giovedì 27 settembre 2012

Messico - Gli zapatisti non sono soli!


Mobilitazione internazionale in solidarietà alle basi di appoggio zapatiste


A seguito degli episodi di violenza denunciati negli ultimi mesi dalle Giunte del Buon Governo zapatiste, con gli attacchi a comunità autonome da parte di paramilitari, come nel caso del gruppo Paz y Justicia nella zona di Roberto Barrios, o il gruppo ORCAO nella zona di Morelia, la Rete contro la repressione e per la solidarietà dell'Altra Campagna lancia una mobilitaizone internazionale, in solidarietà alle basi di appoggio zapatiste sotto attacco, e in sostegno all'autonomia zapatista.
Di seguito il testo dell'appello:
GLI ZAPATISTI NON SONO SOLI!
TUTTI E TUTTE A PARTECIPARE ALLA GIORNATA NAZIONALE E INTERNAZIONALE DI SOLIDARIETA' CON LE BASI D'APPOGGIO ZAPATISTE
IL 30 DI SETTEMBRE, AZIONI DISLOCATE.
Nell'ultimo mese le basi d'appoggio dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale hanno denunciato attacchi al loro processo di autonomia. Gruppi paramilitari come la ORCAO e Paz y Justicia hanno intensificato i loro attacchi, i quali vanno oltre le minacce e invasioni del territorio zapatista; nell'ultimo mese ci sono stati attacchi diretti con armi da fuoco.

Nella comunità Comandante Abel, appartenente alla Zona Nord, del Caracol V (Roberto Barrios), la situazione diventa ogni giorno più critica. Come conseguenza di questi episodi ci sono già sfollati e desaparecidos; nei terreni invasi, gli aggressori hanno cominciato a costruire le loro case.

La Giunta del Buon Governo della Zona Nord e la comunità Comandante Abel
hanno cercato, in altre occasioni, per mezzo del dialogo e l'accordo, di trovare una soluzione politica e pacifica a questi conflitti; la risposta del mal governo è stata una serie di provocazioni.
Si tratta di una guerra di controinsurgenza contro le comunità che si rifiutano di accettare le elemosine del mal governo, e che costruiscono dignitosamente e in maniera autonoma le proprie scuole, cliniche, lavori e forme di governo, che resistono contro il capitalismo e ricreano quotidianamente una cultura rispettosa dell'essere umano e la natura.

E' una strategia dello stato per cercare di impedire che il progetto politico, economico e sociale delle comunità zapatiste si consolidi e cresca; esse hanno dimostrato che è possibile organizzarsi, governarsi e produrre autonomamente, senza aver bisogno di partiti politici, imprenditori o governi corrotti, che è possibile costruire un mondo dove il popolo comandi, nel quale non ci siano più i quattro pilastri del capitalismo: spoliazione, sfruttamento, disprezzo e repressione.
E' possibile, cioè, organizzarsi in basso a sinistra, per produrre quello di cui la gente necessita, per fare in modo che il lavoro, l'educazione, l'alimentazione, l'abitazione, la salute, l'indipendenza, la libertà, la democrazia, la giustizia, siano per tutti.

Nelle comunità zapatiste si costruisce da alcuni anni, poco a poco, passo dopo passo, questo mondo molto diverso, ed ognuna di queste necessità hanno cominciato ad essere possibili per tutti. La guerra controinsurgente cerca di impedirlo.
Facciamo appello alle persone, collettivi e organizzazioni in basso a sinistra a vigilare su questa situazione e a solidarizzare rispondendo all'appello per il sostegno economico.

Per quanto detto, all'interno della campagna “Mille rabbie, un solo Cuore. Viva le Comunità Zapatiste!” convochiamo tutti i nostri compagni e compagne dell'Altra Campagna, della Zezta Internazcional, in particolare quelli che fanno parte della Rete Contro la Repressione e per la Solidarietà perchè, secondo le proprie forme ed i propri modi, ci mobilitiamo questo 30 settembre nei nostri luoghi per chiedere la cessazione degli attacchi alle Basi d'appoggio zapatiste e per il rispetto delle loro Autonomie.

CHE SI ASCOLTI FORTE:
GLI ZAPATISTI NON SONO SOLI!
Fraternamente.
Contro la spoliazione e la repressione, la Solidarietà!
Collettivi, Organizzazioni ed Aderenti all'Altra Campagna
Rete Contro la Repressione e per la Solidarietà (RvsR)
Leggi l'appello completo su Enlace Zapatista

lunedì 24 settembre 2012

Desinformémonos del lunedì

Reporte Especial  desde Chiapas
Espacio de Lucha Contra el Olvido y la Represión, de la Red contra la Represión y por la Solidaridad Chiapas.
Fotos: Caravana de Solidaridad y Documentación a Comandante Abel

Caravana de Solidaridad y Documentación a Comandante Abel

Reportajes México
Arthur Lorot
Oscar Alzaga
Arthur Lorot
Krizna/ Taller de periodismo Aquiles Baeza.

