migratori, che costituiva una garanzia economica nel mercato europeo, fino al punto di fargli investire grandi quote di denaro nelle proprietà pubbliche dei vari paesi occidentali.
Ancora una volta come nel caso, in questo senso, di Saddam ci troviamo di fronte ad un elemento che era assolutamente funzionale in questo momento al meccanismo di controllo economico e politico di un'area da parte dell'Occidente.
A differenza di Saddam Hussein qui ci troviamo in una condizione in cui nessuno aveva intenzione di attaccare Gheddafi fino ad un mese fa.
La situazione che si è creata è stata prodotta, non dimentichiamolo, dalla grande rivolta popolare egiziana, tunisina che ha portato ad una rivolta popolare anche in Libia.
Una rivolta popolare legata anche a condizioni storiche precedenti e non solo al fatto che siamo in presenza di una dittatura feroce, quella del clan dei Gheddafi all'interno di un panorama libico contraddistinto da una presenza tribale precisa e storicamente determinata.
In ogni caso è questa rivolta che ha costituito le premesse per un intervento militare dell'occidente nei confronti della Libia come quello sta avvenendo.
Questo è un primo dato di differenza sostanziale con ciò che accadeva nelle guerre precedenti. Si dirà che questo è accaduto anche nella dimensione del Kossovo, ma è completamente diversa la situazione. Non si può parlare di similitudine perchè, ad esempio, se andiamo a vedere gli interessi specifici, questa guerra il governo italiano non la voleva fare. Non voleva assolutamente intervenire nella “protezione degli insorti di Bengasi” come non voleva intervenire per determinare con i mezzi militari, cioè con la guerra, un cambio della guardia nella realtà libica o la riapertura delle possibilità che dentro la Libia si determini uno scontro interno (tipo la Cirenaica che combatte contro la Tripolitania, dividendo il paese in due).
Questa riflessione è determinante: questa guerra, a cui ripeto noi dobbiamo dire di no, è piena delle contraddizioni di questa fase di crisi della dinamica capitalistica.
Ed è piena anche del modo assolutamente non prevedibile, imprevisto d'azione di un quadro di stati, che non sono nemmeno la Nato, che è diviso al suo interno per le modalità e gli interessi d'intervento.
Quelli che dicono che questa, naturalmente, è una guerra per il petrolio, io credo dimentichino che il petrolio c'era già. Il petrolio libico era garantito dalla Libia, in maniera assolutamente assicurata.
A parte la presenza dell'Eni e di tutti gli interessi economici dell'occidente, mi sembra evidente l'importanza dell'elemento della rivolta popolare, che non era scontata. La rivolta partita dall'Egitto ( ieri ci sono state milioni di persone che hanno votato per la riforma costituzionale e bisognerà vedere cosa succederà), dalla Tunisia (dove la situazione è in continua evoluzione) è un elemento importante che dimostra come l'imprevedibilità, ciò che accade determina i passaggi che vengono gestiti poi in una maniera o nell'altra.
Ed anche questi passaggi vengono gestiti in assenza di una piano strategico di lungo periodo.
Naturalmente dal nostro punto di vista ci dobbiamo opporre alla gestione in termini di guerra e non di soluzione politica, di meccanismi che allontanino gli spettri di una carneficina di civili, caratteristica delle guerre contemporanee.
Ma è anche evidente che dobbiamo dissezionare, capire che cosa sta accadendo per non imbatterci in facili soluzioni che non convincono più nessuno.
Dire che la guerra ha delle implicazioni diverse da come classicamente pensiamo è, per esempio, osservare cosa avviene nel governo italiano. Il governo italiano era riluttante rispetto alla guerra, come lo poteva essere Obama rispetto ad un intervento, mentre più decisa era la Clinton anche dentro gli Stati Uniti stessi .
Dire che il petrolio non c'entra niente è sbagliato perchè questa guerra avviene nel pieno della crisi nucleare e guarda caso i paesi più produttori di energia nucleare hanno interesse il più possibile a garantirsi le fonti petrolifere. Ma dire che è solo per questo o è legato solo a questo, significa tratteggiare una dimensione organizzata di imperialismo o neo-imperialismo, che io credo sia insufficiente, sia sbagliato.
Siamo in presenza anche del fatto che gli accadimenti vanno dall'alto al basso e si mescolano.
Si mescolano anche all'interno della crisi globale di governance, di un progetto “unitario” del mondo dal punto di vista capitalistico.
Si mescolano con la crisi nucleare.