Reportajes Internacional
Manuel Rozental
Spensy Pimentel
Traducción: César Ortega/Cooperativa Correcaminos
Fotos de Aty Guasu
María M. Delgado
Sergio Adrián Castro Bibriesca
Julio Enrique Cortés
Sara Porras

Los Nadies
Testimonio recogido en California, Estados Unidos por David Bacon
Traducción: Sofía Sánchez
Fotoreportaje
Fotos: Timo y COMPPA
Texto: COMPPA
Música: Garifuna, “Umalali Mérua”
Producción: Desinformémonos
Video
Realización: Andalusia Knoll

domenica 23 settembre 2012

Messico - Attacchi dei paramilitari alle comunità zapatiste

di Gloria Muñoz Ramírez
Il recente attacco armato contro la comunità Comandante Abel, formata da basi di appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) nella zona nord del Chiapas, è parte della ripresa flagrante del gruppo paramilitare Paz y Justicia, sostenuto dal 1995 dai governi di turno, tanto statali come federali, quando fu riconfigurata la mappa della militarizzazione e paramilitarizzazione dello stato, allo scopo di annichilire la resistenza e l’autonomia dei popoli zapatisti.
È importante segnalare che frange importanti di questo gruppo, nato con la copertura, finanziamenti e addestramento del PRI, dell’esercito e dei governi, e che ha cambiato nome o inventato nuove sigle per la sua visibilità, fanno ora parte del Partito Verde Ecologista che fa parte dell’alleanza politica con la quale assumerà il potere il prossimo governatore, Manuel Velasco Coello.
Nonostante le numerose prove della violenza estrema perpetrata da Paz y Justicia, questo gruppo è sempre esistito ed i suoi membri non sono mai stati disarmati, benché alcuni dei suoi leader abbiano varcato i cancelli della prigione agli inizi dello scorso decennio (e non come paramilitari, ma per reati comuni).
Paz y Justicia è nato nella zona nord del Chiapas, nella regione ch’ol, e tra il 1995 ed il 2000, secondo un rapporto del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba), la sua attività violenta, appoggiata dall’esercito e dalla polizia, ha provocato migliaia di profughi e decine di desaparecidos, torturati e giustiziati.
Presente nei municipi di Tila, Tumbalá, Sabanilla, Yajalón e Salto de Agua, Paz y Justicia per qualche anno ha mantenuto un relativo basso profilo, ma non è mai stato disattivato. In questo contesto si iscrivono le aggressioni alla comunità zapatista di San Patricio, fondata nel 1995 dentro il municipio autonomo La Dignidad, caracol di Roberto Barrios, su terre recuperate con la sollevazione del 1994.
A causa delle costanti aggressioni, la resistenza zapatista, nel maggio scorso, ha trasferito le basi di appoggio in un’altra proprietà vicina, chiamando il nuovo villaggio Comandante Abel, e la persecuzione armata di Paz y Justicia è arrivata anche lì.
Considerando che si continua a resistere e parallelamente si sta costruendo uno spazio di dignità e ribelle da parte delle basi di appoggio zapatiste, si è aperta una campagna di raccolta di cibo e fondi a San Cristóbal de las Casas. Le persone o le organizzazioni che vivono in altre geografie e vogliono dare il proprio aiuto possono scrivere alla casella di posta elettronica: elcor.chiapas@gmail.com.