Si mescolano con il problema dei flussi migratorio. Un problema sempre più grande per un'Europa che non vuole fare i conti con una realtà diseguale che spinge ad un meccanismo di esodo. Un Europa che finchè poteva spingere l'arrivo di migliaia di uomini e donne nel riassorbimento delle dinamiche del mercato del lavoro lo gestiva in una certa maniera ma che invece oggi è ancora più preoccupata vista la sua caratteristica di fortezza dei possibili arrivi.
Questi elementi sono presenti ed anche nuovi in un quadro di crisi.
Questa guerra illustra il fatto che c'è un'assenza di possibilità e di protagonismo della politica in Europa. La guerra è il segnale che l'unico mezzo politico che si conosce o che viene praticato facilmente dagli stati e dai governi è quello militare.
C'è un'assenza di progetto politico in Europa. Si vorrebbe costruire l'Europa solo a partire dagli strumenti che possono essere usati in termini concreti: uno è la guerra, l'altro è la dinamica monetaria. Ma anche su quest'ultimo aspetto vediamo come tutto scricchiola all'interno della crisi finanziaria. Siamo in presenza di un Europa che tenta di costruire se stessa solo attraverso la guerra a cui noi dobbiamo opporci costruendo un'Europa che parla di soluzioni politiche e di alternative a quello che stiamo producendo. Dico producendo perchè Gheddafi è un prodotto interamente occidentale. Gheddafi nasce come ci hanno spiegato gli storici dentro un meccanismo post-coloniale ma l'utilizzo di un dittatore sanguinario come lui è stato fatto, soprattutto, negli ultimi anni in una chiave che è quella degli interessi occidentali. Una chiave che ha a che fare, per esempio, con il grande ruolo di Finmeccanica all'interno del quadro libico. In questo momento i missili occidentali stanno bombardando postazioni militari interamente di marca Finmeccanica. Su questo ci sono reportage ben documentati. Questo per dire che non è tutto prodotto della Cia, che peraltro appartiene ad un paese che è in grande difficoltà sia interna che esterna dal punto di vista internazionale. Se si dice che tutto è un grande disegno della Cia bisognerebbe leggere i reportage da Bengasi per capire quale è la realtà sotto assedio, sotto i bombardamenti e dove la gente è insorta e vuole l'autonomia da Tripoli, vuole la possibilità di decidere per sé stessa. Tutto questo è accaduto, sta accadendo.
Tutto questo apre dei grandi interrogativi perchè come abbiamo detto anche nei nostri appelli precedenti siamo contro i dittatori che sparano sulla folla che vuole democrazia come succede in Yemen, come succedeva in Egitto, in Tunisia, in Libia ma siamo anche contro la guerra come unica soluzione per creare la democrazia, perchè diventa ovviamente un'altra cosa.
E' evidente che dentro questo meccanismo c'entra il petrolio, la crisi nucleare ..
Quando è la guerra a decidere c'entra dentro tutto quello che noi conosciamo.
Dobbiamo costruire la nostra risposta in maniera diversa, sapendo che il quadro è completamente diverso da quello che abbiamo conosciuto fino ad adesso.
Le cose succedono e cambiano giorno per giorno.
Lo dimostra anche la questione nucleare. Chi mai avrebbe detto quindici giorni fa, che saremmo stati di fronte alla più grande crisi nucleare mai conosciuta anche dal punto di vista delle scelte strategiche dei piani energetici?
Stiamo parlando di un elemento imprevisto che però accade e non stiamo parlando degli tsunami. Dentro questa crisi qualsiasi cosa accade può determinare un cambiamento rapidissimo e un sommovimento enorme. In assenza di una dinamica strutturale di tenuta può succedere di tutto. Come può succedere di tutto in questo momento nella dimensione libica. Adesso mentre sto parlando dicono che si sono fermati i bombardamenti e potrebbe succedere che si apra una soluzione o che, avendo di fronte un pazzo sanguinario instabile, si apra l'ecatombe.
Questo nostro “no alla guerra” è storicamente determinato, perchè sappiamo che la guerra non può essere altro che una risposta data da un mondo sbagliato ai suoi problemi e che non può aprire prospettive positive.
Ma qual'è il nostro “no alla guerra”, che cosa possiamo declinare immediatamente, che cosa possiamo fare?
Dobbiamo stare qui una volta detto “no alla guerra” ad intervenire su quali sono le strategie militari migliori fatte dagli stati? Dobbiamo stare qui a vedere che cosa significa tecnicamente dire guerra o appoggio in difesa di una città? O dobbiamo preoccuparci di quale è il nostro ruolo, di quello che manca?