(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

venerdì 21 settembre 2012

Palestina - Ergastolo per gli assassini di Vik


Carcere a vita e lavori forzati ai due esecutori, 10 anni all'ex amico del pacifista
Giustizia è fatta, commenterà qualcuno. Che amarezza però. Ci sarebbe più di un motivo per essere soddisfatti. Gli imputati sono stati condannati per il delitto che avevano confessato eppure la tristezza è tanta in queste ore. Nessuna condanna potrà ridarci Vik. Neppure quella severa inflitta ieri dalla corte militare di Gaza city ai quattro giovani palestinesi accusati del sequestro e dell'omicidio del giovane attivista e giornalista che, come nessuno nella sinistra italiana di questi ultimi anni, aveva saputo attirare tanta attenzione verso la causa dei palestinesi di Gaza. Il pensiero corre in queste ore alla madre e alla sorella di Vittorio. Come hanno accolto la sentenza, ci chiediamo. Due donne che con fermezza e dignità, nel rispetto degli ideali di Vik, si erano subito espresse contro la condanna a morte degli assassini. «Vogliamo giustizia» non vendetta scrissero in una lettera inviata ai famigliari degli imputati che imploravano clemenza.
I giudici ieri hanno inflitto il carcere a vita e un periodo di lavori forzati a Mahmud Salfiti e Tamer Hasasna, due esecutori materiali del sequestro ideato assieme al giordano Abdel Rahman Breizat e al palestinese Bilal Omari, entrambi rimasti uccisi in un conflitto a fuoco con la polizia di Hamas. Ad un anno di carcere è stato condannato Amr al Ghoula, il fiancheggiatore che aiutò tre membri del gruppo a nascondersi dopo l'assassinio. Al Ghoula è già a piede libero da mesi.
Dieci anni di prigione dovrà scontare Khader Jiram, vigile del fuoco e amico di Vittorio Arrigoni, accusato di aver fornito informazioni decisive ai killer sui movimenti dell'italiano a Gaza. Questa condanna se da un lato può apparire adeguata al reato commesso da Jram - che non ha preso parte diretta al rapimento e all'assassinio - dall'altro provoca tanta rabbia. Jram a ben guardare è il più colpevole di tutti perché conosceva Vik che lo aveva anche citato in uno dei suoi racconti, dopo un attacco aereo alla stazione dei vigili del fuoco sul lungomare di Gaza city. Jram avrebbe dovuto respingere la richiesta di Hasasna di «tenere d'occhio» l'italiano per capirne i movimenti e le abitudini. Si prestò invece all'organizzazione di un crimine contro un attivista impegnato a diffondere le ragioni dei palestinesi sotto occupazione, che quotidianamente andava nei campi coltivati della «zona cuscinetto» per proteggere, con la sua sola presenza, i contadini dagli spari israeliani. Un giovane coraggioso che aveva passato mesi assieme ai pescatori di Gaza tenuti sotto tiro dalla Marina militare israeliana. Durante l'interrogatorio Jram spiegò agli investigatori di aver accettato di seguire i movimenti di Vittorio «perché non poteva respingere l'insistenza di Hasasna». E per quella insistenza ha tradito e fatto uccidere un amico. Certo anche Bilal Omari, che pure conosceva Vittorio, merita disprezzo ma lui ha pagato con la vita il crimine che ha commesso.
Vittorio fu rapito da una cellula del gruppo qaedista Tawhid wal Jihad, rivale di Hamas, la sera del 13 aprile 2011. Abdel Rahman Breizat, il capo della cellula, sperava di convincere il governo di Hamas a rilasciare un leader salafita, Hisham al-Saidni, un teorico del salafismo jihadista arrestato a Gaza qualche settimana prima. Vik fu mostrato il giorno successivo bendato e gravemente ferito alla testa in un video postato in internet dai sequestratori. Nelle ore successive la polizia fu in grado di inviduare la casa dove l'italiano veniva tenuto ostaggio ma prima che le forze speciali di Hamas facessero irruzione nell'appartamento a nord di Gaza, i rapitori uccisero Vittorio, peraltro ben prima dello scadere dell'ultimatum fissato per il rilascio di Saidni. Hasasna e Jmar furono arrestati subito. Breizat, Omari e Salfiti provano a fuggire ma furono individuati in un appartamento di Nusseirat dalla polizia. Dopo un lungo assedio Breizat e Omari morirono in uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza dai contorni mai chiariti del tutto. Salfiti, rimasto ferito ad una gamba, fu arrestato e incarcerato. Saidni è stato recentemente liberato senza imputazioni dopo essersi impegnato a non disturbare l'ordine pubblico, ha annunciato Hamas. Il gruppo Tawhid wal Jihad non ha ancora commentato la sentenza.
La severa condanna per due dei quattro imputati ha parzialmente legittimato le autorità giudiziare di Gaza, dopo un processo zoppicante, segnato da udienze brevissime e da rinvii inattesi e dall'assenza di un vero dibattimento. Forse Hamas ha voluto dare un segnale all'Italia e ai tanti amici e compagni di Vik che chiedevano giustizia. Questa sentenza però chiude solo una parte della vicenda. Troppi interrogativi rimangono senza una risposta. I rapitori hanno agito per conto di un regista esterno? Avevano deciso di eliminare in ogni caso Vittorio? Sono gli unici colpevoli? A noi resta una sola certezza: la scomparsa di un giovane che amava Gaza - non Hamas come ha affermato ieri un giornalista italiano -, che credeva nella giustizia, nella legalità, dei diritti di tutti i popoli. Nel rispetto della dignità dell'uomo. «Restiamo Umani» ci diceva sempre. Sì, Vik, resteremo umani, anche grazie a te.