Questa guerra è stata fatta anche perchè nell'opinione pubblica non c'è possibilità di dare un'appoggio a un dittatore come Gheddafi . Ma quello che manca è che non si parla dell'elemento che è stato preso in ostaggio. E' stato preso in ostaggio il corpo e le vite di migliaia e migliaia di profughi di guerra che vengono dalla Tunisia, dal Maghreb e che vengono e verranno dalla Libia. Vengono presi in ostaggio da una dimensione che è quella di Lampedusa e poi dei campi di concentramento come quello di Mineo.
Credo che questo elemento dell'asilo politico europeo sia il nostro “no alla guerra”.
Sul piano concreto dobbiamo, anche a partire dalla prossima assemblea del 25 a Roma sullo sciopero, creare una sinergia immediata di riflessione perchè lo sciopero significa costruire un opposizione sociale per i diritti per la democrazia in questo paese che deve confrontarsi con quello che sta succedendo in Libia ed anche in Giappone. Sono cose correlate e bisogna costruire un'articolazione, un discorso .
Dentro questo quadro il nostro “no alla guerra” non può che declinarsi con il fatto che dobbiamo costruire azioni di massa di disobbedienza sociale e di azione concreta per tirare fuori i profughi e i richiedenti asilo da posti chiusi, per consentire loro di andare in Europa, dove vogliono.
Io credo che questo, come è stato fatto in termini di indicazione anche al Cie di Bologna , sia oggi l'indicazione del “no alla guerra”.
Non c'è bisogno di manifestazioni che difendano l'esistente in Libia o fare manifestazioni per dire “no alla guerra” senza dare risposte a chi si trova a Bengasi.
Io credo che oggi quello che possiamo fare e che restringe lo spazio della guerra, affermando una democrazia concreta, sia l'allargamento dell'asilo politico. Dobbiamo andare in Sicilia, fare una grande manifestazione a Mineo per tirare fuori la gente, portarla in Francia, in Germania.
Azioni che puntino a violare le frontiere.
Dobbiamo forzare l'elemento dell'asilo politico europeo rispetto a quello che accade in Egitto, in Libia, in Yemen.
Il quadro in cui ci muoviamo è quello della crisi che produce eventi imprevedibili.
Pensiamo anche al Giappone. Tsunami ne accadevano anche nel passato, ma non c'era il nucleare.. ma questo non è l'imprevisto. L'imprevisto è che non c'è una risposta possibile. Non è possibile riassorbire gli effetti in un piano strutturale di tenuta. Oggi si può mettere in discussione il nucleare ovunque, come dimostra il cambiamento repentino delle posizioni non solo europee ma anche del governo italiano o di personaggi come Veronesi.
Tutto questo ci fa dire che gli scenari sono aperti e possono essere agiti dal basso, come è successo nel Maghreb.
Siamo passati dai baciamano ai bombardamenti a Gheddafi. Ma questo perchè c'è stata la rivolta, se la popolazione libica non si ribellava non c'era il problema della guerra a Gheddafi, che era comprabile, comprato e funzionale. Quello che sta succedendo anche in Italia va poi letto anche con le dinamiche interne delle scontro contro Berlusconi se no come si spiega l'accanimento della sinistra contro Gheddafi che peraltro aveva buone relazioni anche sotto il governo Prodi? Gheddafi era un dittatore anche prima, quando è stato contestato alla Sapienza e quando già era utile per fermare i migranti.
Dobbiamo declinare il nostro “no alla guerra” in una forma matura, adeguata al momento.
“No alla guerra” significa porsi il problema della produzioni di armi in questo nostro paese. Un tema che riguarda anche migliaia di operai che ci lavorano dentro.
Dobbiamo cogliere il problema del nucleare anche per costruire una pratica per l'alterativa energetica. Non possiamo semplicemente affidarci ad una catastrofe, dobbiamo rovesciare la Shock Economy per dire che è ora di praticare un alternativa energetica. Il che vuol dire appoggiare i lavoratori dei settori della produzione alternativa di energia contro i tagli degli incentivi.
Dobbiamo noi stessi diventare produttori di energia all'interno dei nostri spazi occupati e liberati.
Oltre che vincere la battaglia contro il nucleare, dobbiamo già praticare l'alternativa al petrolio oltre che la messa in mora del nucleare.
In questo quadro anche il “no alla guerra” come dicevo deve porsi il problema dei profughi,.
Faccio un appello a tutti quelli che stanno dicendo “no alla guerra” per discutere come attaccare dal punto di vista civile i campi di concentramento e forzare le frontiere europee. Sono migliaia di persone che non possono essere trattate come un incidente di percorso da contenere.

Palestina - Il 15 marzo sarà la giornata della riconciliazione

I giovani palestinesi non sono insensibili al profumo di gelsomini che arriva dai paesi arabi in rivolta. Mentre negli altri paesi la mobilitazione è cominciata con i giorni della collera, in Palestina i giovani affidano la speranza di portare in piazza pacificamente la popolazione alla giornata della riconciliazione. La divisione tra il governo di Gaza gestito da Hamas e quello cisgiordano và avanti da ormai 4 anni, paralizzando ogni aspetto della vita istituzionale e delegittimando tutte le parti nel momento di trattare con la controparte israeliana. Una situazione inaccettabile agli occhi dei palestinesi. Mentre i giovani Tunisini, Yemeniti. Egiziani, nel Baherin sfilavano al motto “al shaab iurid isqat al nizam” (il popolo vuole la fine del regime), il 15 marzo i palestinesi di Cisgiordania, Gaza e quelli della diaspora andranno sotto agli edifici istituzionali e le rappresentanze diplomatiche palestinesi con lo slogan “al shaab yurid inhaa al inqisam”  (il popolo vuole la fine delle divisioni). Noi abbiamo raggiunto telefonicamente Assad Saftawy, un giovane attivista di Gaza tra i promotori della giornata della riconciliazione:

Honduras - Dichiarazione dei popoli della terra e del mare



DICHIARAZIONE DEI POPOLI DELLA TERRA E DEL MARE
"MARTIRI DI SAN JUAN"
Noi uomini e donne dei popoli indigeni e neri dell’Honduras: Pech, Tawahka, Chorti, Tolupanes, Lencas, Miskitu, Creoles e Garínagu, provenienti dalla terra e dal mare, autoconvocati nella comunità di San Juan Durugubuti, Tela, Atlantida, nei giorni 20, 21, 22, 23 e 24 febbraio 2011, per unire i nostri pensieri, sentimenti, parole ed insediare la nostra assemblea plurinazionale costituente e multiculturale, emaniamo la seguente dichiarazione:

Oman - Sei morti nelle proteste contro il sultanato

Non si fermano le proteste nel sultanato dell'Oman per chiedere riforme democratiche.




Almeno duemila persone sono scese in piazza per la seconda volta in pochi giorni nella città portuale di Sohar. I manifestanti hanno incediato alcuni uffici del ministero del Lavoro e una sede della polizia. Secondo alcune fonti i morti sarebbero sei. Mentre le autorità sostengono ci sia solo una vittima.

Parte della penisola arabica, in Oman le proteste sono rare. Nel paese vige il potere assoluto del sultano, solido alleato nella regione degli Stati Uniti.