martedì 18 settembre 2012

Desinformémonos del lunedì


Reportajes México
GLORIA MUÑOZ RAMÍREZ
FOTOGRAFÍA: PROMETEO LUCERO

FRANCISCO LÓPEZ BÁRCENAS, EDGAR MENDOZA Y JAIME GARCÍA
EDGAR MENDOZA GARCÍA
JAIME GARCÍA LEYVA

MARCELA SALAS CASSANI

ENTREVISTA DE ADAZAHIRA CHÁVEZ

Reportajes Internacional
AUGUSTO ALCALDE

ALEXANDRE BEAUDOIN DUQUETTE

LAURA CARLSEN

COMPPA

LOLA SEPÚLVEDA

AMIG@S DE MUMIA DE MÉXICO

HOWARD RYAN
TRADUCCIÓN: PAULINA SANTIBÁÑEZ


Los Nadies
TESTIMONIO RECOGIDO POR SERGIO ADRIÁN CASTRO BIBRIESCA EN LA CIUDAD DE MÉXICO

Imagina en Resistencia
SERGIO CASTRO BIBRIESCA 

Fotoreportaje
FOTOS: COORDINADORA DE LA OTRA DE CHALCO
TEXTO: DESINFORMÉMONOS
MÚSICA: TO CUIC LIBRE COW “GRITO PROGRESO”
PRODUCCIÓN: DESINFORMÉMONOS

Video
SAMIRA MAKHMALBAF

Audio
COMPPA

giovedì 13 settembre 2012

Libia - Ombre sull'attacco di Bengasi


di Luca Salerno
Una fonte anonima dell'intelligence USA ha definito l'attacco "troppo cordinato e professionale per essere spontaneo". Funzionari americani ed europei ha dichiarato che mentre molti dettagli circa l'attacco sono tutt'ora poco chiari, gli assalitori sembravano organizzati, ben addestrati e pesantemente armati, e sembravano avere almeno un certo livello di pianificazione anticipata. I funzionari hanno detto che vi erano indicazioni che i membri di una fazione militante che si fa chiamare Ansar al Sharia - Sostenitori della Legge Islamica - sono state coinvolti nell'organizzazione l'attacco al Consolato degli Stati Uniti. "È raro che un RPG7 (un'arma portatile anticarro, ndr) sia presente in una protesta pacifica" hanno affermato fonti ufficiali americani. Ma i funzionari ritengono che sia troppo presto per dire se l'attacco fosse collegato all'anniversario dell'attacco alle Twin Towers, anche se questa ricostruzione sembra non convincere gli esperti.

martedì 11 settembre 2012

Medio Oriente - Lavoro e sfruttamento nel Golfo


I lavoratori stranieri costituiscono nel Golfo la maggioranza della popolazione. Nelle terre dei petrodollari i loro diritti negati li portano, a volte, alla morte. 

di Giorgia Grifoni

A morire di lavoro in Medio Oriente, soprattutto nei paesi del Golfo, si fa presto. Sono storie già sentite e raccontate: narrano di colf filippine picchiate per aver chiesto la debita paga, di cameriere etiopi suicide per le troppe umiliazioni subite, di collaboratrici domestiche immediatamente espatriate perché sospettate di essere uomini. Ma la vicenda accaduta la scorsa primavera a Doha, capitale del Qatar, è una novità: un'agenzia di collocamento ha pubblicato un annuncio in cui si richiedeva una colf di origine qatariota, come riporta Globalist, e si è scatenato il finimondo. Accuse di oltraggio, di attentato alla dignità della persona, appelli di professori, editorialisti e persino di una candidata alle elezioni politiche perché venga avviata un'inchiesta sull'accaduto. L'annuncio, spiegano, va contro i valori e le tradizioni del Qatar. "Se mai una donna dovesse rispondere all'inserzione - ha dichiarato Abdul Aziz al-Mulla, professore nel piccolo emirato - dovremmo indagare sulle ragioni che l'hanno spinta a farlo e darle tutto il supporto finanziario di cui ha bisogno".

Cittadini di serie A.
Che nella penisola arabica, come in altre parti del Medio Oriente, ci fossero cittadini di serie a e di serie b non era un mistero. A quella spicciolata di nativi degli Emirati Arabi, del Qatar, del Bahrain e dell'Arabia Saudita spettano condizioni di vita a dir poco principesche. Dalla scoperta del petrolio e del gas nella prima metà del secolo scorso, queste distese di sabbia si sono trasformate in moderni paradisi capitalisti: non a caso, secondo la rivista Forbes, in testa c'è il piccolo Qatar, che con il suo Pil pro capite di 88.000 dollari è il paese più ricco del mondo. Al sesto posto, con 47.500 dollari, troviamo gli Emirati Arabi Uniti, mentre il Kuwait si ferma al dodicesimo gradino.

Il Golfo e la crisi.
Una situazione che non risente della crisi economica che ha colpito il mondo occidentale, anzi: secondo le stime di Les Cahiers, trimestrale d'informazione di Fashion Marketing, nel 2011 il Pil del Qatar è cresciuto del 20%, quello dell'Arabia Saudita del 7,5%, in Kuwait del 5,3% e negli Emirati del 3,3%. Un successo dovuto essenzialmente all'iniziativa privata, veicolo della famiglia reale e figlia di una classe media che cinquant'anni fa, tra tribù e sceicchi, ancora non esisteva. Parte del merito va anche ai mercati internazionali, che hanno visto enormi quantità di finanziamenti provenire dagli emirati del Golfo. Con le rivoluzioni arabe alle porte e - in alcuni Paesi - anche in casa, l'iniziativa privata sembra destinata a ridimensionarsi, almeno in primo momento, per favorire l'impiego pubblico e placare qualsiasi forma covata di malcontento. Così, nei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo verranno creati due milioni di posti di lavoro nel settore pubblico, che vanno ad aggiungersi ai circa 7 milioni creati tra il 2000 e il 2010.

Honduras - Le città private


Nel tempo in cui la crisi sembra giustificare ogni forzatura, si arriva adirittura ad andare oltre le privatizzazioni ed ha immaginare la nascita di città private.
E' il progetto di cui si sta parlando in uno dei paesi più poveri dell'America centrale: l'Honduras. Quella che viene definita la "prima metropoli modello" dovrebbe sorgere grazie all'accordo tra il governo honduregno e la Mkg, una società immobiliare nordamericana.
Di fronte all'accordo un gruppo di giuristi hanno chiesto che la Corte suprema bocci il progetto. Il pronunciamento è atteso a giorni.
La città avrà proprie leggi, una propria polizia ed una propria giustizia. Come al solito la promessa è quella di nuovi posti di lavoro e cioè 5000 posti diretti e 15.000 indiretti per la costruzione.
Chi ha proposto il ricorso alla Corte suprema punta a mettere sotto accusa la legge quadro costituzionale che è servita da riferimento per questa operazione che va oltre la privatizzazione di una parte di territorio e mette in discussione il controllo statale su materie che dovrebbero essere di sua competenza.
A favore del progetto, che dopo la costruzione della prima città-private, ne prevede altre due, sono anche i coreani che hanno già reso noto di voler investire nel progetto.

Egitto - La Rivoluzione è viva.

Intervista al collettivo hip hop alessandrino Revolution Records

L'autore dell'intervista è Lorenzo Fe autore di "In ogni strada. Voci di rivoluzione dal Cairo."
L'Egitto post-rivoluzionario è stretto nel braccio di ferro tra il Consiglio Supremo delle Forze Armate (Scaf) e il movimento islamista moderato dei Fratelli Musulmani (Fm), che è riuscito a ritagliarsi sostanziali spazi di autonomia all'interno dello stato. Tramite questo conflittuale matrimonio di convenienza, l'Egitto sembra aver evitato l'Algeria, ovvero una sanguinosa guerra civile tra militari e islamisti, per avviarsi verso la Turchia, cioè un regime semi-democratico con forti tratti autoritari in cui la destra conservatrice scende a compromessi con il potere extra-elettorale delle gerarchie militari.
Il vero sconfitto della transizione è la gioventù rivoluzionaria, in particolare le sue componenti liberali o di sinistra, represse dall'intesa tra esercito e islamisti configuratasi nei mesi immediatamente successivi alle dimissioni di Mubarak. Non resta che chiedersi come, dati gli attuali rapporti di forza, la gioventù rivoluzionaria possa mantenere ed espandere gli spazi di libertà finora conquistati. Ne parliamo con Revolution Records, il collettivo di produttori e MC hip hop raccolti attorno all'omonima etichetta, esponenti di spicco del rap politico egiziano, noti soprattutto per il loro singolo Kazeboon [Bugiardi], in cui denunciano le stragi di stato perpetrate dall'esercito ai danni del movimento rivoluzionario. Hanno partecipato all'intervista Ahmed Rock, TeMraz, Czar e Rooney.
Domanda: Come vi siete avvicinati alla cultura hip hop?
Revolution Records: Eravamo semplicemente dei ragazzi appassionati di musica, all'inizio ascoltavamo pop arabo, non c'era altro a portata d'orecchio. Ma non sopportavamo che l'unico tema fossero le storie d'amore, così ci avvicinammo alla musica straniera, e arrivammo all'hip hop. Era un genere sconosciuto in Egitto, ma parlava delle lotte della vita vera, ci innamorammo del suo realismo.
D: Come nasce Revolution Records?
RR: Nel 2001 Ahmed Rock e TeMraz si incontrarono alle superiori e cominciarono a rappare. Registrarono il primo pezzo solo nel 2005 e da lì nacque l'idea di formare un collettivo di MC e produttori ribelli nell'anima. L'etichetta esordì ufficialmente nel 2006, tutto autoprodotto. Parlavamo già di politica, ma dopo la rivoluzione la libertà d'espressione è aumentata significativamente e noi abbiamo potuto urlare più forte. Ora i nostri pezzi sono in TV e siamo in grado di fare arrivare il nostro messaggio a testate locali e internazionali.

D: Come esprimevate la vostra opposizione al regime prima della rivolta del 25 Gennaio 2011?
RR: Cercavamo di motivare la gente, e di diffondere un pensiero e uno stile di vita rivoluzionari. Come molti altri egiziani, consideravamo inaccettabile il regime di Mubarak. Dovevamo alzare la testa contro l'oppressione e le canzoni erano il nostro canale per farlo, per esempio Waqt Al Thawrageya [Il tempo dei ribelli] e Mamnu' men El taghyeer [Proibito cambiare]. Ma non era facile fare delle critiche esplicite e dirette, saremmo stati arrestati.

D: Cosa avete fatto tra il 25 Gennaio e il giorno delle dimissioni di Mubarak?
RR: Siamo stati nelle piazze e nelle strade dal primo giorno della rivoluzione, come tutta la gioventù in lotta del paese. Sentimmo che il tempo delle canzoni era finito, era ora di passare ai fatti.

D: Come giudicate la condotta di Scaf e Fm dopo le dimissioni di Mubarak?
RR: Lo Scaf ovviamente ha tentato di uccidere la rivoluzione e di proteggere i simboli del vecchio regime fin dall'inizio. Dopo Mubarak, i vari gruppi politici, e gli egiziani in generale, hanno cominciato a dividersi sulla direzione da prendere e ci sono state varie campagne diffamatorie intestine. Questo ha contribuito alla vittoria degli islamisti alle parlamentari e alle presidenziali. Gli islamisti hanno tradito la vera anima della rivoluzione, portando avanti una politica del compromesso estremo. Hanno indebolito la volontà di lottare della gente e la loro vittoria è stata una profonda ferita allo spirito della rivoluzione.

D: Il ballottaggio delle presidenziali ha visto Morsy, candidato Fm, contro Shafik, di fatto l'uomo dei militari. Ne è risultato un forte dibattito interno alla gioventù rivoluzionaria per decidere se sostenere il male minore dei Fm o opporsi indiscriminatamente a islamisti tanto quanto a esercito. Quali sono le vostre posizioni?
RR: La questione era inevitabile e decisiva, e ha creato innumerevoli divisioni interne. Gli uni sostenevano il boicottaggio delle elezioni come l'unico modo per continuare la rivoluzione, perché essendo state organizzate e influenzate dall'esercito ne sancivano la posizione dominante e perché i Fm si erano dimostrati una forza contro-rivoluzionaria. Gli altri erano a favore dell'appoggio a Morsy, perché i Fm si erano comunque schierati dalla parte dei ribelli prima delle dimissioni di Mubarak e perché la vittoria di un candidato del vecchio regime sarebbe stata la fine più rovinosa per la rivoluzione. Nemmeno noi abbiamo potuto mantenere una posizione unitaria, alcuni della RR hanno boicottato, altri hanno votato.

D: Come può la gioventù rivoluzionaria continuare la lotta per i diritti nel modo più efficace?
RR: Che piaccia o no a Scaf, Fm e rimasugli del vecchio regime, la rivoluzione è viva. Tutti coloro che si sono trovati faccia a faccia con la morte o che hanno perso dei cari non abbandoneranno mai il loro diritto alla libertà. Probabilmente la strategia migliore sarebbe quella di raccogliersi attorno a un partito o una coalizione rivoluzionaria in grado di opporsi ai partiti che cercano solo il potere per se stessi. Unità è la parola chiave per recuperare lo spirito e gli obiettivi della rivoluzione.

D: In che modo la vostra musica si inserisce in queste lotte?
RR: Manterremo viva la coscienza dei nostri diritti e la memoria della rivoluzione, dei martiri e di tutte le ingiustizie. Il nostro unico scopo è questo: la rivoluzione deve continuare finché tutti i suoi obiettivi saranno stati raggiunti.

lunedì 10 settembre 2012

Desinformémonos del lunedì


Reportajes Internacional
  
Entrevista de Gloria Muñoz Ramírez
Foto: Ricardo Trabulsi

Reportajes México
  
FotoS: Agustín Ruiz Quiroz

Arthur Lorot

Jaime Quintana Guerrero

Marcela Salas Cassani

Geovanni Zamudio

Reportajes Internacionales
  
Sergio Adrián Castro Bibriesca

Texto y fotos: Giorgio Trucchi
Editado por COMPPA (www.comppa.org/wordpress)

Gianluca Carmosino, Comune-info
Traducción: Adrián Castro Bibriesca

Secretariado Permanente de la CGT


Los Nadies

Testimonio recogido en Bolívar, Colombia, por Ruben Darío Zapata/Periferia Prensa

Autonomías
  
Jéssica Moreira
Traducción: Waldo Lao

Fotoreportaje

Fotografías: Daniela Castro
Texto: Gloria Muñoz Ramírez
Música: Los Náufragos, “Los Zapatos Rotos”
Producción: Desinformémonos

Video

Canal de Seremosmaschile

sabato 8 settembre 2012

Argentina - Buenos Aires: aggredito il Movimento dei Collettivi del Barrio Pico de Oro di Florencio Varela


Nella notte del 29 agosto del 2012, e anche in quella del 30 agosto, un gruppo di spacciatori (che vogliono muoversi tranquilli nel quartiere) hanno attaccato le case di persone appartenenti al Movimiento de Colectivos del Barrio Pico de Oro de Florencio Varela (Provincia Buenos Alres), fra queste anche quella di Alberto Spagnolo che è stato ospite nelle Marche e Umbria ( e tante altre città)  invitato all'Onu dei Popoli.
Carta abierta sobre la agresion al Barrio Pico de Oro de F.Varela.
Alle autorità competenti e alla società civile
 Abbiamo appena ricevuto informazioni su di un gravissimo attentato contro il Movimento dei Collettivi, e precisamente nei confronti di due figure molto significative dei movimenti cittadini del cono urbano di Buenos Aires. Tali informazioni sono molto preoccupanti sia a livello personale che in generale, perché la nascita di un certo "potere" che mira a controllare il territorio è un problema che ci riguarda tutti. Sappiamo che i quartieri (in questo caso il quartiere del Pico de Oro di Florencio Varela), vengono sistematicamente attaccati con i più riprovevoli metodi mafiosi.
Si tratta di attacchi sistematici che rimangono impuniti in un territorio liberato, al fine di controllare le zone, espropriando la vita dei giovani per diffondere lo spaccio di droghe ed eliminare le organizzazioni popolari dei quartieri poveri, che sono quelle che vogliono dare, soprattutto ai più giovani, la consapevolezza che ci sono altre alternative.
Il nostro lavoro collettivo con le organizzazioni sociali in tale territorio, come con l'ex MTD Solano, l'associazione "COÊJHU" e il Movimento dei Collettivi, è un lavoro continuo e di una straordinaria ricchezza, che è iniziato molti anni fa. Dal 2004 molte organizzazioni sociali italiane e istituzioni pubbliche provenienti da varie regioni del Paese, sono state direttamente coinvolte nella realizzazione di un "Centro di Salute" in uno dei quartieri del cono urbano di Buenos Aires, nell'ambito del progetto "Spazio Autonomo di Salute ", in parte finanziato dalla Regione Marche (Settore Cooperazione Internazionale), e conclusosi con la costituzione di consultori popolari.
Fin dall'inizio dei lavori, e fino ad oggi, l'associazione Ya Basta! ha effettuato visite regolari a Buenos Aires e nel 2008 ha organizzato una brigata di 30 persone per partecipare all' inaugurazione  del Centro di Salute. Queste carovane si sono ripetute anche negli anni successivi.
Oggi più che mai noi manterremo la nostra presenza continua e di sostegno con il fermo obiettivo di creare le condizioni necessarie per ottenere una situazione di controllo e vigilanza internazionale e osservazione degli eventi nei quartieri.
Al Movimento dei Collettivi, a Alberto, Neka e a tutti i vicini del quartiere Pico de Oro
NO ESTAN SOLOS!!!!!
Assoc. YA BASTA! ITALIA
Italia,  Settembre 2012

giovedì 6 settembre 2012

Palestina - Gaza, sei palestinesi uccisi in meno di 24 ore

Escalation lungo le linee di confine tra Israele e Gaza. Questa mattina tre palestinesi sono stati da una cannonata sparata da un carro israeliano a Beit Hanoun, nel nord di Gaza. Sale a sei il numero dei palestinesi uccisi in 24 ore.

Secondo il portavoce militare israeliano i soldati hanno sparato contro un gruppo di miliziani che stava piazzando dell'esplosivo vicino la barriera che separa il nord di Gaza da Israele. Sempre secondo il portavoce israeliano i palestinesi uccisi da un aereo la scorsa notte si preparavano a lanciare razzi.

Fonti palestinesi non hanno confermato ma neppure smentito questa versione e si sono limitate a riferire che i tre uccisi della scorsa notte appartenevano al gruppo islamista Homat al-Aqsa.

Colombia - Accordo generale per porre fine al conflitto e costruire una pace stabile e duratura

I delegati del Governo della Repubblica della  Colombia (Governo Nazionale) e delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia-Esercito del Popolo (FARC-EP): come risultato dell’Incontro Esplorativo che ha avuto luogo all’Avana, Cuba, tra il 23 febbraio e il 26 agosto 2012, e che ha contato sulla partecipazione del Governo della Repubblica di Cuba e del Governo della Norvegia come garanti, e con l’appoggio del Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela come facilitatore logistico ed accompagnante; con la decisione mutua di porre fine al conflitto come condizione essenziale alla costruzione di una pace stabile e duratura, ascoltando il clamore della popolazione per la pace e riconoscendo che: 

Siria - L'Unhcr-Onu: 100mila profughi solo in agosto

Il 12 settembre la «Conferenza per salvare la Siria» del Comitato di coordinamento nazionale (Ccn) che si oppone a un intervento militare internazionale e ingerenze straniere.

In una giornata ancora caratterizzata da violenti scontri militari ad Aleppo e nei sobborghi di Damasco, si aggrava l'emergenza umanitaria in Siria: oltre 100mila siriani sono fuggiti nei Paesi vicini in agosto, il numero più alto mai registrato in un solo mese dallo scoppio della crisi in Siria.
Lo ha affermato oggi a Ginevra l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Il numero totale di rifugiati siriani registrati o in attesa di essere registrati è ora salito a 235.368. In particolare - precisa l'Unhcr - 77mila sono giunti in Giordania, più di 59 mila in Libano, 18 mila in Iraq e 80 mila in Turchia. Anche su questo si è svolto ieri un «positivo» incontro a Damasco tra il presidente del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) Peter Maurer ed il capo di Stato siriano Bashar al-Assad. «Le domande del Cicr hanno ricevuto impegni positivi», ha detto un portavoce dell'organizzazione umanitaria.
Tra i temi discussi «la protezione della popolazione civile durante le ostilità, con l'accesso alle cure sanitarie, l'accesso al cibo ed altri beni essenziali e la visita alle persone detenute». Sul piano politico e umanitario va segnalato l'annuncio di una «conferenza per salvare la Siria» rivolta «a tutte le anime dell'opposizione in patria e all'estero», organizzata all'ombra di una «tregua» militare tra forze governative e ribelli: è il progetto del Comitato di coordinamento nazionale (Ccn), principale piattaforma dell'opposizione in patria, presentato dal suo segretario Raja Nasser in un'intervista di ieri sul quotidiano libanese As Safir.
La «conferenza per la salvezza della Siria» è convocata a Damasco per il 12 settembre prossimo, almeno secondo gli auspici del Ccn, che si oppone a un intervento militare straniero e di cui fanno parte, tra gli altri, dissidenti storici ed esponenti di sigle curde che rifiutano il sostegno della Turchia.
«Ogni cittadino in Siria può essere ucciso o arrestato. Chiediamo dunque il minimo: che i partecipanti prima, durante e dopo la conferenza non vengano presi di mira», ha detto Nasser. La premessa per la conferenza del 12 settembre è, per i membri del Ccn, l'entrata in vigore di una tregua militare tra le forze governative e l'Esercito libero. «I ribelli non abbandoneranno le armi e l'esercito del regime non si ritirerà dai territori che controlla», afferma Nasser, secondo cui oltre a sospendere l'uso delle armi ci sarà uno scambio totale di prigionieri tra le parti: «Decine di migliaia sono in mano al regime, mentre decine o centinaia sono in mano ai rivoluzionari». «Così facendo - conclude Nasser - si potranno soccorrere gli sfollati e quelli colpiti dalle violenze, che sono ormai sei milioni nel Paese».
Arriva invece dall'esterno, da Berlino, un summit di diversi leader dell'opposizione siriana appoggiati dalla diplomazia Ue. L'obiettivo è quello di «prepararsi al dopo-Assad», suggerisce anche l'ospite, il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle, che ha invitato la comunità internazionale a prepararsi a fornire aiuti economici alla Siria, in vista di un'imminente caduta di Assad.
Secondo Westerrwelle il popolo della Siria deve capire che «c'è un'alternativa credibile al regime». Intanto il governo di Pechino ha riconosciuto che la situazione peggiora, ma ha ripetuto che è assolutamente contraria a qualsiasi intervento armato esterno. «La soluzione politica rimane l'unica via d'uscita per la Siria, e più la situazione peggiora, maggiore unità è necessaria», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Hong Lei, alla vigilia dell'arrivo del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton.
tratto da Nena news